Il viaggiatore e il villaggio

zdoura

Che differenza c’è fra un cittadino del villaggio che si mette in viaggio, e il villaggio che resta aggrappato alla sua polvere, alle sue abitudini, al cimitero, alla chiesa, al fienile e alla piazza?

Il Viaggiatore si sposta continuamente ed elude quindi l’agguato dei predatori; schiva muovendosi rapidamente la caduta della grandine e il rombo dell’uragano.

Il villaggio, invece, impiega tutte le risorse che ha per disegnare un contatto continuo fra abitante e abitante.

Costruisce case di lamiera, di mattone, di cemento per ancorare le anime iscritte all’anagrafe delle proprie ossessioni, ai propri desideri, alle loro manie. Ogni spazio della città è una strategia contro la solitudine. Lo dicono i mucchi ordinati delle mele sul banco del mercato. Lo dice l’incollatura perfetta fra marciapiede e selciato. Lo dice lo scambiarsi frettoloso di posto sul basolato della piazza dei passi.

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Il villaggio è perduto dietro la sua eterna richiesta di stabilità. Rischia il massimo che si può rischiare. E’ finito ormai il tempo degli assedi, si è disfatto delle sue mura e ora si confina dietro mura invisibili.
È un bersaglio fermo e arreso davanti ai proiettili. Si espone al vento, perdendo comignoli. Si mostra alla pioggia ingoiando sassi e inondazioni, mentre il cittadino impigrito dalla mancanza di avventura si accorge tardi del pericolo, e l’acqua fangosa lo trova ostaggio del suo letto, della sua automobile.

Il villaggio incentiva i legami familiari. I cittadini si accoppiano e generano prole, aggiungendo peso alle tonnellate che insistono sulle fondamenta delle città.

Il villaggio diventa un edificio di piombo, una piramide di uomini; irrigidendo la sua forma è costretto a irrigidire le consuetudini, le virtù morali: i detti diventano proverbi; l’improvvisazione in versi, una poesia sempre uguale a se stessa che si tramanda per generazioni di bambini.

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Tutto comincia ad assomigliare al mattone. E così il cittadino dietro la finestra si rade cantando la mattina, ma non ricorda più che occorre desiderare di vedere il mare, come se al marinaio che abita l’oceano da tempo non capitasse più di avere nostalgia delle sue bevute al porto.

Il Viaggiatore sopporta delle avversità. Potrà ferirsi e non essere soccorso in tempo, al crocicchio di una strada sconosciuta. Non sempre mangerà bene, a sufficienza. Dovrà fare capo a se stesso, e amarsi molto.
Vivrà sempre una corrente elettrica bizzarra dentro le sue vene, e toglierà le scarpe per assaggiare la riva di un fiume che si presenta di sbieco sul cammino; sarà inseguito dai alcuni cani e con altri farà amicizia.

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Scriverà una lettera per dare indicazioni a qualcuno che si è dimenticato il futuro.

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