Di vita in vita. L’amore

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Nella palude della sua vita da giunco memorie di guerre aspettate con l’ago in mano, mentre lui non ritornava mai abbastanza in fretta nei mesi lunari, all’ombra di un grembo che ingrandiva insieme alle sterlizie e alle rose, nello specchio dell’acqua turbinante piano piano nella pentola, sistemato sopra i carboni accesi alle 4 di mattina, tutto va bene baby, mi manchi, i love you.

Nei ventagli dei polsi le notti maledette dentro un groviglio di lenzuola bianche che non erano l’abito da sposa, non erano domani, non erano l’ombra del compagno.

Così nei secoli, fu così che disimparò l’amore.

Accadde in questo modo, che perdendolo di volta in volta non ce la fece più ad aprire le braccia abbastanza per essere colonna dove si aggrappa il rampicante.

Le memorie dei figli disseccarono in lei e nessuno bevve alla fonte.

Nei secoli, con l’assenza soporosa di fretta che hanno le squadrature di marmo, i profili lievi delle rocce, si spense l’abitudine dei riccioli, cadde il pettine in obliquo in notti senza fondo e privi di orologi a salvarla.

I fogli scarmigliati di lettere dal fronte, persi per sempre nelle discariche.
Un’altra volta lo uccisero i soldati mentre correva con i compagni a rifugiarsi nelle grotte.

Incontrò malgrado tutto, vita dopo vita, il suo viso gentile dentro il metrò, in un negozio di stoffe in Piazza di Spagna, o al bordo di una campagna squadrata da Picasso.

Nel fodero di un grido trattenuto.
La vita è schianto.

Non mi lasciare di nuovo, ti prego, sussurrò finalmente, la guancia di lana, gli occhi smerigliati e aperti.

Conoscevo tutto di lui.
Ancora, lo conosco.

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“Vergogna” di Coetzee

J. M. Coetzee, Vergogna, Einaudi, 1999

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David si sente pervadere di nuovo dall’apatia e dall’indifferenza, ma anche da una singolare assenza di peso, come se qualcosa l’avesse roso dall’interno lasciando solo il guscio vuoto del suo cuore. Come puo’ un uomo in questo stato, si dice, trovare le parole e la musica per resuscitare i morti?

Forse per gli uomini odiare le donne rende la cosa piu’ eccitante. Tu sei un uomo, dovresti saperlo. Quando hai un rapporto sessuale con una persona che non conosci, quando la intrappoli, la tieni ferma, ti butti su di lei con tutto il tuo peso..non e’ un po’ come ucciderla? Come piantare un coltello?
Per poi andartene lasciandoti dietro un corpo sporco di sangue? Non e’ un po’ come un omicidio? Non ti da’ l’inebriante sensazione di averla passata liscia?”

 

Mi e’ stato difficile terminare Vergogna di J. M. Coetzee. Perche’ l’io narrante e’, con tutte le nostre buone intenzioni di perpetrare una obiettiva lettura,il suono della stessa nostra voce,mentre leggiamo…e come se ci disponessimo di buon grado a un rapporto di sesso occasionale, ci sovrapponiamo ad esso, ci compromettiamo,ci strofiniamo sulla sua pelle…e chi ha voglia di entrare nella sagoma un po’ pendente da una parte, frastornata e lucida di un David Lurie?

David Lurie non e’ un “buono” ne’ un “cattivo”, ne’ perverso, ne’ romantico sebbene in grado di intraprendere per un tratto queste diverse strade.Ha perso il contatto con il se’, lo ripete spesso:

Secca. E’ ormai secca la fonte di ogni cosa, fa dire a Teresa, che ama tanto Byron, personaggio da cui vuole ricavare un’opera lirica.
Ma Byron ha il buon gusto di morire, sulla soglia del disgusto di se’. Lurie, no.

 

Anche prima dell’effrazione alle regole di un sudafrica teso come una corda che Coetzee abbozza soltanto dietro il personaggio con due o tre segni abili, come lui sa fare, David si trovava nel letto di Procuste, brani di se’ sempre da amputare, fra autocompatimento, passione di media caratura, incapacita’ di essere raggiunto dall’esterno da una parola efficace, che gli serva: Lurie non entra in relazione profonda con nessuno dei personaggi che lo circondano e che incontra.

I dialoghi mancano sempre il bersaglio, si spezzettano in rivoli e fraintendimenti, o diventano petulante predica, o silenzi lacrimosi.

Lui e’ capace, si vede, se vuole, di raggiungere posti di rilievo accademico; di coniugarsi e di figliare; pero’ tentennante, inadeguato, sempre qualche cm fuori posto come la giuntura di un omero disarticolata ma che mai si frattura, come la bruciacchiatura da alcol denaturato a cui gli assalitori della figlia danno fuoco, che non lo ustiona completamente ma solo lo adombra.

Qua e la’ affiora il ricordo di una giovinezza piu’ netta, definita, dove i sensi forse parevano nitidi..con Rosalind aveva diviso il letto con una sensualita’ che sfiorava il dolore.

Lurie scrive di Byron e della sua stanchezza nel (non) provare passioni.
Cinismo e romanticismo. “Ama” Melanie come il professore amava Tadzio in Morte a Venezia, e come lui ne muore, ne viene dissolto.

La sua Losung, quella dei cani…

Pasolini si scrisse addosso che vagava come un cane senza padrone (i Motus ne hanno tratto un bellissimo spettacolo) quando attingeva piacere sessuale e ne restava poi dilavato come una “pila” per sbattere e lavare i panni.

Alcuni guaritori per mostrare la mappatura di un’anima che ha subito disastri afferrano una piuma. la sfrondano con le dita aprendone le ali, le squame..e poi tentano di riportarla allo stato iniziale: per dimostrare che non si puo’, non si allinea piu’ perfettamente sull’asse come prima.
Le piume restano scompagnate e in alcuni punti resta il vuoto fra aletta e aletta..
Un po’ quello che si dimostra nella pressante e ruvida narrazione de Il danno della Hart

(Quando si e’ sopravvissuti a un danno…)

Come cani i tre ragazzi stuprano Lucy, che resta cagna sottomessa anche dopo il fatto, fino ad estreme conseguenze..come cagna resta pregna e figliera’ presagendo che dovra’ amare quel bambino, per forza naturale…Lurie non potra’ vendicarla e costringerla a prendere posizione.

Sovrappone quindi “vergogna” e senso del fallimento di tutto un progetto esistenziale a “vergogna”.

Cosi’ arriva a precisarsi, come una manna dal cielo lo sfiatatoio: i cani sotto le mani dell’ex professore e dello psicopompo Bev sono inoltrati con molte carezze (diapason di ambiguita’, stanamento di latenti perversioni/emozioni poco definite, late) verso la morte.

Il caso, se ve fosse uno, resta irrisolto.

Entropie. Basta un ‘incrinatura a volte a fare cominciare la dissoluzione di qualcuno, figurarsi il brusco impatto di qualcosa di acuminato.

Se si smette di percepire il mondo con un suo sentire tutto, compatto. Se il processo e’ innescato, continuera’. Nessun giudizio morale, solo uno sguardo aperto e attento, per cogliere cosa succede.

Forse Lurie e’ fortunato, rispetto a tanti altri. Perche’ e’ riuscito ad allineare il suo mondo interno a quello esterno.

Meno compromessi a cui adempiere. Meno parole adulatorie da distrubuire per mantenere l’impalcatura dei sorrisi. La casa sventrata, pallottoline di carta riceve in testa, se siede in un teatro.

Coetzee sospende il giudizio, incrocia le braccia; c’e’ poca ironia. Lontano da ogni estremo a cui comunque ci si puo’ appigliare per venire su.

Solo lo sguardo aperto e nessuna speranza – per nessuno.
Temperatura narrativa prossima allo zero assoluto.

Ponyo sulla scogliera

(23 novembre 2009)

immagine-tratta-da-ponyo-sulla-scogliera-2008Non è la prima volta che Hayao Miyazaki incentra il suo racconto su un viaggio iniziatico di una bambina preziosa, leale, pura. E’ evidente che si riferisca a una qualità umana astratta, non a una categoria infantile precisa.

Avevamo seguito la storia della crescita interiore di una bambina ne La città incantata e ne Il castello errante di Howl la trasformazione di un ragazzo da narciso in persona capace di empatizzare con gli altri, di amare ed essere amato.

Come in tutte le fiabe (che Miyazaki cita in abbondanza, infatti) il percorso dell’eroe è lungo e frastagliato. I protagonisti hanno difficoltà a comunicare fra di loro, come accade per la madre di Sosuke con un marito sempre in mare. Anche i genitori mitologici di Ponyo sono distanti, se pur profondamente connessi. Questo film è dichiaratamente (emerge anche in un dialoghetto fra i genitori divini di Ponyo) un affascinante studio sulla fiaba della Sirenetta, ma si trovano anche concetti psicanalitici complessi che gli adulti in sala possono provare a decodificare.

Intanto, le trasformazioni della bambina in pesce, in semiumana, in umana. Il sonno accompagna queste metamorfosi, come nella migliore tradizione classica (Orlando della Potter si addormentò per molti giorni prima di trasformarsi in donna). E ancora, affiorano profonde tematiche dell’inconscio, rimandi a possibili rapporti della bambina con il paterno, evidenti nella scena in cui il mago padre fa regredire la figlia, le interrompe la crescita.

Anche il mare è rappresentato come splendido e sereno oppure come territorio oscuro e minaccioso delle forze dell’Es.

Se il mago del mare si è trasformato in uomo pesce per seguire la dea dei mari, la figlia dei due farà il percorso a ritroso. E’ esplicito un riferimento alla rottura del patto fra uomo e natura, infatti il mago desidererebbe eliminare la specie umana corruttrice del pianeta; l’intervento della grande dea è basato sulla compassione, e sull’idea di fare sposare l’umano con l’animale, di fare riconciliare questi elementi in opposizione. Occorrono per consentire questa unione umani dalla mentalità avanzata come la madre di Sosuke che accoglie e nutre un pesce magico senza rimanere chiusa nel recinto della razionalità, che accoglie la magia nell’ordito della propria giornata, che non ha paura della furia degli elementi.

Molto presente, come in altri film, l’elemento cibo. In particolare, la bimbapesce, durante una scena molto lunga, che sembra quasi non indispensabile alla trama incontra la maternità umana, nutre una donna che darà poi il latte al suo neonato.

Comprende così i cicli alimentari e affettivi che mai ha potuto conoscere, essendo nata da una dea e un semidio.

La cinica signora anziana dell’ospizio incarna la diffidenza, le paure delle masse, che rischiano di non fare ricompattare i mondi e di ostacolare una grande riconciliazione (che ricorda tratti dell’opera di Philip Pulmann).

Un’altra favola che balza evidente nella tramatura sottesa a questo bel film e’ quella detta della donna scheletro, in cui un uomo tira su le ossa di una donna, viene spaventato dal carico di dolore che portano ma con la compassione e l’accettazione le restituisce un corpo.

Anche se il regista giapponese ha scritto per questo film soprattutto di due bambini, si parla dell’Amore fra esseri umani di qualsiasi età. E’ l’Amore che può ricomporre il dissidio dei mondi diversi.

Il mercante di Venezia di Massimiliano Civica. Come una Medea

recensione del 20 febbraio 2008 

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Il mercante di Venezia
di William Shakespeare

uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Elena Borgogni, Oscar De Summa, Mirko Feliziani, Angelo Romagnoli
maschere realizzate da Andrea Cavarra

Ho visto Il mercante di Venezia, ieri sera, a Parma.
Sala nera, elementi scenici ridotti a meno dell’ossatura di una scena.

Quello che Massimiliano Civica ottiene e’ la creazione di uno spazio vuoto, uno spazio meditativo, sgombro; l’impatto di ogni azione lievita. Aumenta la consistenza di ogni dettaglio, dei sussurri, dei mezzi sguardi o dell’opacita’ dell’indifferenza ostentata.

Aumenta, il carico per l’attore, cresce la temperatura del suo investimento. Si mette a disposizione della messa in scena totalmente, come una marionetta, ma al tempo stesso e’responsabilizzato, e non poco.

Nello spazio meditativo, gli opposti si avvicinano, si mischiano. Dall’energia trattenuta deriva forza; dagli ostacoli rituali allo svolgersi di un grande amore, passione o incitamento all’azione; non manca la prova iniziatica, o piu’ d’una; e il tradimento della promessa puo’ cambiare il segno e divenire un’occasione di rafforzamento del patto.

La recitazione degli attori assume per Civica un’importanza straordinaria.
Quattro sono le direzioni, quattro gli elementi. Dei quattro grandi Arcangeli, si narra che uno abbia sembianze femminili.

I quattro attori sono quattro danzatori, o quattro carte dei tarocchi scelte fra i simboli degli arcani principali; perche’ possa generare piu’ storie, l’archetipo; quattro pedine degli scacchi;
se chiudevo gli occhi, mentre ascoltavo, potevo vedere le linee invisibili di una scacchiera surreale sul pavimento di passi.

Il tutto e’ anche una metafora, rappresentata con una delicatezza che sfida la legge della gravita’, della condizione Umana (lo suggerisce da millenni, il mistico Shakespeare, che cosi’ tante volte si gira nel suo letto e si distrae dal sonno dei giusti per colpa dei registi); l’Attore, quando si muove nel circuito di eventi piu’ grandi di lui e della sua capacita’ di decisione, assume posture contratte, un movimento meccanico e grottesco (i mori dell’orologio di Venezia); ma nel momento in cui i circuiti del Fato si allentano; arrivati poco discosti dalle brecce del Destino dove si apre, se pur per pochi attimi, la possibilita’ della Scelta puo’, se lo desidera, riprendersi la sua espressivita’.

La ripetizione meccanica di alcuni gesti e’ ribadita a livelli piu’ alti della struttura, sul piano testuale e su quello musicale.

Le maschere sono usate con cautela, in una piece che non tocca mai l’eccesso. Non manca l’ironia; forte la parte del testo detto dall’affascinante e atona Elena Borgogni, quando descrive le pecche degli aspiranti alla sua mano.

Nerissa
– E il giovane Tedesco,
il nipote del Duca di Sassonia,
vi piace?

Porzia
– Molto poco la mattina,
quando e’ in se’, assai meno il pomeriggio
quando ha bevuto. Quand’e’ nel suo meglio
e’ un po’ peggio d’un uomo; nel suo peggio
e’ poco superiore ad una bestia.
E se proprio dovesse capitarmi
il peggio che mi possa capitare,
spero tanto d’aver come disfarmene.

Spettacolo intrigante, intelligente, essenziale.

Siamo fatti di fotogrammi

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Siamo fatti di fotogrammi. Nei cavi delle mani nascondi i monoliti neri di Kubrick.

Dentro la gola, il viso segreto e tagliente di Bakim Fehmiu che divora un piatto di riso davanti al padre di Nausicaa, per prendere un po’ di forza dopo il naufragio; vuole incantare come Circe il re per farsi riparare la nave.

Capitan Harlock, Lady Oscar. Appoggiate al muro hai la scimitarra di Sandokan e il cammello di Marco Polo.

Intorno alla caviglia il nastro tutto attorcigliato di Veronica alle prove di canto, ormai arresa al presentarsi di simboli: un’emorragia di epifanie.

Gli occhi lucidi della stessa attrice in un altro film, quando spiega all’uomo che l’ha seguita fino in chiesa che lui accenderebbe solo una candela in mezzo a un milione di fiammelle.

I polpacci sono quelli del Colosso di Rodi, o di Flash Gordon prima della grande battaglia.

Nella gonna a campana, c’è il prato di Francesco di Zeffirelli; nella scena in cui quel ragazzo sta tagliando la prima ciocca lieve della chioma di Chiara.

La ragazza caduta per terra in Before the rain indica la luna per sempre. Un manifesto strappato mostra una triade di attori sporchi di polvere e d’aglio; Bardem ancora molto giovane guarda Penelope.

I registi creano nelle notti – sigaretta e qualcosa da bere – i riquadri di una coperta naif, inventano la vita degli esseri umani: poi, loro, restituiscono il favore.

Penelope e lo specchio

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Ulisse. Penelope.
Lo spartitraffico di cemento in una grande strada grigia.
Gli dei sfrecciano a velocità cee-le-stiali.

In piedi sotto un lavoro di telaio immenso puoi vedere solo un quadratino di tessuto.
Il vento sfalda e riannoda fili colorati.

Penelope, non e’ che avesse fede in Ulisse: era una Veggente.

Sentiva il viaggio della sua controparte in tutte le fibre, di notte si girava settantasette volte nel letto partorito dall’albero.

Una mattina era stranamente gelosa, e congedava le serve.
Altre volte, invece, si copriva il viso con le mani, sentiva tempeste lontanissime.

Il giorno in cui torno’il suo uomo, Atena la rese piu’ bella e ancora piu’ regale del solito.

Penelope si fece portare il velo, la seduzione più alta che esista.
Una Salomè essenziale.

Per guadagnare quel compenso che non si nomina mai, si perde e si ritrova il tesoro molte volte.

Durante la Cerca, il tempo rallenta, la speranza è rapita dai corvi.
In una strada grigia passano principi e principesse dall’aria smarrita.

In una grande citta’ nessuno crede nel covo del drago, nel sospiro delle fate, nel fuoco greco.

La Regina dei Ghiacci sbadiglia. Una coppa di acciaio non è il Graal.

Poi finì che si annodarono come lacci di un bustino stretto, finché lui non riprese il mare.

Una poesia di Alice Sophia, otto anni e mezzo

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La mia vita

di Alice (ottobre 2007)

Ogni mattina,
mi sveglio presto,
faccio colazione,
vado a scuola,
torno a casa,
mangio,
scrivo,
piango,
mi sfogo,
questa è la mia vita,
che fra tanto finirà,
sarà un brutto giorno per me,
ma ritroverò casa mia,
lei è con Dio,

al suo fianco c’è l’amore,
che infatti è suo fratello,
al suo fianco c’è l’amicizia,
che infatti è sua figlia,
al suo fianco c’è la pace,
che infatti è sua madre,
….e
un bel giorno ci sarò anch’io,

una sua alleata
un suo angelo
come gli altri
che lo erano
e lo saranno
prima di me.

Una notte in biblioteca ad Anzola. Trenta bambini ascoltano le storie di Sergio Guastini

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“Un circolo senza fine, dove una storia ne racchiude un’altra e un’altra ancora, e dove gli ascoltatori della prima non sono che i protagonisti di una seconda che li racchiude tutti alludendo forse anche al ruolo dei lettori.”
(Franco Manni, “Introduzione a Tolkien”)

“Il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia.”
(Aristotele, “Metafisica”)

Erano dieci anni che Ulisse assediava Troia con gli altri achei; la città, però, resisteva oltre ogni limite.
Ulisse era preoccupato, perché i suoi guerrieri si erano stancati di aspettare.
Per sua buona sorte Ulisse possedeva nella stiva della sua nave da guerra una biblioteca.

In un pomeriggio silenzioso, quando tutti dormivano, cercò con cura il libro che gli desse una soluzione e alla fine scoprì l’idea che gli occorreva sfogliando un libro di mitologia greca con le figure.

In una delle illustrazioni Ulisse vide un grande cavallo di legno.
Non per niente, il suo appellativo è stato e sarà in eterno: Ulisse l’astuto.
Se lo fu, lo fu per merito dei libri.

Sergio Guastini, mentre racconta la sua storia su Ulisse attraversa gli spazi vuoti lasciati da trenta sacchi a pelo sparsi per la stanza; corre, saltella nello spazio come un folletto rispettando i canoni di quello che ogni cantastorie (o poeta, o filosofo) conosce a memoria per non stancare il suo pubblico:

provocare continuo stupore
variare senza fine gli argomenti
portare esempi pratici della parole mostrando le pagine dei libri, oggetti evocativi, e altro ancora.

Ulisse legge l’Odissea che narra la sua storia e trova la soluzione per entrare nella città inviolata: tautologia che è metafora della matrice delle storie di tutti i tempi e di tutti i luoghi, che alla fine
(o all’inizio?)
diventano una storia unica, un ipertesto che si estende, si ramifica in ogni direzione senza limiti.

Chiunque può continuare una storia, immaginare una storia precedente o successiva di qualunque personaggio

(lo spin-off delle serie tv di oggi).

Ne La storia infinita di Michael Ende il mondo che sta per disintegrarsi si ricrea quando la storia più antica si ricongiunge con il seme della storia più fresca: l’ultimissima narrazione inventata da un bambino.

Stephen King in On writing scrive che tutte le storie esistenti si possono ricondurre, alla fine, a soltanto cinque o sei trame principali.

Sergio Guastini, Esperto in Storie e Libri Fatati, è stato nella fantasmagorica biblioteca di Anzola venerdì 14 novembre incatenando l’attenzione di 30 bambini e bambine dagli 8 agli 11 anni a delle storie dalle 21.00 all’1.20 di notte.

Ha srotolato il libro più lungo del mondo sul pavimento.

Ha scatenato velieri, mummie, draghi aprendo libri pop-up della sua collezione.

Ha mostrato un dizionario swahili-italiano con illustrazioni

se ci sono i disegni è più facile!!!!!

Ha portato un libro fatto con la cacca degli elefanti.

Ha cantato una canzone.

Ha recitato filastrocche di Bruno Tognolini.

Ha dimostrato con libri, libriccini, libricciuoli e libroni la tesi su cui si fonda il suo lavoro che è un lavoro, certamente: ma è prima di tutto una missione:


Nei libri c’è tutto
I libri salvano la vita
Chi frequenta i libri è fortunato

Sergio Guastini naviga fra i libri con disinvoltura, li conosce a fondo, li ha letti, riletti, usati e consumati per decenni; li porta in tutto il mondo dentro affascinanti scatole di latta e consunte, li usa come pare a lui, perché crede nello statuto della massima libertà dell’immaginazione, che sarebbe bello e giusto governasse i mondi.

Il Maestro usa il noto libro per bambini E un punto rosso come portale per stimolare la fantasia dei giovani lettori che alla sua domanda
che cosa vi ricordano queste figure in rilievo?
hanno risposto:
nuvole
barche che girano
serpenti
pianeti
girini
piste di pattinaggio
stelle nel cielo
bolle
onde intrecciate
molle

Nella tarda ora i bambini sono stati invitati ad appoggiare il palmo della mano sulla torcia elettrica (che era stata inclusa nel vademecum da portare con sè, insieme a sacco a pelo, cuscino e un libro preferito), ad accenderla, poi a dirigere tutti insieme le luci sul soffitto per combattere la guerra spaziale.

L’ultima storia è stata la lettura completa de Gli Sporcelli di Roald Dahl.

Molti dei ragazzini sono rimasti svegli fino alla fine del racconto, per sprofondare nel sonno come si deve: e cioè seguendo la bussola di una storia.

Alla fine di questa notte straordinaria, nella stanza riempita dai sacchi a pelo e dai sogni dei bambini, dalle tende aperte della biblioteca è arrivato il chiarore del primo sole.

Un bambino con il caschetto biondo ha sussurrato a noi adulti:
Maestra, guarda, l’alba: è bellissimo!

Noi adulti (come diceva Saint-Exupéry) non pensiamo quasi mai davvero alle cose importanti, o ci pensiamo; ma non troppo spesso.

Noi adulti non avevamo immaginato che molti di questi ragazzini, un’alba non l’avevano ancora mai vista nascere.

Foto di Liana Pozzi, Andrea Bergamaschi, Maria Teresa Cizza.
Grazie a Liana Pozzi per il suo aiuto.
Magica colazione di bambini e genitori offerta dal Centro sociale ricreativo culturale Ca’ Rossa

Edgar Pangborn, Pianeti allo specchio. Diamanti della letteratura.

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“La conoscenza e’ vera solo se e’ conoscenza delle cose e non dei nomi che le indicano”
(Socrate nel Cratilo di Platone)

Pianeti allo specchio di Edgar Pangborn (1954) e’un libro di piccole dimensioni, che gli bastano a filtrare una saggezza densa, che si distilla anni e anni dopo che lo si è letto.

Si tratta della narrazione pacata di un marziano che rappresenta con altri suoi simili la parte luminosa di una protezione accordata da secoli agli esseri umani, in lotta quasi silenziosa con la parte oscura di altri marziani creatori e protettori di dittatori, di poteri neri, amanti della distruzione.

I marziani sembrano in tutto e per tutto esseri umani, ma il loro cuore batte in modo rallentato, e il loro sangue e’ arancione.

Il marziano bianco ha seicento anni, l’eta’ piu’ avanzata per uno di loro – e sta per morire, ne viene a conoscenza perché nello specchio dove può incrociare la visione del futuro, a un certo punto del romanzo, non vede piu’ il suo viso riflesso.

Non ne parla ai suoi giovani umani con cui sta passando una splendida giornata, su un prato della dolce terra, per non turbarli: tanto, ha gia’ fatto per loro tutto quello che era necessario fare.

Nel libro viene citato a più riprese il Cratilo di Platone, per ricordarci dell’importanza della verita’, del difficile collegamento esistente fra i segni e le cose.

Uno dei compiti più importanti del protagonista è quello di vegliare sulla crescita di giovani uomini e donne di talento. In questo modo e in molti altri può correggere certi avvenimenti e scongiurare l’imporsi dell’ombra.

E’ la metafora dell’esistenza di entità superiori raccontata senza risparmiare i dettagli dell’infiltrarsi della storia e dei suoi abusi nella vita degli uomini.

E’ un breviario sulla compassione; alla fine di scontri e di vicende tragiche il fiore per l’amore per l’umanità germina in modo inarrestabile nel protagonista, che riesce a compiere un salto oltre il bene e il male e a narrarcelo con semplicità estrema, confessando a se stesso di amare in modo straziante l’umanità, quelle brevi vite – di poco meno di cent’anni al massimo – di cui e’ stato mentore per secoli.

Il matrimonio può uccidere la creatività di uno scrittore? Annotazioni su Diario d’inverno di Paul Auster

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1979. Paul Auster scrive il suo primo romanzo, L’invenzione della solitudine, opera straordinaria al limite fra autobiografia, critica letteraria, filosofia, poesia.
Più di trent’anni dopo Diario d’inverno, scritto nel 2011 e pubblicato nel 2012 dialoga con questo libro.

Diario d’inverno è un testamento, il bilancio di un’esistenza, una classificazione quasi tassonomica degli elementi che compongono i ricordi. A me sembra una lunga richiesta d’aiuto, di qualcuno che è pervaso da grande infelicità:

Sei senza dubbio un uomo menomato e ferito, un uomo che si è portato dentro una ferita dalla nascita (altrimenti perché avresti passato la vita a sanguinare parole su una pagina?) e i vantaggi che ottieni dall’alcool e dal tabacco fungono da stampelle per tenere in piedi il tuo io lesionato e farlo muovere per il mondo.

In Diario d’inverno sono assenti le suggestioni de L’invenzione e dei romanzi successivi a L’invenzione, le labirintiche vicende del caso, le narrazioni legate alle sincronicità.

Il gioco delle possibilità è alle sue spalle, i dadi che Auster ha avuto a disposizione sono stati già lanciati: simboli e segni tacciono, e lui li guarda giacere sul tappeto verde.
Questo deriva dal presagio o dalla paura per la propria morte?
Paul si sente a rischio, invecchiato – sul sottofondo della sua consapevole nevrosi.

Il libro può essere descritto come una raccolta di inventari, di liste di azioni compiute o subite di appartamenti affittati o posseduti, di donne amate, di lutti e incidenti subiti.
Ne L’invenzione Paul parlava della stanza in cui si legge un libro, o si scrive, in cui non si resta da soli; e anche il Diario è una scomposizione dei moduli della propria esistenza messi a disposizione di lettori attenti.

Paul è uno scrittore/saggista raffinato e sa sicuramente che dalle righe apparentemente lineari, quasi cronachistiche di certe sue rievocazioni chi legge può ricavare dalle annotazioni significati criptati, qualcosa che non emerge facilmente, o che non si può fare emergere dalla coscienza.

Quello che mi sembra di decifrare di questo libro, come accade nella storia di chi nasconde la lettera in piena vista per non farla rintracciare a chi la cerca, è la natura del rapporto alla base del più che trentennale matrimonio di Paul con la bella, intelligente scrittrice Siri Hustvedt, madre della seconda figlia di Paul, Sophia.

Ogni relazione deve essere considerata come unica, per quello che apporta ai singoli membri della coppia, e va sempre contestualizzata.
Per comprendere il mènage di due scrittori che vivono insieme da decenni credo si debbano chiamare in causa categorie un po’ diverse da quelle che definiscono i ‘normali’ rapporti coniugali.

Paul ha sempre raccontato di quanto sia e sia stato un uomo bisognoso della controparte, alla ricerca quasi affannosa del suo alter ego (anche la prima moglie è una scrittrice); inoltre ha descritto nei suoi diari e nei romanzi come il rapporto con la madre sia stato ambiguo e fonte di sofferenza.

Nato in una famiglia di coniugi separatisi quando lui era giovanissimo, Paul ha sempre sofferto oltremisura degli abbandoni.

Ne L’invenzione della solitudine, racconta dell’impossibilità di vivere con la prima moglie, ma anche del suo non rassegnarsi al distacco da lei, tanto da delegare alla partner l’incombenza di tagliare il legame fra di loro.

In Diario d’inverno la figura di Siri, l’attuale moglie, è associata in molte occasioni al ruolo materno.

Racconta come ciò che accade e compie nel quotidiano sia soggetto in continuazione al giudizio della moglie, a volte lo descrive in modo quasi ilare, sdrammatizzando, come per alleggerire le informazioni che sta dando sulla sua intimità:

Tua moglie, che si preoccupa di molte cose, non si è mai preoccupata della tua guida

o in maniera più evidente in questo passo:

Lei, a differenza della madre di tua madre, non ti vuole diverso. Tua moglie tollera le tue debolezze e non si lamenta, non ti sgrida, e se è in ansia è soltanto perché vorrebbe che vivessi per sempre.

Dopo la morte della madre, narra Paul, si trova in preda a un fortissimo attacco di panico, che lo trova da solo, esposto, in un piccolo appartamento.
Ma nel successivo attacco che segue a breve distanza di tempo, sempre per lo stesso motivo, la moglie è presente, e appoggiandosi a lei riesce a scongiurarlo.
Evidentemente Paul ha sostituito la madre, affascinante ma instabile psicologicamente, con un’altra donna con cui ha instaurato una fusione totale.

La nostra vita è un continuo colloquio.

Un episodio rivelatore si può rintracciare nella vita notturna dei coniugi. Paul, a causa del suo russare, si allontana e va a dormire sul divano della biblioteca praticamente ogni notte.

Il letto è il simbolo di una simbiosi totale fra i due che non vogliono infrangere cambiando le abitudini notturne. Notate come, comunque, sia sempre Paul a subire le conseguenze scomode della situazione. Pur di non separare i letti, di mantenere l’unione simbiotica nella coppia.

Esiste anche un velato rapporto di competizione fra i due come scrittori – dove vince Paul a piene mani, pur scrivendo ormai – come è noto a quelli che come me lo amano molto – libri di un valore ‘inferiore’ a quelli scritti anni fa.

Per fare un esempio, quando Paul descrive gli appartamenti affittati nei vari periodi con la seconda moglie ci sembra di sentire le discussioni circa lo spazio da destinare ai rispettivi studi; riguardo ad esempio l’appartamento in Tompkins Place, a Brooklin

e, più in là, un soggiorno passante, oltre a uno studiolo per tua moglie; al piano inferiore, con soffitto più alto: una camera padronale compatta, una camera da letto dei giochi più grande per tuo figlio, e uno studio per te, di dimensioni uguali a quello di tua moglie di sopra.

C’è un episodio però che cattura l’attenzione più di altri narrati nel Diario. Forse qualcuno ha notato la quantità di volte che Stephen King fa morire la moglie del protagonista nei suoi romanzi.
In molti suoi scritti Paul rappresenta il protagonista come un uomo che perde moglie e figli in tragedie improvvise, che si ritrova solo e sbalestrato e nella sua crisi, e per questo motivo e solo per questo, può iniziare a vivere e scrivere una storia.

Gli scrittori hanno la possibilità (salvifica?) di confidare le proprie pulsioni inconsce alla pagina scritta.
L’insistenza e i dettagli con cui nel Diario Paul descrive un incidente stradale procurato dalla sua distrazione, che ha messo in pericolo la vita della moglie mi fa pensare proprio ai desideri rimossi circa la morte (potenzialmente liberatoria) di un partner, che vengono a galla, come Freud insegna, in forma di sensi di colpa.

E anche qui, come nel caso del fumo, del bere della guida, Paul sottolinea in modo bizzarro il fatto che la moglie, in questa occasione, con grande benevolenza – secondo lui- non lo sgrida; come se non fosse normale non essere sgridati come bambini dopo i quindici anni di età, e dalla propria moglie, non da un genitore

Sono passati otto anni e mezzo da quel giorno e tua moglie non ti ha mai rimproverato per l’incidente.

Auster riferisce poi quest’altro episodio della loro vita comune, avvenuto durante un viaggio compiuto da tutta la famiglia, per certi piccoli disagi dovuti all’attesa di un taxi che Paul tenta di risolvere:

Vedi? Dicesti a tua moglie – ti avevo detto che ce l’avrei fatta. Lei ti sorrise come si può sorridere a un bambino di dieci anni un pò scemo.

Tutto questo la dice molto lunga sull’atmosfera che si respira in casa Auster, e di quali equilibri si siano instaurati fra Paul e Siri, da tempo.

Forse non c’è nulla di sbagliato in un matrimonio come quello di Paul e di Siri; la loro fusione che dura stabilmente da decenni è tutto quello che Paul, ed evidentemente anche Siri, hanno potuto desiderare incontrandosi.

Ma gli scrittori sanno benissimo che la mancanza di autonomia dei membri all’interno di una relazione può fare affievolire il fuoco dell’ispirazione dell’uno, o dell’altro.

Questo vale per Paul, che sembra, come dicevamo, lanciare un SOS, tra il detto e il non detto nel Diario (anche perché sua moglie Siri, ovviamente legge), ma anche per la bionda Siri, che non sapremo mai quanto e come sia stata limitata nella sua creatività e capacità di narrare da un matrimonio di questa specie.

Forse se non vivesse in un’ostinata competizione letteraria con il marito non si sentirebbe in dovere di riempire con particolari e descrizioni verbose, lunghi periodi barocchi la sua prosa e potrebbe narrare le sue storie in modo efficace, diretto, semplice.

I suoi romanzi sembrano delle tesi di dottorato; sembrano ripetere e affermare in ogni passo che la loro autrice è molto in gamba e preparata intellettualmente. Sono tutte ipotesi, un po’ campate in aria; ma certo che non si può evitare di pensarci.

Tutto il Diario d’inverno, se lo leggiamo utilizzando questa chiave, è un richiamo disperato, una richiesta di aiuto impossibile a dirimere il paradosso di vivere in sintonia con la stessa persona che, probabilmente, sta soffocando ogni possibilità di scrivere gli altri capolavori che Paul sarebbe- forse- capace ancora di darci.

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