Il matrimonio può uccidere la creatività di uno scrittore? Annotazioni su Diario d’inverno di Paul Auster

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1979. Paul Auster scrive il suo primo romanzo, L’invenzione della solitudine, opera straordinaria al limite fra autobiografia, critica letteraria, filosofia, poesia.
Più di trent’anni dopo Diario d’inverno, scritto nel 2011 e pubblicato nel 2012 dialoga con questo libro.

Diario d’inverno è un testamento, il bilancio di un’esistenza, una classificazione quasi tassonomica degli elementi che compongono i ricordi. A me sembra una lunga richiesta d’aiuto, di qualcuno che è pervaso da grande infelicità:

Sei senza dubbio un uomo menomato e ferito, un uomo che si è portato dentro una ferita dalla nascita (altrimenti perché avresti passato la vita a sanguinare parole su una pagina?) e i vantaggi che ottieni dall’alcool e dal tabacco fungono da stampelle per tenere in piedi il tuo io lesionato e farlo muovere per il mondo.

In Diario d’inverno sono assenti le suggestioni de L’invenzione e dei romanzi successivi a L’invenzione, le labirintiche vicende del caso, le narrazioni legate alle sincronicità.

Il gioco delle possibilità è alle sue spalle, i dadi che Auster ha avuto a disposizione sono stati già lanciati: simboli e segni tacciono, e lui li guarda giacere sul tappeto verde.
Questo deriva dal presagio o dalla paura per la propria morte?
Paul si sente a rischio, invecchiato – sul sottofondo della sua consapevole nevrosi.

Il libro può essere descritto come una raccolta di inventari, di liste di azioni compiute o subite di appartamenti affittati o posseduti, di donne amate, di lutti e incidenti subiti.
Ne L’invenzione Paul parlava della stanza in cui si legge un libro, o si scrive, in cui non si resta da soli; e anche il Diario è una scomposizione dei moduli della propria esistenza messi a disposizione di lettori attenti.

Paul è uno scrittore/saggista raffinato e sa sicuramente che dalle righe apparentemente lineari, quasi cronachistiche di certe sue rievocazioni chi legge può ricavare dalle annotazioni significati criptati, qualcosa che non emerge facilmente, o che non si può fare emergere dalla coscienza.

Quello che mi sembra di decifrare di questo libro, come accade nella storia di chi nasconde la lettera in piena vista per non farla rintracciare a chi la cerca, è la natura del rapporto alla base del più che trentennale matrimonio di Paul con la bella, intelligente scrittrice Siri Hustvedt, madre della seconda figlia di Paul, Sophia.

Ogni relazione deve essere considerata come unica, per quello che apporta ai singoli membri della coppia, e va sempre contestualizzata.
Per comprendere il mènage di due scrittori che vivono insieme da decenni credo si debbano chiamare in causa categorie un po’ diverse da quelle che definiscono i ‘normali’ rapporti coniugali.

Paul ha sempre raccontato di quanto sia e sia stato un uomo bisognoso della controparte, alla ricerca quasi affannosa del suo alter ego (anche la prima moglie è una scrittrice); inoltre ha descritto nei suoi diari e nei romanzi come il rapporto con la madre sia stato ambiguo e fonte di sofferenza.

Nato in una famiglia di coniugi separatisi quando lui era giovanissimo, Paul ha sempre sofferto oltremisura degli abbandoni.

Ne L’invenzione della solitudine, racconta dell’impossibilità di vivere con la prima moglie, ma anche del suo non rassegnarsi al distacco da lei, tanto da delegare alla partner l’incombenza di tagliare il legame fra di loro.

In Diario d’inverno la figura di Siri, l’attuale moglie, è associata in molte occasioni al ruolo materno.

Racconta come ciò che accade e compie nel quotidiano sia soggetto in continuazione al giudizio della moglie, a volte lo descrive in modo quasi ilare, sdrammatizzando, come per alleggerire le informazioni che sta dando sulla sua intimità:

Tua moglie, che si preoccupa di molte cose, non si è mai preoccupata della tua guida

o in maniera più evidente in questo passo:

Lei, a differenza della madre di tua madre, non ti vuole diverso. Tua moglie tollera le tue debolezze e non si lamenta, non ti sgrida, e se è in ansia è soltanto perché vorrebbe che vivessi per sempre.

Dopo la morte della madre, narra Paul, si trova in preda a un fortissimo attacco di panico, che lo trova da solo, esposto, in un piccolo appartamento.
Ma nel successivo attacco che segue a breve distanza di tempo, sempre per lo stesso motivo, la moglie è presente, e appoggiandosi a lei riesce a scongiurarlo.
Evidentemente Paul ha sostituito la madre, affascinante ma instabile psicologicamente, con un’altra donna con cui ha instaurato una fusione totale.

La nostra vita è un continuo colloquio.

Un episodio rivelatore si può rintracciare nella vita notturna dei coniugi. Paul, a causa del suo russare, si allontana e va a dormire sul divano della biblioteca praticamente ogni notte.

Il letto è il simbolo di una simbiosi totale fra i due che non vogliono infrangere cambiando le abitudini notturne. Notate come, comunque, sia sempre Paul a subire le conseguenze scomode della situazione. Pur di non separare i letti, di mantenere l’unione simbiotica nella coppia.

Esiste anche un velato rapporto di competizione fra i due come scrittori – dove vince Paul a piene mani, pur scrivendo ormai – come è noto a quelli che come me lo amano molto – libri di un valore ‘inferiore’ a quelli scritti anni fa.

Per fare un esempio, quando Paul descrive gli appartamenti affittati nei vari periodi con la seconda moglie ci sembra di sentire le discussioni circa lo spazio da destinare ai rispettivi studi; riguardo ad esempio l’appartamento in Tompkins Place, a Brooklin

e, più in là, un soggiorno passante, oltre a uno studiolo per tua moglie; al piano inferiore, con soffitto più alto: una camera padronale compatta, una camera da letto dei giochi più grande per tuo figlio, e uno studio per te, di dimensioni uguali a quello di tua moglie di sopra.

C’è un episodio però che cattura l’attenzione più di altri narrati nel Diario. Forse qualcuno ha notato la quantità di volte che Stephen King fa morire la moglie del protagonista nei suoi romanzi.
In molti suoi scritti Paul rappresenta il protagonista come un uomo che perde moglie e figli in tragedie improvvise, che si ritrova solo e sbalestrato e nella sua crisi, e per questo motivo e solo per questo, può iniziare a vivere e scrivere una storia.

Gli scrittori hanno la possibilità (salvifica?) di confidare le proprie pulsioni inconsce alla pagina scritta.
L’insistenza e i dettagli con cui nel Diario Paul descrive un incidente stradale procurato dalla sua distrazione, che ha messo in pericolo la vita della moglie mi fa pensare proprio ai desideri rimossi circa la morte (potenzialmente liberatoria) di un partner, che vengono a galla, come Freud insegna, in forma di sensi di colpa.

E anche qui, come nel caso del fumo, del bere della guida, Paul sottolinea in modo bizzarro il fatto che la moglie, in questa occasione, con grande benevolenza – secondo lui- non lo sgrida; come se non fosse normale non essere sgridati come bambini dopo i quindici anni di età, e dalla propria moglie, non da un genitore

Sono passati otto anni e mezzo da quel giorno e tua moglie non ti ha mai rimproverato per l’incidente.

Auster riferisce poi quest’altro episodio della loro vita comune, avvenuto durante un viaggio compiuto da tutta la famiglia, per certi piccoli disagi dovuti all’attesa di un taxi che Paul tenta di risolvere:

Vedi? Dicesti a tua moglie – ti avevo detto che ce l’avrei fatta. Lei ti sorrise come si può sorridere a un bambino di dieci anni un pò scemo.

Tutto questo la dice molto lunga sull’atmosfera che si respira in casa Auster, e di quali equilibri si siano instaurati fra Paul e Siri, da tempo.

Forse non c’è nulla di sbagliato in un matrimonio come quello di Paul e di Siri; la loro fusione che dura stabilmente da decenni è tutto quello che Paul, ed evidentemente anche Siri, hanno potuto desiderare incontrandosi.

Ma gli scrittori sanno benissimo che la mancanza di autonomia dei membri all’interno di una relazione può fare affievolire il fuoco dell’ispirazione dell’uno, o dell’altro.

Questo vale per Paul, che sembra, come dicevamo, lanciare un SOS, tra il detto e il non detto nel Diario (anche perché sua moglie Siri, ovviamente legge), ma anche per la bionda Siri, che non sapremo mai quanto e come sia stata limitata nella sua creatività e capacità di narrare da un matrimonio di questa specie.

Forse se non vivesse in un’ostinata competizione letteraria con il marito non si sentirebbe in dovere di riempire con particolari e descrizioni verbose, lunghi periodi barocchi la sua prosa e potrebbe narrare le sue storie in modo efficace, diretto, semplice.

I suoi romanzi sembrano delle tesi di dottorato; sembrano ripetere e affermare in ogni passo che la loro autrice è molto in gamba e preparata intellettualmente. Sono tutte ipotesi, un po’ campate in aria; ma certo che non si può evitare di pensarci.

Tutto il Diario d’inverno, se lo leggiamo utilizzando questa chiave, è un richiamo disperato, una richiesta di aiuto impossibile a dirimere il paradosso di vivere in sintonia con la stessa persona che, probabilmente, sta soffocando ogni possibilità di scrivere gli altri capolavori che Paul sarebbe- forse- capace ancora di darci.

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