Di vita in vita. L’amore

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Nella palude della sua vita da giunco memorie di guerre aspettate con l’ago in mano, mentre lui non ritornava mai abbastanza in fretta nei mesi lunari, all’ombra di un grembo che ingrandiva insieme alle sterlizie e alle rose, nello specchio dell’acqua turbinante piano piano nella pentola, sistemato sopra i carboni accesi alle 4 di mattina, tutto va bene baby, mi manchi, i love you.

Nei ventagli dei polsi le notti maledette dentro un groviglio di lenzuola bianche che non erano l’abito da sposa, non erano domani, non erano l’ombra del compagno.

Così nei secoli, fu così che disimparò l’amore.

Accadde in questo modo, che perdendolo di volta in volta non ce la fece più ad aprire le braccia abbastanza per essere colonna dove si aggrappa il rampicante.

Le memorie dei figli disseccarono in lei e nessuno bevve alla fonte.

Nei secoli, con l’assenza soporosa di fretta che hanno le squadrature di marmo, i profili lievi delle rocce, si spense l’abitudine dei riccioli, cadde il pettine in obliquo in notti senza fondo e privi di orologi a salvarla.

I fogli scarmigliati di lettere dal fronte, persi per sempre nelle discariche.
Un’altra volta lo uccisero i soldati mentre correva con i compagni a rifugiarsi nelle grotte.

Incontrò malgrado tutto, vita dopo vita, il suo viso gentile dentro il metrò, in un negozio di stoffe in Piazza di Spagna, o al bordo di una campagna squadrata da Picasso.

Nel fodero di un grido trattenuto.
La vita è schianto.

Non mi lasciare di nuovo, ti prego, sussurrò finalmente, la guancia di lana, gli occhi smerigliati e aperti.

Conoscevo tutto di lui.
Ancora, lo conosco.

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