Alice e gli angeli

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Alice Sophia, 7 anni, sta guardando Benigni alla televisione. E’ sconcertata perchè l’ha sempre visto in veste comica, e invece lui sta leggendo la Divina Commedia.
– Però mamma (dice con sussiego) allora è proprio bravo, eh?

La mamma corre a prendere i tre grandi volumi della Divina Commedia, le mostra le figure, le spiega la struttura del poema. Alice guarda tutto con molto interesse e commenta:

– Sì, sì, ho capito, all’Inferno ci vanno i cattivi e non ne escono più, al Purgatorio ci vanno quelli così così, al Paradiso quelli buonissimi…

– Tu dove vuoi andare, Alice, quando muori?
– Ma naturalmente al Paradiso.

Però..mamma…pensandoci bene non ne sono sicura…(ha un’aria preoccupata)

tutti quegli angeli mi fanno un pò paura….

(2006)

Alice e i leoncini

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Alice Sophia, sette anni, ha preso due leoncini ovviamente di pelouche, li ha disposti sul bordo del tavolo.

Ha girato le sedie con alti schienali verso quel bordo di tavolo. Gli schienali sono due lapidi.

Ha disegnato due ritratti di leoni…i genitori dei leoncini.

Le foto dei defunti, presto incollate sulle lapidi.

Su ogni lapide ha appeso un ciondolo.

Poi ha spiegato alla sua mamma:

– I leoncini pregano davanti alle tombe.
I loro genitori sono morti, ma le loro carcasse non si trovano. La giungla le ha disfatte!

Ma non importano i corpi- e agita qui la manina, per sottolineare quanto poco conti un cadavere-

– Contano gli oggetti che per i due genitori di leoncini erano più importanti.

Contano gli oggetti che uno lascia, non i corpi.

Conta quello che uno lascia.

(2006)

Il ritorno di Andrey Zvyagintsev (Russia, 2003)

 

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Il ritorno. In spagnolo el regreso. E tornando all’italiano, viene in mente la parola Regressione.

Sentiamo il bisogno di arginare questo film perché sfugge da tutte le parti, ri-visto dopo qualche anno con maggiore piacere, ma non è piacere, è ammissione un pò controversa sulla poltrona accanto alla propria della presenza del perturbante; è un costante, strisciante accompagnamento di violoncello- che ascoltiamo solo noi.

Intanto la pellicola è virata al blu.

Intanto la fotografia non è serva, ma padrona.
Ma sotto lo strato del tapis roulant magnifico delle scene elargite, le luci usate con sapienza (non è stato un colpo di fortuna il Leone d’oro nel 2003) ruotano molte opere pittoriche.
La prima, facile da associare per riproduzione fedele, non iperealistica (con lenzuolo, che sorpresa- blu), il Cristo morto del Mantegna che torna, più sfuggente, in uno degli ultimi fotogrammi.

La nonna con la mano sul tavolo è ‘ritratto di vecchia’ ripresa quei secondi in più sufficienti a scolpirla.

Le torri dechirichiane sono doppie come il cristo citato.
Le torri dei tarocchi, non scevre di presagi neri. In una si vede la luna bionda, l’altra ospita il sole che si frantuma. Come nei simboli doppi dei sogni.

Il Padre non è cattivo o buono. Qui agiamo prima di distinzioni morali e anche etiche.
Qui si è obbligati a chiamare in causa, volenti o nolenti, il dio Cronos.
La scatola non verrà mai aperta e così mai si conoscerà a fondo quell’uomo ruvido,”analfabeta emotivo”,che è solo arrivato e poi tornato, e che si riesce a chiamare ‘papà’, come nel racconto della Warton ripreso poi da Stephen King in It- soltanto troppo tardi.

– Mamma, da dove arriva?
– E’ arrivato. Dormi.
Aveva risposto la madre nella sottana di seta, prima di andarsi a stendere accanto allo sconosciuto.
Ci era venuto in mente- a tratti- Tarkovskij. Il primo Bertolucci. Dopo queste parole, l’ospite di Teorema.

 

La morte sconcertante subito dopo le riprese- nel lago Ladoga che era stato scenografia- dell?attore adolescente che recita come fratello maggiore allunga altre ombre azzurre sul film.
Bisogna operare un grande sforzo di non immaginazione per non inscriverla nella trama del film, altrimenti si trasforma quest’opera insieme realistica e completamente astratta in un’entità accecante che cerca altri sacrifici. Umani.
E vi è una lunga tradizione planetaria di morti maledette sui set dei film.
Invece, non fu così: fu solo uno spiacevole incidente.

Si parla d’altro per non parlare della corona. (Mio padre)

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Parlando d’altro ha sfiorato i bordi della figura nascosta sotto l’altra figura.
Sotto l’altra figura

Oh, avesse fatto più attenzione.
Se fosse stata sincera

Avrebbe sentito il colpo di ritorno della propria ragione quando ammoniva,severa:

– cerchi tuo padre in quegli uomini precocemente imbiancati

 

Quando si vive insieme si spartiscono compiti così come il corridoio divide bene le stanze, come la scriminatura degli uomini che sono stati giovani negli anni cinquanta

La madre sempre parlava, se il padre sempre taceva.

Ma Lia trovava ritagli di giornale -la terza pagina della gazzetta – impilati per lei nel cassetto.

Prima, lo sentiva attardarsi ogni sera con i dischi preferiti in salotto.
Dopo, scelse in fretta l’ouverture del Tannhauser; brani di Gounod, di Wagner suonò per lui in camera da letto.

Nascose il viso quell’uomo mite dietro il cuscino una mano coprì metà volto – sopra il finale del Faust, che lo portava lontano, in anticipo su tempi già un pò troppo stretti sulla sua fine.

FAUST
Viens, suis-moi, je le veux!

MARGUERITE
Anges pure, anges radieux,
Portez mon âme au sein des cieux!

MÉPHISTOPHÉLÈS
Hâtons-nous! L’heure sonne!

FAUST
Viens! Suis-moi!

Lo trascinarono via a mezza estate -, obbligando gli amici a rientrare di corsa dal mare.

Restò di lui poco o niente: impronte di polpastrelli sulla pila ingombrante dei vinili.
Neppure una poesia aveva scritto, dopo i vent’anni.
Bastò una lavatrice a cancellare il suo odore dal grande lenzuolo usato per ultimo.

Restò un fotogramma di voce: una fiaba registrata per le sue tre bambine negli anni settanta.

(2007)

Ti voglio bene Gatto, Morgana e il faro

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Quando abitavo sui tetti di una città d’avorio, arrivò Morgana. Ancheggiando confidenzialmente.

Una gatta nera che si credeva d’essere una donna molto sexy.

Gelosa dei libri, si sedeva dandomi la schiena regale sulle pagine aperte.

Erano i giorni della preparazione silenziosa di minuscole astronavi, mani invisibili preparavano già valigie e filo spinato, mi confezionavano la partenza e le braccia di Giacomo.

Era una cosmogonia nuova, lei mi fece da assistente nel passaggio.

Chi conosce la separazione, il tranciamento di fili attaccati a oggetti, a occhisorriso e al cielo, infranti tutti insieme con forbici impietose e umane?

La gatta mi fu portata via in un sacco dall’uomo con problemi psichiatrici del secondo piano.

Atterrata ormai a mille chilometri dalla casetta di via Palmieri mi voltai per anni ad ogni avvistamento GATTA DAL PELO NERO E LUCIDO.

Forse, mi capita ancora adesso di soffermarmi accanto a un gatto nero, ora che Morgana sicuramente riposa nel cantuccio delle sue stesse ossa chiarissime, come un velo.
Che e’ diventata un campanellino.

Nessuna delle sue replicanti incontrate per strada camminava cosi’, stile Jessica Rabbit, però.

Morgana, come noi, era unica al mondo.

Ho conosciuto a novembre un gatto che mi si è conficcato nel polpastrello o nel pensiero, come una scheggia.

Ammiro i graffiti che mi ha recitato sul mantello delle mani, e sulla gamba destra sfidando i collant e le altezze infinite del mio corpo.

Due mesi e mezzo, maschio, smeraldo dei gemelli degli occhi sul musetto: lui è l’ imperatore.

Sa versare dolcezze languide e lunghissime senza perdere mai un oncia di dignita’; cosi’ potremmo essere, se si sapessero suonare tutti insieme gli strumenti delicati che ci appartengono dentro le dita, la bocca e l’andatura.

Se si fosse i direttori d’orchestra di sè.

Lui resta sotto la caverna di una mano anche per una notte intera.
Non cerca protezione, il petit guerriero: lecca luce gialla della pelle degli amici.

Quando per la prima volta gli ho dichiarato affetto ad alta voce lui ha sospeso le sue occupazioni gattarie

mi e’ salito sul petto come un alpinista leggiadro

con cautela scaltra mi ha afferrato il mento fra zampette di farina.

Quindi, ha baciato l’angolo della mia bocca, reciprocità dei pensieri di caldo, beh sono tranquillo, di mi fido, sento correnti sul poncho nero sensibile, di resta qui.

Il mio maestro del qui e ora, l’imperatore.
Guardiano della soglia.

E di chi sta guardando il mare e altre faccende.

(2007)

Un ricordo di Vanna Camassa, diva del bel canto

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Vanna Massari con Gino Bechi

(post scritto nel marzo 2009)

Vanna Camassa, in arte Vanna Massari, si è spenta nella sua casa, a Lecce, sabato scorso, circondata da chi le voleva bene.
Sembra incredibile: una perdita immensa.

L’ho conosciuta nel 1992 e da allora questa signora dalla bellezza inalterabile mi ha onorato di un’amicizia profonda, da me ricambiata con devozione.

Chi l’ha conosciuta personalmente sa di cosa sto parlando: oltre che diva e maestra di canto lirico, del Bel Canto, il sapere ormai quasi perduto del ‘Canto all’Italiana’, e’ stata per tutti coloro che le sono stati accanto una maestra di Vita.

La Sig.ra Vanna non faceva pesare il suo passato prestigioso di diva del canto lirico, ha condotto la sua vita in una riservatezza d’altri tempi, che le stava a pennello, come uno dei bellissimi abiti da sera che sapeva indossare cosi’ bene.

Da giovanissima Tito Schipa la ascolto’ cantare, (‘Lei ha l’oro in gola, le disse’), e le consiglio’ di studiare dal maestro Piccoli che era stato il suo maestro, a Milano, dove l’accompagno’ di persona. Debutto’ dopo qualche tempo con il grande Gino Bechi al Teatro Duse di Bologna, con il Barbiere di Siviglia.

Da allora i direttori dei teatri piu’ importanti d’Italia se la contesero, quell’acino di pepe, cosi’ la chiamavano, perche’ aveva quattro qualita’ non comuni: la bellezza fisica; una voce splendida dal colore argentino di soprano lirico leggero (una cascatella d’acqua di sorgente, cosi’ la descrivevano le innumerevoli recensioni dell’epoca); era una musicista, diplomata in pianoforte;e sapeva recitare; ‘non stavo mai ferma’, mi diceva.

Una volta, mi racconto’ commossa- in tempo di guerra – due aviatori inglesi le si presentarono in camerino, fecero suonare i tacchi in un saluto militare solenne, dichiarandole che avrebbero portato con loro la sua voce il giorno dopo, in missione.

Un’altra esperienza che non dimentico’ mai fu quella di un concerto di beneficenza in un Istituto per non vedenti; le ragazzine che l’avevano ascoltata vollero alla fine del concerto toccarle il viso, le dissero: – Signora, lei e’ bella come la sua voce.

Poi, la giovane donna elegante, che viaggiava ogni giorno per le citta’ d’Italia, indipendente e gia’ al culmine della una carriera (canto’ poi con lo stesso Tito Schipa che l’aveva incoraggiata, in un famoso Werther, canto’ con molti grandi della sua epoca) si innamoro’, scelse di sposarsi rinunciando a un contratto da favola che le stava offrendo in quell’istante- destino!- il Teatro Reale dell’Opera di Roma e abbandono’ il palcoscenico quasi del tutto qualche tempo dopo.

Forse per questo motivo ho avuto la fortuna di conoscerla, perché si trasferì a Lecce presso il luogo dove abitava il marito, Carlo Camassa, e trasformò la sua passione in vocazione pedagogica: diventò una dolce, entusiasta e paziente maestra di canto.

Quando mi insegnava i rudimenti del metodo, accadeva che accennasse un’aria.
Allora, avveniva il miracolo: allargava solo di poco le braccia e vedevo la sua energia cambiare, affiorare la diva che era stata, qualcosa che imponeva rispetto, ammirazione infinita, che costringeva a un’attenzione assoluta.

La sua voce restò intatta contro ogni legge naturale.
Riusci’ a tenere il mi sopracuto fino all’eta’ di circa novant’anni.

Non posso credere di non poter più rivedere il suo salotto accogliente, il pianoforte sovrastato da un severo ritratto di Beethoven, lo scaffale che ospitava i suoi spartiti ‘di battaglia’, consumati dall’uso.

Mi è difficile convincermi di non potermi più voltare un’ultima volta presso il suo cancello e guardarla mentre mi faceva un ultimo cenno con la mano.
Una creatura dal talento straordinario, con un talento ancora più grande nell’amare le persone.

Abbiamo tutti ricevuto doni da lei, consapevolezza, esempi di dignità, di generosità.

La ricorderò sempre come una donna che non ha mai chinato il capo, se non per Amore.
Addio, Vanna.

Emily, la stanza chiusa e le altre

 2336283_64aec78759_mChissà come accadde, Emily forse di slancio si alzò dal lettone, gettò gli abiti colorati in una grande cesta, li portò via dalla sua stanza in un pomeriggio domenicale, forse avvenne nell’inverno passato al rallentatore – quando chiudeva occhi e pugni trascorreva più lento –

oppure fu un processo graduale, e il colore si stinse dai vestiti di fattura semplice come se ne venne via pian piano dalle guance

quel movimento ondulatorio e ossessivo della spazzola nei capelli lunghi come per onorare un vecchio voto, la finestra silenziosa e schiva sotto la lastra sottile del sole, o no.

Come cominciarono i quarant’anni di Mirra Alfassa?

… via via lei si restituì ai piani alti, negati quasi a tutti, e si specchiò solo nei muri della stanzetta e negli occhi, nella penna di Satprem.
Sri Aurobindo aveva già lasciato il corpo, avvertendola un attimo prima. “Faremo meglio il lavoro, insieme”.

Qualcuna non si ritirò fra quattro brevi muri ma continuò a viaggiare, a passeggiare, ad accogliere ospiti, tanto nessuno si accorgeva di quanto erano già andate via tutte dietro lo schermo di una fronte ampia, convessa.

Il sorriso di un quadro d’epoca.

Solo lo sguardo, come un doppio fondo di scatola, le tradiva, incommensurabile dolcezza della riflessione versata in pupille antiche.

Il fiore di loto che nuota a braccia aperte, nel lago sacro, si muove appena.

Karen Blixen dietro lo stretto foulard si svelava: basta guardarle gli occhi, persino in fotografia.

Proust si chiuse dietro una scrivania, dietro le tende bianche. Meditazione sullo specchio di un armadio, nei vetri di una libreria.

Se si dà loro tempo sufficiente si restituisce agli oggetti tutta la loro forza.

La bambina e la maestra delle elementari

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La maestra ha dato un bel compitino da fare.
Lecce: terza elementare, edificio enorme dai soffitti alti, costruito ai tempi del fascismo.
Banchi verde chiaro in formica, che conservano ancora il posto a destra in alto per il calamaio.

I bambini frusciano con le maniche dei grembiulini, sussurri e risatine, in attesa di nuovi ordini.
Fra un mese e’ la festa del papà.

Il lavoretto da preparare e’ un quaderno da costruire con le proprie manine, che verrà poi rilegato come se fosse un libro.
All’ interno vi saranno poesie e immagini ritagliate e incollate con pazienza. Fiori, tanti fiori.

La maestra è una donna sui cinquanta anni, poco attraente, con il naso aquilino. Tutta la sua vita sono i bambini. Ma non li accarezza mai, e sorride poco.

– Non dovete portare a casa il lavoretto prima del giorno di festa. Mi raccomando!

Mi raccomando, ha detto la maestra.

Una bambina con le guance tonde e le trecce nere, pero’, non resiste. Porta a casa il lavoretto ancora da terminare e lo mostra alla mamma.

La mattina dopo lo dimentica nel cassetto, sotto il televisore, dove l’aveva nascosto con cura per timore che papà lo vedesse prima del tempo.

La bimba si avvicina alla cattedra dove si scusa timidamente con la maestra.

Ma l’ira della maestra e’ una lava che scende inesorabile. E’ fuori di sè. Alza la voce. Reitera e reitera le accuse. E’ giuria e giudice e pronuncia la condanna: la bambina non farà piu’ il lavoretto per la Festa del Papa’ .

Restera’ a guardare gli altri nella settimana che manca per finirlo, in punizione, senza far nulla.
La bambina resta in silenzio per tutti i giorni successivi. E’ una ragazzina molto fiera, non si lamenta mai, non dice mai nulla a sua madre che possa preoccuparla.

Ogni pomeriggio, tornata a casa, aggiunge con la colla un ritaglio di giornale al libretto per il papa’. Disegna delle figure, dei cuori. Scrive delle poesie nei margini.

Il penultimo giorno la maestra cambia idea. Forse, a farla decidere sarà stato lo sguardo della bambina che con le braccia conserte mostra un’ombra di tristezza troppo profonda, a tratti, mentre guarda i suoi compagni lavorare e fare chiasso.
Chiede con aria brusca alla bambina di portarle il libretto che ha lasciato a casa.

Il giorno dopo, osserva senza parlare le pagine riempite tutte dalla grafia incerta e da tanti disegni vivaci.
Stavolta non la redarguisce.
Comunque, e’ troppo tardi per mettere a posto il libretto.

Guance paffute occhi neri e’ profondamente cambiata, in quei giorni, anche se ancora non lo sa.

Ormai la bambina ha imparato a sopportare l’enorme dolore di non rientrare nelle file dei compagni e delle righe geometriche dei banchi.

E’ sopravvissuta alla prova.
Ha acquisito il potere di resistere, di potere compiere un lavoro da sola.

Sa che davanti a un ostacolo, si puo’ costruire una galleria con le proprie mani.

Non lo sa ancora, ma le servirà , nel suo futuro molto difficile, poco benevolo.
In più, ha acquisito ormai la consapevolezza che ci si può sentire esaminate e giudicate molto “cattive” e non morirne.

Però, se le capita di ricordare la storia del libretto per la Festa del Papa’ , ancora calde lacrime – strane – le rigano le guance.
Anche se accadde tanti, tanti anni fa.

I morti prima e le maschere

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Non ricordo quando fu la prima volta che appresi che la data effettiva di morte di parecchi è anteriore al decesso del corpo.
Atterrita e ancora lo sono- mi segnai al mignolo della mano sinistra un nastro rosso per non cessare di ricordare di respirare.

Quel giorno mi sarò guardata intorno, come se lo sparo dei pensieri si fosse sentito fuori dalle tempie.
Invece la gente continuava il suo corso come lancette di un orologio.

Su alcune lapidi andrebbe inciso: morto nel 1989, ma perito di soppiatto vent’anni prima. Trapassato nel 2000 già inavvertitamente spento.

Tolstoj a ottant’anni fuggì dalla moglie per addormentarsi stanco, alla fine del giorno, in una stazione oscura di provincia.

Dicono che conti solo l’ultimo istante, come ti trova..

Non ne parlano in molti, dei defunti sepolti sotto le giacche, sotto i tailleur, dentro la tuta da lavoro o sotto uno stantio sorriso provato molte volte in scena. Non varrebbe mai la pena. Le prove continuano ogni giorno per i teatranti , anche dopo che la pièce è finita, dimenticata,i vestiti impolverati o cementati in cellophane per un museo che aprirà fra cinquant’anni.

Chi è vivo pronuncia ogni parola ricordando cosa significa.

Mettere la pianta dei piedi sulla polvere, rischiando di restare da soli, però non-morti, come la donna in codice 46 che nessuno spettatore compiange, nella sua disperazione: sa che nel deserto, esiste qualcosa sottopelle.

Girotti lo intuisce, quando si strappa i vestiti e calpesta le dune aride di Pasolini.

Lui, nel momento di morire, morì ancora ben vivo.

E se scrosti il gesso dalla faccia, troverai un altro calco? E la pelle, se si scolla mostra il vuoto?
Sotto la voce del regista, la tua stessa voce camuffa un altro coro di voci.
Io non ci credo.
Da che punto di vista stai partendo? Quali le coordinate della mappa del punto del sentiero, nella foresta salgariana da dove scivolò via la luna dalla mascella, e non se ne accorse un tuo compagno di viaggio, o forse ancora prima tua madre?
Quando accadde?

Scivolando via da te l’essenza di vita ciak, azione, non fa il minimo rumore, però a metter la questione sul tavolo del laboratorio, saprai che fa perdere 30 grammi al tuo peso corporeo.
Come se fosse l’anima che se ne va.
O il peso di qualche lacrima.

Pier Paolo era paziente, gentile, e metteva la cravatta

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Il mondo non esiste. Non è mai esistito, esiste solo lo sguardo e Pier Paolo Pasolini è nato con uno sguardo straordinario, un Progetto.
Spesso penso a lui, immagino la sua vita disciplinata, scandire i suoi cinquantatré anni concessigli, durante i quali ha compresso molte vite insieme.

Notevole, il suo coraggio, soprattutto se si pensa che il poeta non ha mai avuto “compagni/e” di pensiero. Neppure i suoi amici più cari concordavano con alcune sue centrali visioni.
Pier Paolo ha conosciuto una perfetta solitudine intellettuale e spirituale.

Le interviste, i ricordi di amici e collaboratori insistono sulla voce disciplina quando lo descrivono.
D’altronde anche nelle foto e nelle riprese che lo ritraggono Pier Paolo emana quell’allure di ragazzo bravo, che i compiti li fa e li porta a termine in modo soddisfacente, che era stato un geniale studente, poi un geniale intellettuale militante, che andava a caccia prima in Friuli poi a Roma di lemmi dialettali per poi scrivere i suoi testi, poi leggeva velocemente, divorandoli, i versi dialettali che poteva trovare di tutte le regioni d’Italia, ci scriveva un’introduzione a un’antologia…perchè Pasolini aveva la dote di lavorare a un tema sviscerandolo con molti linguaggi e utilizzandolo per più progetti. Lo faceva rendere, al massimo.

Faceva rendere bene ogni esperienza. Del tempo perduto, appena laureato, in treno come pendolare per raggiungere un umile posto di lavoro ne fece momento cruciale per leggersi alcuni classici mancanti; durante una convalescenza per una brutta ulcera scrisse un numero impressionante di fondamentali testi teatrali, e così via…
Sul lavoro emerse sempre la sua qualità di dedizione, la capacità di affaticarsi sui suoi progetti (non fu casuale certo l’ulcera che si citava che nel 1965 lo fece svenire a una cena “in un lago di sangue”) specie sul set dove il lavoro è “visibile” e dove si punta il dito, perché il regista è padre, è re.

L’unica forma di monarchia veritiera, più o meno questo recitava Coppola, è quella del regista.
Se consideriamo pure che la notte Pier Paolo la passava in larga parte seguendo i suoi “meditati istinti”, a caccia, che fosse in Italia o in certi paesi all’estero, in medio oriente o in India… nonostante questo la mattina, abbastanza presto, a casa della Madre o in albergo lui si metteva a lavorare con accanimento.

Ha trascorso quarantanni a costruire il tracciato di una carriera perfetta. Chi è pasoliniano e vive stretto all’icona assurda e tremenda della morte di Pier Paolo, a volte resta ingenuamente stupito, per straniamento, dalla capacità e dall’efferata pignoleria con cui Pasolini chiese in molte lettere a personaggi influenti piccoli favori, fin da quando era povero maestro a Roma ma anche più tardi, in varie occasioni, per esempio prima di un’elargizione di un prestigioso premio letterario… o cinematografico…

I suoi colletti di camicia di bucato, la cravatta, i completi piccolo-borghesi. La scalata costante, intelligente. L’astuzia di una volpe, seppure di indole amabile. Pier Paolo.

Con il montaggio che la nostra mente compie (come suggerì Pasolini in Empirismo Eretico portando il noto esempio della morte di Kennedy) della vita di Pier Paolo a partire dalla sua morte, scendendo a ritroso, non si può fare a meno di accostare quella montagna di gesti pazienti e accorti che lo incoronarono idolo popolare e gli diedero un certo potere sociale e finalmente un pò di agiatezza economica, alla serie di articoli insopportabili, stilettate alla balena bianca che pubblicò negli ultimi tempi.

Quando di tutto il suo lavoro, della sua fatica, della sua pazienza, andò a riscuotere il compenso. Un compenso del tutto particolare.

Basta leggersi anche solo alcuni interventi, quelli decisivi degli ultimi mesi, e allora chi conosce anche appena quel periodo storico non può fare a meno di pensare (anche se non avesse letto i verbali del processo post-mortem e tutto il resto) che se fosse stato uno di quella gang là, quella del Palazzo di cui Pier Paolo elencava nomi, cognomi e imputazioni, citando soprattutto Andreotti e Fanfani (un brivido ci corre lungo la schiena quando Pier Paolo “salva” nei suoi giudizi solo Aldo Moro, corre l’anno 1975) avrebbe fatto benissimo a sopprimerlo.
A mandare qualcuno..
Era l’unica cosa da fare. La cosa più saggia. The right think, dicono così in America.

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