Allende, Pasolini, Satta, Allende. Gli scrittori e il tempo sospeso.

10846062_1514349358824534_7152205340573027810_n.jpgSe dovete scrivere romanzi o poesia è necessario che possediate cinquecento sterline l’anno e una stanza con una serratura alla porta

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sè

Isabel Allende scrisse il suo primo romanzo quando non aveva ‘una stanza tutta per sé.
In Paula racconta di quando stringeva fra le dita il manico di una valigetta portandosela sempre dietro, come un talismano, in andirivieni fra l’ufficio e la casa; tenendosela accanto quando badava ai due figli e al marito. La valigetta conteneva il suo dattiloscritto: sui fogli alcune macchie di sugo si confondevano con il bianchetto che si usava nell’epoca dimenticata delle macchine da scrivere. La morte di suo nonno le aveva innescato il demone della scrittura, chi la fermava più?
La casa degli spiriti la precipitò verso la fama immediata, e le procurò i mezzi per scrivere comodamente i romanzi successivi.

L’attuale compagno di Isabel ama prepararle il tè, e portarglielo mentre lei siede al tavolo rituale della preparazione alchemica dei romanzi.

Pier Paolo Pasolini nei primi anni cinquanta ci metteva tre ore e mezzo a raggiungere la scuola media di Ciampino dove insegnava lettere; durante quei lenti spostamenti fra trenini e autobus riuscì a leggersi, oltre a molti classici, le opere dialettali più importanti del novecento.

Chi lo avesse incontrato durante le sue trasferte da pendolare avrebbe visto soltanto un ragazzo di una trentina d’anni, serio e attento,con un libro in mano, che lanciava di tanto in tanto acute occhiate al paesaggio; senza immaginare che quel ragazzo stava lavorando al primo contratto editoriale della sua vita, la cura dell’antologia di poeti dialettali per l’editore Guanda.

Salvatore Satta, che sarebbe diventato giurista di fama, aveva incontrato la scrittura da giovane, nel corso di una lunga malattia. Nel 1928 La Veranda, il romanzo che raccontava quell’esperienza, fu sostenuto da Marino Moretti ma osteggiato fortemente per via della retorica salutista di quel periodo.

Anche Moravia cominciò a frequentare la lettura e la scrittura negli stessi anni durante una lunga malattia e un ricovero in sanatorio; e dopo, produsse niente di meno che Gli Indifferenti.

E Pasolini scrisse (abbozzò) sei opere teatrali quando fu costretto per un mese a letto nel 1965 per una gravissima ulcera.
Una parte importante de La diceria dell’untore di Bufalino deriva da una sua lunga degenza in ospedale per aver contratto la tubercolosi.

Sospensioni. Pretesti, pause obbligate da una quotidianità già sperimentata che sfociano in nuovi progetti. Imprevisti.

Gramsci non si sarebbe scelto il suo destino da carcerato; noi però abbiamo ricevuto dalla sua sospensione da dannato importantissimi scritti.

E possiamo leggere Memorie del sottosuolo di Dostoevskij o l’opera da sopravvissuto di Primo Levi. Le memorie di Goliarda Sapienza da Rebibbia.

Roberto Saviano, a causa della forzata reclusione di uomo minacciato, non può più girare libero e raccogliere materiale per la sua opera. Si è conquistato ‘una stanza tutta per sé’ dal punto di vista economico, ma questa stanza ha delle sbarre alla finestra, neppure tanto simboliche.

E’ stato costretto a trasformare il modo di scrivere, sta andando verso altre soluzioni creative.

Tornando a Satta, la delusione per la mancata accoglienza della prima opera lo fece dedicare in toto agli studi giuridici; il suo grande talento fu deviato e fatto confluire in contenuti tecnici.

Tradiva la vocazione da scrittore, dicono i suoi amici giuristi, tornendo stilisticamente in modo eccessivo i periodi della prosa dei suoi saggi.

Dovette il suo secondo libro, De profundis, a un’altra sospensione da tempo e spazio, quando si rifugiò in campagna con la moglie durante la seconda guerra mondiale.

Scriverà il suo capolavoro vent’anni dopo – un libro ogni vent’anni – quando si trovò sul bordo della morte, tradito dalla sua epoca, disperato a causa della dissoluzione anche fisica del mondo familiare e della Sardegna che aveva conosciuto.
Una forma di grave depressione lo trasformò di nuovo in scrittore, il trovarsi in prossimità di malattia e morte lo liberò dalle responsabilità del mandato professionale.

Pasolini disse, mancando per l’unica volta di attitudine profetica, che l’idea di invecchiare lo rendeva più gaio, perché avrebbe smarrito il peso degli investimenti sul futuro, avrebbe potuto vivere davvero in odor di leggerezza, come gli uccelli del cielo e i gigli dei campi.

Invece, il suo ultimo gesto poetico fu di pesantezza esemplare, Salò o le 120 giornate di Sodoma, una straordinaria, insopportabile istantanea del potere del Palazzo e di tutti i Poteri.

C’è un altro aspetto della commistione fra lavoro e scrittura. Lo stile di Salvatore Satta non fu inquinato dal dedicarsi per la maggior parte della vita a scrivere saggi giuridici. In un certo senso, Satta fu quasi schizoide.
Accanto a una selva di volumi scritti per la giurisprudenza, spuntano quei pochi fiori selvatici letterari nella loro netta brillantezza e autonomia di linguaggio.

Non è così, di solito. Chi pratica la carriera accademica, i professori universitari per esempio, difficilmente mantengono, se l’hanno mai posseduta prima, la capacità di scrivere letteratura.

La stessa cosa, in modo diverso, accade per i giornalisti. Mantengono giocoforza un legame con lo stile, con la prosa del loro lavoro che pregiudica, a volte, i loro esiti letterari.

La Fallaci ha scritto alcuni libri di buona qualità, ma è soltanto in Un uomo che realizza tutta la capacità di romanziera.

Molti scrittori non scrivono abbastanza perché lavorano. Oppure non credono abbastanza nel loro lavoro e si caricano di impegni smarrendo il senso di una vera e propria missione.

In un racconto di Albert Camus si narra di uno scrittore che cede sempre più spazio della casa in cui vive alla famiglia, fino a morirne.

Si può leggere questa storia sostituendo al ruolo della famiglia quello di una convivenza fra lo scrittore e un lavoro alienante, faticoso, demoralizzante.

Stephen King non ha scelto questa strada. Sposò molto giovane la sua Tabitha Jane-Frances, una scrittrice di cui poco sappiamo, forse dotata di poco talento, schiacciata dal suo augusto marito. Tabitha non ha limitato la carriera del marito, l’ha sostenuta sin dall’inizio, quando Stephen collezionava lettere di rifiuto dagli editori.

Stephen, al suo esordio, svolgeva molti lavori fra i meno riconosciuti socialmente, viveva con la famiglia in una roulotte; dopo la pubblicazione di Carrie il suo nome prese quota fino a portargli, oltre la fama, una ricchezza immensa. La sua giornata da scrittore è simile alla giornata di un bottegaio, si siede al tavolo molte ore al giorno con ritmo impiegatizio.

Il suo percorso è esemplare, la sua vita è romanzesca.
Il sogno americano non partorisce solo mostri.

Scrivere perchè la guerra, o la malattia hanno perforato la fila dei giorni e l’elaborazione di un vissuto supera la portata della propria sensibilità. Scrivere per testimoniarne. Scrivere nonostante il lavoro occupi la giornata freneticamente, nei ritagli di tempo.

Svegliarsi all’alba, leggere alla fermata dell’autobus, durante le pause pranzo; scrivere perchè si è ispirati da quel lavoro a malapena sopportato per sostenersi economicamente, scrivere di quel lavoro scelto perchè (invece) ci appassiona, descrivere i personaggi incontrati sullo scenario quotidiano del proprio ufficio, del negozio, della biblioteca, dell’autostrada percorsa ogni giorno per lavoro.

Commistioni e congiunzioni fra gli scrittori e il mondo, ricerca dell’isolamento dopo un’esperienza, o a causa di un’esperienza vissuta che impone d’essere scritta.

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