La lettera

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Una sera, seduta fra la gente (“come a un cinema d’essai”) hai desiderato di scrivere la lettera.

Le frasi giravano dietro le pupille educate, rispettose, “occorre fingere solo per lavoro”.

Quando il computer è distante, i fogli di carta inaccessibili, le parole si levano sempre più indignate: fino all’ostilità.

Acquistano voce –  in questo caso avevano una voce da donna.

Una voce sensualissima.

Tra l’altro, proliferavano dietro lo scheletro di frasi le argomentazioni, nessi logici di diamante.

La lettera ti continuò a stare dietro la schiena come un’ombra, a cena.

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Sorridevi a lei, non a quelle quattro persone riunite lì –  carte da gioco scompagnate.

Era nei fiori rossi maltrattati. Dentro i vetri rotti di bicchieri e portacenere che caddero come per avvisarti di qualcosa.

O di qualcuno che sta ridendo in un luogo distante – di colpo resta zitto se decifri la sua presenza.

Non essere sempre troppo astuta: fa la parte di Ofelia e dormi, sull’acqua.

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Ti chiedi mentre conversi di qualcosa, se il giorno seguente la lettera ti avrà aspettato.

Quando accade così, quella dispettosa si dilegua dopo avere lanciato uno sguardo di serpe.

Uno sguardo giallo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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All’università di Lecce. Amori lontani

 

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Gli animali selvatici si fanno molte tane, muovono i fianchi nella corsa, si perdono per labirinti rossi come braci per tornare quando è il momento in vie che non vede nessuno oltre a loro. Chi non conosce l’erraticità la disprezza, lo so. La teme.

Me ne infischio, diceva Rhett. Forse.  Oppure si piange qualche ora sulle macerie per preparare la forza sufficiente per una seguente, sana alzata di spalle.

Se penso all’università dei primi anni, viene Roberto come un fauno, il fiasco di vino e la chitarra un po’ flamenca un po’ pizzicara. Era innamorato a quei tempi di un soprano bellissimo. In camera sua le rovine del tempio del Partenone, spezzava lo spazio con colonne di libri e di giornali.

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Le bottiglie di vino allineate sul tavolo durante le feste in casa con il pane rustuto e la rucola. La carne alla brace. Oppure da lu Franciscu, settemila lire un pasto completo buonissimo, le orecchiette nere nere fatte dalla vecchietta che abitava davanti all’osteria.

Carlo de Carlo categorizzava, mistico della filosofia, muovendo le mani adeguatamente, per pesare il pensiero.

I più carini stavano a filosofia.

Il più bello della città, forse del pianeta –ne ero quasi sicura- era Marco Minerva, quando ancora prometteva bene, non si era smarrito in Lombardia. Mi spiegò come erano tramontati tutti i paradigmi.

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All’uscita del cinema d’essai discussioni per ore e ore su un film come se fosse indispensabile, a casa di Giuseppe Giuranna, la cui barba eloquente e rossa stigmatizzava le sue  passioni: vino donne e politica. Non so mai – quando le vivo – che mi sto facendo le ossa su esperienze proficue.

Al ciak della nostalgia, è troppo tardi.

Incontrai Antonella a lezione di semiotica, quel professore – barba bianca e sensibilità- ora non esiste più.

Notai subito le sue risposte molto più argute della media e l’aria fra il leggero strafottente e la fata graziosa, che le è rimasta. A casa sua il pane sapeva di pane, lo faceva sua madre, i pomodori erano raccolti dall’orto. Cittadina, non avevo mai sentito il sapore profondo del cibo. Fu sorella maggiore e maestra, mi fece masticare Jung per prima e, come le ricordo spesso, mi insegnò a conservare in un angolo il mio persecutore esistenziale, a non farmi fermare da lui.

A dargli un nome.

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Cosimo. dialoghi come il gioco del ping pong. Anarchico, brillante: una fiamma. Quando si innamorò  perdutamente di Clementina, non me lo scordo. I cancelli della villa di suo zio, certe misteriose carte dei tarocchi, caffè letterari di un sud che studia, rumina, chino sui libri sconfinando il pensiero, rimandando ad oltranza il domani, fiutando l’essenza delle cose.

Alcune annotazioni su “Un padre, una figlia”di Cristian Mungiu

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“Un padre, una figlia”, è l’ultimo lavoro cinematografico di Cristian Mungiu. L’architettura del film di Mungiu è un capolavoro. La sua regia è sommessa, delicata, in apparenza – a un prima superficiale visione – analitica, incapace di essere e di fare sintesi. Lunghi dialoghi pacati, lunghe azioni; il regista non ha nessuna fretta di fare scorrere la storia, raccontando fin nei dettagli la quotidianità in primis di una famiglia, quella del protagonista assoluto del film, il medico Romeo Aldea, che veste i panni dell’eroe (e di antieroe, ma in questo film è saggio evitare i giudizi tranchant) della storia.

Una ventennale vita familiare sostenuta da abitudini, sentimenti e anche ipocrisie e gesti di facciata, ma comunque solida e stabile, comincia ad essere afflitta da una lenta e inarrestabile instabilità.

E’ stato raggiunto, da qualche parte, il famoso punto di rottura; preannunciato anche simbolicamente dall’arrivo dal “mondo di fuori” di un sasso che spacca la finestra dell’appartamento dove abita la famiglia. Nessuno scoprirà chi sia l’autore di questo e di altri gesti vandalici. Ci viene in mente “Niente da nascondere (Caché), di Michael Haneke” e le videocassette ricevute in forma anonima da un Auteuil straordinario (in modo bizzarro, durante il film, ho pensato che oltre allo straordinario attore Adrian Titieni anche Auteuil avrebbe potuto interpretare questo ruolo di padre, marito, amante, medico, con il suo viso contraddittorio, adatto a tutte le sfumature della perplessità, del disappunto, della difficoltà a comunicare nelle relazioni interpersonali).

Mi piace il modo che ha quest’opera di trascrivere e portare sulla pellicola il non detto della trama, che non viene trattato se non per brevi accenni, come la storia di Romeo e di Magda, la moglie; di quando, nel 91, hanno deciso di tornare dall’Europa tentando, in un momento storico cruciale per la Romania e per l’Europa dell’Est in generale, di cambiare le cose e dare il loro contributo attivo al paese dopo la caduta del regime comunista.

Brecce di senso si aprono dappertutto e arrivano allo spettatore subito e anche molto dopo avere visto il film. Immagini apparentemente ordinarie sono usate come forti simboli: ad esempio, l’inquadratura della telecamera su scaffali con libri ammassati e impolverati. I libri hanno l’aria di essere una sorta di residuato bellico; sembrano oggetti antiquati; avevano avuto, un tempo, la pretesa di esprimere una cultura in grado di modificare il corso della storia. Invece, la loro funzione si è rivelata inadeguata e quasi obsoleta rispetto al cammino veloce di una società che si disgrega.

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All’immagine della biblioteca si collega il profondo senso di fallimento di Magda che, alla fine, dice, è riuscita a “essere solo una bibliotecaria”. La classe intellettuale avrebbe voluto cambiare il mondo; non c’è riuscita; ma ecco che Romeo, il medico piccolo- borghese, investe delle sue ultime speranze e di un’aspettativa estrema il destino di sua figlia Eliza, che vorrebbe fare emancipare al posto suo e della moglie, e fare arrivare in Europa, vista come posto mitico, in cui studiare in una scuola prestigiosa  è ancora per le nuove generazioni un mezzo d’elevazione sociale e dell’identità, oltre che fonte di benessere economico.

L’esistenza di Romeo, durante il film, subisce una lenta disgregazione, una metamorfosi angosciante. Un passo dopo l’altro, la sua identità e la sua immagine di uomo ineccepibile vengono messe in discussione, in fondo, soprattutto dalle sue stesse ombre, in risalto su un contesto sociale difficile come quello della Romania di oggi. Microstoria e macrostoria nel film si rovesciano la prima dentro la seconda continuamente.

Mentre nella parte iniziale della narrazione è evidente come il protagonista sia abituato a tenere tutto il suo piccolo mondo sotto un ferreo controllo fatto di volontà e di dedizione alle sue cause personali, alla fine molti segni dimostrano la vanità di questo suo sogno di realizzazione del proprio intento a tutti i costi. La realtà e gli altri attori della scena interagiscono con lui, che lo voglia o meno.

Nella prima parte del film l’occhio la mdp, dall’interno dell’auto, guarda spesso il parabrezza dell’auto di Romeo che la guida per la città; come se l’auto fosse un’altra corazza protettiva che l’uomo sia riuscito a garantire a se stesso e alla sua famiglia fino a quel momento; evitando di parlare alla moglie di quanto il loro matrimonio non esista più; evitando di parlare in modo chiaro all’amante di quanto non voglia impegnarsi in quella relazione secondaria rispetto la prima famiglia, e così via.  Il parabrezza, come la finestra di casa, verrà spaccato da un sasso, e l’uomo, verso la fine del film vagherà a piedi, sempre più inquieto, perdendosi nella periferia della città, inseguendo pensieri di rivalsa verso l’aggressore della figlia che sembra divenire l’uomo nero nascosto nelle maglie dell’inconscio, una figura da incubo, che a tratti perde di consistenza e, come accade per gli altri aspetti del film, diventa anche qualcosa di vasto: l’elemento di delinquenza diffusa in una Romania un po’ allo sbando.

Comunque, come il padre nella famiglia di “Teorema” di Pier Paolo Pasolini, l’armatura sociale e psicologica di Romeo viene messa in discussione. La figura di Romeo ricorda anche il viaggio infernale del protagonista, padre anch’esso della sua Lucy, nel romanzo “Vergogna”, di  Coetzee. Anche in “Un padre, una figlia” il protagonista compie un viaggio esistenziale profondo e doloroso, allontanandosi dalla strada battuta; non in modo così netto come accade nel film di Pasolini o nel romanzo di Coetzee; in modo più lieve, come se tutto accadesse in sordina.

Molti altri elementi della scrittura sono sfumati e rompono il dipanarsi colloquiale e placido delle cose che accadono a Romeo e agli altri protagonisti. Il figlio di Sandra, l’amante di Romeo, balza nella scena per due volte indossando sul viso una maschera che lo fa assomigliare a una straniante e stridente figura mitologica; la sua presenza passa nel film come un monito.

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Porta la maschera come tutte le cose o le persone inconoscibili e deformate dallo sguardo (dalla mancanza di sguardo) di chi non sa e non vuole coglierle, esprime il rifiuto di Romeo a impegnarsi nella relazione con sua madre; la mal disposizione dell’uomo ad accogliere un figlio che non sia quello della prima famiglia che ha costruito. Infatti, solo quando la verità della relazione extraconiugale emerge, e quando Sandra decide di abortire il figlio di Romeo, il ragazzino compare senza maschera, come se ciò seguisse  l’accettazione del protagonista a prendersi il carico di nuove responsabilità e di nuovi legami; forse – ma resta una supposizione da parte nostra –  per una sorta di scambio non pattuito verbalmente con il sacrificio della nuova maternità frustrata di Sandra.

Questa è la qualità notevolissima del film: lasciare molti discorsi aperti. Ci chiederemo, e non avremo risposta, se il ragazzo di Eliza ha davvero visto l’aggressione e non si è fermato. Ci chiederemo se Sandra abbia davvero abortito.  Come sia accaduto che Eliza abbia trovato il padre a casa di Sandra quando ne ha avuto bisogno. Addirittura, non sapremo se l’esame, Eliza l’avrà davvero superato.

Ma i dettagli che per il regista contano sono svelati; come la decisione che prende la figlia, con consapevolezza, rispetto il modo di compilare i test dell’esame di stato.

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