Il mio bagaglio ideale

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Preparo la valigia: sto per partire per il viaggio più importante della mia esistenza.
Si presenta bene: è di cuoio lucido e un po’ logoro – come la mia vita, del resto.

Vi infilo dentro una polaroid scattata nei giorni dell’abbandono.
Nella foto rivedo lo sguardo che aveva mio padre un pomeriggio di vent’anni fa, prima di morire. Aggiungo una busta bianca che contiene il suo addio.

Dal cassettone di ciliegio prendo una sciarpa di lana rossa: è quella che smarrì la mia anima gemella la sera in cui mi rivelò che lo spaventava un amore così grande.
La sua paura era immensa, pari soltanto a quella che provavo io per una storia assoluta, mortale.

Nell’armadio trovo una bambola di pezza; è un dono di mia nipote, che l’ha cucita a sette anni con le piccole dita, perché non rimanessi mai senza compagnia.
La poso delicatamente nella valigia.

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Metto per ultimi, nel bagaglio, un paio di scarpe, e un libro.
Le scarpe, le ho comprate al mercato delle pulci di Saint- Ouen di Parigi il giorno in cui ho scritto la mia prima poesia.
Il libro è un romanzo perfetto, opera del mio scrittore preferito – se non l’avessi letto non sarei quella che sono.

Al di là della strada, col motore acceso, mi aspetta un taxi bianco e lucente.
Mentre sollevo la valigia sento che è pesante come un masso che rotola da una montagna. Trascino a fatica il bagaglio fino agli argini del fiume che scorre davanti la mia casa, e scaravento il contenuto della valigia di sotto.

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Scompaiono in un lampo gli oggetti nel vortice cieco dell’acqua. Sorrido all’autista, lui mi sorride; affido la valigia nelle sue mani.

Adesso sì, vorrei partire; infine, posso prendere il volo.

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Jung, anima e animus, segreti

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Jung ha già scritto e pensato quasi tutto.

I suoi epigoni non sono stati e non sono alla sua altezza, e brancolano nel buio illuminato da scintille, il mare notturno degli spunti folgoranti che dette Carl Gustav senza riuscire a raggiungere (come accade in certi incubi, del resto) quell’uomo robusto, magnetico, che studiò i simboli delle discipline praticate dai suoi pazienti per pescare a fondo nella lingua dei loro sogni, o che entrò in intimità con loro fino a innamorarsene senza temere la bufera del transfert e del controtransfert, cercando al contrario l’empatia, la frequentazione personale per guarirli.

E li guariva! La conciliazione degli opposti, era questa la nave su cui Jung ha viaggiato perennemente, non senza difficoltà – i dubbi e le forti emozioni che provò lo scuotevano spesso, come il vento scuote una grande e possente quercia.

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Lui fu proprio una quercia, le radici sprofondate nel mito degli antenati e degli eroi, le braccia e le dita allungate fino a mescolarsi all’universo.

Era luce e si mischiò alla luce, alla fine.

Anima e animus. Sembrano oggi concetti banali, schematici. Se l’uomo non riconosce la figura femminile dentro sè, la fanciulla dai lunghi capelli e dalla veste bianca che vaga sola e bellissima nelle prigioni dell’inconscio, deve integrarla con una donna che ha caratteristiche fisiche e psicologiche somiglianti. Se questo accade non consapevolmente, che tipo di relazione avrà con questa donna, che nella realtà non esiste? Così accade alla donna, se non riconosce la presenza maschile in sè e nel sè.

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Sonia, l’altro giorno, mi chiedeva perchè certi scrittori, a volte, scrivono romanzi le cui le figure femminili non suonano credibili; sono piatte, poco definite.

Quell’uomo che scrive non ha lavorato abbastanza sulla sua anima.

Lui – a volte senza saperlo, ci sta raccontando il suo segreto, e descrivendo la sua anima interna, nascosta, che non gli permette di entrare in contatto profondamente con un femminile esterno, diverso e “altro” da sè.

 

La casa nella bocca

0000000000000000000000000000faUna bambina ha paura di dormire dentro le lenzuola di una casa che la ospita di tanto in tanto, avverte con la sensibilità ereditata dalla sua famiglia un dolore vecchio che non si smacchia più via dalle pareti.

Scaccia fumo nel sonno, si attorciglia su se stessa, piange di nascosto.

Mamma, non farmi andare più là, per favore.

Sulla tavola della stanza da pranzo ogni volta Lia per trovare spazio per mangiare scaccia via, ma di pochi centimetri soltanto, i libri e fogli ammonticchiati. Un altro tipo di cibo, si sa.

Il cosmo si specchia in un albero. L’albero è un uomo.

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Un uomo è la casa dove si nasconde. La sua casa è nella bocca, nel fegato, nei polmoni.

Lui abitò in quella casa con quattro persone per trent’anni ma si sentì sempre completamente solo.

Dopo la sua morte per le figlie restò nei ricordi il fantasma che era già prima.

Non ebbe neppure dentro le stanze con la carta da parati marrone un armadietto con i suoi effetti personali; solo un cassetto del bagno dove teneva il rasoio e la coramella.

Per la ragazza la casa è un trampolino di lancio, è un’amica al suo stesso livello di cuore e di cervello; le scompiglia i capelli se la trova buffa e le recita incoraggiamenti.

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Dentro la sua casa il piccolo poeta imparava l’amore per sua madre, che riconosce meglio se lo chiama rancore. Ora abita altrove ma la sua nuova casa poggia sulle fondamenta di quella di prima.

Io conosco un ragazzo che si porta la sua casa addosso, come uno zaino.

Qualcuno riuscì ad esplorare le stanze della sua dimora guardandolo fisso negli occhi.

Maeve Brennan, “La visitatrice”, un romanzo breve postumo

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La visitatrice, romanzo breve di Maeve Brennan, è stato trovato nelle sue carte quattro anni dopo la sua morte.

La scrittrice è nata nel 1917 e si è spenta nel 1993. Il libro è stato pubblicato nel 2000.

Quest’opera, sappiamo con certezza, era stata accantonata dalla sua autrice intorno al 1940.

Qualsiasi lettore che venga a sapere di un ritrovamento di un dattiloscritto postumo non può evitare di provare un brivido lungo la schiena, consapevole del fatto che l’opera ha corso il rischio di venire cestinata o seppellita in un archivio senza venire mai alla luce.

Maeve Brennan era una bellissima donna molto elegante, irlandese di nascita e newyorchese d’adozione. Figlia di un ribelle, un militante irlandese che era in prigione quando lei era nata, Maeve si afferma presto in America come giornalista.

Scrive per “Harper’s Bazar” prima; e dal 1949 per il “New Yorker”.

Si interessa di moda e di libri e racconta New York nella rubrica The talk of the town; molte di quelle narrazioni si trovano nel compendio Racconti di New York pubblicato per la prima volta nel 1969; intanto Maeve nutre l’aspirazione a compiere un salto di qualità – vuole diventare una scrittrice, scrivere prosa immortale.

Splendidi sono i racconti che possiamo leggere nella raccolta Il principio dell’amore edita da Rizzoli. Meraviglioso il racconto che dà il titolo al libro. Inferni quotidiani descritti con eleganza; l’indagine sulla società borghese conformista, sui condizionamenti che impongono di sposarsi senza curarsi se il legame in questione sia davvero un’unione di anime.

Maeve è una di quelle donne che stringono al petto più volte al giorno la borsa di cuoio gravida di un dattiloscritto per non perderlo di vista, sapendo che riuscirà a correggerlo soltanto nella notte, dopo avere finito le commissioni, i pezzi che le permettono di battere cassa dal datore di lavoro.

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È una di quelle donne, inoltre, consacrata alle short stories e ai romanzi brevi.

Sa che, nei brevi margini di giornate non dedicate alla scrittura di un certo tipo (e quindi, sprecate, in un certo senso) e nel lasso breve di un fine settimana che trascorre sempre troppo rapidamente può cesellare perfettamente la materia grezza della scrittura letteraria soltanto se contenuta in un numero limitato di pagine.

Si dice che Maeve Brennan abbia ispirato Capote per la costruzione del personaggio di Holly Golightly in Colazione da Tiffany. Il dibattito tra gli appassionati di Capote è ancora aperto. Certamente, anche Maeve, come Holly, rifugge totalmente da schemi e cliché sociali convenzionali.

Nell’età della maturità Maeve comincia ad avere problemi psichici, diventa intrattabile, vive come una clochard; muore in una totale solitudine.

Noi, che amiamo i suoi racconti, ringraziamo la sorte che ha portato fino a noi, fisicamente – nelle nostre mani – La visitatrice.

Un racconto lungo; o un romanzo breve, in realtà una novella, scritta con uno stile di una leggerezza incantevole.

Come accade al personaggio della moglie di un superbo racconto gotico di Edith Wharton, Dopo, il lettore de La visitatrice si accorge in gran parte tardi, e cioè ‘dopo’ la chiusa della storia, del pullulare di sentimenti, dettagli, della corposità dei contenuti che la narratrice trascina e gli rovescia nel tascapane perché possa portarlo con sé.

Come accade con tutti i racconti ‘perfetti’ la storia continua ad agire dentro il lettore anche dopo che il filo di parole che l’ha sostenuta e cantata si è interrotto, portando le sue ragioni, sottoponendo alla sua attenzione dettagli narrativi che aveva trascurato, inducendolo a legare nastri e nastrini fra i diversi livelli dei fatti raccontati.

La negazione di una cortesia, la promessa mancata della giovane protagonista, Anastasia, nei confronti di una donna agonizzante si rivela una traccia che condurrà a constatare la sua radicata attitudine a non (saper) portare a termine concretamente quasi nulla, qualunque atto pragmatico che le serva per definire una strada sua propria, la costruzione di un progetto lavorativo o familiare.

Qualsiasi via d’uscita al di fuori della sua interiorità è ostruita, amputata dalla straripante avidità di appartenere profondamente alla famiglia di origine; da un continuo, ossessivo bisogno di essere amata, o almeno ‘accettata’ da sua nonna.

Senza mani e senza piedi, questa ragazza attraversa le stanze della grande casa di famiglia e le strade di Dublino chiusa in perimetri mai troppo ampi.

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Nelle pagine si gioca un agone infernale, un conflitto parentale, accompagnato da sofferenze represse e pochissimo comunicate. Molta importanza rivestono i luoghi descritti, e soprattutto gli oggetti presenti sulla scena:

Restarono sedute là con il loro tè.

La signorina Kilbride se ne stava in poltrona, ma non era rilassata. Osservava tutto con attenzione: a un tratto uno scoppiettio del fuoco le strappò un sorrisino.

I suoi occhi tornavano sempre al viso di Anastasia. Anastasia era consapevole di quello sguardo indagatore, e anche la nonna, che a un certo punto non lo trovò più divertente, e ne fu imbarazzata e irritata. Si capiva dal modo brusco con cui maneggiava le tazze.

La innervosiva l’improvvisa vita che si animava nella stanza e vedeva curiosità e supposizioni dove per tanto tempo c’erano stati solo un’immutabile malinconia e prolungati ricordi. Eppure si compiaceva di essere esclusa dai timidi tentativi di conversazione tra Anastasia e la signorina Kilbride.

Loro si sentivano sole e insoddisfatte, lei era sola e soddisfatta e chiusa.

La nonna di Anastasia è rimasta bloccata nel limbo di un sentimento d’amore esclusivo ed ossessivo per il figlio scomparso.
Nessuno degli attori della storia vive nel presente davvero; solo in apparenza si abitano case e stanze ordinate da una routine impeccabile, nella realtà i personaggi sono tutti altrove.

Smettono di prosperare, sovrastati da ombre nere di pulsioni, di leve che vengono dal passato, che frustano ogni possibile joie de vivre.

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La visitatrice non passerà di moda, così si compone la scrittura quando è campione, quando è fortunata, quando modifica l’esistente e qualsiasi materia su cui impatta; per prima cosa la cera friabile dell’anima del lettore che alla storia raccontata si affida senza difese e riserve.

 

Ritratto della bambina che non cresce mai

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Scostai la coperta dalla sua fronte. Dormiva come se le ossa che vibravano tesissime durante il giorno si fossero piegate e accostate fra di loro, ristrette, posate come un mazzo di carte accantonato.  Anche le mascelle, la fronte troppo densa, la pelle, fra atomo e atomo, stancata, si chinava sotto i capelli.

Tutto il giorno per lei era una prova, un ‘escursione faticosa per trovare l’uscita.

Non era il modo giusto, pensai, parlarle con forza inserendo altri collegamenti nella sua mente esplosiva, persa in fantasie di piombo. Così l’avrei spinta verso questo raffinato tipo di distruzione.

Avrei bloccato il processo che ci avrebbe, poi, allontanato, trasformandoci parallelamente, per l’altra, in liquidi e gas nocivi, da fuggire per conservarsi.

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Eliana sembra fatta di sola colonna vertebrale, molto lunga in proporzione alle sue membra. Una treccia nera, contratta, sulle spalle, respinge i capelli dal viso rettangolare, non troppo magro ma compatto.

In lei tutto ha un contorno leggero, rarefatto, un corpo che si sfianca con le sue poche linee, si sforza, lotta per imporsi sulla psiche padrona, tirannica.

Le mani agitate, le gambe costrette alla normalità, i fianchi costretti a non espandersi mediterraneamente verso le dimensioni naturali.

E gli occhi, gli stessi della bambina che ricordo, lo scuro disco convesso, più nero al centro, sotto le piccole rughe della pelle distesa sulle ossicine smagrite. Occhi  truccati per aumentarsi di volume ancora di più, uova dischiuse, le uniche parti del corpo aperte, occhi-piccole-mani-aperte.

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Alla fine, all’opposto della testa sofferente, i piedi la smentiscono, agguerriti, indisponenti, svelano le sue troncate ascendenze dalla terra, piedi non da bambola, non da celestiale donnina disincarnata come lei vuole celebrarsi.

Eliana donna dai tratti sottili, disegnata su svaporata carta velina, truccata senza sbavature come su un cartamodello fragile, ma dai piedi ben poggiati sulla terra.