Tre donne raccontano la loro storia

fiore31

Guardo la donna più anziana di noi tre, sedute alla tavola apparecchiata, la sera della candelora: è quella che ha il fuoco sulla fronte. Ha d’abitudine lo sguardo spostato verso l’alto, cammina come se aprisse sempre le braccia. E’ ancora bella.

Ci confida che alla fine degli anni settanta prese dei barbiturici.
Finito il matrimonio, non aveva la percezione di se stessa, credeva di svanire insieme all’idea di perfezione che l’aveva abitata fin da bambina. Lei non c’era, allora: credeva solo alle azioni quotidiane che l’avevano spinta ad alzarsi dal letto ogni mattina: mettere a tavola la zuppiera di porcellana, indossare la vestaglia elegante, truccarsi, acconciarsi come una modella parigina. Aspettare il marito che tornava ogni sera con l’odore di un’altra sulla guancia. Accudire le due figlie come se fossero bambole di carne.

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La sua sostanza era migrata nel corpo di quell’uomo autorevole e bello, e senza quel paravento scoprì di non esistere.

Ma nessuna fortuna fu più grande per lei dell’accostarsi alla propria morte.
Quando si risvegliò, in ospedale, era una donna nuova. Si guardò le mani: le erano spuntati artigli da ghepardo. Dentro la cassa toracica batteva un cuore morbido come il velluto, adorno di diamanti. Lei non lo sapeva, ma si stava preparando a un grande amore, un uomo che la stava aspettando.

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Dopo qualche mese, imparò a mantenersi con i suoi mezzi. È stata molto amata, e il succo amaro si trasformò nel calice degli dei.
Ci sorride, felice.

L’altra donna, seduta al suo fianco, comincia a raccontare la sua storia.

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3 thoughts on “Tre donne raccontano la loro storia

  1. questa prima storia è esemplare, la risalita e la rinascita appena toccato il fondo.
    non sono certo che ci farai “ascoltare” anche le altre due storie, voglio dire mi sembra anche così un bel modo, hai alzato una tenda, ci hai mostrato un interno, ci hai fatto sentire una voce, ora riabbassi la tenda a restituire intimità alle tre donne.
    ml

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  2. Credo tu abbia toccato un punto “speciale” e assai poco descritto nella vita di molte donne: il cedere ad un uomo la propria esistenza, intesa come totalità di corpo e pensiero; intendo quell’atteggiamento che porta a considerare il proprio uomo come un altro figlio (oltre che proprietario del proprio destino) , cui dedicare l’intera dimensione esistenziale.
    Sono donne che non si pongono perché, piuttosto preferiscono istintivamente, a volte addirittura scelgono, di coprire eventuali domande sotto ad una montagna di tristezze e malumori (inevitabili).
    Ad alcune capita di svegliarsi ad un certo punto, magari sotto lo schock di una malattia/ trauma, come nella storia da te raccontata.
    Ad alcune tra queste capita di capire e far tesoro di un’esperienza che, pur nascendo sotto il segno negativo , (talvolta vicina persino alla morte), riesce a produrre una nuova, autentica esistenza.
    Del resto, le esperienze difficili, come la malattia, a questo servono, a darci il senso vero delle cose, a ristabilire le priorità…
    E ora, chiuso il discorsone, mi permetto di dirti che ho particolarmente ammirato nella tua scrittura l’essenzialità, tutt’altro che priva di intensità emotiva. Veramente rara.

    p.s.: non volevo fare un comizio, te lo assicuro, e non ho parlato dall’alto di una cattedra teorica, ma sulla base di un’esperienza diretta.

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