La casa mi abbraccia

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A fine settimana finisce la corsa, la casa mi abbraccia, la pila d’energia, un prolungamento delle antenne.
Mi restituisce la voce, la morbidezza, la riflessione. Guarisco.
Il silenzio della casa è una paratia, un prato che resta per sempre cresciuto a metà, senza erbacce.

Il ponte di comando del letto ha molti tasti: telecomando, computer, portatile, cellulare.
I comodini sono le ali del battello volante. Dietro i cuscini da re c’è il grande telo con l’albero blu, per ricordarmi di non fermare le gemme.
I libri sono spartiti dai pettini degli scaffali.

Bruno Dayan

Il televisore fu comprato per guardare in grande le immagini di Doctor Who; dopo che Moffat sbagliò l’ottava stagione lo uso per il resto del mondo da vedere: è la botola della soffitta magica, l’oblò della barchetta per i viaggi in solitaria.

Ogni giorno si frammenta in migliaia e milioni di momenti così grandi da poterci entrare dentro, fermare il tempo e arredare uno spazio colorato che si trasforma.
La borsa capiente di Mary Poppins è un pretesto per inventare qualsiasi oggetto o canzone che si voglia.

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Cosa si paga in cambio di tanta fortuna? Il dolore di dovere rompere i fili magici intessuti con gli umani incontrati.
Lo insegna il telaio di legno: ogni tanto la donna spezzava il filo tenendolo fra i denti.
Il filo prima o poi finisce.
Poi, resta il tappeto. Della storia, il ricordo.

 

 

 

 

 

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Noi chi siamo?

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Noi siamo con chi usciamo, con chi stiamo, con chi scriviamo. Con chi lottiamo.
La sostanza delle mani, della bocca, la nostra ironia è fatta dalla nervatura delle relazioni, dall’oro liquido dello sguardo di un altro.
Topografia dell’identità: tutti i cartelli girati al contrario.
La mia pelle è fatta dalla somma delle voci degli amici, anche da chi non mi dimenticò, ma mise da parte la regina di picche per giocare con carte dai semi più bassi.

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I capelli sono la corda che mi lega a mia madre.
La mia andatura è mio padre, il mio seno è legato al torace accorto di Alex che levò la lamiera, la mia fronte, se non si corruga, a Pier.
Il mio vestito, se è bianco è annodato con quello di Rossella.
Rossella ha dei fiori secchi di lavanda nel cassetto che mi richiamano, all’ordine delle idee temperate, disarmate.
L’angoliera del cuore è spolverata da Alice, e Francesco vi posa le penne e le matite, cambiando l’ordine degli oggetti ogni giorno.

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Nella foresta del corpo abita una radura oscura, il Maine del dimenticatoio, della tenda degli indiani assalita, forata, i suoni diabolici di creature a caccia di luce.
Fra pancia e gambe, c’è un mobile pieno di libri.
Nei gomiti, la stanza dei coltelli.

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Nei piedi ci sono i miei nonni.
Nei polsi il legame di miele e di pistacchio con un ragazzo.