Siamo tutti nascosti. Cercasi tribù

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Siamo tutti nascosti. Siamo tutti dispersi. In quest’epoca alessandrina – Blade runner aveva un’ambientazione ottimista che premeva la vita – ci tocca diventare per forza dei cercatori d’oro, e occupare sulla scacchiera data la postazione fatale dei Ritrovati.

Stiamo imprigionati senza far rumore, senza risse, dietro un reticolato di maglie d’acciaio, che si apre soltanto dietro il comando di una parola amabile.

Oppure grazie a una frase bizzarra, inconsueta, inaspettata, gettata su un tavolo verde privo di qualunque aspettativa, aperto come un vaso sotto il cielo che promette pioggia.

Ma non è sicuro che la pioggia verrà.

Rosso-Istanbul

Lui si protende, lasciandosi sfiorare dal vento, da una pianura leggermente increspata.

A volte si incontra qualcuno che nelle sue mani protegge una storia che se fosse raccontata nel giusto momento e sotto la luce più adatta, la penombra azzurra del tardo pomeriggio, ad esempio, o durante una notte, quando per il caldo non si riesce a dormire, potrebbe incidersi sulla tua pelle aperta, e marchiarla a fuoco.

Un’increspatura delle guance. Uno sguardo abituato a nascondersi, a disperdersi, la bocca che si apre dietro una parola d’ordine e sei tu, siete voi, dritti sull’asfalto bruciato dal sole.

Diritti e fieri, fermi dentro una posizione di speranza senza speranza, dentro a una giungla umana che ti appoggia costantemente il coltello sotto la giugulare.

Permettersi di non difendersi.

“Basta guardarsi e poi /avvicinarsi un po’”.

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Malgrado tutto, continua a fiorire

Until the End of the World 0

Lei viveva negli anfratti nascosti degli esseri, natante accorta e vigile.
Le antenne ramificate in molte direzioni, centrale radio ventiquattr’ore su ventiquattro accesa.
Accovacciata fra le storie che le creature tenevano nascoste sotto il filo d’acqua delle labbra.
Pronta a raccoglierne ogni goccia.
Clandestina, votata al sorriso anche conto ogni previsione.

Era stata una roccia graffiata da milioni di voci, osteggiata nella corsa, premuta, soffocata sotto un cuscino, presa di piatto dal braccio, distesa per terra, nascosta sotto le pagine, dimenticata nelle stanze delle fotografie, cancellata.
E sempre, ogni volta, risorta.

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Una della nuova specie, una che teneva la sua energia per le grandi imprese.
Una che versava la polverina d’oro a manciate per la strada, ma se la ritrovava sempre aumentata in tasca.

La sua diversità, la portava in punta di coltello per attraversare la folla senza spezzarsi.
Diminuendola tutti, l’avevano creata più grande.
L’avevano forgiata, era diventata una spada, un pugnale d’argento,
la freccia che volerà alto.
C’era da ringraziare, soltanto.