Il paese a cui tornare

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Se abiti in un paese
hai un paese a cui tornare

se te ne dovessi andare
fra strade sconnesse, grandi capitelli sostenuti da niente
la luce selvaggia, l’orizzonte disegnato a matita.
Passi lunghi e posati
maniche arrotolate
il cappello sulle ventitré.

Per molti anni non sapresti quanto ti manca
il paese.
Riempiresti ogni vaso di fiori, ogni scaffale di libri
giocheresti il gioco del ti conosco, e ti riconosco.

Molti bar dai tavolini lucidi, dal gestore distratto o troppo invadente
insegne a neon, sorprese che allargano i pensieri
un parrucchiere nuovo; molte nuove occasioni.

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Non potresti prevedere quella fitta al petto, un giovedì qualsiasi
quando il tuo paese si farà avanti all’improvviso
gonfio di pioggia, di premonizioni
di odori pazzi di fieno tagliato, e riposto in mucchi ordinati.

Si toglierà la giacca venendoti incontro, con gli occhi lucidi
promettendo un abbraccio, vibrando di un sorriso astrale.

Non farai in tempo a sfiorarlo, a spiegarti: sarai già altrove,
tornata al tuo paese senza scarpe né borsa
una stella cometa
un semaforo interrotto
una bevanda ghiacciata sorbita in fretta.

Tanto amore nel viso chiuso,
lo splendore di un bacio non dato
il biglietto girato con un nome annotato.

 

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La bambina che ti aspettava con le braccia
già aperte, e stringeva il tuo corpo per sempre.
Anche quello era stato un paese.

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E se lei fosse un angelo?

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Un’avventura, la sua vita. Per chi la sapesse interpretare – ma chi può farlo?
un territorio accecante di bianco, metafisico, dove agiscono gli incontri.

La terra è solo una scacchiera dove le anime possono incontrarsi, reincontrarsi; scambiarsi informazioni. Perdonarsi, amarsi.
Farsi la guerra.
Il resto è un palcoscenico, un fondale. Il resto sono trucchi da prestigiatore.

Li vedeva soprattutto prima di morire. O prima di un grande salto esistenziale.
Era stata inviata soprattutto per quello, come se non fosse una ragazza: ma un segnale.
Il suo sorriso era di stampo divino, non era soltanto pieno di calore.
Era un avvertimento.
Nel senso di “accetta il tuo destino”; o “preferisci la dignità”.

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Non sapeva mai prima che tipo di missione stava per svolgere.
Lo comprendeva sempre un attimo dopo.
A meno che le disposizioni fossero diverse, per una sopraggiunta eccezione.
Allora agiva con consapevolezza piena, e muoveva le sue carte con più forza.L’enigma della sua vita.

La bellezza della luce.
La pienezza dei sogni realizzati.
La violenza dei distacchi, il sapore amaro di troppi addii.

Gli umani le mancheranno, quando dovrà tornare da dove è venuta.

I libri divorati, gli autori incontrati

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Fino a dieci anni fa leggevo tutto quello che incontravo come se mi investisse la piena.
Provengo da un’infanzia e da un’adolescenza bulimica di libri.
Con transfert dolorosi: mi capitò a quattordici anni di rimanere impigliata ne Il nome della rosae a circa vent’anni nella trilogia La Fondazione di Asimov, da cui non riuscivo più a emergere.

Ci sono stati amori maturi, graduali, resistenti per la donne-opere Oriana Fallaci, Anais Nin, Karen Blixen; per la Zimmer Bradley; per fidanzati virtuali (loro non lo sanno, però): per Pasolini, il mio fattore; per Stephen King, per Henry James Paul Auster, Truman Capote.

Da adolescente per G. Garcia Marquez. Mi mozzò il fiato la trilogia di Pullman. Possessione della Byatt mi prese a tradimento, durante un giro innocente nella Feltrinelli di Piazza Ravegnana.

I sintomi che provo però, mentre leggevo e leggo, per fortuna, restano: tachicardia, euforia e pura, elementare, acquosa felicità, che a volte mi fa smettere di leggere e mi fa lasciare la pagina a metà per un po’, per riprendermi.

Adesso mi capita di rado di provare il forte istinto di predare l’intera opera di un nuovo autore appena incontrato.

Se questo succede, la casa cambia, e mi trasformo.
Spengo la radio o tv per leggerlo in silenzio.
Chiudo bene le tende e abbasso le serrande.
Mi metto comoda, tolgo le scarpe.
Un amore del genere è esclusivo.
Sta accadendo. Adesso.