Amore impossibile

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Si era data da fare per asportare chirurgicamente il proprio cuore.
Aveva dipinto il fondale della sua esistenza, controllato il movimento degli astri, scongiurato il diavolo.

Ogni cosa da secoli si muoveva con grazia, ordine, e bellezza:
un grande orologio meccanico sopra un campanile del milleduecento.

La bellezza dell’equilibrio, la visione chiara. Il fuoco sempre acceso, ma sotto controllo.

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Un ragazzo aveva aperto la porta, portato un vento commovente nelle stanze.
Un amore impossibile, ghiaccio sulle finestre, ceppi di legno pronti per la stufa.

Da allora una creatura invisibile abitava la tana del corpo, per sfamarsi della sua gioia.

Così è l’amore insensato, che pretende attenzione, che ruba la voce, fa tremare le mani.

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Una luna sopra un’automobile, la bellezza sublime di un viso

la tristezza lunga come un fiume che non arriverà mai al mare.

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Un’opera postuma di Maeve Brennan: La visitatrice

Una mia recensione su “La visitatrice” di Maeve Brennan su “Zona di disagio”

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La visitatrice, romanzo breve di Maeve Brennan, è stato trovato nelle sue carte, negli archivi della Notre Dame University dell’Indiana, quattro anni dopo la sua morte.
La scrittrice è nata nel 1917 e si è spenta nel 1993; in vita ha pubblicato due raccolte di racconti. La visitatrice, sappiamo con certezza, è stata accantonata dalla sua autrice durante la metà degli anni Quaranta. Qualsiasi lettore che venga a sapere di un ritrovamento di un dattiloscritto postumo non può evitare di provare un brivido lungo la schiena, consapevole del fatto che l’opera ha corso il rischio di venire cestinata o seppellita in un archivio senza venire mai alla luce.

Maeve Brennan era una bellissima donna, molto elegante, irlandese di nascita e newyorchese d’adozione. Figlia di un ribelle, un militante irlandese che è in prigione quando lei è nata, approda con la famiglia in America quando il padre diventa il…

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Io avveleno i miei giorni

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Cara Clò, mi sono esaminata, condannata
ho emesso da sola la sentenza:
in fondo, non me ne volere così tanto
solo perché ho cercato compagnia.

Cercavo una mezza tavola da attaccare alla mia mezza tavola
per mangiare e bere acqua di mare
per contaminare i giorni
intossicare le stagioni

Perché vuoi aiutarmi, mela, raggio
perché mi tendi la mano?

Parli con eloquenza, ma di cose che non mi appartengono;
m’importa soltanto di un refrain che conosco.

Io non so che ci sarà la morte
non mi figuro che cadrò come un sasso;
e al mio funerale tutti diranno
in fondo, se la passava bene.

Ma non sapranno, loro, che avevo sprecato ogni giorno
a impastare di rancore l’appartamento
mio marito ed io siamo perennemente investiti
da una pioggia rancida di insoddisfazione.

Un’ora prima di chiudere gli occhi
me ne renderò conto, e sarà terribile.
Una specie di orrore mi paralizzerà le braccia e la bocca
prima della fine.

Vorrò tornare indietro, ma nessuno avrà il potere
di pagarmi un altro biglietto, per un’altra corsa.

Ecco il mio destino. Non ho altro da aggiungere.
Fattene una ragione, e viviti pure, se la ritieni soddisfacente
la tua stolta, incomprensibile, gioia di vivere.

A San Masseo con Padre Paul, Francesca e Sandra. I nostri vent’anni ad Assisi

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Mio padre era già morto, e transitavo dal misticismo cattolico dell’infanzia alla convinzione di essere atea. Sorrido.
Il principio degli anni novanta e due eretiche come me, incontrate all’Università di Lecce, Lettere e Filosofia. Francesca e Sandra. Francesca, una potenziale scrittrice, donna di teatro, selvatica e intensa “cercatrice”. Sandra era la filosofa, perché portata all’astrazione; magica: percettiva, sensibile. Ci raccontavamo i nostri sogni, afferravamo a manciate la poesia ogni giorno, insieme.

L’ateneo era terreno fecondo per incontri di questo genere, fucina di personalità pure, intelligenti, che pensavano, e pensano oggi come allora, fuori dagli schemi.

Un giorno, sulle scale dell’Ex GIL una ragazza, la leader dei CIELLE, mi prospettò una settimana ad Assisi…abilmente, tracciò il disegno affascinante di un monastero immerso nel verde.

depositphotos_89597518-stock-photo-beautiful-view-of-rolling-hillsConvinsi le mie amiche a partire, sembrava una situazione adatta al nostro temperamento; e costava poco.
Già in treno ci guardavamo perplesse e vagamente spaventate dalle canti di chiesa cantati schitarrando ad alta voce dal gruppo negli scompartimenti vintage.

Poi, inorridimmo, arrivando a Santa Maria degli Angeli, perché la nostra destinazione in realtà era una specie di carcere “motivazionale” dove avremmo dovuto seguire una specie di redenzione obbligatoria. Altrimenti, saremmo bruciate all’inferno.

Ci consultammo, disperate, dopo aver avuto un crollo emotivo. Ricordo Francesca accasciata su una panchina.
– “Dopo la gita collettiva ad Assisi di domattina, fuggiremo” – decidemmo come i tre moschettieri di Francia prima di un attacco al nemico, le tre mani una sopra l’altra.

La mattina, quindi, seguimmo svogliate il corteo dei giovani ipercredenti fino ad Assisi. Poi, non ricordo come accadde, io mi trovai da sola, come in un sogno, accanto a una suorina a cui parlai delle mie ellissi esistenziali.

Intanto un monaco francescano magro e affascinante, Padre Paul, stava finendo di parlare alla folla composta dai miei compagni di viaggio, e lei me lo presentò.

Lui ed io scendemmo giù da una collina estiva con un sole gigante che le stava correndo dietro. Lui era americano, un passato da alcolista, da uomo di teatro. Poi, la conversione. Vieni a San Masseo, disse, è il posto per te.

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Andai a prendere le mie due amiche, avvertimmo i secondini, e la mattina dopo ci trasferimmo in un posto dove si coltivava la terra, si mangiavano i suoi frutti, si viveva con persone di ogni religione, e la mattina si andava attraverso un sentiero polveroso ad ascoltare le Lodi Mattutine dentro una piccola cappella commovente del secolo mille, nella luce incerta e confortante di candele di cera d’api e misticismo.

Due settimane a rinvigorirci a San Masseo, a respirare aria di avventura, nuove atmosfere, che si intonavano perfettamente ai nostri  cappelli di paglia.
A ignorare le mosche, a mangiare minestrone da pentoloni enormi, e il pane impastato e infornato dalle nostre mani.

E Padre Paul mi consigliò di sconfiggere il mio cuore, diventato di pietra – citandomi il passo evangelico – schiacciato da un passato che me l’aveva pestato, amaro e oscuro.

Parigi per la prima volta. Montparnasse

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Il sole si è nascosto quando oggi ho raggiunto il cimitero di Montparnasse. Chi va a trovare Marguerite Yourcenar porta una penna, che bello. Chi va a salutare Sartre e la Beauvoir, sepolti insieme, lascia il biglietto della metro sotto un sassolino, e fiori che seccano senza fretta, nella canicola di luglio. Da Serge Gainsbourg c’è sempre qualcuno; passata da lui, ho continuato la promenade con la colonna sonora “Je t’aime, moi non plus” in testa almeno fino all’uscita. Di Montparnasse ho schivato la tour, questo alto mostro freddo; non mi affascina.

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Il Marché de la création d’estate, mi ha detto una signora, è sguarnito, quello che ho visto ieri mi è sembrato una vetrina artificiale, piena di croste e poche tele “d’autore”. Naturalmente ho cercato i caffè. Accanto alla Rotonde ho visto un ristorante dedicato ai Soprano; un accostamento davvero kitsch ! se non fosse però che gli scrittori dei Soprano sono i Proust di oggi, e le sperimentazioni artistiche forti negli anni 2000 si fanno proprio con le serie tv di livello. Ho spiegato ai camerieri i dettagli della morte di James Gandolfini, che morì nel 2012 a Roma per aver mangiato troppo.
Di Parigi ho appena scalfito la buccia, visitando i luoghi incountornables, i preferiti, i classici; ma ieri ho intravisto la vita profonda della città, quando sono andata in “pellegrinaggio” alla Ruche, passage de Daintzig. Nei primi decenni del novecento hanno lavorato e abitato qui, tra gli altri Soutine, Léger, Shapiro, Brancusi, Zadkine, Chagall, Gimond. La Ruche era chiusa, ma era aperta una mostra; ho conosciuto Caroline, che abita alla Ruche: è una pittrice. Mi ha raccontato che ogni mese espone uno dei sessanta artisti che vivono alla Ruche. Mi ha detto anche che via Montreux è piena di atelier, e mi ha invitato a tornare a ottobre: saranno tutti aperti.

Piccolo diario “Parigi per la prima volta”

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Parigi, 24 luglio 2018

Lo sapevo prima di farlo, sapevo che si trattava di un atto psicomagico, di andare a cercare i “café”. Ne sono stata felice, comunque. Lo sappiamo già che i due caffè in competizione soprattutto a partire dagli anni ’30, Le Flore e Les deux Magots, oggi sono solo simulacri superficiali di quello che sono stati, come è successo con tutti i caffè letterari di Parigi e d’Europa, Le giubbe rosse, il Florian, e tanti altri.

Locali tirati a lucido, generatori astuti di profitto, sfruttano bene un nome rimasto importante. Il Flore riuscì a catturare gradualmente la coppia Beauvoir e Sartre grazie  sopratutto a due elementi: potevano restare anche tutto il giorno senza consumare, a studiare e a scrivere; e godevano del calore di una stufa; a casa faceva freddo. I due grossi nomi riuscirono a convogliare molti intellettuali celebri, e Les deux Magots perse terreno.

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Ho pranzato al Café de Flore, cercando nel locale troppo ristrutturato – in modo solo vagamente retrò – tracce del passato: le ho trovate, alla fine, nella toilette, rimasta quasi intatta, pavimenti e muri d’epoca. Una specie di sorriso ammiccante del Flore, quasi a dire: non è proprio finita. E’ finita l’era dei caffè letterari, gli artisti sono dispersi, vivono in solitudine, ma ce ne sono ancora.
Le opere degli scrittori; ma anche dei pittori, ad esempio, si devono cercare in altri luoghi, in case, soffitte, città sparse in tutto il globo, non certo nelle decine di gallerie in Rue des Beax Arts e dintorni, vetrine del nulla. Anche a Parigi, ma non nei vecchi posti. Sapevo che il quartiere degli artisti non esiste più: ne restano a funebre ricordo targhe malinconiche. E il quartiere latino adiacente è un localificio grandissimo, pronto a sfamare bocche di turisti continuamente avidi di bere e assaggiare cibo.

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Turisti già sazi, non bisognosi; non certo di tonnellate di cibo disponibili in ogni angolo. Picasso, Picabia, Modigliani, Hemingway, loro sì che, ai loro tempi, avevano veramente fame.

Manuela, la maga delle spezie a San Giovanni

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Per raccogliere le erbe di San Giovanni
la bella donna si è svegliata all’alba

Si è raccolta i neri capelli in una treccia
e a piedi scalzi, sotto la lunga gonna
si è avviata verso il bosco.

Sua madre viveva nella stessa capanna
dove lei abita – sua nonna prima di lei.
Le antiche ricette le hanno tramandato, segreti per guarire
mal d’ossa, febbri, mal d’amore

gli spiriti delle sue antenate la guardano dal cielo:
di lei sono fieri.

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Nel bordo della gonna, piegata in due come un cesto
Manuela raccoglie l’iperico.
Seccato e appeso a testa in giù
sarà utile per scacciare le malattie

ma soprattutto sarà di grande sollievo
a chi soffre di insonnia, e di depressione

poi, seguendo lo sfarfallio di alcune lucciole
trova la pianta del tarassaco: è un’erba depurativa.

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Si dice che la rugiada della notte del Santo
doni alle erbe virtù ancora più alte
di quelle che già possiedono.

Manuela prima di rientrare a casa
si ferma a guardare il cielo
chiede alla Notte Magica di aiutarla e guidarla
nel suo processo di trasformazione

Il sole sta salendo in alto: è ora di andare.

 

24 giugno 2018, performance con Emanuela Vecchi,

una delle installazioni dei Teatri Rurali, Festa di San Giovanni alla Selvatica, la Raccolta, il Fuoco, le Erbe, la Musica, le Storie

foto di Massimo Fuligni

Presentazioni in Puglia di “Incredibili vite nascoste nei libri”, Musicaos editore

Le “Incredibili vite nascoste nei libri” (Musicaos) ritornano in Puglia per 3 giorni, il 21 (Bari), 22 (Alliste), 23 (Bitonto) giugno.

Giovedì 21 giugno h 19 – Libreria Prinz Zaum, via Cardassi 93, BARI
dialogherò con Alessandro Vergari

Venerdì 22 giugno h 20, IL CORTILE DEI LIBRI PARLANTI, la rassegna culturale a cura di Vito Adamo in collaborazione con Musicaos Editore, con il patrocinio del Comune in collaborazione con Assessorato allo Spettacolo e alla Cultura e Consulta dei Giovani Alliste Felline
dialogherò con Luciano Pagano

Sabato 23 giugno alle h 18.30
presso le Officine Culturali, Largo Gramsci 7 – Bitonto Per il “Parco delle Arti” – PROGETTO COMUNALE BITONTO CITTA’ DEI FESTIVAL: VIAGGI LETTERARI NEL BORGO – VII EDIZIONE
presenterò “Incredibili vite nascoste nei libri”, Musicaos Edizioni dialogando con Carmen Rucci, scrittrice

 

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Alice Sophia Carlucci commenta il mio “Incredibili vite nascoste nei libri”, Musicaos editore

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Incredibili vite nascoste nei libri: dodici racconti “atemporali” di Patrizia Caffiero

commento di Alice Sophia Carlucci

Incredibili? Le vite di Patrizia Caffiero non hanno dell’incredibile nel senso ordinario del termine: si tratta di personaggi quanto mai realistici, di storie consuete. Si tratta di persone che vivono “beatamente” a casa loro, svolgono le loro azioni, a volte – raramente – escono e interagiscono con la gente. Ma non è questo che interessa all’autrice.

Quello che rende “incredibili” le vite descritte è la prospettiva: per la Caffiero non conta effettivamente se queste persone abbiano fatto o meno qualcosa di eclatante, incredibile, qualcosa per cui possano essere ricordate – queste cose fanno parte del “resto”, della “conseguenza”, del “superfluo”. Il libro è incentrato sull’esame quasi chimico (“psicoanalitico” sarebbe banale o esagerato) dell’interiorità dei personaggi, i quali, un po’ come nella tragedia greca, diventano modelli, costanti incarnate del rapporto dell’uomo con se stesso e la società, dell’uomo che è costretto a ri-plasmarsi adattandosi in formine predisposte che non lo lasciano del tutto soddisfatto.

Che c’è di speciale? La messa a nudo così dettagliata dei protagonisti fa penetrare nel macromondo alternativo e infinitamente complesso della mente, della personalità, del daimon di ognuno, sicché qualsiasi cambiamento (che spesso non è minimo, ma doloroso e turbolento) proveniente dall’esterno determina uno stravolgimento interiore che fa sì che tutte le componenti del proprio carattere si debbano riassestare. L’autrice non va per sintesi, ma per analisi. I fatti concreti, che hanno comunque un’importanza cruciale, la quale impedisce ai racconti di perdersi in mondi troppo lontani in quanto troppo nascosti, vengono così visti in un’ottica diversa da quella ordinaria. Le storie di Patrizia Caffiero si focalizzano sul quotidiano e cercano in esso dell’incredibile, e l’unico modo possibile perché questo intento acquisisca un senso è porre ogni personaggio sotto una lente d’ingrandimento, di modo che le sostanze reagenti appaiano più grandi, ogni eterogeneità appaia straordinaria.

Se l’obiettivo è quindi la messa in atto di questa indagine, la conseguenza è che la Caffiero può anche sforzarsi di inserire quanti più riferimenti possibili ai luoghi concreti (si parlerà in seguito delle lunghe descrizioni degli esterni), di contestualizzare le sue storie, ma i suoi personaggi resteranno sempre in una dimensione atemporale e archetipa. Questa commistione tra ideale e reale non è stridente ma necessaria, più che armoniosa: se i racconti non vogliono vertere sull’incredibile ordinario, comunque nascono dalla terra, si propongono di analizzare la vita vera e non perdono mai di vista lo scopo. La dimensione prima accennata è innanzitutto suggerita dai nomi: “Maddi”, “Laura”, “Miriam”, “Sarah” eccetera, nomi dolci ed eterei, associati infatti a donne placide, calme, spesso vittime passive della loro stessa vita, che provano invano ad impegnarsi nell’attuare delle svolte, per poi scoprirsi nuovamente in balia del loro fiume silenzioso e invisibile. La notevole attenzione per ogni dettaglio, se in un primo momento fa porre degli interrogativi a un lettore abituato a considerare l’utilità di quel che apprende, in seguito svelano la loro importanza proprio man mano che viene compresa l’atmosfera serafica dei vari racconti. Le minuziose descrizioni rendono inoltre il libro una specie di album di fotografie, oppure un film, e mettono nelle condizioni di vedere con gli occhi dei personaggi. Sembra quasi che l’autrice cerchi in tutti i modi di far arrivare un quadro preciso del contesto, utile alla costruzione dell’identikit dei protagonisti. Per questa ragione, ritengo che le varie similitudini, i ritratti dei luoghi e delle persone, la presenza costante di bevande calde alle quali si rivolge molta (quasi inspiegabile) attenzione, siano elementi funzionali e non fini a se stessi. Ciononostante, non credo che questo libro abbia una finalità, se non intrinseca. La smania di cercare un’utilità in tutto, spesso fa perdere di vista il vero obiettivo, se così si vuol chiamare, dell’arte: il nulla. Alla luce di ciò, sebbene abbia prima paragonato questi racconti alla tragedia greca, non azzarderei a dire che siano catartici: certo, il lettore potrebbe senz’altro trarre qualche insegnamento, vedere se stesso nei protagonisti, comprendere qualcosa della sua vita – ma questo deriva da (sacrosante) interpretazioni personali. Questo libro è libero, scevro da propositi educativi o morali.

Per l’apertura, si è scelto La casa: le prime parole dell’opera descrivono una situazione di dinamica immobilità, in cui il passaggio di un camion sulla strada sembra creare subbuglio e movimento in un casale in realtà fermo. In un’immagine la cui funzionalità sembra all’inizio incomprensibile, è racchiusa la chiave interpretativa del racconto. La protagonista è una donna che viene progressivamente inglobata nel luogo in cui vive, con una madre e una figlia che si affaccendano ogni giorno a colmare la loro vita restando tuttavia sempre vuote, ferme, uguali a se stesse. Questo è quel che in parte si intende quando si parla di “atemporalità”: le vicende sembrano tutte collocate nel presente attuale, si fa, in questo racconto, anche un riferimento storico (pag. 13);  ma il casale, vero motore e protagonista, è antico di generazioni, e rappresenta un nucleo atemporale in quanto cordone ombelicale con un passato non ben definito. I più vivi, nella casa, sono proprio i morti (la cui presenza non oggettiva, ma semplicemente avvertita dai personaggi, non smentisce la realisticità della storia), i quali interagiscono con chi li vede. Si manifestano anche a Maddi, che nel finale dona, metaforicamente, ormai inghiottita dalla casa con le sue opere d’arte, la sua vita a quel posto isolato, rendendo se stessa un fantasma fatto di carne. Il progressivo inglobamento di Maddi scandisce il ritmo del racconto, che si rivela lento, dolce, graduale. Una struttura del genere è ravvisabile in quasi tutte le storie: la Caffiero raramente inserisce cambiamenti del tutto improvvisi e inaspettati, preferisce andare a passi lenti e far abituare il lettore, facendogli a volte prospettare quello che scoprirà. Chi dovesse leggere solo Prima colazione, il terzo racconto, troverebbe assurdo questo ultimo commento. Qui l’autrice inizia a descrivere una donna bellissima e serafica, una mamma baciata dal sole, sempre in quella tanto citata dimensione atemporale e mitica, con i puntuali riferimenti alle bevande calde, al latte, ai dolcetti. Di colpo, tutto cambia: la donna diventa un mostro che senza alcuna ragione (se non una non ben chiara “privazione fisica” conseguenza del parto) inizia a picchiare i figli lanciando loro degli oggetti. Ciò che rende più macabra e affascinante la storia è che, dopo questo picco di follia, la situazione si sforza di ritornare placida e serena come all’inizio. A partire da questo racconto, il lettore capisce l’importanza, per l’autrice, del fatto concreto, che in molti casi coincide con la violenza fisica. E non sa più cosa aspettarsi.

Infatti, la serie prosegue con Le strade di Laura, un racconto che probabilmente sintetizza tutte le principali caratteristiche dello stile della Caffiero, che si manifestano ciascuna ora in questa, ora in quell’altra storia. Non a caso, questo testo è stato utilizzato come brano di presentazione prima della messa in commercio del libro, e distribuito gratuitamente dal Musicaos editore come e-book. Ritroviamo la figura della donna, sempre protagonista, col suo nome bisillabico e calmo, il consueto passo descrittivo iniziale, che si concentra prima sul contesto (che  stavolta assume un’intrinseca dinamicità, poiché viene inquadrato ciò che Laura vede mentre cammina), e poi sul personaggio – e qui ritroviamo nuovi topoi fisici: gli occhi chiari, i capelli dal colore insolito e fiabesco (in questo caso, rossi), la mancata perfezione del viso, fonte di fascino. Ritroviamo il flash-back, imprescindibile nello scire per causas proprio della Caffiero, e quindi la storia di violenza, il rapporto col padre, e quindi l’uomo violento, e poi l’arte, il rapporto non del tutto convincente con il partner, il senso di insoddisfazione dell’artista e in generale di quelle personalità che non riescono a inserirsi del tutto nelle caselle che la società offre. Questi elementi sono le costanti del libro, in particolare l’ultimo tema è presente anche in La libreria e in Cloe la parrucchiera, ma solo in Le strade di Laura trova ampio sviluppo e trattazione, finendo per costituirne il fuoco prospettico. In generale, quasi tutti i racconti parlano di sogni irrealizzati, che fanno da eco e sfumatura all’atteggiamento di assoluta passività e rassegnazione del personaggio. In questo caso abbiamo Laura, la cui vita è un positivo percorso in salita, poiché passa da uno stato di repressione e sofferenza alla conquista della sua libertà – ma man mano che gli ostacoli vengono rimossi dal suo cammino, il vaso iniziale traboccante di sogni della protagonista inizia a svuotarsi, le sue passioni trovano forse uno spazio troppo ampio per esprimersi, Laura si inibisce, si distrae, deraglia. Il finale, a mio parere, non lascia spazio a troppe vie interpretative: Laura lascia alle spalle se stessa, ammollandosi nella sua “splendida” vita. L’arte che era in lei, quelle figure formose dal fascino irresistibile, non torneranno più. E siccome sembra di capire che per l’autrice l’arte è la maggior espressione dell’anima, come si evince dalla ricorrenza dell’argomento,  dall’attenzione e dal tempo narrativo dedicatigli, è chiaro che questo finale sia tutt’altro che lieto.

Probabilmente, l’insistenza sul tema della violenza, quasi sempre perpetrata da parte dell’uomo, poiché ha costituito anche il principale oggetto di interesse da parte dei lettori, meriterebbe un’analisi. Tuttavia, sebbene senza dubbio rivesti una sua importanza intrinseca, ritengo che il ricorso a tale concetto sia innanzitutto giustificato dalla necessità di non tradire l’intento realistico dell’opera: la violenza è parte del quotidiano, è parte del quotidiano tentare di dimenticarla e occultarla, e purtroppo le statistiche ci suggeriscono che il violento possa esser facilmente di sesso maschile. Poiché la Caffiero non dimentica mai, quasi freudianamente, di spiegare la  situazione familiare dei suoi protagonisti, forse risultava più semplice macchiare la figura paterna di questa colpa. Considerato, però, che i personaggi principali sono quasi tutte donne, probabilmente l’assenza o la presenza scomoda del padre assume un ruolo più consistente, sicuramente una funzione esplicativa e determinante; mentre negli altri casi il ricorso a questo tema può essere fine a se stesso o volto a costituire il motore dell’azione, oppure un’ombra su un personaggio che ne valorizzi la parte luminosa. «Molte donne sono derubate dello spirito vitale da un predatore, ma possiedono talmente tanta luce che con quella che resta mandano avanti un’attività, si prendono cura dei figli, degli ospiti e di altri ancora»  si dice in La sposa rubata, che parla della proprietaria di un B&B, dei suoi sogni, delle sue piccole abitudini, del suo rapporto col marito e in particolare del suo desiderio di dare amore, che ritroviamo anche in Nena di Zoubida e nella Signora Flick di Il signore e la signora Flick.

Nella maggior parte dei racconti si fa riferimento all’arte, a nessuno sfugge di menzionare i libri e la loro importanza. Attività, la pittura e la lettura, che si svolgono in maniera individuale – e qui veniamo al punto: spesso e volentieri ai personaggi bastano queste cose per instaurare un contatto con il mondo e con se stessi. Li ritroviamo, infatti, quasi tutti immersi in un’atmosfera di solitudine meditativa, non necessariamente negativa. Si veda, per esempio,  l’incipit di La sposa rubata: «[…] Un fine settimana in compagnia dei computer e dei libri: non desiderava niente altro»; oppure, in Tre pomeriggi e due sere: «Ero molto giovane, ma già divisa dalla vita di uscite del fine settimana dei ragazzi della mia età». La solitudine non assume un ruolo decisivo, in realtà, ma è di nuovo una conseguenza dell’intento principale dell’autrice, ovvero scavare nella più profonda interiorità delle persone. Ciò risulta più facile e pratico, soprattutto per il lettore, se viene effettuata un’acuta scelta dei personaggi: la brevità di un racconto richiede essenzialità, sicché protagonisti dalla vita mondana complicherebbero il lavoro di eliminazione del superfluo ed esame dell’anima, richiedendo un lungo andamento per gradi, più lento di quello già adottato dall’autrice.

Un personaggio tipo dei racconti della Caffiero lo vedrei davanti a una finestra, con in mano «una tazza di tè alla menta […] con una fettina di limone» e dei «biscottini dorati», mentre contempla il suo giardino (prati e fiori appaiono spesso, ricorrono i biancospini) e viaggia con la mente tra i suoi sogni. Tutti, in ogni storia, si riservano un momento per sognare, oppure rimpiangere qualcosa, e ciascuna visione emana, esplicitamente o implicitamente, serenità e grande luce. Spesso, però, i sogni si realizzano a metà o restano semplici fantasie, poiché pochi sono i personaggi dotati della forza necessaria per contrastare la loro inerzia. Il più delle volte vediamo figure rassegnate e abbandonate a se stesse, come in La prozia Maria: «Si respirava intorno alle donne di famiglia un forte carico di rassegnazione, talmente enorme da apparire ancora oggi insopportabile per un essere umano. Un lasciarsi andare a corpo morto a un sentimento di fatalità quasi soprannaturale, senza lottare e senza parlarne, come dopo avere stipulato un patto segreto con qualche divinità o con altri consanguinei che erano a conoscenza dei segreti». Ecco un altro tratto caratteristico dello stile della Caffiero: riesce a tradurre in parole concetti talmente tanto estesi e profondi che si avrebbe timore a esprimerli a causa dell’elevato rischio di sminuirli o limitarne la portata. Spesso, però, l’eterogeneità ontologica tra parole e significato costituisce una cesura troppo marcata, che tuttavia si può aggirare attraverso l’uso di metafore e similitudini. E l’autrice non manca di costellare i suoi racconti di queste figure retoriche: «Sui lati dell’alto muro della zona della sala da pranzo erano appesi tre dipinti di Raimondo, tre paesaggi lunari e marini onirici che sembravano spalancare le pareti della casa, e portarla con sé in viaggio»; «Evitava di rifletterci con l’equilibrio inquieto della ballerina che procede sul filo del tendone del circo; con la perizia di qualcuno che lucida a modo la superficie di un grande specchio fissato al muro riuscendo a non guardarlo mai». Le brevi similitudini relative alle caratteristiche fisiche degli individui sono spesso tratte dall’ambito naturale, e così amplificano l’aura serafica e mitica che l’autrice intende donare alla sua opera. Per creare, inoltre, quest’atmosfera rilassata e calma sono fondamentali le descrizioni, che sono lunghe, onnipresenti, dettagliate ma sempre icastiche, tali da non risultare noiose o superflue. Non costituiscono pezzi da poter tagliare: esse occupano lo spazio che devono, svolgono il compito che è a loro affidato senza essere invadenti – ammaliano il lettore come un canto di sirene e lo fanno addentrare placidamente nella storia. In Il balcone, per esempio, le parti descrittive sono imprescindibili: Sarah non può camminare e le uniche visioni che i suoi sensi esperiscono sono i mobili del suo soggiorno, l’odore dei suoi fiori. Con l’accurato ritratto di questi, si forgia il racconto, in cui non si verifica nulla di particolare, bensì si configura come una tacita ripresa di quel che accade in una famiglia ordinaria, con le magie incredibili dell’interiorità di cui si parlava prima.

Da europea che non ha viaggiato molto, posso dire che a mio parere le descrizioni più belle sono quelle che riguardano il mondo di Zoubida, nel secondo racconto, poiché soddisfano in parte la mia curiosità e appagano i miei sogni, oltre a raffigurare brevemente, ma in maniera magistrale un Marocco per tutti noi lontano e affascinante. Questa è l’unica volta in cui l’autrice si spinge fuori dall’Italia, e anche all’estero non sembra perdere la sua sicurezza e la sua efficacia fotografica.

Tre pomeriggi e due sere chiude la raccolta. Già Cloe la parrucchiera e Il signore e la signora Flick sembravano suggerire un’insolita dinamicità con il loro ritmo leggermente più incalzante, specchio della personalità dei protagonisti – ma quest’ultimo racconto appare trionfante, pare quasi avere una specie di faccia tosta, come quella dei bambini capricciosi ma intelligenti. Il tono, infatti, è quello di un fanciullo consapevole della sua grandezza, che avvisa: «Io sono l’ultimo della mia specie!». Un “Piccolo Principe” fronteggia una sua rivale della stessa razza che si professa sua badante, e i due, come tutti i guerrieri pari per forza, finiscono con l’allearsi, facendo sbocciare dal loro rapporto un fiore poetico collegato verso l’alto. Attraverso la consueta analisi dell’interiorità, che stavolta sembra apparire più concreta e scandita dal racconto dei fatti, si effettua infatti il ricorrente percorso a gradino che, in questo caso, conduce effettivamente verso l’alto, dalla forza cruda dell’atteggiamento iniziale dei protagonisti all’elevata profondità finale del loro rapporto.

Se avessi davanti un giornalista, probabilmente mi sentirei chiedere, come domanda finale, perché consiglierei questa raccolta. Dunque, inizierei a precisare che questo libro:

  • non vuole educare nessuno;
  • non vuole informare di qualcosa;
  • non vuole comunicare un messaggio salvifico.

Né sono convinta che possa essere un “libro dell’anima” utile nel percorso di educazione della volontà proposto da Martinetti, perché anche in questo caso lo si rivestirebbe di un’utilità che non ha. Detto ciò, sarebbe ingenuo e affrettato definire quest’opera “inutile”, per opposizione. Qui probabilmente si fanno risentire i limiti del linguaggio e la limitatezza delle regole della logica (magari la Caffiero spiegherebbe meglio il concetto che intendo esprimere). Per una sorta di desiderio compulsivo di ordine e completezza, siamo quasi sempre tentati di dare una giustificazione a tutto quello che facciamo, forse per provare ad offrire una cornice di positività e giustezza alle nostre idee e alla nostra persona. Evito di perdermi in sterili discorsi sulla concezione dell’utile nella società moderna, e anche di citare inutilmente Nuccio Ordine, perché, del resto, l’atteggiamento in questione verso la scrittura risale all’antichità. Quindi mi limito a dire che consiglio questo libro perché la Caffiero è brava, riesce a far arrivare delle cose, cose che non determinano (necessariamente) cambiamenti nella vita del lettore, ma che per motivi inesistenti è meglio conoscere.

Consiglio questo libro perché è bello.

Inseguire i sogni, il dovere di rinascere


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L’anno scorso sbucai da una botola e conquistai il mare.
Il cambiamento fu preceduto da un periodo troppo lungo di immersione in pensieri bucati come una gomma rotta – idee fatte a sbieco, a sghimbescio.- voci che mi consigliavano di desistere.

Chi te le fa fare? Hai fatto ormai tutto. Hai visto tutto. Non vale la pena…

Ascoltavo fino a crederci le parole nella mia testa che disfacevano come parassiti la tela di penelope.
La luce sommessa di una candela non bastava a dissipare le ombre partorite dalla mia coscienza.

corsa

Mi stancai di me stessa, infine. Ho sempre fatto in questo modo.
Aprii la porta, con gesto deciso
e precipitai nei sogni di Kurosawa.
Trovai un casale nel nulla (o mi trovò lui?)
dove altri viaggiatori, da sempre, mi aspettavano.
Una dimora affascinante dai muri scrostati, antica, una rete che cattura persone di talento
un seme di luce perso fra campi di papaveri e spighe.
In più, una compagnia teatrale che invidierebbe New York.
Nuovi amici.
Tutti i pianeti e le stanze dove entravo si allineavano, ogni cosa riapparse splendida, come appena nata.

nadine labaki

E quello che già avevo nelle mani riprese nuova luce, come se fosse rinnovato dall’interno.
Terminai una raccolta di racconti, e incontrai un editore che crede con tutto se stesso nella letteratura, come se vivesse nei primi decenni del novecento.
La lezione fu chiara, la imparai a memoria per sempre.
Mantenere sempre la fiamma accesa.
Stupirsi, sparigliare le carte.
Abbiamo tutti il dovere di rinascere.