Il paese a cui tornare

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Se abiti in un paese
hai un paese a cui tornare

se te ne dovessi andare
fra strade sconnesse, grandi capitelli sostenuti da niente
la luce selvaggia, l’orizzonte disegnato a matita.
Passi lunghi e posati
maniche arrotolate
il cappello sulle ventitré.

Per molti anni non sapresti quanto ti manca
il paese.
Riempiresti ogni vaso di fiori, ogni scaffale di libri
giocheresti il gioco del ti conosco, e ti riconosco.

Molti bar dai tavolini lucidi, dal gestore distratto o troppo invadente
insegne a neon, sorprese che allargano i pensieri
un parrucchiere nuovo; molte nuove occasioni.

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Non potresti prevedere quella fitta al petto, un giovedì qualsiasi
quando il tuo paese si farà avanti all’improvviso
gonfio di pioggia, di premonizioni
di odori pazzi di fieno tagliato, e riposto in mucchi ordinati.

Si toglierà la giacca venendoti incontro, con gli occhi lucidi
promettendo un abbraccio, vibrando di un sorriso astrale.

Non farai in tempo a sfiorarlo, a spiegarti: sarai già altrove,
tornata al tuo paese senza scarpe né borsa
una stella cometa
un semaforo interrotto
una bevanda ghiacciata sorbita in fretta.

Tanto amore nel viso chiuso,
lo splendore di un bacio non dato
il biglietto girato con un nome annotato.

 

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La bambina che ti aspettava con le braccia
già aperte, e stringeva il tuo corpo per sempre.
Anche quello era stato un paese.

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Ascolto le storie. La tela bianca del giorno

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Non so che accada perché quest’anno ha ben tredici lune, per via delle congiunture astrali, ma certe giornate sono tela bianca, ben distesa dentro cornici semplici e grezze. Mi metto al centro della scena, non decido nulla; il regista non si fa vedere, è andato a farsi un bicchierino al bar.
Mentre parcheggio davanti il parrucchiere, una sedia a rotelle schizza come una scheggia. Una bella donna con gli occhi azzurri e capelli grigi volteggia come un cigno nel mezzo della strada. Metto le quattro frecce, e scendo.

La riconosco: mi racconta della sua casa, non le piace cucinare ma creare oggetti.
La badante ha imparato a farsi i fatti suoi, voleva limitarla, si lamentava dello sporco che faceva quando lavorava alle sue cose.
Alcune vertebre sono collassate. Porta il busto. Non può fare tutto quello che faceva prima.
Alla fine viene fuori che non ha mai avuto il coraggio di trasformare il salotto borghese in studio d’arte. Usa il tavolo del salotto. Non è la stessa cosa, le dico.
Pochi riescono a disintegrare i condizionamenti pesanti che implorano: non dare acqua, ti prego, alla pianta del talento! Resta minuscola. Resta viva a metà.

Esco dal parrucchiere, piega, ore di tempo libero, altra acqua che nessuno possiede in quantità esatta. Beviamo le poche gocce di ossigeno, cercando di dimenticare le gabbie in cui stringiamo il corpo, ad altezza vita.

Mentre mi dirigo sbattendo i tacchi delle scarpe nuove in Piazza Enrico Berlinguer (quanto durerà l’intitolazione, mi chiedo, di questi tempi neri) vedo lei.

Settantacinque anni, la parrucca un po’ leziosa a causa della chemio.
Questa donna anticonvenzionale non ha molto tempo davanti a sé, da vivere.
Ma sorride. Sta facendo un pic-nic.
Io adoro i pic-nic, mi dice. Ti faccio compagnia, le dico.
Lei forse immagina che io sappia, io non lo do a vedere.
Lei non ha bisogno di commiserazione, perché è forte.
Ha bisogno solo di qualcuno che ascolti le sue storie, dei suoi campeggi, di quello che ha fatto due anni fa – l’ultimo, le scappa detto – in treno, portando la tenda e le attrezzature pesanti su un carrellino, da sola. Mia figlia mi ha rimproverato.  Infatti, dopo mi è toccato andare dall’ortopedico.
Però, le chiedo, ti è piaciuto? Prima, dico, di andare dall’ortopedico, al ritorno.
Sì, mi è piaciuto. Molto, mi è piaciuto.
Era a mio padre, che piaceva il campeggio, mia madre restava a casa.
Lei è selvatica, eccezionale, ha dovuto convivere per decenni con persone che a malapena la capivano.
Ora è gravemente ammalata, ma si gode, sorridendo un pic-nic.
E sorride.

La casa mi abbraccia

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A fine settimana finisce la corsa, la casa mi abbraccia, la pila d’energia, un prolungamento delle antenne.
Mi restituisce la voce, la morbidezza, la riflessione. Guarisco.
Il silenzio della casa è una paratia, un prato che resta per sempre cresciuto a metà, senza erbacce.

Il ponte di comando del letto ha molti tasti: telecomando, computer, portatile, cellulare.
I comodini sono le ali del battello volante. Dietro i cuscini da re c’è il grande telo con l’albero blu, per ricordarmi di non fermare le gemme.
I libri sono spartiti dai pettini degli scaffali.

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Il televisore fu comprato per guardare in grande le immagini di Doctor Who; dopo che Moffat sbagliò l’ottava stagione lo uso per il resto del mondo da vedere: è la botola della soffitta magica, l’oblò della barchetta per i viaggi in solitaria.

Ogni giorno si frammenta in migliaia e milioni di momenti così grandi da poterci entrare dentro, fermare il tempo e arredare uno spazio colorato che si trasforma.
La borsa capiente di Mary Poppins è un pretesto per inventare qualsiasi oggetto o canzone che si voglia.

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Cosa si paga in cambio di tanta fortuna? Il dolore di dovere rompere i fili magici intessuti con gli umani incontrati.
Lo insegna il telaio di legno: ogni tanto la donna spezzava il filo tenendolo fra i denti.
Il filo prima o poi finisce.
Poi, resta il tappeto. Della storia, il ricordo.

 

 

 

 

 

Dopo la pioggia. Uno con l’altro.

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Da Località Perotti a Ferriere c’è un sentiero tutto piano di 3 chilometri, una via che guarda sul torrente Nure.
Ho promesso di portare un sasso a Maria, un’ anziana signora del mio paese, e dopo questa pioggia benedetta mi incamminerò verso Ferriere, fra cespugli e fango. per cercarlo. L’acqua del Nure sta salendo, mentre aspetto che il cielo si schiarisca. Maria dipinge i sassi, riempie di fiori innumerevoli vasi, fa crescere bene le piante del suo giardino. Quando vado a prendere il caffè da lei mi gira intorno per tutto il tempo della visita, ansiosa, cerca i biscotti, una raviola, gira con forza il cucchiaino dentro il bicchiere con lo zucchero e il primo caffè che viene su dalla moka per fare la cremina. Siediti Maria! Bevi il tuo caffè. Il mio paese è un giardino di storie, di persone che è bene ascoltare. Basta sedersi accanto a loro ed aprire un ventaglio di percezione. Il mio paese apre il cuore a chi usa troppo la testa.

È una stanza luminosa dove siamo legati uno all’altro a doppio filo, anche se crediamo di vivere separati.

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Mi hanno assegnato un filo doloroso, a fine luglio. Quella sera si faceva notte, mentre salutavo una ragazza che la mattina dopo si sarebbe schiantata su un camion, spezzando i fili che la legavano al mondo in un colpo solo.
Come un refrain che si ripete ricordo che era serena, e io gentile con lei più di ogni altra volta.
Ora, camminando sul sentiero di polvere e sterpaglie, respiro di nuovo. Quando la pioggia sarà finita, andrò a vedere il Nure correre con nuova energia.

La biblioteca dei bambini

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In questi giorni con i risvolti spiegazzati, disordinati, impegnati fino all’altezza del cuore, i bambini nella biblioteca spadroneggiano.

Dalla porta a vetri, entrando a passetti indecisi, o distratti, o imperiosi come cavalieri di Malta loro trovano ogni giorno alle due postazioni di fronte due gatti di Alice, con il sorriso e tutto.

Mentre vado a cercare Il cavaliere inesistente nella sezione piccoli, di fronte all’archivio incrocio due ragazzini indiani, pensosissimi, che cercano il libro preferito nelle edizioni Salani.

Uno è mezzo inginocchiato, con le braccia distese davanti a sè come un monaco in preghiera.

Sfilo fra i volumi finiti nell’angolo più polveroso e buio della sala di libri per ragazzi un Incompreso, stessa taglia e stessa copia di quello letto settantavoltesette da bambina.

Provo a immaginare cosa faceva scoppiare dietro la mia fronte il disegno in copertina del bambino rifiutato dall’amore del padre.

I genitori credono di acquistare per i figli libri inoffensivi ma nel nido delle pagine alloggiano ammonimenti severi, e le indicazioni per il destino profetico di ragazze con la coda, che imparano la vita prima di percorrerla, con la schiena curva sulle copertine rigide.

Chiara, di undici anni, è una lettrice autentica e clandestina, con grandi passioni.

Le chiedo ad un tratto quale sia il libro che preferisce fra tutti, e lei mi indica esitante e franca Matilde di Dahl.

Naturale, io ritengo, che si sia specchiata dentro gli occhi incandescenti di M.

Mentre parla non trattiene un guizzo nella bocca.

Forse, si rende conto di essere stata avvistata e riconosciuta da una Sorella.

Tre donne raccontano la loro storia

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Guardo la donna più anziana di noi tre, sedute alla tavola apparecchiata, la sera della candelora: è quella che ha il fuoco sulla fronte. Ha d’abitudine lo sguardo spostato verso l’alto, cammina come se aprisse sempre le braccia. E’ ancora bella.

Ci confida che alla fine degli anni settanta prese dei barbiturici.
Finito il matrimonio, non aveva la percezione di se stessa, credeva di svanire insieme all’idea di perfezione che l’aveva abitata fin da bambina. Lei non c’era, allora: credeva solo alle azioni quotidiane che l’avevano spinta ad alzarsi dal letto ogni mattina: mettere a tavola la zuppiera di porcellana, indossare la vestaglia elegante, truccarsi, acconciarsi come una modella parigina. Aspettare il marito che tornava ogni sera con l’odore di un’altra sulla guancia. Accudire le due figlie come se fossero bambole di carne.

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La sua sostanza era migrata nel corpo di quell’uomo autorevole e bello, e senza quel paravento scoprì di non esistere.

Ma nessuna fortuna fu più grande per lei dell’accostarsi alla propria morte.
Quando si risvegliò, in ospedale, era una donna nuova. Si guardò le mani: le erano spuntati artigli da ghepardo. Dentro la cassa toracica batteva un cuore morbido come il velluto, adorno di diamanti. Lei non lo sapeva, ma si stava preparando a un grande amore, un uomo che la stava aspettando.

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Dopo qualche mese, imparò a mantenersi con i suoi mezzi. È stata molto amata, e il succo amaro si trasformò nel calice degli dei.
Ci sorride, felice.

L’altra donna, seduta al suo fianco, comincia a raccontare la sua storia.

Vivere una vita invidiabile, e averne dimenticato il valore

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Non è raro che accada, succede di frequente:

vivere una vita invidiabile

e averne dimenticato il valore.

Apri gli occhi! Un ragazzo dalle ali invisibili ti consegna la sua musica sublime.

Una donna anziana, ancora bella, ti mostra la sua verità amara e ci ride su.

Un’altra ti confida che ti vorrebbe come figlia.

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Il paese dove hai messo radici spalanca a tutte le ore i suoi paesaggi:

al centro di una grande piana una torre ricamata come una torta

la grande biblioteca di mattoni rossi, la sua facciata di saggezza

l’immenso pioppo al centro del parco ha l’aria di un custode benevolo.

I casali hanno sentito il vento della storia trascorrere come un sogno

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i partigiani si nascondevano sottoterra, le donne portavano il cibo nei cesti, rischiando di perdere la vita.

 

Donne fiere, forti, non hanno bisogno di discorsi e di parlare di sè

la vita in Emilia è in quello che si fa, si giudicano solo i gesti

le mani sono segnate dal lavoro, i visi sono ieratici, i modi riservati.

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L’affetto è dimostrato a strappi, in un attimo di rara luce,

si apre la finestra

si dona la fiducia: un panno bianchissimo, di purezza accecante

appeso ad un balcone.

Una notte in biblioteca ad Anzola. Trenta bambini ascoltano le storie di Sergio Guastini

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“Un circolo senza fine, dove una storia ne racchiude un’altra e un’altra ancora, e dove gli ascoltatori della prima non sono che i protagonisti di una seconda che li racchiude tutti alludendo forse anche al ruolo dei lettori.”
(Franco Manni, “Introduzione a Tolkien”)

“Il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia.”
(Aristotele, “Metafisica”)

Erano dieci anni che Ulisse assediava Troia con gli altri achei; la città, però, resisteva oltre ogni limite.
Ulisse era preoccupato, perché i suoi guerrieri si erano stancati di aspettare.
Per sua buona sorte Ulisse possedeva nella stiva della sua nave da guerra una biblioteca.

In un pomeriggio silenzioso, quando tutti dormivano, cercò con cura il libro che gli desse una soluzione e alla fine scoprì l’idea che gli occorreva sfogliando un libro di mitologia greca con le figure.

In una delle illustrazioni Ulisse vide un grande cavallo di legno.
Non per niente, il suo appellativo è stato e sarà in eterno: Ulisse l’astuto.
Se lo fu, lo fu per merito dei libri.

Sergio Guastini, mentre racconta la sua storia su Ulisse attraversa gli spazi vuoti lasciati da trenta sacchi a pelo sparsi per la stanza; corre, saltella nello spazio come un folletto rispettando i canoni di quello che ogni cantastorie (o poeta, o filosofo) conosce a memoria per non stancare il suo pubblico:

provocare continuo stupore
variare senza fine gli argomenti
portare esempi pratici della parole mostrando le pagine dei libri, oggetti evocativi, e altro ancora.

Ulisse legge l’Odissea che narra la sua storia e trova la soluzione per entrare nella città inviolata: tautologia che è metafora della matrice delle storie di tutti i tempi e di tutti i luoghi, che alla fine
(o all’inizio?)
diventano una storia unica, un ipertesto che si estende, si ramifica in ogni direzione senza limiti.

Chiunque può continuare una storia, immaginare una storia precedente o successiva di qualunque personaggio

(lo spin-off delle serie tv di oggi).

Ne La storia infinita di Michael Ende il mondo che sta per disintegrarsi si ricrea quando la storia più antica si ricongiunge con il seme della storia più fresca: l’ultimissima narrazione inventata da un bambino.

Stephen King in On writing scrive che tutte le storie esistenti si possono ricondurre, alla fine, a soltanto cinque o sei trame principali.

Sergio Guastini, Esperto in Storie e Libri Fatati, è stato nella fantasmagorica biblioteca di Anzola venerdì 14 novembre incatenando l’attenzione di 30 bambini e bambine dagli 8 agli 11 anni a delle storie dalle 21.00 all’1.20 di notte.

Ha srotolato il libro più lungo del mondo sul pavimento.

Ha scatenato velieri, mummie, draghi aprendo libri pop-up della sua collezione.

Ha mostrato un dizionario swahili-italiano con illustrazioni

se ci sono i disegni è più facile!!!!!

Ha portato un libro fatto con la cacca degli elefanti.

Ha cantato una canzone.

Ha recitato filastrocche di Bruno Tognolini.

Ha dimostrato con libri, libriccini, libricciuoli e libroni la tesi su cui si fonda il suo lavoro che è un lavoro, certamente: ma è prima di tutto una missione:


Nei libri c’è tutto
I libri salvano la vita
Chi frequenta i libri è fortunato

Sergio Guastini naviga fra i libri con disinvoltura, li conosce a fondo, li ha letti, riletti, usati e consumati per decenni; li porta in tutto il mondo dentro affascinanti scatole di latta e consunte, li usa come pare a lui, perché crede nello statuto della massima libertà dell’immaginazione, che sarebbe bello e giusto governasse i mondi.

Il Maestro usa il noto libro per bambini E un punto rosso come portale per stimolare la fantasia dei giovani lettori che alla sua domanda
che cosa vi ricordano queste figure in rilievo?
hanno risposto:
nuvole
barche che girano
serpenti
pianeti
girini
piste di pattinaggio
stelle nel cielo
bolle
onde intrecciate
molle

Nella tarda ora i bambini sono stati invitati ad appoggiare il palmo della mano sulla torcia elettrica (che era stata inclusa nel vademecum da portare con sè, insieme a sacco a pelo, cuscino e un libro preferito), ad accenderla, poi a dirigere tutti insieme le luci sul soffitto per combattere la guerra spaziale.

L’ultima storia è stata la lettura completa de Gli Sporcelli di Roald Dahl.

Molti dei ragazzini sono rimasti svegli fino alla fine del racconto, per sprofondare nel sonno come si deve: e cioè seguendo la bussola di una storia.

Alla fine di questa notte straordinaria, nella stanza riempita dai sacchi a pelo e dai sogni dei bambini, dalle tende aperte della biblioteca è arrivato il chiarore del primo sole.

Un bambino con il caschetto biondo ha sussurrato a noi adulti:
Maestra, guarda, l’alba: è bellissimo!

Noi adulti (come diceva Saint-Exupéry) non pensiamo quasi mai davvero alle cose importanti, o ci pensiamo; ma non troppo spesso.

Noi adulti non avevamo immaginato che molti di questi ragazzini, un’alba non l’avevano ancora mai vista nascere.

Foto di Liana Pozzi, Andrea Bergamaschi, Maria Teresa Cizza.
Grazie a Liana Pozzi per il suo aiuto.
Magica colazione di bambini e genitori offerta dal Centro sociale ricreativo culturale Ca’ Rossa

Il viaggiatore e il villaggio

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Che differenza c’è fra un cittadino del villaggio che si mette in viaggio, e il villaggio che resta aggrappato alla sua polvere, alle sue abitudini, al cimitero, alla chiesa, al fienile e alla piazza?

Il Viaggiatore si sposta continuamente ed elude quindi l’agguato dei predatori; schiva muovendosi rapidamente la caduta della grandine e il rombo dell’uragano.

Il villaggio, invece, impiega tutte le risorse che ha per disegnare un contatto continuo fra abitante e abitante.

Costruisce case di lamiera, di mattone, di cemento per ancorare le anime iscritte all’anagrafe delle proprie ossessioni, ai propri desideri, alle loro manie. Ogni spazio della città è una strategia contro la solitudine. Lo dicono i mucchi ordinati delle mele sul banco del mercato. Lo dice l’incollatura perfetta fra marciapiede e selciato. Lo dice lo scambiarsi frettoloso di posto sul basolato della piazza dei passi.

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Il villaggio è perduto dietro la sua eterna richiesta di stabilità. Rischia il massimo che si può rischiare. E’ finito ormai il tempo degli assedi, si è disfatto delle sue mura e ora si confina dietro mura invisibili.
È un bersaglio fermo e arreso davanti ai proiettili. Si espone al vento, perdendo comignoli. Si mostra alla pioggia ingoiando sassi e inondazioni, mentre il cittadino impigrito dalla mancanza di avventura si accorge tardi del pericolo, e l’acqua fangosa lo trova ostaggio del suo letto, della sua automobile.

Il villaggio incentiva i legami familiari. I cittadini si accoppiano e generano prole, aggiungendo peso alle tonnellate che insistono sulle fondamenta delle città.

Il villaggio diventa un edificio di piombo, una piramide di uomini; irrigidendo la sua forma è costretto a irrigidire le consuetudini, le virtù morali: i detti diventano proverbi; l’improvvisazione in versi, una poesia sempre uguale a se stessa che si tramanda per generazioni di bambini.

lettere

Tutto comincia ad assomigliare al mattone. E così il cittadino dietro la finestra si rade cantando la mattina, ma non ricorda più che occorre desiderare di vedere il mare, come se al marinaio che abita l’oceano da tempo non capitasse più di avere nostalgia delle sue bevute al porto.

Il Viaggiatore sopporta delle avversità. Potrà ferirsi e non essere soccorso in tempo, al crocicchio di una strada sconosciuta. Non sempre mangerà bene, a sufficienza. Dovrà fare capo a se stesso, e amarsi molto.
Vivrà sempre una corrente elettrica bizzarra dentro le sue vene, e toglierà le scarpe per assaggiare la riva di un fiume che si presenta di sbieco sul cammino; sarà inseguito dai alcuni cani e con altri farà amicizia.

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Scriverà una lettera per dare indicazioni a qualcuno che si è dimenticato il futuro.