Dopo la pioggia. Uno con l’altro.

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Da Località Perotti a Ferriere c’è un sentiero tutto piano di 3 chilometri, una via che guarda sul torrente Nure.
Ho promesso di portare un sasso a Maria, un’ anziana signora del mio paese, e dopo questa pioggia benedetta mi incamminerò verso Ferriere, fra cespugli e fango. per cercarlo. L’acqua del Nure sta salendo, mentre aspetto che il cielo si schiarisca. Maria dipinge i sassi, riempie di fiori innumerevoli vasi, fa crescere bene le piante del suo giardino. Quando vado a prendere il caffè da lei mi gira intorno per tutto il tempo della visita, ansiosa, cerca i biscotti, una raviola, gira con forza il cucchiaino dentro il bicchiere con lo zucchero e il primo caffè che viene su dalla moka per fare la cremina. Siediti Maria! Bevi il tuo caffè. Il mio paese è un giardino di storie, di persone che è bene ascoltare. Basta sedersi accanto a loro ed aprire un ventaglio di percezione. Il mio paese apre il cuore a chi usa troppo la testa.

È una stanza luminosa dove siamo legati uno all’altro a doppio filo, anche se crediamo di vivere separati.

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Mi hanno assegnato un filo doloroso, a fine luglio. Quella sera si faceva notte, mentre salutavo una ragazza che la mattina dopo si sarebbe schiantata su un camion, spezzando i fili che la legavano al mondo in un colpo solo.
Come un refrain che si ripete ricordo che era serena, e io gentile con lei più di ogni altra volta.
Ora, camminando sul sentiero di polvere e sterpaglie, respiro di nuovo. Quando la pioggia sarà finita, andrò a vedere il Nure correre con nuova energia.

Una bambina, Alice, la maestra, la biblioteca

Alice.(Alice.in.Wonderland).full.1243226.jpgLa biblioteca – piano terra – reception

La bambina ha un viso a cuore incorniciato da lunghi capelli lisci color castagna.

La copertina del libro che stringe nelle manine brilla, magnifica, si stacca nitida dalle altre venti copertine dei venti volumi portati da venti manine dalla processione dei compagni di quarta elementare. Sgrano gli occhi, riconoscendo il Libro.
La processione dei ragazzini aspetta che Giada, l’altra bibliotecaria pigi il bottone del computer e metta ordine nella loro lista dei desideri.

Giada, paziente e concentrata, è la vestale del prestito. Io però ho bisogno del libro della dolce bambina. Il libro mi occorre per organizzare una caccia al tesoro filosofica su Alice. Due squadre di ragazzini leggeranno la storia della bambina disobbediente, e poi cercheranno il tesoro – ma prima dovranno cambiare dimensione fisica più volte, prendere il tè intorno a un immenso tavolo, incontrare il bianconiglio e scivolare dentro un pozzo senza fine di lenzuola di bucato.

La maestra della classe è una bella bionda robusta; sorride a denti aperti per una buona e igienica abitudine quotidiana. Sorride come uno stregatto femmina.

Mi scuso, poi le chiedo se è possibile trovare un altro libro alla bambina, e lei mi risponde:

– Sì; perchè Leda è mansueta.

Allora Leda non è una bambina disobbediente come Alice.

Chiedo a Leda se è d’accordo nel cambiare il libro e lei mi risponde immediatamente: – Sì.

Sono stupita. Ha risposto senza pensarci un attimo; ha l’abitudine di rispondere positivamente ad ogni richiesta. Non sono sicura che sia una cosa così sana.

La prendo per mano e scendiamo nell’antro dei libri adatti alla sua età.

Le nostre fronti sono aggrottate. È il momento della Ricerca del Libro.

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I libri per i bambini dell’età di Leda sono colorati e logori. Viaggiano spesso. Sballottati dentro borse, buste di plastica, sporte di stoffa stampate a colori vivaci, zaini, in auto, in bicicletta; arrivano a destinazione, nelle case di sconosciuti; stazionano su tavoli, librerie, divani, comodini. Soffocano sotto pile di libri di provenienza ignota. Poi, una mattina vengono di nuovo spostati, per il viaggio di ritorno; qualcuno resta per molto tempo in biblioteca, accantonato sul suo scaffale, mentre decine di coppie di mani ogni giorno toccano il suo dorso e quello dei suoi amici come se fossero dita di non vedenti. I libri, a volte, vengono sfiorati soltanto, ma non verranno afferrati da chicchessia. Alcuni partono di nuovo, quando meno se lo aspettano. Sono libri un pò stanchi.

Cerco a due mani, come se lavorassi a un telaio, con rapidità un titolo che possa piacere a Leda, maneggiando la collana di manufatti di carta.
Scarto i gialli, le storie di fantascienza, le storie delle bambine divorate dai campi di concentramento, le storie di fantasmi, le storie troppo ridicole, le storie troppo tristi. Leda sarà pure mansueta; ma è coerente e decisa nello scegliere i mondi dove vuole atterrare con la sua astronave personale.
Ecco il libro per Leda. Nella trama la protagonista è una bambina, e c’è uno sfondo onirico. La storia è poetica. L’autrice si chiama Alice. Leda sospira di contententezza. Anche se non mi chiede un risarcimento per il libro perduto, io la invito a cercarmi con la mamma in biblioteca nel mese di maggio: le presterò il libro di Alice nel paese delle Meraviglie in pompa magna. Promessa ufficiale, mano sul cuore.

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Torniamo al piano di sopra, per registrare il prestito del nuovo volume.
I compagni di scuola di Leda sono pronti per uscire, radunati vicino la porta a vetri, non più in processione: sono un’altra volta venti individui con il cappello di lana o il cappuccio del giubbotto calato sul capo, con la sciarpa multicolore, con le trecce, con gli occhiali verdi.

– Vi piace leggere? Chiedo a tutti.

– Sì – dice un ragazzo con il viso arguto.

– Sì, molto – risponde un ragazzino dalle guance paffute, con gli occhiali.-

– Quarta elementare…siete ormai tutti grandi…- osservo, riflettendo distrattamente

Leda dice allora: -Loro sono tutti grandi, tranne io!

Guardo la maestra. Guardo Leda: in effetti la ragazzina è notevolmente più bassa di statura rispetto i compagni di scuola. E poi, dal modo in cui ha pronunciato quella frase, si capisce che per lei, questo pensiero, costituisce una vera sofferenza. Lo porta sempre con sè: lo porta nel cestino della colazione, lo porta al bagno, a scuola e dopo la scuola. Lo porta negli occhi enormi color nocciola. Altrimenti non l’avrebbe attaccato alla mia frase “siete ormai tutti grandi” con tanta rapidità, come se fosse stato un nastro di raso annodato attorno al ramo di un albero.

– Pensa Leda – dico io. Pensa se tu fossi alta due metri. Sbatteresti su tutti i lampadari che incontri. La vita sarebbe molto difficile. Saresti alta come un palo della luce e non potresti mai nasconderti dalla vista degli altri, nemmeno se lo volessi per un attimo, per stare un pò in pace…

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La maestra stregatto allora dice:

– Mia sorella è alta due metri. Ha sempre avuto grossi problemi per la sua altezza. Era difficile trovare i pantaloni per le sue gambe lunghissime. Non è tanto bello essere alta due metri.

Alice nel paese delle meraviglie è già qui, in biblioteca, prima che la caccia al tesoro cominci ad esistere, altrochè. Le bambine, oggi, qua dentro, o sono troppo piccole, o diventano lunghe due metri.

Darei un soldino per conoscere i pensieri di Leda in questo momento. 

I suoi occhi nocciola sono pozzi che ospitano ragionamenti profondi.

Le bambine come lei, amano i libri di poesia.

E poi penso: anche le fate, sono molto piccole.

La biblioteca dei bambini

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In questi giorni con i risvolti spiegazzati, disordinati, impegnati fino all’altezza del cuore, i bambini nella biblioteca spadroneggiano.

Dalla porta a vetri, entrando a passetti indecisi, o distratti, o imperiosi come cavalieri di Malta loro trovano ogni giorno alle due postazioni di fronte due gatti di Alice, con il sorriso e tutto.

Mentre vado a cercare Il cavaliere inesistente nella sezione piccoli, di fronte all’archivio incrocio due ragazzini indiani, pensosissimi, che cercano il libro preferito nelle edizioni Salani.

Uno è mezzo inginocchiato, con le braccia distese davanti a sè come un monaco in preghiera.

Sfilo fra i volumi finiti nell’angolo più polveroso e buio della sala di libri per ragazzi un Incompreso, stessa taglia e stessa copia di quello letto settantavoltesette da bambina.

Provo a immaginare cosa faceva scoppiare dietro la mia fronte il disegno in copertina del bambino rifiutato dall’amore del padre.

I genitori credono di acquistare per i figli libri inoffensivi ma nel nido delle pagine alloggiano ammonimenti severi, e le indicazioni per il destino profetico di ragazze con la coda, che imparano la vita prima di percorrerla, con la schiena curva sulle copertine rigide.

Chiara, di undici anni, è una lettrice autentica e clandestina, con grandi passioni.

Le chiedo ad un tratto quale sia il libro che preferisce fra tutti, e lei mi indica esitante e franca Matilde di Dahl.

Naturale, io ritengo, che si sia specchiata dentro gli occhi incandescenti di M.

Mentre parla non trattiene un guizzo nella bocca.

Forse, si rende conto di essere stata avvistata e riconosciuta da una Sorella.

Tre donne raccontano la loro storia

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Guardo la donna più anziana di noi tre, sedute alla tavola apparecchiata, la sera della candelora: è quella che ha il fuoco sulla fronte. Ha d’abitudine lo sguardo spostato verso l’alto, cammina come se aprisse sempre le braccia. E’ ancora bella.

Ci confida che alla fine degli anni settanta prese dei barbiturici.
Finito il matrimonio, non aveva la percezione di se stessa, credeva di svanire insieme all’idea di perfezione che l’aveva abitata fin da bambina. Lei non c’era, allora: credeva solo alle azioni quotidiane che l’avevano spinta ad alzarsi dal letto ogni mattina: mettere a tavola la zuppiera di porcellana, indossare la vestaglia elegante, truccarsi, acconciarsi come una modella parigina. Aspettare il marito che tornava ogni sera con l’odore di un’altra sulla guancia. Accudire le due figlie come se fossero bambole di carne.

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La sua sostanza era migrata nel corpo di quell’uomo autorevole e bello, e senza quel paravento scoprì di non esistere.

Ma nessuna fortuna fu più grande per lei dell’accostarsi alla propria morte.
Quando si risvegliò, in ospedale, era una donna nuova. Si guardò le mani: le erano spuntati artigli da ghepardo. Dentro la cassa toracica batteva un cuore morbido come il velluto, adorno di diamanti. Lei non lo sapeva, ma si stava preparando a un grande amore, un uomo che la stava aspettando.

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Dopo qualche mese, imparò a mantenersi con i suoi mezzi. È stata molto amata, e il succo amaro si trasformò nel calice degli dei.
Ci sorride, felice.

L’altra donna, seduta al suo fianco, comincia a raccontare la sua storia.

Vivere una vita invidiabile, e averne dimenticato il valore

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Non è raro che accada, succede di frequente:

vivere una vita invidiabile

e averne dimenticato il valore.

Apri gli occhi! Un ragazzo dalle ali invisibili ti consegna la sua musica sublime.

Una donna anziana, ancora bella, ti mostra la sua verità amara e ci ride su.

Un’altra ti confida che ti vorrebbe come figlia.

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Il paese dove hai messo radici spalanca a tutte le ore i suoi paesaggi:

al centro di una grande piana una torre ricamata come una torta

la grande biblioteca di mattoni rossi, la sua facciata di saggezza

l’immenso pioppo al centro del parco ha l’aria di un custode benevolo.

I casali hanno sentito il vento della storia trascorrere come un sogno

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i partigiani si nascondevano sottoterra, le donne portavano il cibo nei cesti, rischiando di perdere la vita.

 

Donne fiere, forti, non hanno bisogno di discorsi e di parlare di sè

la vita in Emilia è in quello che si fa, si giudicano solo i gesti

le mani sono segnate dal lavoro, i visi sono ieratici, i modi riservati.

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L’affetto è dimostrato a strappi, in un attimo di rara luce,

si apre la finestra

si dona la fiducia: un panno bianchissimo, di purezza accecante

appeso ad un balcone.

Una notte in biblioteca ad Anzola. Trenta bambini ascoltano le storie di Sergio Guastini

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“Un circolo senza fine, dove una storia ne racchiude un’altra e un’altra ancora, e dove gli ascoltatori della prima non sono che i protagonisti di una seconda che li racchiude tutti alludendo forse anche al ruolo dei lettori.”
(Franco Manni, “Introduzione a Tolkien”)

“Il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia.”
(Aristotele, “Metafisica”)

Erano dieci anni che Ulisse assediava Troia con gli altri achei; la città, però, resisteva oltre ogni limite.
Ulisse era preoccupato, perché i suoi guerrieri si erano stancati di aspettare.
Per sua buona sorte Ulisse possedeva nella stiva della sua nave da guerra una biblioteca.

In un pomeriggio silenzioso, quando tutti dormivano, cercò con cura il libro che gli desse una soluzione e alla fine scoprì l’idea che gli occorreva sfogliando un libro di mitologia greca con le figure.

In una delle illustrazioni Ulisse vide un grande cavallo di legno.
Non per niente, il suo appellativo è stato e sarà in eterno: Ulisse l’astuto.
Se lo fu, lo fu per merito dei libri.

Sergio Guastini, mentre racconta la sua storia su Ulisse attraversa gli spazi vuoti lasciati da trenta sacchi a pelo sparsi per la stanza; corre, saltella nello spazio come un folletto rispettando i canoni di quello che ogni cantastorie (o poeta, o filosofo) conosce a memoria per non stancare il suo pubblico:

provocare continuo stupore
variare senza fine gli argomenti
portare esempi pratici della parole mostrando le pagine dei libri, oggetti evocativi, e altro ancora.

Ulisse legge l’Odissea che narra la sua storia e trova la soluzione per entrare nella città inviolata: tautologia che è metafora della matrice delle storie di tutti i tempi e di tutti i luoghi, che alla fine
(o all’inizio?)
diventano una storia unica, un ipertesto che si estende, si ramifica in ogni direzione senza limiti.

Chiunque può continuare una storia, immaginare una storia precedente o successiva di qualunque personaggio

(lo spin-off delle serie tv di oggi).

Ne La storia infinita di Michael Ende il mondo che sta per disintegrarsi si ricrea quando la storia più antica si ricongiunge con il seme della storia più fresca: l’ultimissima narrazione inventata da un bambino.

Stephen King in On writing scrive che tutte le storie esistenti si possono ricondurre, alla fine, a soltanto cinque o sei trame principali.

Sergio Guastini, Esperto in Storie e Libri Fatati, è stato nella fantasmagorica biblioteca di Anzola venerdì 14 novembre incatenando l’attenzione di 30 bambini e bambine dagli 8 agli 11 anni a delle storie dalle 21.00 all’1.20 di notte.

Ha srotolato il libro più lungo del mondo sul pavimento.

Ha scatenato velieri, mummie, draghi aprendo libri pop-up della sua collezione.

Ha mostrato un dizionario swahili-italiano con illustrazioni

se ci sono i disegni è più facile!!!!!

Ha portato un libro fatto con la cacca degli elefanti.

Ha cantato una canzone.

Ha recitato filastrocche di Bruno Tognolini.

Ha dimostrato con libri, libriccini, libricciuoli e libroni la tesi su cui si fonda il suo lavoro che è un lavoro, certamente: ma è prima di tutto una missione:


Nei libri c’è tutto
I libri salvano la vita
Chi frequenta i libri è fortunato

Sergio Guastini naviga fra i libri con disinvoltura, li conosce a fondo, li ha letti, riletti, usati e consumati per decenni; li porta in tutto il mondo dentro affascinanti scatole di latta e consunte, li usa come pare a lui, perché crede nello statuto della massima libertà dell’immaginazione, che sarebbe bello e giusto governasse i mondi.

Il Maestro usa il noto libro per bambini E un punto rosso come portale per stimolare la fantasia dei giovani lettori che alla sua domanda
che cosa vi ricordano queste figure in rilievo?
hanno risposto:
nuvole
barche che girano
serpenti
pianeti
girini
piste di pattinaggio
stelle nel cielo
bolle
onde intrecciate
molle

Nella tarda ora i bambini sono stati invitati ad appoggiare il palmo della mano sulla torcia elettrica (che era stata inclusa nel vademecum da portare con sè, insieme a sacco a pelo, cuscino e un libro preferito), ad accenderla, poi a dirigere tutti insieme le luci sul soffitto per combattere la guerra spaziale.

L’ultima storia è stata la lettura completa de Gli Sporcelli di Roald Dahl.

Molti dei ragazzini sono rimasti svegli fino alla fine del racconto, per sprofondare nel sonno come si deve: e cioè seguendo la bussola di una storia.

Alla fine di questa notte straordinaria, nella stanza riempita dai sacchi a pelo e dai sogni dei bambini, dalle tende aperte della biblioteca è arrivato il chiarore del primo sole.

Un bambino con il caschetto biondo ha sussurrato a noi adulti:
Maestra, guarda, l’alba: è bellissimo!

Noi adulti (come diceva Saint-Exupéry) non pensiamo quasi mai davvero alle cose importanti, o ci pensiamo; ma non troppo spesso.

Noi adulti non avevamo immaginato che molti di questi ragazzini, un’alba non l’avevano ancora mai vista nascere.

Foto di Liana Pozzi, Andrea Bergamaschi, Maria Teresa Cizza.
Grazie a Liana Pozzi per il suo aiuto.
Magica colazione di bambini e genitori offerta dal Centro sociale ricreativo culturale Ca’ Rossa

Il viaggiatore e il villaggio

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Che differenza c’è fra un cittadino del villaggio che si mette in viaggio, e il villaggio che resta aggrappato alla sua polvere, alle sue abitudini, al cimitero, alla chiesa, al fienile e alla piazza?

Il Viaggiatore si sposta continuamente ed elude quindi l’agguato dei predatori; schiva muovendosi rapidamente la caduta della grandine e il rombo dell’uragano.

Il villaggio, invece, impiega tutte le risorse che ha per disegnare un contatto continuo fra abitante e abitante.

Costruisce case di lamiera, di mattone, di cemento per ancorare le anime iscritte all’anagrafe delle proprie ossessioni, ai propri desideri, alle loro manie. Ogni spazio della città è una strategia contro la solitudine. Lo dicono i mucchi ordinati delle mele sul banco del mercato. Lo dice l’incollatura perfetta fra marciapiede e selciato. Lo dice lo scambiarsi frettoloso di posto sul basolato della piazza dei passi.

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Il villaggio è perduto dietro la sua eterna richiesta di stabilità. Rischia il massimo che si può rischiare. E’ finito ormai il tempo degli assedi, si è disfatto delle sue mura e ora si confina dietro mura invisibili.
È un bersaglio fermo e arreso davanti ai proiettili. Si espone al vento, perdendo comignoli. Si mostra alla pioggia ingoiando sassi e inondazioni, mentre il cittadino impigrito dalla mancanza di avventura si accorge tardi del pericolo, e l’acqua fangosa lo trova ostaggio del suo letto, della sua automobile.

Il villaggio incentiva i legami familiari. I cittadini si accoppiano e generano prole, aggiungendo peso alle tonnellate che insistono sulle fondamenta delle città.

Il villaggio diventa un edificio di piombo, una piramide di uomini; irrigidendo la sua forma è costretto a irrigidire le consuetudini, le virtù morali: i detti diventano proverbi; l’improvvisazione in versi, una poesia sempre uguale a se stessa che si tramanda per generazioni di bambini.

lettere

Tutto comincia ad assomigliare al mattone. E così il cittadino dietro la finestra si rade cantando la mattina, ma non ricorda più che occorre desiderare di vedere il mare, come se al marinaio che abita l’oceano da tempo non capitasse più di avere nostalgia delle sue bevute al porto.

Il Viaggiatore sopporta delle avversità. Potrà ferirsi e non essere soccorso in tempo, al crocicchio di una strada sconosciuta. Non sempre mangerà bene, a sufficienza. Dovrà fare capo a se stesso, e amarsi molto.
Vivrà sempre una corrente elettrica bizzarra dentro le sue vene, e toglierà le scarpe per assaggiare la riva di un fiume che si presenta di sbieco sul cammino; sarà inseguito dai alcuni cani e con altri farà amicizia.

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Scriverà una lettera per dare indicazioni a qualcuno che si è dimenticato il futuro.