Stelle e stalle. Diamanti e vetro rotto. Sublimità e bassezze. Pour parler

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Ho visto cose che voi umani
(disse la Stella fremente)
un’aspirante poetessa
del verbo lamentarsi
dolersi
deprimersi e deprimere ogni cosa attorno
gambe corte naso grosso
mesta, lessa, ossessa
matrimonio andato a male
vita di oscura provincia
andare a mangiare torva e mogia
i resti della festa
mendicare un brano di attenzione
dove c’è stato un amore
attratta dalla luce
che mai seppe ispirare
attirare con tenacia commovente
il sole fiacco
disfatto da un altro attacco
con una posizione da sottomessa
lei, pecorina del presepe
davanti alla grotta dei santi.
L’innamorata con la fiatella
riesce a soppiantar la Stella
consiglia il sole di bendarsi:
la Stella è un errore.
“Sono io il chiarore che ti salva.”
La grigia donzella naso grosso
lo pensa giorno e notte
lo ottiene, vince, agitando le corte gambette
in un valzer da operette,
Qualcuno avverta la tapina:
dalla scaletta dove è salita
per toccare i piedi degli dei
precipiterà giù
alla prima occasione
quando il sole troverà nuova e calda attenzione
una terza, quarta stella vera o di cartone
appena più convincente
della postulante nuova fiammante.
Alla Stella dispiace un po’
riparte, prende le distanze
monca di un finale da fiaba
all’altezza del sogno.
“Ho visto cose che voi umani”.
Non chiedeva di vedere
la disfatta calante
di un sole perso e abbacinato
da qualunque orizzonte.
Sospira, riprende il cielo.

Parlano di te. Poesia del non ritorno

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Parlano di te, Noesis
non credono alla tua carta di cittadinanza
uno come te non dovrebbe r-esistere
nel cimitero di anime rancide e bari prezzolati.

Tu raccogli nel metaimpossibile una parola
ad esempio, “purezza”
per farne alone di dita, magia aerea
archivolto di metafora, che commuove.

Commuoversi è il verbo degli sciocchi
nell’impero delle formiche velenose
dei barili fossili
della morte conclamata del pathos.

Parlano dell’ostinazione che metti nel cercare
il pozzo incontaminato.
La terra arde, non è soave
non ti giova restare aperto, incantato
comunicare con gli spiriti
che desiderano solo la tua gioia
che volteggiano su se stessi al tocco
riprendendo la luce perduta.

Parlano a bassa voce, malevoli, di te
di come copristi con la curva delle labbra
la sensazione di non appartenenza
a questo mondo
del tuo insano dolore che scatena
volere tutto aiutare
per riceverne di rimbalzo
la spaccatura dell’essere.

Schegge di te volano giù
nel fondo del fosso che splende.

Sei un fiore che brucia
l’erba piccola
delicatezza nascosta dal guscio di noce.

La lettera e l’impermanenza

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Era nelle stanze del pane e del jazz, con gli altri
quando arrivò la lettera.
L’ha letta in piedi, compitàta come abecedario.
Era con gli altri quando arrivò la lettera, e non sarebbe durata.
La carta è sostanza fragile, esposta al vento, agli incendi
molto sensibile all’acqua.
Soltanto le parole non hanno vita breve, restano
a nidificare in un posto impreciso
fra Fantàsia e la spina dorsale.
Antonella badava alle pentole, Pablito leggeva un fumetto:
era tutto in ordine. Il gatto grigio svaniva nel casale, selvatico.
Tutto in regola.
Tranne che la sensazione piovuta nella gola che la lettera
portava. I racconti d’inverno di Karen Blixen.
La stanza dove Penelope tesse il pensiero
sapendo che Ulisse non vede la ierofania
dei colori che sta facendo nascere.
Chiese agli amici: qual’è la vostra canzone
d’amore preferita?
Tutti ne avevano una nei polpastrelli
facevano a gara per ricordarsela. Vianz le parlò di Bessie Swann
a una ragazza piacevano le prime canzoni di Vasco.
Lei disse: a me piacciono le canzoni di passione
che non parlano di lacci, né di dubbi
che sono profonde nel momento.

L’urlo

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Non pensi
che ignori la ruga della carta crespa.
Lo spazio fra una lettera e l’altra
diventa la finestra, e lei vede azzurro.
L’effetto della luce che dirige la donna
dritto verso una stanza che vola
illumina un fascio d’ombra.
Da secoli abituata a non chiudere gli occhi
con stupore si accorge di un ghigno atroce
legge la frase sardonica di chi getta le spugne,
batte le mani sul tavolo,
poi la fronte.
S’illude di mandare calore
preghiera può essere solo un pensiero.
Qualcosa si muove, del calice
ed è:
l’odio per la propria empatia
il livido che sale di giorno in giorno.
Il freddo si accumula nella discarica fragile
il volto del mondo si concentra in una questua
che chiede troppo, e ormai
si muore.

Perché ti amo, per le luci accese

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Sento un’amica dell’anima al telefono
un vocale è una lettera con la voce.
A lei si risponde con un’altra lettera.
Scaliamo le montagne analizzando l’essenza
entrando in profondità.

A fine estate ero ancora felice, completa come una moneta.
Vivevo dentro un castello, quasi come principessa.
Ma l’imprevisto mi ha riportato nel bosco
a riprendere la strada dell’eroe:
Il dovere è seguire le voci degli alberi.

Avrei voluto che fossi la controparte.
Ma ti hanno mandato a me solo come monito, così mi dici.
Non puoi rinascere. Saluto con la mano e con le lacrime
costretta a seguire le foglie, per chiedere dove portano.

Avevo perso la memoria, ora me ne ricordo.
Sei stato tu a schiacciare la pelle del serpente
facendomi svegliare
in un nuovo sogno, più reale.

Ti lascio, a malincuore, nell’indistinto
delle tue sacre ripetizioni
ma ricordati che, a dispetto delle ombre
e per le luci che si sono accese
io ti ho amato.

Si svelano gli enigmi difficili

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Quando si presenta sul cammino qualcosa di inaspettato
di aggrovigliato
‘na cosa che non chiede udienza e capovolge
le regole che erano state accantonate sul divano
accanto al gomitolo e al ferro da calza, al fazzoletto,
in un primo momento la tentazione è di tagliare
con la scimitarra quel nodo segreto, fastidioso
che rovina la perfetta tramatura della stoffa
e ti proibisce di esercitare l’arte del controllo.

La saggezza su ali nere arriva sempre
ti afferra per i capelli, ti ricorda sferzante
che l’insegnamento ti verrà impartito dopo l’esperienza,
non prima, ottusa donna, settanta sette volte sciocca.

Infatti questa storia bizzarra ti ha portato
un cesto di intuiti novelli, di idee fresche;
le finestre della casa sono state aperte
tolte le sbarre, visitano la stanza
l’aria, il sole, e soprattutto il vento.

E poi, in un punto impreciso
fra lo splendore di una supernova e l’entrata della galassia delle Torri d’argento
lui ti ha amato davvero, e ha posato le labbra sulle tue
con la delicatezza dell’ala di farfalla.

 

Tu che vivi già morto

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Abiti dentro un’accogliente bara sigillata
arredata dai soprammobili di vetro soffiato
acquistati a Venezia in visita guidata
lampade piccolo borghesi
cornici in peltro
poltrone reclinabili

hai il permesso di scrivere in angolo del tavolo
della camera da pranzo
ma solo se non è apparecchiato
perché lo studio serve a ricevere gli ospiti.

Venisse qualcuno a trovarci
deve restare pulito.

Tu che sei diventato due
che sei migrato nelle parole cigno
nelle frasi ad arco, a giro, a manovella.
Tutto di te è andato nei sintagmi
nel punto e virgola, nei capoversi.

Non resta niente. Niente da fare
Niente da dire.
Niente è rimasto fuori dalle tue parole
solo un corpo vestito in odor di composizione.

 

Illusione fra una luna e un’altra

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Dalle parole entra ed esce fuoco.
Sono chiodi che aprono ferite
se non si fa attenzione.
Maneggiare con cura.
Tenere lontano dai bambini.
Può danneggiare i cuori.

Ci sarà un motivo perché sei apparso tu
alla fine di una strada
appena prima dei fiori.

Intanto sei il motivo di una canzone
la salita e la discesa
un vento caldo
la scommessa dei baci.

Sei l’attesa
un enigma, l’illusione durata il tempo
che passa da luna a luna, quando è piena

Sei un racconto nuovo sulla mia tavola.

Ci sarà un motivo perché ti sono apparsa
alla fine di una strada.

Il dolore, presto, passerà.
Me lo prometti?

Non dare da bere a un assetato qualunque

JANE LONG
Immagine di Jane Long

Ho perso l’abitudine
di certi ambigui commerci con umani.

Avvolta da anni nel bozzolo bianco
della “presenza mentale”, diventai
poco accorta.

Un tempo nutrivo il talento di altri
per non raccogliere le gocce perse dal secchio bucato
del mio.

Poi mi ripresi, bla bla, e riparai
la modanatura delle ali, che crebbero
in un largo vaso, orgogliose.

E mi accorgo che certe regole
vanno ripassate, come quella, molto importante:
“non nutrire l’ego di un principe azzurro qualsiasi.”

La bambina di dieci anni
che convive in me
riprende il quadernetto, si siede al banco
e scrive in bella calligrafia:
quella creatura non ti vuole bene, prende la tua buona energia
per sé, incurante della tua vita.

La soluzione del problema di algebra
maestra,
è facilissima:
“SCAPPA”.

 

 

 

 

 

 

 

La mia casa ed io

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Il sole oggi conquista la mia casa, la trasforma in un biplano.
Non trova resistenze. Verde rosso e nero in geometrie arabeggianti
(vecchia coperta della prozia)
Fiori viola sul balcone (abbarbicàti)
Giallino e bianco: margheritine immerse nella latta.

Pasolini in formato cd (audio) recita garbatamente solo per me Le ceneri di Gramsci.
Alzo il volume mentre lavo i piatti, dopo sposto i libri dappertutto, in un ordine le cui coordinate conosco solo io.
Accumulo fotocopie. Tengo puliti passaggi inventati di canne fumarie di un caminetto che non esiste.
Non posso rischiare che si smorzi il fuoco.
Ignoro la bambina.

Perché non scelgo. Vivo nel non volere del tramontato dopoguerra: amando/il mondo che odio- nella sua miseria sprezzante e perso-per un oscuro scandalo della coscienza.

1991. compitavo quel libretto, vecchia edizione Einaudi, a Torre Sant’Andrea in una giornata perfetta come un anello.

A Sant’Andrea accanto a una pizzeria con il porticato coperto di foglie di palma la scogliera traforata si allunga verso il mare.

Le case vecchie dei pescatori hanno porticine chiuse con grossi chiavistelli.
Le spiaggette preparano gradualmente l’immersione nella gran vasca dell’Adriatico.
Gli alberi bassi delle pinete sono Eumenidi, la compensazione di tutto il chiaro della sabbia.

Le foglie dei sambuchi, che sulle rogge/sbucano dai caldi e tondi rami/tra le reti sanguigne, tra le logge/giallognole e ranciate dei friulani/venchi, allineati in spoglie prospettive/contro gli spogli crinali montani/o in dolci curve lungo le festive chine delle prodaie. . .