I Teatri Rurali della Selvatica, la Metamorfosi, l’amicizia, l’arte-vita

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“Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo là dove abbiamo cominciato. E per la prima volta conosceremo il luogo.
Thomas Stearns Eliot

Al B&B La Selvatica, un crocevia di viaggiatori, un luogo speciale creato dall’energia e dal lavoro di Enrico Fontana, ieri è accaduto un altro miracolo.
L’antico casale ha vibrato delle emozioni di un intenso e partecipato spettacolo corale.
Il collettivo di artisti ha beneficiato dello sguardo e dell’imprinting del regista teatrale Luca Dal Pozzo, che ha saputo dare maggior rilievo e spessore alle forme narrative, visive e sonore, alle storie di ognuno dei partecipanti. Benvenuto ai Teatri Rurali, Luca!

L’evento di ieri, domenica 24 marzo, la festa dedicata all’Equinozio di Primavera, ha raccontato la METAMORFOSI, la TRASFORMAZIONE dell’ombra in luce che ad ognuno di noi tocca compiere.


Tutto è iniziato con l’accoglienza.
Renzo Sacchi dava il benvenuto, mostrava cosa significa il valore della lentezza, del TEMPO, tagliando senza fretta la focaccia che aveva impastato e cotto con le sue mani, affettando una fetta di salame; offrendo il vino ai viaggiatori appena arrivati e dicendo loro cosa sia l’orologio, di come sia stato inventato per sottomettere il tempo.
Prima di congedarsi, lasciava una monetina nelle loro mani, da  spendere nel viaggio.

La seconda scena era improntata alla METAMORFOSI FISICA, quella assoluta, quella che genera difficoltà. Come a dire che il mutamento non porta sempre a uno stato di benessere immediato, che richiede fatica.
Soprattutto quando è totale, rivoluzionario, come quello che richiede il cambiamento di sesso.
Angelo Spiga, il nostro CANTASTORIE con la chitarra, e Alessandra Lugli, la VOCE, cantavano, dopo averla destrutturata, “Princesa” di De André.

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Insomma, il viaggiatore, se sensibile, se avvertito, aveva già la sensazione di non dover semplicemente guardare uno spettacolo, ma di essere chiamato a interagire; a non negarsi, a dare qualcosa di sé al casale.

Incontrava Anna Rossi, che recitava un testo sul DOLORE, e lavava delle pietre con  gesto ripetitivo, fatto di pazienza infinita.  Insegnava che la METAMORFOSI esige dedizione, anche fatica fisica. Per trasformare la materia color carbone, e accedere alla Trasmutazione alchemica, non si può evitare un impegno che costa, a volte, alcune lacrime. E sudore.

Maria “Pelle d’acciaio” ha dato ai viaggiatori la sua esperienza di vita dura e tenace, vissuta all’ombra di un atteggiamento poetico costante. La sua vita è arte.
Nella sua stanza c’erano pere marcite, fotografie di quando erano ancora fresche, ricordi della sua esperienza in fabbrica a smistare frutta.
Lei affondava le mani e la voce nelle storie della TRASFORMAZIONE più radicale, che porta al disfacimento, alla MORTE.

Nel processo di METAMORFOSI deve trovar spazio, per riequilibrare, per sollevare chi si mette in gioco, la LEGGEREZZA.

La saggia Laura Riviello, nello spazio seguente, come i Mentori che appaiono nei miti, nelle fiabe a prestare soccorso all’EROE,  regalava al viaggiatore un talismano per aiutarlo a procedere nel suo percorso personale. Ogni visitatore poteva scegliere fra più ricette – la ricetta della FELICITA’, della RESILIENZA, e così via – e portava via con sé gli ingredienti del CORAGGIO, o dell’AMORE per poterla realizzare, in un magico sacchetto.

Poi veniva il turno di incontrare Antonella Laterza, che rappresentava la METAMORFOSI della materia fisica, dava istruzioni per comprendere i cambiamenti del corpo, citava l’ipotalamo, mostrava disegni; ma non dimenticava di citare le stelle.
Lei regalava a chi arrivava il dono prezioso dell’IRONIA.

Ed ecco la nostra CANTADORA Giovanna Simoni che, tramite le parole de “Le città invisibili”, ci ricordava che la strada che si sta seguendo per TRASFORMARSI, con SACRIFICIO, DOLORE, CONSAPEVOLEZZA, LEGGEREZZA, non risparmia biforcazioni, crocicchi. Questo porta continuamente al fiorire di dilemmi, di dubbi.
Infinite possibilità sono generate da ogni nostra piccola decisione.
Chi percorre la via del cambiamento deve sentire come far la propria SCELTA, scegliere la direzione.

E poi, si incontrava Karin Dolin, che, sporca di colori e di vita dipingeva un murale: le figure di due bambini. diventati grandi amici, le cui vite sono intrecciate in modo profondo alla storia del casale. Karin, che con la sua anima d’artista ha TRASFORMATO la Selvatica portando i suoi colori, i suoi messaggi.

Nella stanza seguente, il visitatore andava a trovare l’ABISSO. Una stanza magica e suggestiva, dove si doveva semplicemente “stare”. Sperimentare la parte di sé che desidera uno spazio più grande di quello che permette il rumore della vita quotidiana fatta di fretta e di muri. Giulia Sacchi ed Eleonora Busi erano le madrine di quel momento largo, e lo facevano vivere con parole sussurrate e brevi suoni che aprono la percezione.
Il rischio, però, è di stare in contatto con l’ombra; che tutti noi proviamo, a volte, a schivare, a non guardare. Non si deve avere paura di scavare a fondo.
La METAMORFOSI necessita di un contatto con l’ombra. La Qabbalah consiglia che non debba essere né troppo breve, né troppo lungo perché sortisca effetti benefici.

Si giungeva alla stanza del tè. La METAMORFOSI si accostava al RITUALE.
Un bellissimo allestimento fatto da Emanuela Vecchi con stoffe e arredi semplici rendeva lo spazio una sorta di mondo iperuranio. Emanuela ed io, offrendo il tè, mentre una voce registrata interpretava un brano di poesia di Peter Handke che poneva domande sul senso della vita, creavamo con poche parole e gesti misurati un luogo di presa di consapevolezza, o semplicemente di pace e di armonia, dove si alludeva per brevi cenni e annotazioni verbali alla cerimonia del tè giapponese, al wabi-sabi, la meditazione sulla bellezza delle piccole cose, o alla bassa entrata concepita nelle  antiche stanze del tè per costringere i partecipanti ad inginocchiarsi in segno di umiltà.

Il visitatore si preparava alle scene finali dello spettacolo: Maria Ramirez, nell’ultima stanza raccontava la sua storia personale, familiare, intensa e forte.
Sembrava dire a chi ascoltava, narrando in spagnolo e accompagnandosi con la musica: ho imparato a prendere posizione, a liberarmi dagli schemi e dai condizionamenti per agire.
Ho agito come agiscono i guerrieri.
Nella sua storia ognuno poteva riconoscersi o, da essa, trarre ispirazione.

Il finale è stato esplosivo, forse una catarsi, o un rivivere le fasi della METAMORFOSI.

Un bellissimo spettacolo di sonorità e performance, grande energia della Donna Serpente, che prendeva forza e coraggio dalla terra.
Gli stupendi suoni ipnotici di Cinzia Zaccaroni e il gesto teatrale di Giulia Galiera hanno chiuso il viaggio, che è continuato, per chi lo desiderava, a tavola, con il cibo preparato da Renzo con amore.

E” solo l’amore che, chi sa e chi può dare e ricevere, porta in luoghi speciali, preziosi.
La Selvatica è uno di questi luoghi, e io ho avuto ed ho la fortuna di conoscerlo.

Grazie, come sempre, per aver condiviso.
Grazie a Daniele Dencs per la sua partecipazione e le sue opere (Dirùpators)

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Le mie armi contro l’odio

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La nuova barbarie
il gioco troppo serio dell’odio
del tiro al bersaglio

uccidiamo il diverso, il nero, il dissidente
il clochard, il disabile, il gay.

Durerà? È permanente, l’orrore?

Mi attrezzo di parole magiche
per parlare con il razzista in fila alla Coop
che ci comunica le sue pulsioni di odio
con l’urgenza e il piacere di chi le ha represse da secoli.

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Pace e amore. Dichiaro. Anche se sembra inutile.
Ci leghiamo più forte ai fratelli
ai generosi, agli immuni dalla ferocia
agli spiriti elevati sin dalla nascita
come Alice Sophia, come Giulia, come Enrico, come Giovanna, come Renzo,
come Marco, come Patrizia
come le mie sorelle.

Ne conosco parecchi.
Una cordata di luce.
Un muro di bontà.
Le armi che servono.

Tu mi guardi, invisibile e splendido

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La scrittura è un maestro:
mi attengo al dovere di cucinare il giorno
prendere la posta, fare le scale in fretta.

Spingo la schiena e le gambe fuori dal letto
mi ammalo di te,
che mi guardi, diventato invisibile, ma ironico
appoggiato alla porta della stanza segreta.

Con mezza faccia mi sorridi, in penombra.
Ti dimentico: e tu riaffiori come la piena,
soffi sulle guance senza voce
un colpo di tosse reclami, un piccolo pianto.

Te lo concedo, ma allora
ti affronto, maldestra:
– non cercai di ottenere che l’aria
ebbi la tua attenzione, ma senza pagare il biglietto.
Non dovevo essere altro che autentica,
e con me, ti potevi permettere di essere semplice.

Presi la decisione, presi il controllo sulla questione.
Non ho il potere:
ho il controllo del pettine
del coltello con cui ho reciso il gambo del fiore
ho il controllo della porta sbarrata.
Ho il controllo di parte delle lacrime.

Tu, hai il potere di non scomparire.
Tu continui ad abitare nella stanza segreta
con me.

Ascolto le storie. La tela bianca del giorno

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Non so che accada perché quest’anno ha ben tredici lune, per via delle congiunture astrali, ma certe giornate sono tela bianca, ben distesa dentro cornici semplici e grezze. Mi metto al centro della scena, non decido nulla; il regista non si fa vedere, è andato a farsi un bicchierino al bar.
Mentre parcheggio davanti il parrucchiere, una sedia a rotelle schizza come una scheggia. Una bella donna con gli occhi azzurri e capelli grigi volteggia come un cigno nel mezzo della strada. Metto le quattro frecce, e scendo.

La riconosco: mi racconta della sua casa, non le piace cucinare ma creare oggetti.
La badante ha imparato a farsi i fatti suoi, voleva limitarla, si lamentava dello sporco che faceva quando lavorava alle sue cose.
Alcune vertebre sono collassate. Porta il busto. Non può fare tutto quello che faceva prima.
Alla fine viene fuori che non ha mai avuto il coraggio di trasformare il salotto borghese in studio d’arte. Usa il tavolo del salotto. Non è la stessa cosa, le dico.
Pochi riescono a disintegrare i condizionamenti pesanti che implorano: non dare acqua, ti prego, alla pianta del talento! Resta minuscola. Resta viva a metà.

Esco dal parrucchiere, piega, ore di tempo libero, altra acqua che nessuno possiede in quantità esatta. Beviamo le poche gocce di ossigeno, cercando di dimenticare le gabbie in cui stringiamo il corpo, ad altezza vita.

Mentre mi dirigo sbattendo i tacchi delle scarpe nuove in Piazza Enrico Berlinguer (quanto durerà l’intitolazione, mi chiedo, di questi tempi neri) vedo lei.

Settantacinque anni, la parrucca un po’ leziosa a causa della chemio.
Questa donna anticonvenzionale non ha molto tempo davanti a sé, da vivere.
Ma sorride. Sta facendo un pic-nic.
Io adoro i pic-nic, mi dice. Ti faccio compagnia, le dico.
Lei forse immagina che io sappia, io non lo do a vedere.
Lei non ha bisogno di commiserazione, perché è forte.
Ha bisogno solo di qualcuno che ascolti le sue storie, dei suoi campeggi, di quello che ha fatto due anni fa – l’ultimo, le scappa detto – in treno, portando la tenda e le attrezzature pesanti su un carrellino, da sola. Mia figlia mi ha rimproverato.  Infatti, dopo mi è toccato andare dall’ortopedico.
Però, le chiedo, ti è piaciuto? Prima, dico, di andare dall’ortopedico, al ritorno.
Sì, mi è piaciuto. Molto, mi è piaciuto.
Era a mio padre, che piaceva il campeggio, mia madre restava a casa.
Lei è selvatica, eccezionale, ha dovuto convivere per decenni con persone che a malapena la capivano.
Ora è gravemente ammalata, ma si gode, sorridendo un pic-nic.
E sorride.

Amore impossibile

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Si era data da fare per asportare chirurgicamente il proprio cuore.
Aveva dipinto il fondale della sua esistenza, controllato il movimento degli astri, scongiurato il diavolo.

Ogni cosa da secoli si muoveva con grazia, ordine, e bellezza:
un grande orologio meccanico sopra un campanile del milleduecento.

La bellezza dell’equilibrio, la visione chiara. Il fuoco sempre acceso, ma sotto controllo.

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Un ragazzo aveva aperto la porta, portato un vento commovente nelle stanze.
Un amore impossibile, ghiaccio sulle finestre, ceppi di legno pronti per la stufa.

Da allora una creatura invisibile abitava la tana del corpo, per sfamarsi della sua gioia.

Così è l’amore insensato, che pretende attenzione, che ruba la voce, fa tremare le mani.

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Una luna sopra un’automobile, la bellezza sublime di un viso

la tristezza lunga come un fiume che non arriverà mai al mare.

A San Masseo con Padre Paul, Francesca e Sandra. I nostri vent’anni ad Assisi

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Mio padre era già morto, e transitavo dal misticismo cattolico dell’infanzia alla convinzione di essere atea. Sorrido.
Il principio degli anni novanta e due eretiche come me, incontrate all’Università di Lecce, Lettere e Filosofia. Francesca e Sandra. Francesca, una potenziale scrittrice, donna di teatro, selvatica e intensa “cercatrice”. Sandra era la filosofa, perché portata all’astrazione; magica: percettiva, sensibile. Ci raccontavamo i nostri sogni, afferravamo a manciate la poesia ogni giorno, insieme.

L’ateneo era terreno fecondo per incontri di questo genere, fucina di personalità pure, intelligenti, che pensavano, e pensano oggi come allora, fuori dagli schemi.

Un giorno, sulle scale dell’Ex GIL una ragazza, la leader dei CIELLE, mi prospettò una settimana ad Assisi…abilmente, tracciò il disegno affascinante di un monastero immerso nel verde.

depositphotos_89597518-stock-photo-beautiful-view-of-rolling-hillsConvinsi le mie amiche a partire, sembrava una situazione adatta al nostro temperamento; e costava poco.
Già in treno ci guardavamo perplesse e vagamente spaventate dalle canti di chiesa cantati schitarrando ad alta voce dal gruppo negli scompartimenti vintage.

Poi, inorridimmo, arrivando a Santa Maria degli Angeli, perché la nostra destinazione in realtà era una specie di carcere “motivazionale” dove avremmo dovuto seguire una specie di redenzione obbligatoria. Altrimenti, saremmo bruciate all’inferno.

Ci consultammo, disperate, dopo aver avuto un crollo emotivo. Ricordo Francesca accasciata su una panchina.
– “Dopo la gita collettiva ad Assisi di domattina, fuggiremo” – decidemmo come i tre moschettieri di Francia prima di un attacco al nemico, le tre mani una sopra l’altra.

La mattina, quindi, seguimmo svogliate il corteo dei giovani ipercredenti fino ad Assisi. Poi, non ricordo come accadde, io mi trovai da sola, come in un sogno, accanto a una suorina a cui parlai delle mie ellissi esistenziali.

Intanto un monaco francescano magro e affascinante, Padre Paul, stava finendo di parlare alla folla composta dai miei compagni di viaggio, e lei me lo presentò.

Lui ed io scendemmo giù da una collina estiva con un sole gigante che le stava correndo dietro. Lui era americano, un passato da alcolista, da uomo di teatro. Poi, la conversione. Vieni a San Masseo, disse, è il posto per te.

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Andai a prendere le mie due amiche, avvertimmo i secondini, e la mattina dopo ci trasferimmo in un posto dove si coltivava la terra, si mangiavano i suoi frutti, si viveva con persone di ogni religione, e la mattina si andava attraverso un sentiero polveroso ad ascoltare le Lodi Mattutine dentro una piccola cappella commovente del secolo mille, nella luce incerta e confortante di candele di cera d’api e misticismo.

Due settimane a rinvigorirci a San Masseo, a respirare aria di avventura, nuove atmosfere, che si intonavano perfettamente ai nostri  cappelli di paglia.
A ignorare le mosche, a mangiare minestrone da pentoloni enormi, e il pane impastato e infornato dalle nostre mani.

E Padre Paul mi consigliò di sconfiggere il mio cuore, diventato di pietra – citandomi il passo evangelico – schiacciato da un passato che me l’aveva pestato, amaro e oscuro.

Il mio libro a Bologna, a Cento, a Manduria, a Brindisi, a Supersano

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Prossime presentazioni della mia raccolta di racconti “Incredibili vite nascoste nei libri”, Musicaos Editore 

Venerdì 9 marzo alle ore 18.30
via Borgo San Pietro, a BOLOGNA
BOrgo22 presenta “Zoubida il mediatore, Nena la benefattrice, tratto da “incredibili vite nascoste nei libri” (Musicaos Editore) di Patrizia Caffiero. 
Saranno presenti, oltre l’autrice, Ali Tanveer di Next Generation Italy, Fatima Zahra, Souaad Tazarini.
Saranno letti alcuni brani del racconto.
Dopo la presentazione ci sarà un buffet per i presenti

Sabato 10 marzo alle ore 19.30
Art Cafè, Corso del Guercino, 76 a CENTO
la Libreria Albatros presenta “Incredibili vite nascoste nei libri”
Lisa Lambertini, scrittrice, dialoga con Patrizia Caffiero

Giovedì 22 marzo alle ore 14.30
Presentazione del libro al Liceo “F. De Sanctis – G. Galilei” – Via Sorani a MANDURIA

Sabato 24 marzo alle ore 17.30
Camera a Sud, Largo Otranto, 2 a BRINDISI
Presenta Rosella Apruzzi, docente. 
Interventi di Luciano Pagano, Musicaos editore.

Domenica 25 marzo alle ore 18.30
Mubo’s Cafè a SUPERSANO
Irene Mastradrea presenta l’autrice

Mercoledì 11 aprile alle ore 18.00
Il Gruppo Lettura della Biblioteca di BORGO PANIGALE incontrerà Patrizia Caffiero e il suo libro.
Sonia Borsarini dialoga con l’autrice

 

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scatto di Francesca Sgobio

L’amore al tempo delle castagne

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Era stato un anno così:
emozioni grosse come anatre
cacciate a forza in un imbuto, rimaste sottopelle
l’idilliaco sempre presente, insieme al dolore, alle morti tragiche di qualcuno,

e verso la fine, in autunno, quando le castagne tempestano la terra di spine
un innamoramento scosse il suo cuore
chiuso da anni come la persiana di un casale abbandonato.

E come rovinò a terra la polvere quando il principe passò là sotto
come la tenda bianca fece la svenevole, nascondendosi alla vista della strada
mentre i vetri arrossivano.

Ella non volle ammetterlo neppure con se stessa
e continuò a cucire in fretta dentro la casa magica
ridotta da una strega a un appartamento artistico
sbarrato da cento porte chiuse da mille chiavistelli fatati.

 

Il Poeta passeggiava con una cavalla candida di nome Splendore
nulla faceva presagire i nuovi eventi
cambiati all’improvviso come panni puliti
al posto di lenzuola sporche
come le carte di un mazzo nuovo al posto di un altro diventato logoro;
la principessa ne fu grandemente afflitta.

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Lo amò subito per i capelli lucenti, le mani bianche dalle dita lunghe
per la voce bassa, tremante, e per l’anima chiara nascosta, ma a tratti visibile dietro l’armatura d’argento.

Lui l’amò all’istante per la sua tristezza, per la sua gaia risata, per la solitudine feroce, per la condanna della casa stregata.
L’amò per i grandi occhi neri.
Quando il principe si allontanò dietro le curve colline
dopo averle rivolto parole di una dolcezza inaudita
Principessa cominciò a soffrire di molti mali inventati:
tossiva spesso, come se fosse in mezzo al mare, senza soccorso
sospirava come una pentola d’acqua che bolle sotto un fuoco ardente.

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Desiderava rivedere subito il ragazzo flessibile e alto come un giunco
ma al tempo stesso la spaventava il pensiero che davvero tornasse da lei.

Chiunque, dopo millenni di pene, si affeziona alla propria prigione.

Le prigioni sono stabili, sicure, proteggono dalla pioggia,
tengono lontane gli animali selvatici, e danno riparo ai piccoli insetti vulnerabili.

La principessa non poteva uscire dalla casa,
non poteva guardarsi allo specchio
nè parlare mai con anima viva
dei profondi pensieri del suo cuore.

Ma dentro la casa non mancava il pane caldo la mattina, e la scodella del pranzo.
Mani invisibili preparavano la cena, e allestivano la tavola di legno della sala
per la colazione del giorno dopo.

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Nella casa vi erano molte stanze, arredate per darle piacere:
una biblioteca, dove i libri per non annoiarsi si scambiavano di posto senza aiuto
i dorsi luccicanti di colori accesi;
una grande cucina antica, con una stufa di ghisa;
la camera l’avvolgeva con un grande letto a baldacchino
e lampade di ogni dimensione abbellivano ogni angolo.

Vi era la stanza dell’arte, con cavalletti, pennelli e tele
e uno sgabello di legno intagliato da un Mago.

La casa era rassettata dalle mani invisibili,
che tenevano sempre acceso il fuoco, e confezionavano vestiti nuovi
quando ce n’era bisogno.

Tutto questo era divenuto una piacevole abitudine
prima che il Principe passeggiasse sotto le finestre polverose.

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Nessuno conosce la fine della storia,
nè quale maledizione avesse rinchiuso la principessa.
Potremmo cominciare a chiederci se un drago dormisse in cantina, o nel bosco vicino la casa.

La vera battaglia si svolge nel petto di lei.
A forza di sognarlo, di ricordare il Poeta dai capelli fluenti e dalla voce fatata
si logora come la fiamma della candela.

Aspetteremo che la vita faccia il suo corso
chiudendo le palpebre, ascoltando la musica
facendoci portare con fiducia
dal vento del Nord che fa gonfiare le vele
e cadere i frutti dai rami più alti dell’albero.

 

 

 

 

 

Contaminarsi fra noi, fra noi tutti.

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L’anima ha preso questo corpo, allora: guardo il viso allo specchio come se fosse un abito che ho infilato. Mi piace, nè troppo bello nè brutto,
adatto a questa incarnazione.
Flessibile, adatto a molti tipi di avventura.

Occhi profondi, un mare di terminazioni nervose: che incarico gravoso. Lo accettai, allora.

Avrai tutto: ma con molta fatica.

Vivrai come un mendicante. Anche se potresti avere di più.

L’anima è precisa come un ordigno, non sbaglia. Ne sa parecchio, di questa vita e delle precedenti. ma noi ci trasciniamo per le vie del mondo storditi come dopo avere fumato molte boccate di oppio dal narghilè.

Non ci ricordiamo, non sappiamo: inciampiamo senza bisogno di ciottoli o di complicità; ci rialziamo strisciando, o grazie a una mano esitante tesa verso tutta questa inanità.

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A volte cadiamo per dare modo a quella mano di sentirsi importante.

Nel labirinto degli spazzoloni ci contaminiamo, ci sporchiamo del sangue delle altre anime.
Un gioco straordinario.

Stanchi, ci ripariamo dietro qualche angolo, ma la forza della vita ci viene a cercare, prima o poi.
Ridendo.
Rantolando, a volte.

L’amore. Gli sguardi, gli abbracci, la comprensione di parole profonde come pozzi.

Il tradimento, una fitta lancinante nelle ossa che governa anche il pensiero: balbetta tutto di noi.

Ci sporchiamo, ci smussiamo, merce sbattuta dentro il macero della catena di montaggio dell’esistenza.

Ci purifichiamo.
Tutto di me se ne va, nel setaccio.
Non morirò così come sono nata. Ti sfido, nuvolaglia.

 

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Come mi piace, tutto questo. Mi ostino a uscire dai ripari e mi espongo a insolazioni.

La bellezza di ogni momento.

Che rischio, aprire gli argini.

La compassione dell’eretica

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L’angelo ieri sera mi ha detto: Hai lasciato cumuli di macerie.
Oggi, piangendo,  ho ricordato.
I miei ventun anni, e la camminata più triste del mondo sul basolato di Piazza Santo Oronzo.
Vai via da qui. Non sei più gradita fra di noi – mi disse il Serpente: la mia migliore amica.
Scacciata, io- lei faceva risuonare la punta dell’ombrello controtempo con i tacchi degli stivali, mentre tornava alla mansarda nella solitudine più grande della terra; quella inarrestabile di chi dice sempre la verità.

La mansarda era un nido adatto a covare i sogni, insediato da secoli sui tetti di Piazza Duomo davanti agli sguardi severi dei Propilei.

Qualche mese prima la sua migliore amica le aveva consigliato, insieme agli altri della compagnia, di conquistare lui. “Salvalo”. Diceva l’amica: Addà venì baffone. Salvalo da lei. La snella ragazza del più bel ragazzo del mondo non riusciva simpatica a nessuno, e la ragazza che ero stata sembrava adatta a sostituirla, secondo il giudizio sicuro della sua migliore amica.

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Posata sulle nuvole, sulla luccicanza, la fiaba decollò a dispetto della ragazza che ero stata allora, che non era a caccia di nessuno, ma che non disdegnava la seduzione.

La capacità di sedurre è un dono di famiglia. Noi siamo capaci di Seduzioni senza costrutto, che servono Solo a spostare gli eventi, a far salire la temperatura del destino.

La fiaba decollò, ma io ne ebbi paura. Partii. Quando il ragazzo tornò con la snella bambola che non era simpatica a nessuno, la migliore amica della ragazza che ero allora decretò:
Non sei più degna della compagnia.
Non disse al più bel ragazzo del mondo di avere costruito castelli di carte alle sue spalle. Per fare sì che tutto tornasse normale, Serpente truccò le carte contro di me.

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E’ trascorso un quarto di secolo da quella sera in Piazza Sant’Oronzo; e negli anni dopo, la ragazza che ero allora, e la donna che sono, si espose altre volte, pagò, si sacrificò.

Sotto la bandiera di una sincerità assoluta, della coerenza, mi sono scarnificata.
Sono morta e risorta mille volte. Sono passati cento, duecento anni, ma resto ancora la ragazza di allora.

Ma adesso percepisco qualcosa di potentemente nuovo, rinato dalle ossa della Fenice bruciata: la compassione.
Mio padre li chiamava: poveri di spirito.

L’angelo ieri sera mi ha detto: hai lasciato anche me, fra le macerie.
Perdona.