Tenere acceso il fuoco

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Il sole conquista la mia casa, la trasforma in un biplano.
Non trova resistenze. Verde rosso e nero in geometrie arabeggianti
(vecchia coperta della prozia)
Fiori viola sul balcone (abbarbicàti)
Giallino e bianco: margheritine immerse nella latta.
Pasolini in formato cd (audio) recita garbatamente solo per me Le ceneri di Gramsci.
Alzo il volume mentre lavo i piatti, dopo sposto i libri dappertutto, in un ordine le cui coordinate conosco solo io.
Accumulo fotocopie. Tengo puliti passaggi inventati di canne fumarie di un caminetto che non esiste.
Non posso rischiare che si smorzi il fuoco.
Ignoro la bambina.

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Perché non scelgo. Vivo nel non volere del tramontato dopoguerra: amando/il mondo che odio- nella sua miseria sprezzante e perso-per un oscuro scandalo della coscienza.
1991. Compitavo quel libretto, vecchia edizione Einaudi, a Torre Sant’Andrea in una giornata perfetta come un anello.

A Sant’Andrea accanto a una pizzeria con il porticato coperto di foglie di palma la scogliera traforata si allunga verso il mare.
Le case vecchie dei pescatori hanno porticine chiuse con grossi chiavistelli.
Le spiaggette preparano gradualmente l’immersione nella gran vasca dell’Adriatico.
Gli alberi bassi delle pinete sono Eumenidi, la compensazione di tutto il chiaro della sabbia.

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“Le foglie dei sambuchi, che sulle rogge/sbucano dai caldi e tondi rami/tra le reti sanguigne, tra le logge/giallognole e ranciate dei friulani/venchi, allineati in spoglie prospettive/contro gli spogli crinali montani/o in dolci curve lungo le festive chine delle prodaie. . .”

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E’ lecito non pensare ai morti?

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Una volta ho dormito in un bosco da sola, in un sacco a pelo. Quella notte, nella solitudine più completa che ci sia, mi accorsi di non pensare spesso ai miei morti, tranne che a quello eccellente, preminente, che mi ha scavato la vita spezzandola in due, mio padre strappato alla vita dall’amianto del tribunale dove lavorava nel 1989.

Ma gli altri morti giacciono sul fondo del fiume dei ricordi, coperti di sassi.
“Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti” recita il Vangelo di Luca.
Abbiamo tutti costruito un principio solido di distrazione, e così non penso ad ogni istante ad Enzo, che mi sussurrò l’anno scorso che si era fatto grande, settant’anni di bellezza e sfida delle regole, prima di cadere in un bar con le braccia aperte come un cristo, lontano da tutti noi.

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Non penso quasi mai a Marco, che sfidò la sua fine con estrema dignità e che consacrò sè e la sua donna all’arte come se vivesse nell’ottocento e non in un tempo che non ama la profondità, la Bellezza.

A zia Nina, la santa, che aveva il cuore di un uccellino e amava nuotare nel mare di Porto Cesareo, ancora sensuale, bella, ad ottant’anni.

E a Vanna, la mia maestra di canto e di vita, che si prese cura di me come una seconda madre?

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La prozia Maria, che accompagnai per tutta la vecchiaia, fin da bambina, tenendola per mano?
Con queste e altre anime ho diviso confidenze e aspirazioni, ho ritagliato dal tempo sculture di significato.
Immagino che, se mi fermassi a pensare a loro riempirei tutte le caselle del tempo che mi resta di dolore, e diventerei di pietra.

Ma la distrazione, è lecita? “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”.

Credo che ritornerò a conversare con loro, e conservo la sofferenza in cassetti di legno di noce, chiudendoli a chiave, sapendo che ci rivedremo?

 

“Le strade di Laura” di Patrizia Caffiero (Musicaos Editore)

Aspettando la raccolta di racconti su carta 🙂 🙂 🙂

Musicaos Editore

Una nuova storia scritta da PatriziaCaffiero, un racconto, anticipazione del volume di racconti che uscirà, in autunno, con Musicaos Editore. L’ebook è scaricabile gratuitamente.

“Le strade di Laura” di Patrizia Caffiero (Musicaos Editore)

Laura vive con la sua famiglia a Pescara, è una giovane ragazza, i suoi occhi evocano creature del bosco e spazi sovrannaturali. Allʼetà di quattordici anni Laura si è iscritta allʼIstituto dʼArte della sua città. La vita di Laura è divisa tra il mondo di fuori e casa sua, dove viene picchiata, senza preavviso, senza motivo, senza ragione, dal padre, senza che sua madre muova un dito. Laura frequenta un uomo più grande di lei. Laura sogna di scappare, un giorno, scappare di casa, e andare a vivere in unʼaltra città.

“Molte volte, negli ultimi anni, aveva pianificato quella partenza senza confidarlo a nessuno. Un sorriso perenne le premeva dietro le guance tonde; era…

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Alberto Fortis, ti amavo e mi tradisti

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1979. La sedia di lillà è la storia di un suicida che invita l’amico a vivere ogni momento con amore. La sua ombra batte ritmicamente sul muro di una villa, mentre la voce in falsetto di Fortis determina lo stile unico del 45 giri “le sue rughe di cemento lo solcavano di rosso prontamente diluito da una goccia molto chiara”.
Rimettevo la puntina più volte, dieci anni, seduta in penombra ad ascoltare, soggiorno di casa, sotto lo sguardo preoccupato di mio padre.

Però papà mi accompagnò al concerto, 1982, Teatro Massimo, Alberto con i pantaloni bianchi e il tamburello, la voce. Il duomo di notte è un gioiello “Piroette di sabbia e le guglie del Duomo differenza tra pietra e le voglie di un uomo che ha per vita una gabbia liberata dal sesso, gonfia di verita` .

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Vi odio a voi romani determinò l’ostracismo di Fortis che amava solo un certo milanese e parlava dei romani così: “Siete falsi come Giuda, e dirvi Giuda e’ un complimento, e vivete ancora adesso avanti Cristo, e trattate gli altri come i vostri nonni coi cristiani, io vi odio a tutti quanti voi romani. Naturalmente Roma gli proibì di dare concerti e i pezzi furono esclusi dal circuito radio televisivo ufficiale.

Tra demoni e santità è un concept album. Lo acquistai in duplice copia per non consumarlo. Testi criptici, mentre un autore tra follia, lucidità e un allegria sardonica si interroga sul Bene e sul Male.

Lo adottai come mio testo scolastico segreto, e dopo più di vent’anni lo adopero ancora. Non ci si stanca di parole afferrate a simboli, labirinti.  La grande grotta, lp successivo era già un dilemma un po’ arreso, ostrica un po’ coriacea e stolida che racchiudeva però una perla senza prezzo: Settembre.

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Quello che Fortis ha scritto dopo non mi ha mai interessato, acqua che scivola senza incontrarmi. Da allora mi chiedo perché cambiò così la sua ispirazione, e si risolse in cascatelle senza molto valore.

Dopo la pioggia. Uno con l’altro.

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Da Località Perotti a Ferriere c’è un sentiero tutto piano di 3 chilometri, una via che guarda sul torrente Nure.
Ho promesso di portare un sasso a Maria, un’ anziana signora del mio paese, e dopo questa pioggia benedetta mi incamminerò verso Ferriere, fra cespugli e fango. per cercarlo. L’acqua del Nure sta salendo, mentre aspetto che il cielo si schiarisca. Maria dipinge i sassi, riempie di fiori innumerevoli vasi, fa crescere bene le piante del suo giardino. Quando vado a prendere il caffè da lei mi gira intorno per tutto il tempo della visita, ansiosa, cerca i biscotti, una raviola, gira con forza il cucchiaino dentro il bicchiere con lo zucchero e il primo caffè che viene su dalla moka per fare la cremina. Siediti Maria! Bevi il tuo caffè. Il mio paese è un giardino di storie, di persone che è bene ascoltare. Basta sedersi accanto a loro ed aprire un ventaglio di percezione. Il mio paese apre il cuore a chi usa troppo la testa.

È una stanza luminosa dove siamo legati uno all’altro a doppio filo, anche se crediamo di vivere separati.

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Mi hanno assegnato un filo doloroso, a fine luglio. Quella sera si faceva notte, mentre salutavo una ragazza che la mattina dopo si sarebbe schiantata su un camion, spezzando i fili che la legavano al mondo in un colpo solo.
Come un refrain che si ripete ricordo che era serena, e io gentile con lei più di ogni altra volta.
Ora, camminando sul sentiero di polvere e sterpaglie, respiro di nuovo. Quando la pioggia sarà finita, andrò a vedere il Nure correre con nuova energia.

Descrivi il tuo albero – di quando eri bambino

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Aprile, 2017: l’esercizio è questo: pensa all’albero con cui giocavi quando eri bambino.
Il tuo albero.

Mentre i miei compagni di corso scrivono sui loro quaderni, mi accorgo di non non ricordare nessun albero in particolare: da bambina facevo soltanto incetta di libri,  avrei voluto divorarli a pranzo e a cena.

Se i miei non me ne compravano abbastanza, rileggevo tutti quelli che trovavo in casa, mi fermavo con la testa all’insù a decifrare manifesti elettorali, le pubblicità.
Cercavo avidamente insegnamenti dalle lettere e dalle loro combinazioni alchemiche.

D’estate rimanevo spesso in casa a leggere, mentre i miei con borse e asciugamani scendevano in spiaggia. Detestavo fin da allora la folla di turisti, i corpi stretti in pochi metri quadrati di pance e sudore, la sabbia che mi scottava le piante dei piedi.

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Però mi torna in mente un ricordo; non avevo un albero con cui dialogare, ma un’intera pineta.

Il pomeriggio giravo libera con la mia bicicletta verde. Dietro la villetta imbiancata a calce della mia famiglia attraversavo i sentieri scavati tra sterminate sterpaglie, piante di origano, per arrivare all’entrata stretta e bassa della casa dei pini.

Dentro quella tana, la domenica con mio padre e le sorelle giocavamo a bocce, costruivamo finte barchette. Altre volte, con un’amica, ispezionavo le fondamenta accecanti, le pietre bianche rimaste di un’abitazione misteriosa, che poteva essere stata distrutta cinquant’anni prima – o cinquecento.
L’ esercizio continua: cosa ti dice il tuo albero?

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La pineta, alberi snelli e scuri come le donne di un coro greco, sussurra a quella bambina di dieci anni:

– Avrai una vita difficile, ma anche la forza di superare tutto, se ti collegherai a noi; se prenderai energia dalla natura.

Lei sapeva che avrei scoperto due decenni più tardi – per mia fortuna – che la vita non è fatta solo di libri.

La biblioteca dei bambini

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In questi giorni con i risvolti spiegazzati, disordinati, impegnati fino all’altezza del cuore, i bambini nella biblioteca spadroneggiano.

Dalla porta a vetri, entrando a passetti indecisi, o distratti, o imperiosi come cavalieri di Malta loro trovano ogni giorno alle due postazioni di fronte due gatti di Alice, con il sorriso e tutto.

Mentre vado a cercare Il cavaliere inesistente nella sezione piccoli, di fronte all’archivio incrocio due ragazzini indiani, pensosissimi, che cercano il libro preferito nelle edizioni Salani.

Uno è mezzo inginocchiato, con le braccia distese davanti a sè come un monaco in preghiera.

Sfilo fra i volumi finiti nell’angolo più polveroso e buio della sala di libri per ragazzi un Incompreso, stessa taglia e stessa copia di quello letto settantavoltesette da bambina.

Provo a immaginare cosa faceva scoppiare dietro la mia fronte il disegno in copertina del bambino rifiutato dall’amore del padre.

I genitori credono di acquistare per i figli libri inoffensivi ma nel nido delle pagine alloggiano ammonimenti severi, e le indicazioni per il destino profetico di ragazze con la coda, che imparano la vita prima di percorrerla, con la schiena curva sulle copertine rigide.

Chiara, di undici anni, è una lettrice autentica e clandestina, con grandi passioni.

Le chiedo ad un tratto quale sia il libro che preferisce fra tutti, e lei mi indica esitante e franca Matilde di Dahl.

Naturale, io ritengo, che si sia specchiata dentro gli occhi incandescenti di M.

Mentre parla non trattiene un guizzo nella bocca.

Forse, si rende conto di essere stata avvistata e riconosciuta da una Sorella.

Parola d’ordine, lasciapassare per la città invisibile

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La città ha due livelli. La città ha accessi misteriosi, ponti levatoi invisibili. Fiumi d’acqua fangosa ospitano nell’ombra coccodrilli e nutrie.
La città ha una stanza a pianoterra, scrivanie, mandarini, ascensori e buongiorno, salve, come stai? Ritmo di tacchi a spillo, uno, due, tre, quattro.

Potresti restare là dentro all’infinito, ma se hai sufficiente energia, apertura corretta del chakra del cuore, accedi alle scale labirinto.
La seconda qualità è il coraggio di lasciarti sorprendere.
Al secondo piano le persone che incontri nei corridoi mutano forma; sono bocche da sfamare, braccia da sostenere.

Mio marito non mi lascia lo spazio per dipingere, eppure l’ho sempre sostenuto, dice la bella donna con i capelli castani offrendoti un caffè metafisico.
Il suo bambino è biondo platino; e assomiglia a John Lennon.

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Un ragazzo magro dice: ho paura di morire ogni giorno. Per impedirlo, devo ripetere i gesti che faccio un numero esatto di volte, in multipli di tre.

Ad ogni bivio, qualcuno ha una storia da raccontare; lascia nel cavo delle tue mani le sue perle, ciottoli di fiume, noci, pepite d’oro. Una piccola croce di legno.

Io non ho paura di morire, invece, ho paura di non finire le cose da fare prima di quel giorno.

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Vietato ascoltare Chopin

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Lui l’aspettò fuori dalla metropolitana. Piovevano ricordi. La prima chiacchierata in un bar, però Marco usciva ogni dieci minuti per fumare. Troppi bicchieri di birra, notò Lia.
Lo aveva ritrovato con le guance gonfie, la bellezza da statua greca rovinata; e aveva superato soltanto da poco i quaranta. Ma la voce, restava sempre la stessa.

Lei ricostruì perfettamente il viso di un tempo dalla voce, e camminandogli accanto riuscì a rivederlo radioso, con la sciarpa buttata indietro sul trench da studente brillante di filosofia, ai tempi in cui le chiedeva: sei Apollo o Dioniso?

Scoppiò una chitarra acustica alla radio, in auto. Non erano stati mai, da vent’anni più felici che in quei momenti, un fine settimana a Roma senza smettere di parlarsi.
Una mostra di foto di Carmelo Bene, un’altra di Doisneau.
Marco era l’unico essere che la conosceva più di se stessa.
Lia si era illusa di averlo ritrovato, di avere sul palmo della mano la chiave dell’amicizia a cui teneva di più. Non fu così, che andò.

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Marco aveva trovato un lavoro ben pagato che odiava, invece lei non aveva mai smesso di avere fiducia nel proprio talento. Marco aveva rinunciato, e la sera, tornato dalla moglie, sul divano della casa ben arredata vedeva le partite di calcio.
Le disse: – ritenterò nella prossima vita.

Se lei era stata Dioniso, lui era Apollo, e  la sua esistenza era diventata una tragedia.
Meglio faticare per arrivare a fine mese, piuttosto che vendere tutti i propri sogni come se fossero merce qualsiasi.

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Un giorno Lia riuscirà a dare un significato a questo senso di impotenza, di tristezza senza confini; riuscirà a scrivere la loro storia.
Fino ad allora, le è proibito ascoltare un certo Notturno di Chopin.

A chi si può dire la verità?

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Questo corpo è un buon amico. Man mano che passano i decenni, rimane costante il suo respiro, il battito del cuore. Sopratutto, resta costante l’intento, che mi svegli presto o tardi la mattina, di voler portare un contributo di luce nella città degli abitanti umani di questo livello di realtà. Le priorità.

Quando ero piccola la mamma aveva un particolare sguardo nei suoi occhi da gazzella di bellissima donna se diventavo troppo fastidiosa: dicevo la verità a chiunque.
Quello che si rimuove, quello che non si può dire. Cantavo come un uccellino, parlavo come mi veniva. E, viste le capacità empatiche (dono di famiglia), coglievo esattamente il punto di rottura della faglia interiore, ciò che non si voleva ascoltare.
Allo sguardo severo della mamma, che è una fata, non sono mai seguiti schiaffoni, e la bambina selvaggia ha continuato a parlare. Ho continuato a farlo da adulta. Un pranzo con amici, una mia frase di commento a un’altra; seguiva il giorno stesso la rottura di una relazione. La parola freccia va a colpire la putrefazione delle zone coperte da ipocrisia e compromessi. Dopo la crisi, si liberano le esistenze, si va verso la gioia. Ma la crisi terrorizza tutti, non si cerca mai.

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Solo lentamente, con difficoltà e concentrazione, ho imparato, a volte, a tacere il messaggio che colpisce direttamente l’ombra di chi incontro. Omissione voluta. Soprattutto per non ferire, per non lesionare le anime. Ma anche per non perdere il posto di lavoro, per mia convenienza personale. Ci sono altri motivi: a volte occorre non turbare il processo di evoluzione naturale degli altri.
Per molti motivi riesco a non dire la parolina magica, ma quella sospensione del discorso fa sì che le frasi si ritorcano nella bocca, taglino il palato per scivolare nell’esofago.

Ieri pensavo a quanta verità da dire mi resti celata fra cellula e cellula, accumulandosi vertiginosamente nella caverna del cuore.
Sarebbe bello avere intorno individui che sopportino la voce che non mente, che non mistifica, che non si spaventino della cruda facciata delle cose.
Anni fa li avevo vicini; ma lo spazio bianco, alla fine, è rimasto deserto.
A qualcuno bisogna dire tutta la verità.
Poi, non devo dimenticare di dirla a me stessa.