E’ lecito non pensare ai morti?

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Una volta ho dormito in un bosco da sola, in un sacco a pelo. Quella notte, nella solitudine più completa che ci sia, mi accorsi di non pensare spesso ai miei morti, tranne che a quello eccellente, preminente, che mi ha scavato la vita spezzandola in due, mio padre strappato alla vita dall’amianto del tribunale dove lavorava nel 1989.

Ma gli altri morti giacciono sul fondo del fiume dei ricordi, coperti di sassi.
“Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti” recita il Vangelo di Luca.
Abbiamo tutti costruito un principio solido di distrazione, e così non penso ad ogni istante ad Enzo, che mi sussurrò l’anno scorso che si era fatto grande, settant’anni di bellezza e sfida delle regole, prima di cadere in un bar con le braccia aperte come un cristo, lontano da tutti noi.

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Non penso quasi mai a Marco, che sfidò la sua fine con estrema dignità e che consacrò sè e la sua donna all’arte come se vivesse nell’ottocento e non in un tempo che non ama la profondità, la Bellezza.

A zia Nina, la santa, che aveva il cuore di un uccellino e amava nuotare nel mare di Porto Cesareo, ancora sensuale, bella, ad ottant’anni.

E a Vanna, la mia maestra di canto e di vita, che si prese cura di me come una seconda madre?

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La prozia Maria, che accompagnai per tutta la vecchiaia, fin da bambina, tenendola per mano?
Con queste e altre anime ho diviso confidenze e aspirazioni, ho ritagliato dal tempo sculture di significato.
Immagino che, se mi fermassi a pensare a loro riempirei tutte le caselle del tempo che mi resta di dolore, e diventerei di pietra.

Ma la distrazione, è lecita? “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”.

Credo che ritornerò a conversare con loro, e conservo la sofferenza in cassetti di legno di noce, chiudendoli a chiave, sapendo che ci rivedremo?

 

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Una gita a Roca

dolorOran se andò con la bicicletta nell’ora in cui cambiava l’odore del villaggio e la lunga sciarpa di mare davanti al giardino della Villa virava dal turchino al blu.

In casa, le donne si stavano lavando e truccando nel bagno, chiacchierando forte e gesticolando contro le piastrelle rosa. La zia Mante aveva vaporizzato il suo profumo forte e arcigno da una piccola bottiglia addobbata con una specie di vestitino giallo tenue.

La Cugina Lana giocava con zia Mante a dama sul terrazzo, accanto al dondolo;

Zio Boetius disputava una partita a scopone sotto gli alberi di limone con Nonno Silvano, Zio Leon e due uomini che lei non aveva mai visto prima.

Oran aveva messo il cappellino con la visie.ra e riempito il cestino della bicicletta con quattro fichi neri.

Andando, si tenne al bordo della strada polverosa come le raccomandava sempre di fare la mamma. La sorpassò qualche automobile diretta a Roca Li Posti.  Dal finestrino aperto a metà di un’auto gialla un bambino la indicò al fratellino.

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Appena arrivata, Oran lasciò la bicicletta sul margine della via e si precipitò verso la vasca naturale che si spalancava dentro le rocce bianche: due palmi di gigante uniti, a coppa, a tenere l’acqua legata a sé; e tutto a pochi metri dallo sprofondo del mare.

L’ora aspra aveva già allontanato i turisti e questo, a lei, piaceva un sacco: amava scivolare sui massi enormi, scendere nel ventre della pietra e toccare l’acqua con le dita dei piedi, senza scocciatori in giro, senza uomini che si tuffavano scomposti calpestando l’acqua con le pance grosse e ragazzini che giocavano a pallanuoto, mentre le signore accudivano i bambini piccoli.

Più in là, dall’altra parte della strada c’era una cappella imbiancata a calce, solo una stanzetta, poche panche davanti all’ altare di tavole grezze. Un crocifisso appeso al muro. Un grosso vaso per terra conteneva le ginestre fresche.

La tenevano pulita le donne anziane del paese, che per il caldo e i pensieri non riuscivano a dormire e all’alba arrivavano con lo straccio e il secchio stipato di fiori nuovi.

 

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Proprio sotto di lei, invece – l’aveva saputo da Papà Uriel – c’era l’accesso a un tempio molto antico che l’acqua aveva sommerso secoli prima lasciandolo nel più solitario degli abbandoni.

Adesso era soltanto il posto sacro dei saraghi, della prateria di posedonia; era il covo dell’anemone dorata e della sogliola, regine del silenzio verde e indaco. Papà le aveva raccontato che a volte, là sotto, al posto delle nenie dei sacerdoti diventati polvere si potevano udire gli schiocchi sordi delle corvine.

Quella mattina Oran aveva visto Mamma Marian appendere il bucato con la Nonna, Zia Mante e Lana nel cortile. Zio Boetius, Zio Leon e Nonno Silvano erano usciti presto con l’automobile.

Per quello si era potuta inoltrare nella parte della casa dove dormivano i Nonni.

Non aveva il permesso di entrare nelle stanze ad est della cucina.

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Tenendo gli zoccoli in una mano aveva superato la porta di legno vecchio, perlustrato la penombra della stanza fresca, sfiorato con piacere il cotone bianco del copriletto ricamato dalla bisnonna.

Oran aveva accarezzato il bordo della toilette di ceramica smaltata sul treppiedi scuro. Aveva tuffato la faccia nell’asciugamano di lino leggero.

Sul lato della stanza opposto al letto c’era la porticina che portava alla camera dove dormiva lo Zio Boetius.

Lei l’aveva aperta con il cuore che le cantava di stare zitta, di non fare nessunissimo rumore, per carità: il suo respiro era diventato il pigolio del pulcino che le aveva regalato Papà Uriel durante la festa patronale.

La cameretta era stata ricavata dal grande corridoio che andava dalla sala alla cucina, molto dopo la costruzione della villa, ed era ventilata da una finestra di piccole dimensioni.

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Le tende erano tirate, e lei sentiva odore di vestiti da uomo stirati troppo, quasi bruciati dal ferro. Una collezione di rosari risaltava cinquanta centimetri sopra la testata di ferro scolpito del lettino.

Oran smise di pensarci e tornò a guardare il mare che si imbitumava di sera.

Era tempo di andare a riprendere la bicicletta abbandonata nei rovi, e di assaggiare i fichi intiepiditi dall’attesa.

 

 

Descrivi il tuo albero – di quando eri bambino

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Aprile, 2017: l’esercizio è questo: pensa all’albero con cui giocavi quando eri bambino.
Il tuo albero.

Mentre i miei compagni di corso scrivono sui loro quaderni, mi accorgo di non non ricordare nessun albero in particolare: da bambina facevo soltanto incetta di libri,  avrei voluto divorarli a pranzo e a cena.

Se i miei non me ne compravano abbastanza, rileggevo tutti quelli che trovavo in casa, mi fermavo con la testa all’insù a decifrare manifesti elettorali, le pubblicità.
Cercavo avidamente insegnamenti dalle lettere e dalle loro combinazioni alchemiche.

D’estate rimanevo spesso in casa a leggere, mentre i miei con borse e asciugamani scendevano in spiaggia. Detestavo fin da allora la folla di turisti, i corpi stretti in pochi metri quadrati di pance e sudore, la sabbia che mi scottava le piante dei piedi.

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Però mi torna in mente un ricordo; non avevo un albero con cui dialogare, ma un’intera pineta.

Il pomeriggio giravo libera con la mia bicicletta verde. Dietro la villetta imbiancata a calce della mia famiglia attraversavo i sentieri scavati tra sterminate sterpaglie, piante di origano, per arrivare all’entrata stretta e bassa della casa dei pini.

Dentro quella tana, la domenica con mio padre e le sorelle giocavamo a bocce, costruivamo finte barchette. Altre volte, con un’amica, ispezionavo le fondamenta accecanti, le pietre bianche rimaste di un’abitazione misteriosa, che poteva essere stata distrutta cinquant’anni prima – o cinquecento.
L’ esercizio continua: cosa ti dice il tuo albero?

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La pineta, alberi snelli e scuri come le donne di un coro greco, sussurra a quella bambina di dieci anni:

– Avrai una vita difficile, ma anche la forza di superare tutto, se ti collegherai a noi; se prenderai energia dalla natura.

Lei sapeva che avrei scoperto due decenni più tardi – per mia fortuna – che la vita non è fatta solo di libri.

A chi si può dire la verità?

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Questo corpo è un buon amico. Man mano che passano i decenni, rimane costante il suo respiro, il battito del cuore. Sopratutto, resta costante l’intento, che mi svegli presto o tardi la mattina, di voler portare un contributo di luce nella città degli abitanti umani di questo livello di realtà. Le priorità.

Quando ero piccola la mamma aveva un particolare sguardo nei suoi occhi da gazzella di bellissima donna se diventavo troppo fastidiosa: dicevo la verità a chiunque.
Quello che si rimuove, quello che non si può dire. Cantavo come un uccellino, parlavo come mi veniva. E, viste le capacità empatiche (dono di famiglia), coglievo esattamente il punto di rottura della faglia interiore, ciò che non si voleva ascoltare.
Allo sguardo severo della mamma, che è una fata, non sono mai seguiti schiaffoni, e la bambina selvaggia ha continuato a parlare. Ho continuato a farlo da adulta. Un pranzo con amici, una mia frase di commento a un’altra; seguiva il giorno stesso la rottura di una relazione. La parola freccia va a colpire la putrefazione delle zone coperte da ipocrisia e compromessi. Dopo la crisi, si liberano le esistenze, si va verso la gioia. Ma la crisi terrorizza tutti, non si cerca mai.

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Solo lentamente, con difficoltà e concentrazione, ho imparato, a volte, a tacere il messaggio che colpisce direttamente l’ombra di chi incontro. Omissione voluta. Soprattutto per non ferire, per non lesionare le anime. Ma anche per non perdere il posto di lavoro, per mia convenienza personale. Ci sono altri motivi: a volte occorre non turbare il processo di evoluzione naturale degli altri.
Per molti motivi riesco a non dire la parolina magica, ma quella sospensione del discorso fa sì che le frasi si ritorcano nella bocca, taglino il palato per scivolare nell’esofago.

Ieri pensavo a quanta verità da dire mi resti celata fra cellula e cellula, accumulandosi vertiginosamente nella caverna del cuore.
Sarebbe bello avere intorno individui che sopportino la voce che non mente, che non mistifica, che non si spaventino della cruda facciata delle cose.
Anni fa li avevo vicini; ma lo spazio bianco, alla fine, è rimasto deserto.
A qualcuno bisogna dire tutta la verità.
Poi, non devo dimenticare di dirla a me stessa.

Buon compleanno, Mamma Luciana

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Oggi è il tuo compleanno, mamma. Settantanove anni. Oggi mi hai detto che non te lo saresti aspettato, di vivere così a lungo. E’ vero: eri tu, quella più fragile di casa.

Lo choc anafilattico dal dentista, i problemi alla gamba. Ti bruciavi spesso le dita, una volta il polso, cucinando per noi. Sei sempre stata magra, pelle e ossa.
Lo zio Fernando ti portava a Torino per farti mangiare, le provava tutte.

A dodici anni avevi preso il tifo, eri in fin di vita. La leggenda di famiglia dice che guaristi dopo il passaggio della processione della Madonna sotto le finestre, nel centro storico di Lecce. Tua madre, Nonna Pia, pregava in un angolo della stanza di Palazzo Bernandini.
Ti scese la febbre, eri salva.

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Noi tre ti spiavamo da dietro la testata scura e severa del letto dove tu eri sdraiata, sudata e incosciente – preoccupate e stupite: perchè se tu non fossi guarita, non saremmo mai nate. Se tu non avessi scelto il più paziente e intelligente dei tuoi corteggiatori, dal nome incredibile – Felice – non saremmo nate.

Hai preso il diploma magistrale – a quei tempi non era scontato per una donna, a Lecce – per fare la maestra elementare. Usavi un metodo innovativo con i bambini.
Bella, affascinante, agile, svelta, hai percorso la vita con sicurezza, con grinta.
Un incrocio fra un soldato e una fata.

Quando hai partorito, hai rischiato di morire per tre volte. Stringevi i denti, mentre tuo marito impallidiva per il terrore. Poi, vedova a cinquant’anni del tuo unico amore, sei invecchiata pian piano prendendoti cura dei nipoti, il burraco, la casa, le tue amiche, le letture importanti che non ti eri concessa durante il matrimonio.

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Mi chiamavi per chiedermi di più di Pasolini, di Moravia. Abbiamo analizzato insieme la tua vita, tu hai cercato e cerchi sempre di evolvere, di guardare i tuoi limiti.

Qualche anno fa, hai dovuto affrontare un pericolo più grosso di quello del perdere la vita: non riuscivi a reagire con la solarità immensa che è la tua risorsa centrale.
Non potevi più camminare e sembravi gravemente ammalata.
La depressione ti ha colto di sorpresa, l’immobilità forzata era il tuo tallone d’Achille, l’incrinatura della vela che diventa fatalmente uno squarcio.

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E invece oggi festeggiamo la tua rinascita stellare.
Madre, noi figlie, tutte intorno, ti facciamo corona.
Sei sempre stata la regina, e noi le tue ancelle.
Noi, che adoriamo ogni tuo respiro e ogni tuo progresso, la tua gioia di vivere e la tua dolce vulnerabilità. La dolcezza, la sensibilità.

Con il tuo manto di velluto rosso e la corona ti immergi nel 2017, trionfante.
Buon compleanno, adorata mamma, e nostra migliore amica.

Un matrimonio d’occasione

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Camminando apre le piante dei piedi verso l’esterno

ogni giorno il mondo le inietta nelle vene l’antidoto alla grazia.

La osservo: non è ancora matura, potrebbe apparire bella,

ma:

apre troppo la bocca per mangiare

non rimette le ciocche dei capelli al giusto posto

mentre conversa, ma per contraltare

alza troppo il tono della voce.

Ripose le sue perle nella conchiglia di un matrimonio d’occasione

tuttavia non ha spolverato ogni giorno con cura la casa delle bambole.

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Si spediscono, lei e suo marito, freccette acuminate di antimonio

scavano il secchio di spazzatura fino in fondo con le mani

sono l’una lo specchio dell’altro, perfetti amanti instabili.

Lasciano passare quarti di mese nel silenzio, nel consueto rancore;

ritornano ogni volta a vantarsi

del tempo, della sofficezza della ciambella appena sfornata, dei vasi sul balcone

della vicina sgarbata. Scappa una carezza. Fanno l’amore. Si chiude il cielo.

Lei è fermamente convinta senza chiarirlo a sè, o a chiunque altro

che le bombe di parole risalgano verso i caccia che volano ad alta quota

vincendo la forza di gravità.

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Che sopraggiungerà un lieto fine o la sua morte precoce – di lei o di un familiare intimo

a cui è aggrappata come edera stanca, ma diffusa.

Tutto si presenta fuori controllo.

Nell’appartamento arredato al quinto piano del condominio di periferia

non cresce il bambino, non cambia la forma della luna.

Quei due sono immersi fino alla fronte nell’aceto dei giorni

e per questo io vi dico, e ne sono convinta ormai, che in quella casa

nulla si trasformerà, nulla si innalzerà, nulla si risanerà.

Spero che il caso, il destino, un miracolo per mano del santo preferito di lei

mi smentiscano duramente.

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Buon anniversario. Un brindisi alla purezza

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Nel caffellatte la mattina
si ama aggiungere alla purezza un colore terroso e amaro.
Nel vostro matrimonio l’acqua trasparente andò ad abbracciare acqua chiara
Il bianco si inanellò ad altro bianco, avanzavate per mano su un molo sconosciuto, che altri avevano segnato con quell’arroganza chiamata decisione: voi sempre seguendo i Padri e l’onore.

Non si sapeva a quei tempi che aveva forse qualche ragione compiere dei passi verso soddisfazioni personali. Si incenerivano le ambizioni al focolare di famiglia.

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Avete insegnato solo purezza alle vostre figlie, senza affettazioni o prese di posizione pedagogiche, esistendo così, semplicemente: chi è che si prende la briga di indignarsi gridando che fu troppo poco?

Dico che fu un bel matrimonio, che se anche se lui fu troppo rapido ad andarsene – sono quasi vent’anni- io dico che questo oggi è ancora un buon anniversario.

La casa nella bocca

0000000000000000000000000000faUna bambina ha paura di dormire dentro le lenzuola di una casa che la ospita di tanto in tanto, avverte con la sensibilità ereditata dalla sua famiglia un dolore vecchio che non si smacchia più via dalle pareti.

Scaccia fumo nel sonno, si attorciglia su se stessa, piange di nascosto.

Mamma, non farmi andare più là, per favore.

Sulla tavola della stanza da pranzo ogni volta Lia per trovare spazio per mangiare scaccia via, ma di pochi centimetri soltanto, i libri e fogli ammonticchiati. Un altro tipo di cibo, si sa.

Il cosmo si specchia in un albero. L’albero è un uomo.

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Un uomo è la casa dove si nasconde. La sua casa è nella bocca, nel fegato, nei polmoni.

Lui abitò in quella casa con quattro persone per trent’anni ma si sentì sempre completamente solo.

Dopo la sua morte per le figlie restò nei ricordi il fantasma che era già prima.

Non ebbe neppure dentro le stanze con la carta da parati marrone un armadietto con i suoi effetti personali; solo un cassetto del bagno dove teneva il rasoio e la coramella.

Per la ragazza la casa è un trampolino di lancio, è un’amica al suo stesso livello di cuore e di cervello; le scompiglia i capelli se la trova buffa e le recita incoraggiamenti.

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Dentro la sua casa il piccolo poeta imparava l’amore per sua madre, che riconosce meglio se lo chiama rancore. Ora abita altrove ma la sua nuova casa poggia sulle fondamenta di quella di prima.

Io conosco un ragazzo che si porta la sua casa addosso, come uno zaino.

Qualcuno riuscì ad esplorare le stanze della sua dimora guardandolo fisso negli occhi.

Ritratto della bambina che non cresce mai

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Scostai la coperta dalla sua fronte. Dormiva come se le ossa che vibravano tesissime durante il giorno si fossero piegate e accostate fra di loro, ristrette, posate come un mazzo di carte accantonato.  Anche le mascelle, la fronte troppo densa, la pelle, fra atomo e atomo, stancata, si chinava sotto i capelli.

Tutto il giorno per lei era una prova, un ‘escursione faticosa per trovare l’uscita.

Non era il modo giusto, pensai, parlarle con forza inserendo altri collegamenti nella sua mente esplosiva, persa in fantasie di piombo. Così l’avrei spinta verso questo raffinato tipo di distruzione.

Avrei bloccato il processo che ci avrebbe, poi, allontanato, trasformandoci parallelamente, per l’altra, in liquidi e gas nocivi, da fuggire per conservarsi.

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Eliana sembra fatta di sola colonna vertebrale, molto lunga in proporzione alle sue membra. Una treccia nera, contratta, sulle spalle, respinge i capelli dal viso rettangolare, non troppo magro ma compatto.

In lei tutto ha un contorno leggero, rarefatto, un corpo che si sfianca con le sue poche linee, si sforza, lotta per imporsi sulla psiche padrona, tirannica.

Le mani agitate, le gambe costrette alla normalità, i fianchi costretti a non espandersi mediterraneamente verso le dimensioni naturali.

E gli occhi, gli stessi della bambina che ricordo, lo scuro disco convesso, più nero al centro, sotto le piccole rughe della pelle distesa sulle ossicine smagrite. Occhi  truccati per aumentarsi di volume ancora di più, uova dischiuse, le uniche parti del corpo aperte, occhi-piccole-mani-aperte.

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Alla fine, all’opposto della testa sofferente, i piedi la smentiscono, agguerriti, indisponenti, svelano le sue troncate ascendenze dalla terra, piedi non da bambola, non da celestiale donnina disincarnata come lei vuole celebrarsi.

Eliana donna dai tratti sottili, disegnata su svaporata carta velina, truccata senza sbavature come su un cartamodello fragile, ma dai piedi ben poggiati sulla terra.

Alice e gli angeli

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Alice Sophia, 7 anni, sta guardando Benigni alla televisione. E’ sconcertata perchè l’ha sempre visto in veste comica, e invece lui sta leggendo la Divina Commedia.
– Però mamma (dice con sussiego) allora è proprio bravo, eh?

La mamma corre a prendere i tre grandi volumi della Divina Commedia, le mostra le figure, le spiega la struttura del poema. Alice guarda tutto con molto interesse e commenta:

– Sì, sì, ho capito, all’Inferno ci vanno i cattivi e non ne escono più, al Purgatorio ci vanno quelli così così, al Paradiso quelli buonissimi…

– Tu dove vuoi andare, Alice, quando muori?
– Ma naturalmente al Paradiso.

Però..mamma…pensandoci bene non ne sono sicura…(ha un’aria preoccupata)

tutti quegli angeli mi fanno un pò paura….

(2006)