Alessandro Vergari recensisce la mia raccolta di racconti sul blog di Nicola Vacca (grazie)

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“In alcuni casi il luogo di ambientazione dei racconti è la provincia emiliana, limpida e sospesa come nelle fotografie di Luigi Ghirri, in particolare quelle che ritraggono interni consumati dal tempo e oggetti avvolti da un eternità fragile, stemperata in colori tenui. Cloe la parrucchiera svolge il suo mestiere ad Anzola, il paese alle porte di Bologna in cui la scrittrice vive e opera. Cloe è una vigile sentinella del territorio, una fonte di saggezza, un bodhisattva generoso nel dispensare illuminazioni. “Ha il dono di sapere ascoltare gli altri nei loro tumulti interiori, e possiede le parole giuste per aiutarli. Il suo negozio può rivelarsi una rete di farfalle per donne che hanno bisogno di liberarsi da pesi angosciosi, dalla presenza di fratelli egoisti, da lavori mal retribuiti, per cercarne altri”. Invece il Signor e la Signora Flick “hanno avuto un’infanzia priva di fuochi d’artificio, e genitori contadini di un’Anzola diversa da quella di adesso con mille fabbriche, opulenta, ricca di giardini con l’erba sempre tagliata alla perfezione. Sono figli dell’Anzola povera dove la terra comandava”. Lei, dipendente e fondatrice della biblioteca comunale, reagisce con spirito buddhistico all’incendio doloso che, una notte, ne devasta i locali. Non è forse vero che ogni difficoltà è un invito a fare meglio? “La signora Flick passò la giornata a lavorare come mai aveva fatto, spremendo le sue forze come il succo di limone dalla sua buccia”.”

Leggi tutta la recensione qui  L’incredibile intreccio di Vita e Letteratura

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La compassione dell’eretica

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L’angelo ieri sera mi ha detto: Hai lasciato cumuli di macerie.
Oggi, piangendo,  ho ricordato.
I miei ventun anni, e la camminata più triste del mondo sul basolato di Piazza Santo Oronzo.
Vai via da qui. Non sei più gradita fra di noi – mi disse il Serpente: la mia migliore amica.
Scacciata, io- lei faceva risuonare la punta dell’ombrello controtempo con i tacchi degli stivali, mentre tornava alla mansarda nella solitudine più grande della terra; quella inarrestabile di chi dice sempre la verità.

La mansarda era un nido adatto a covare i sogni, insediato da secoli sui tetti di Piazza Duomo davanti agli sguardi severi dei Propilei.

Qualche mese prima la sua migliore amica le aveva consigliato, insieme agli altri della compagnia, di conquistare lui. “Salvalo”. Diceva l’amica: Addà venì baffone. Salvalo da lei. La snella ragazza del più bel ragazzo del mondo non riusciva simpatica a nessuno, e la ragazza che ero stata sembrava adatta a sostituirla, secondo il giudizio sicuro della sua migliore amica.

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Posata sulle nuvole, sulla luccicanza, la fiaba decollò a dispetto della ragazza che ero stata allora, che non era a caccia di nessuno, ma che non disdegnava la seduzione.

La capacità di sedurre è un dono di famiglia. Noi siamo capaci di Seduzioni senza costrutto, che servono Solo a spostare gli eventi, a far salire la temperatura del destino.

La fiaba decollò, ma io ne ebbi paura. Partii. Quando il ragazzo tornò con la snella bambola che non era simpatica a nessuno, la migliore amica della ragazza che ero allora decretò:
Non sei più degna della compagnia.
Non disse al più bel ragazzo del mondo di avere costruito castelli di carte alle sue spalle. Per fare sì che tutto tornasse normale, Serpente truccò le carte contro di me.

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E’ trascorso un quarto di secolo da quella sera in Piazza Sant’Oronzo; e negli anni dopo, la ragazza che ero allora, e la donna che sono, si espose altre volte, pagò, si sacrificò.

Sotto la bandiera di una sincerità assoluta, della coerenza, mi sono scarnificata.
Sono morta e risorta mille volte. Sono passati cento, duecento anni, ma resto ancora la ragazza di allora.

Ma adesso percepisco qualcosa di potentemente nuovo, rinato dalle ossa della Fenice bruciata: la compassione.
Mio padre li chiamava: poveri di spirito.

L’angelo ieri sera mi ha detto: hai lasciato anche me, fra le macerie.
Perdona.

Anime gemelle

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Marco pianta disastrata, verde fatica, boccia di vetro con i pesci morti.
Marco – che spiluccava erba dalla sua giacca e chiedeva chi fosse quella ragazza sul prato.

Delle due fate, una ti è cara, l’altra scavalca la roccia per mostrare i muscoli decisi.
Ma non riscuote successo perché latte bianco.
Caro, latte bianco si è infiltrato nel ramo
una rondine succhia quella gemma di soffione e
una canzone sbuccia la corteccia
quattro api in fila in corsa prendono la goccia di liquido
che ti ritorna infine nella bocca labbra – lucenti – di- lenzuolo.

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Formidabile spazio vuoto dove entra livore
di non possedere la donna
donna senza le gambe per prendere la metro
e l’ascensore sulle ali supersoniche
che portano all’appartamento
della città degli impicci internazionali.

Marco ha fatto da perno ha fatto da sindone
nella tela rotta dello sfregio taciturno
il primo della fila di tutti quei re di denari
copie di copie di destino infrangibile
recinto, spezie e fortini per costruire quella pelle insondabile
il tamburo, batacchio di favore
spezza la pesca e mangiane – è il corpo
è l’ostia sottile che calca il palato.

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Marco riposa nelle istantanee
degli ulivi beltà indecente
cascare nel burrone, casa rosa sull’argilla.
Contadini arricchiti scarpe grosse.
Chi è lui?
– Un angelo.

Noi chi siamo?

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Noi siamo con chi usciamo, con chi stiamo, con chi scriviamo. Con chi lottiamo.
La sostanza delle mani, della bocca, la nostra ironia è fatta dalla nervatura delle relazioni, dall’oro liquido dello sguardo di un altro.
Topografia dell’identità: tutti i cartelli girati al contrario.
La mia pelle è fatta dalla somma delle voci degli amici, anche da chi non mi dimenticò, ma mise da parte la regina di picche per giocare con carte dai semi più bassi.

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I capelli sono la corda che mi lega a mia madre.
La mia andatura è mio padre, il mio seno è legato al torace accorto di Alex che levò la lamiera, la mia fronte, se non si corruga, a Pier.
Il mio vestito, se è bianco è annodato con quello di Rossella.
Rossella ha dei fiori secchi di lavanda nel cassetto che mi richiamano, all’ordine delle idee temperate, disarmate.
L’angoliera del cuore è spolverata da Alice, e Francesco vi posa le penne e le matite, cambiando l’ordine degli oggetti ogni giorno.

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Nella foresta del corpo abita una radura oscura, il Maine del dimenticatoio, della tenda degli indiani assalita, forata, i suoni diabolici di creature a caccia di luce.
Fra pancia e gambe, c’è un mobile pieno di libri.
Nei gomiti, la stanza dei coltelli.

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Nei piedi ci sono i miei nonni.
Nei polsi il legame di miele e di pistacchio con un ragazzo.

Una gita a Roca

dolorOran se andò con la bicicletta nell’ora in cui cambiava l’odore del villaggio e la lunga sciarpa di mare davanti al giardino della Villa virava dal turchino al blu.

In casa, le donne si stavano lavando e truccando nel bagno, chiacchierando forte e gesticolando contro le piastrelle rosa. La zia Mante aveva vaporizzato il suo profumo forte e arcigno da una piccola bottiglia addobbata con una specie di vestitino giallo tenue.

La Cugina Lana giocava con zia Mante a dama sul terrazzo, accanto al dondolo;

Zio Boetius disputava una partita a scopone sotto gli alberi di limone con Nonno Silvano, Zio Leon e due uomini che lei non aveva mai visto prima.

Oran aveva messo il cappellino con la visie.ra e riempito il cestino della bicicletta con quattro fichi neri.

Andando, si tenne al bordo della strada polverosa come le raccomandava sempre di fare la mamma. La sorpassò qualche automobile diretta a Roca Li Posti.  Dal finestrino aperto a metà di un’auto gialla un bambino la indicò al fratellino.

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Appena arrivata, Oran lasciò la bicicletta sul margine della via e si precipitò verso la vasca naturale che si spalancava dentro le rocce bianche: due palmi di gigante uniti, a coppa, a tenere l’acqua legata a sé; e tutto a pochi metri dallo sprofondo del mare.

L’ora aspra aveva già allontanato i turisti e questo, a lei, piaceva un sacco: amava scivolare sui massi enormi, scendere nel ventre della pietra e toccare l’acqua con le dita dei piedi, senza scocciatori in giro, senza uomini che si tuffavano scomposti calpestando l’acqua con le pance grosse e ragazzini che giocavano a pallanuoto, mentre le signore accudivano i bambini piccoli.

Più in là, dall’altra parte della strada c’era una cappella imbiancata a calce, solo una stanzetta, poche panche davanti all’ altare di tavole grezze. Un crocifisso appeso al muro. Un grosso vaso per terra conteneva le ginestre fresche.

La tenevano pulita le donne anziane del paese, che per il caldo e i pensieri non riuscivano a dormire e all’alba arrivavano con lo straccio e il secchio stipato di fiori nuovi.

 

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Proprio sotto di lei, invece – l’aveva saputo da Papà Uriel – c’era l’accesso a un tempio molto antico che l’acqua aveva sommerso secoli prima lasciandolo nel più solitario degli abbandoni.

Adesso era soltanto il posto sacro dei saraghi, della prateria di posedonia; era il covo dell’anemone dorata e della sogliola, regine del silenzio verde e indaco. Papà le aveva raccontato che a volte, là sotto, al posto delle nenie dei sacerdoti diventati polvere si potevano udire gli schiocchi sordi delle corvine.

Quella mattina Oran aveva visto Mamma Marian appendere il bucato con la Nonna, Zia Mante e Lana nel cortile. Zio Boetius, Zio Leon e Nonno Silvano erano usciti presto con l’automobile.

Per quello si era potuta inoltrare nella parte della casa dove dormivano i Nonni.

Non aveva il permesso di entrare nelle stanze ad est della cucina.

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Tenendo gli zoccoli in una mano aveva superato la porta di legno vecchio, perlustrato la penombra della stanza fresca, sfiorato con piacere il cotone bianco del copriletto ricamato dalla bisnonna.

Oran aveva accarezzato il bordo della toilette di ceramica smaltata sul treppiedi scuro. Aveva tuffato la faccia nell’asciugamano di lino leggero.

Sul lato della stanza opposto al letto c’era la porticina che portava alla camera dove dormiva lo Zio Boetius.

Lei l’aveva aperta con il cuore che le cantava di stare zitta, di non fare nessunissimo rumore, per carità: il suo respiro era diventato il pigolio del pulcino che le aveva regalato Papà Uriel durante la festa patronale.

La cameretta era stata ricavata dal grande corridoio che andava dalla sala alla cucina, molto dopo la costruzione della villa, ed era ventilata da una finestra di piccole dimensioni.

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Le tende erano tirate, e lei sentiva odore di vestiti da uomo stirati troppo, quasi bruciati dal ferro. Una collezione di rosari risaltava cinquanta centimetri sopra la testata di ferro scolpito del lettino.

Oran smise di pensarci e tornò a guardare il mare che si imbitumava di sera.

Era tempo di andare a riprendere la bicicletta abbandonata nei rovi, e di assaggiare i fichi intiepiditi dall’attesa.

 

 

Villa Genziana (la casa brucia). Annotazioni sull’infanzia

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Inquadratura docile. Finchè si è vivi si può- assillo- riavvolgere il nastro, zummare ossessivamente, ruotare la visuale su quel cancello. Ripartire. Penetra a filettature nel terreno la lama del ferro per chiudere a fondo le croci verdi e preservare le figlie. Mio padre aggiustava nell’ozio quella coloritura da prato beffardo con pennellino, solerte estate canicolare.

Una madre ancor più figlia delle altre, le piccole donne del sacrificio, spazzava in eterno due cortili.

L’albero delle albicocche tiepide e morbide dentro la mano dietro la siepe si ammalò insieme al suo signore, in autunno, discreta e sobria preparazione alla fine, non visto. Con dignita’ e fierezza.

E amore per gli altri superiore a quello che si ha per sè.

Mentre la stirpe inaridiva, petalo dopo petalo.

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La villa sul mare.

La donna bella, – sorriso inarrestabile – rivendeva alle onde la polvere dello scirocco, rintracciata granello per granello, come si rincorrono per stutarli i serpenti piccoli acquattati fra le chianche, robinia fragrante e gerani appuntiti come spilli.

Le belle di notte.

Intrusa, nascosta nella scia del suo silenzio, la bambina-trecce selvatiche-scruta l’uomo.

Gli zoccoli dell’indipendenza, provati e fatti risuonare bene, come campanelli in via Omero: e lei svolta verso la scogliera a strapiombo.

Comicamente e tragicamente priva di parapetti per bambini avventati.

Bicicletta verde, guapperia, solitudine brusca come l’origano.

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I libri mietiture del grano sotto al letto e nelle lenzuola, aperti a dorso in su sul ventre fragile disteso nel sonno.

Ignorare corsaro le zanzare festanti sulle papille e sulle orecchie.

I passi tentennanti a provarsi il coraggio sulle scale, la notte. Sempre prove, anche nel bosco. Aquile sotterrate. Sulle fondamenta arcaiche di una casa lontanissima. Danzando sul castello annegato del tempo dei romani, sull’acqua- lastra fotografica. Mai ostile.

Tutto questo sogno infranto in questa bava di luglio. 2006. La casa brucia, scompare. Mai esistita. Stamattina incidevo queste immagini e altre ancora, dettagli trascurabili, trascurati? (finchè non perforano la gola all’altezza del cuore) attraversando una magnolia cresciuta accovacciata dentro un palazzo emiliano.

O forse è il palazzo ad essere stato incastonato in lei, si e’rannicchiato intorno alla sua corona.

Per un attimo ho scordato quella lacerazione in bianco e nero. E’ giusto bruciare le fibre del passato. Si vorrebbe portare la sabbia nel tascapane, si vorrebbe appesantire il cammino.

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Perle di fiume, liete, oggi pomeriggio, per nulla soporifere. Impreviste. Formicolio di abissi inaffidabili e felici. Immaginare. Per chi non vuole, per certe maledizioni quiete e cristallizzate, farsi cingere da liane durature.

Ma da momenti di calura, sì. Farfalle.

Certe rocce, gridano.

Descrivi il tuo albero – di quando eri bambino

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Aprile, 2017: l’esercizio è questo: pensa all’albero con cui giocavi quando eri bambino.
Il tuo albero.

Mentre i miei compagni di corso scrivono sui loro quaderni, mi accorgo di non non ricordare nessun albero in particolare: da bambina facevo soltanto incetta di libri,  avrei voluto divorarli a pranzo e a cena.

Se i miei non me ne compravano abbastanza, rileggevo tutti quelli che trovavo in casa, mi fermavo con la testa all’insù a decifrare manifesti elettorali, le pubblicità.
Cercavo avidamente insegnamenti dalle lettere e dalle loro combinazioni alchemiche.

D’estate rimanevo spesso in casa a leggere, mentre i miei con borse e asciugamani scendevano in spiaggia. Detestavo fin da allora la folla di turisti, i corpi stretti in pochi metri quadrati di pance e sudore, la sabbia che mi scottava le piante dei piedi.

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Però mi torna in mente un ricordo; non avevo un albero con cui dialogare, ma un’intera pineta.

Il pomeriggio giravo libera con la mia bicicletta verde. Dietro la villetta imbiancata a calce della mia famiglia attraversavo i sentieri scavati tra sterminate sterpaglie, piante di origano, per arrivare all’entrata stretta e bassa della casa dei pini.

Dentro quella tana, la domenica con mio padre e le sorelle giocavamo a bocce, costruivamo finte barchette. Altre volte, con un’amica, ispezionavo le fondamenta accecanti, le pietre bianche rimaste di un’abitazione misteriosa, che poteva essere stata distrutta cinquant’anni prima – o cinquecento.
L’ esercizio continua: cosa ti dice il tuo albero?

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La pineta, alberi snelli e scuri come le donne di un coro greco, sussurra a quella bambina di dieci anni:

– Avrai una vita difficile, ma anche la forza di superare tutto, se ti collegherai a noi; se prenderai energia dalla natura.

Lei sapeva che avrei scoperto due decenni più tardi – per mia fortuna – che la vita non è fatta solo di libri.

Vietato ascoltare Chopin

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Lui l’aspettò fuori dalla metropolitana. Piovevano ricordi. La prima chiacchierata in un bar, però Marco usciva ogni dieci minuti per fumare. Troppi bicchieri di birra, notò Lia.
Lo aveva ritrovato con le guance gonfie, la bellezza da statua greca rovinata; e aveva superato soltanto da poco i quaranta. Ma la voce, restava sempre la stessa.

Lei ricostruì perfettamente il viso di un tempo dalla voce, e camminandogli accanto riuscì a rivederlo radioso, con la sciarpa buttata indietro sul trench da studente brillante di filosofia, ai tempi in cui le chiedeva: sei Apollo o Dioniso?

Scoppiò una chitarra acustica alla radio, in auto. Non erano stati mai, da vent’anni più felici che in quei momenti, un fine settimana a Roma senza smettere di parlarsi.
Una mostra di foto di Carmelo Bene, un’altra di Doisneau.
Marco era l’unico essere che la conosceva più di se stessa.
Lia si era illusa di averlo ritrovato, di avere sul palmo della mano la chiave dell’amicizia a cui teneva di più. Non fu così, che andò.

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Marco aveva trovato un lavoro ben pagato che odiava, invece lei non aveva mai smesso di avere fiducia nel proprio talento. Marco aveva rinunciato, e la sera, tornato dalla moglie, sul divano della casa ben arredata vedeva le partite di calcio.
Le disse: – ritenterò nella prossima vita.

Se lei era stata Dioniso, lui era Apollo, e  la sua esistenza era diventata una tragedia.
Meglio faticare per arrivare a fine mese, piuttosto che vendere tutti i propri sogni come se fossero merce qualsiasi.

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Un giorno Lia riuscirà a dare un significato a questo senso di impotenza, di tristezza senza confini; riuscirà a scrivere la loro storia.
Fino ad allora, le è proibito ascoltare un certo Notturno di Chopin.

Buon compleanno, Mamma Luciana

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Oggi è il tuo compleanno, mamma. Settantanove anni. Oggi mi hai detto che non te lo saresti aspettato, di vivere così a lungo. E’ vero: eri tu, quella più fragile di casa.

Lo choc anafilattico dal dentista, i problemi alla gamba. Ti bruciavi spesso le dita, una volta il polso, cucinando per noi. Sei sempre stata magra, pelle e ossa.
Lo zio Fernando ti portava a Torino per farti mangiare, le provava tutte.

A dodici anni avevi preso il tifo, eri in fin di vita. La leggenda di famiglia dice che guaristi dopo il passaggio della processione della Madonna sotto le finestre, nel centro storico di Lecce. Tua madre, Nonna Pia, pregava in un angolo della stanza di Palazzo Bernandini.
Ti scese la febbre, eri salva.

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Noi tre ti spiavamo da dietro la testata scura e severa del letto dove tu eri sdraiata, sudata e incosciente – preoccupate e stupite: perchè se tu non fossi guarita, non saremmo mai nate. Se tu non avessi scelto il più paziente e intelligente dei tuoi corteggiatori, dal nome incredibile – Felice – non saremmo nate.

Hai preso il diploma magistrale – a quei tempi non era scontato per una donna, a Lecce – per fare la maestra elementare. Usavi un metodo innovativo con i bambini.
Bella, affascinante, agile, svelta, hai percorso la vita con sicurezza, con grinta.
Un incrocio fra un soldato e una fata.

Quando hai partorito, hai rischiato di morire per tre volte. Stringevi i denti, mentre tuo marito impallidiva per il terrore. Poi, vedova a cinquant’anni del tuo unico amore, sei invecchiata pian piano prendendoti cura dei nipoti, il burraco, la casa, le tue amiche, le letture importanti che non ti eri concessa durante il matrimonio.

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Mi chiamavi per chiedermi di più di Pasolini, di Moravia. Abbiamo analizzato insieme la tua vita, tu hai cercato e cerchi sempre di evolvere, di guardare i tuoi limiti.

Qualche anno fa, hai dovuto affrontare un pericolo più grosso di quello del perdere la vita: non riuscivi a reagire con la solarità immensa che è la tua risorsa centrale.
Non potevi più camminare e sembravi gravemente ammalata.
La depressione ti ha colto di sorpresa, l’immobilità forzata era il tuo tallone d’Achille, l’incrinatura della vela che diventa fatalmente uno squarcio.

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E invece oggi festeggiamo la tua rinascita stellare.
Madre, noi figlie, tutte intorno, ti facciamo corona.
Sei sempre stata la regina, e noi le tue ancelle.
Noi, che adoriamo ogni tuo respiro e ogni tuo progresso, la tua gioia di vivere e la tua dolce vulnerabilità. La dolcezza, la sensibilità.

Con il tuo manto di velluto rosso e la corona ti immergi nel 2017, trionfante.
Buon compleanno, adorata mamma, e nostra migliore amica.

Il nostro Erasmus a Saarbruecken

MCDLAES FE002Molti anni fa.
Progetto Erasmus a Saarbruecken, il campus tedesco costruito con mattoncini lego dentro a un bosco ai bordi di una piccola città mai stata bella rinata dopo la visita accurata di bombe ciniche, chirurgiche.
Ognuno di noi aveva la sua stanzetta, a celebrare l’individuo, a darci sollievo dall’obbligata promiscuità tutta italiana, ma la cucina era in comune, trenta ragazzi, differenti nazionalità.

Il linguaggio ibrido, scorretto, allegro composto da termini di ogni lingua, un pastiche goliardico.
Abdullah era il responsabile del Vonheim. Una volta mi svegliò di prepotenza, mi sedette di forza su una sedia in corridoio perché dovevo
guardarlo mentre Roxane gli tagliava i capelli.
Tirannico e affascinante, non mi rivolse per tre mesi la parola perché frequentavo altre compagnie di altri palazzi.

Lo riconquistai prima di tornare in Italia con un pranzo elaborato, lo feci come si dona un tributo, come si fa con i sovrani.

Quando Abdullah cucinava il riso nella pentola elettrica invitava solo i suoi, la cucina chiudeva, era un onore, e spezzavamo religiosamente la crosta del cumino insieme alla salsa e al pesce cotto al forno. Squisito: di certe persone porti impresso sul palmo della mano la fototessera sbiadita, il suono attutito della voce e per sempre il sapore dei cibi che preparò per te come una litania, una musica densa…

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Passavo molto tempo in una biblioteca interstellare, migliaia di volumi italiani, sala studio immensa e comoda. Imparai il tedesco parlato dagli arabi, figli di papà venuti a studiare ma senza troppa voglia di applicarsi, dopo qualche tempo sembravo anche nei lineamenti una persiana.

Ero arrivata anche con Loredana e Saulo, principi di benessere, intelligenza discreta e profonda. 

Il più bravo della classe però è stato sempre Saulo, sempre di corsa con la valigetta, sempre a cercarsi, a dare, a partire, andare; e ancora sta correndo.

Angelo non l’ho più visto, il più schivo del gruppo.

Marcella portava in giro la sua bellezza discreta sottolineata dai foulard di seta e scatenava tempeste senza saperlo. Per molti giorni tememmo attentati da innamorati traditi.

csm_pfister_max_dd56589d12La mattina presto mi svegliavo al rumore di tacchi a spillo di Valentina, che entrava come una folata di vento della primavera appena iniziata anche a Saarbruecken; mi raccontava del fidanzato giordano distratto.

Una notte nel mio lettino traducemmo in tedesco ridendo fino a soffocare i testi delle canzoni di Mina. “Auch ein mann…”.
Noi, la trasgressione portata fin nel cuore del dipartimento, a sfottere il grande linguista Pfister, a ridacchiare in luoghi non consoni.

Ma eravamo i più bravi di tutti – rigore italiano degli studi- filologia romanza; preparazione perfetta.

Valentina ci dominò a lungo inventando un linguaggio tutto suo che noi seguivamo come caprette.
Ancora adesso mi capita di usare le parole colorate di quel tornado, vestito “chanel” bordeaux, riccioli, impazienza, intelligenza ostica da imbrigliare accecata qualche volta da un riflesso rosso: la luce del suo grande cuore svelto.

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E troppo da dir avrei del nostro Professore; si tace, a volte, per non appannare il diamante dei ricordi.

Credo, fino a prova contraria, che conservi un certo nostro regalo (delle “sciagurate”) incorniciato dietro la sua scrivania.