Una bambina, Alice, la maestra, la biblioteca

Alice.(Alice.in.Wonderland).full.1243226.jpgLa biblioteca – piano terra – reception

La bambina ha un viso a cuore incorniciato da lunghi capelli lisci color castagna.

La copertina del libro che stringe nelle manine brilla, magnifica, si stacca nitida dalle altre venti copertine dei venti volumi portati da venti manine dalla processione dei compagni di quarta elementare. Sgrano gli occhi, riconoscendo il Libro.
La processione dei ragazzini aspetta che Giada, l’altra bibliotecaria pigi il bottone del computer e metta ordine nella loro lista dei desideri.

Giada, paziente e concentrata, è la vestale del prestito. Io però ho bisogno del libro della dolce bambina. Il libro mi occorre per organizzare una caccia al tesoro filosofica su Alice. Due squadre di ragazzini leggeranno la storia della bambina disobbediente, e poi cercheranno il tesoro – ma prima dovranno cambiare dimensione fisica più volte, prendere il tè intorno a un immenso tavolo, incontrare il bianconiglio e scivolare dentro un pozzo senza fine di lenzuola di bucato.

La maestra della classe è una bella bionda robusta; sorride a denti aperti per una buona e igienica abitudine quotidiana. Sorride come uno stregatto femmina.

Mi scuso, poi le chiedo se è possibile trovare un altro libro alla bambina, e lei mi risponde:

– Sì; perchè Leda è mansueta.

Allora Leda non è una bambina disobbediente come Alice.

Chiedo a Leda se è d’accordo nel cambiare il libro e lei mi risponde immediatamente: – Sì.

Sono stupita. Ha risposto senza pensarci un attimo; ha l’abitudine di rispondere positivamente ad ogni richiesta. Non sono sicura che sia una cosa così sana.

La prendo per mano e scendiamo nell’antro dei libri adatti alla sua età.

Le nostre fronti sono aggrottate. È il momento della Ricerca del Libro.

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I libri per i bambini dell’età di Leda sono colorati e logori. Viaggiano spesso. Sballottati dentro borse, buste di plastica, sporte di stoffa stampate a colori vivaci, zaini, in auto, in bicicletta; arrivano a destinazione, nelle case di sconosciuti; stazionano su tavoli, librerie, divani, comodini. Soffocano sotto pile di libri di provenienza ignota. Poi, una mattina vengono di nuovo spostati, per il viaggio di ritorno; qualcuno resta per molto tempo in biblioteca, accantonato sul suo scaffale, mentre decine di coppie di mani ogni giorno toccano il suo dorso e quello dei suoi amici come se fossero dita di non vedenti. I libri, a volte, vengono sfiorati soltanto, ma non verranno afferrati da chicchessia. Alcuni partono di nuovo, quando meno se lo aspettano. Sono libri un pò stanchi.

Cerco a due mani, come se lavorassi a un telaio, con rapidità un titolo che possa piacere a Leda, maneggiando la collana di manufatti di carta.
Scarto i gialli, le storie di fantascienza, le storie delle bambine divorate dai campi di concentramento, le storie di fantasmi, le storie troppo ridicole, le storie troppo tristi. Leda sarà pure mansueta; ma è coerente e decisa nello scegliere i mondi dove vuole atterrare con la sua astronave personale.
Ecco il libro per Leda. Nella trama la protagonista è una bambina, e c’è uno sfondo onirico. La storia è poetica. L’autrice si chiama Alice. Leda sospira di contententezza. Anche se non mi chiede un risarcimento per il libro perduto, io la invito a cercarmi con la mamma in biblioteca nel mese di maggio: le presterò il libro di Alice nel paese delle Meraviglie in pompa magna. Promessa ufficiale, mano sul cuore.

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Torniamo al piano di sopra, per registrare il prestito del nuovo volume.
I compagni di scuola di Leda sono pronti per uscire, radunati vicino la porta a vetri, non più in processione: sono un’altra volta venti individui con il cappello di lana o il cappuccio del giubbotto calato sul capo, con la sciarpa multicolore, con le trecce, con gli occhiali verdi.

– Vi piace leggere? Chiedo a tutti.

– Sì – dice un ragazzo con il viso arguto.

– Sì, molto – risponde un ragazzino dalle guance paffute, con gli occhiali.-

– Quarta elementare…siete ormai tutti grandi…- osservo, riflettendo distrattamente

Leda dice allora: -Loro sono tutti grandi, tranne io!

Guardo la maestra. Guardo Leda: in effetti la ragazzina è notevolmente più bassa di statura rispetto i compagni di scuola. E poi, dal modo in cui ha pronunciato quella frase, si capisce che per lei, questo pensiero, costituisce una vera sofferenza. Lo porta sempre con sè: lo porta nel cestino della colazione, lo porta al bagno, a scuola e dopo la scuola. Lo porta negli occhi enormi color nocciola. Altrimenti non l’avrebbe attaccato alla mia frase “siete ormai tutti grandi” con tanta rapidità, come se fosse stato un nastro di raso annodato attorno al ramo di un albero.

– Pensa Leda – dico io. Pensa se tu fossi alta due metri. Sbatteresti su tutti i lampadari che incontri. La vita sarebbe molto difficile. Saresti alta come un palo della luce e non potresti mai nasconderti dalla vista degli altri, nemmeno se lo volessi per un attimo, per stare un pò in pace…

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La maestra stregatto allora dice:

– Mia sorella è alta due metri. Ha sempre avuto grossi problemi per la sua altezza. Era difficile trovare i pantaloni per le sue gambe lunghissime. Non è tanto bello essere alta due metri.

Alice nel paese delle meraviglie è già qui, in biblioteca, prima che la caccia al tesoro cominci ad esistere, altrochè. Le bambine, oggi, qua dentro, o sono troppo piccole, o diventano lunghe due metri.

Darei un soldino per conoscere i pensieri di Leda in questo momento. 

I suoi occhi nocciola sono pozzi che ospitano ragionamenti profondi.

Le bambine come lei, amano i libri di poesia.

E poi penso: anche le fate, sono molto piccole.

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Ritornare a scrivere

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Da qualche mese non scriveva un racconto.
Qualcosa in lei si era spiegazzato come un aquilone che non era stato portato a volare come promesso; qualcosa si era offeso, si era spaventato.
Battuta d’arresto: quel sorriso inaspettato l’aveva ferita.
Aveva sognato  di camminare per lunghi deserti di pietra, e che era morto un bambino.

E il corpo: aveva preso l’abitudine di stringere le mascelle.
Ogni cosa che faceva, ogni luogo in cui stava, era come avesse una macchia.

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Per ritrovare la strada, se lo ricorda ogni volta – come se fosse la prima volta che accade – occorre accendere candele. Ci vuole la musica.

Occorre ridarsi fiducia. Parecchie ore in solitaria.
Un libro, più di uno.
Una serata al cinema d’essai. Danzare.
Disegnare senza pensarci.

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Eccellente agire senza pensarci, funziona meglio, così.
L’amore, l’amicizia, la scrittura, cucinare una torta.

Pensare meno, restare lievi, per non bloccare la vita a doppia mandata.

Oggi ha scritto una pagina, non è molto, ma la porta si è schiusa.
Il suo daemon è tornato a farsi sentire:
si era solo nascosto,  e rideva di lei.

Jung, anima e animus, segreti

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Jung ha già scritto e pensato quasi tutto.

I suoi epigoni non sono stati e non sono alla sua altezza, e brancolano nel buio illuminato da scintille, il mare notturno degli spunti folgoranti che dette Carl Gustav senza riuscire a raggiungere (come accade in certi incubi, del resto) quell’uomo robusto, magnetico, che studiò i simboli delle discipline praticate dai suoi pazienti per pescare a fondo nella lingua dei loro sogni, o che entrò in intimità con loro fino a innamorarsene senza temere la bufera del transfert e del controtransfert, cercando al contrario l’empatia, la frequentazione personale per guarirli.

E li guariva! La conciliazione degli opposti, era questa la nave su cui Jung ha viaggiato perennemente, non senza difficoltà – i dubbi e le forti emozioni che provò lo scuotevano spesso, come il vento scuote una grande e possente quercia.

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Lui fu proprio una quercia, le radici sprofondate nel mito degli antenati e degli eroi, le braccia e le dita allungate fino a mescolarsi all’universo.

Era luce e si mischiò alla luce, alla fine.

Anima e animus. Sembrano oggi concetti banali, schematici. Se l’uomo non riconosce la figura femminile dentro sè, la fanciulla dai lunghi capelli e dalla veste bianca che vaga sola e bellissima nelle prigioni dell’inconscio, deve integrarla con una donna che ha caratteristiche fisiche e psicologiche somiglianti. Se questo accade non consapevolmente, che tipo di relazione avrà con questa donna, che nella realtà non esiste? Così accade alla donna, se non riconosce la presenza maschile in sè e nel sè.

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Sonia, l’altro giorno, mi chiedeva perchè certi scrittori, a volte, scrivono romanzi le cui le figure femminili non suonano credibili; sono piatte, poco definite.

Quell’uomo che scrive non ha lavorato abbastanza sulla sua anima.

Lui – a volte senza saperlo, ci sta raccontando il suo segreto, e descrivendo la sua anima interna, nascosta, che non gli permette di entrare in contatto profondamente con un femminile esterno, diverso e “altro” da sè.

 

Maeve Brennan, “La visitatrice”, un romanzo breve postumo

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La visitatrice, romanzo breve di Maeve Brennan, è stato trovato nelle sue carte quattro anni dopo la sua morte.

La scrittrice è nata nel 1917 e si è spenta nel 1993. Il libro è stato pubblicato nel 2000.

Quest’opera, sappiamo con certezza, era stata accantonata dalla sua autrice intorno al 1940.

Qualsiasi lettore che venga a sapere di un ritrovamento di un dattiloscritto postumo non può evitare di provare un brivido lungo la schiena, consapevole del fatto che l’opera ha corso il rischio di venire cestinata o seppellita in un archivio senza venire mai alla luce.

Maeve Brennan era una bellissima donna molto elegante, irlandese di nascita e newyorchese d’adozione. Figlia di un ribelle, un militante irlandese che era in prigione quando lei era nata, Maeve si afferma presto in America come giornalista.

Scrive per “Harper’s Bazar” prima; e dal 1949 per il “New Yorker”.

Si interessa di moda e di libri e racconta New York nella rubrica The talk of the town; molte di quelle narrazioni si trovano nel compendio Racconti di New York pubblicato per la prima volta nel 1969; intanto Maeve nutre l’aspirazione a compiere un salto di qualità – vuole diventare una scrittrice, scrivere prosa immortale.

Splendidi sono i racconti che possiamo leggere nella raccolta Il principio dell’amore edita da Rizzoli. Meraviglioso il racconto che dà il titolo al libro. Inferni quotidiani descritti con eleganza; l’indagine sulla società borghese conformista, sui condizionamenti che impongono di sposarsi senza curarsi se il legame in questione sia davvero un’unione di anime.

Maeve è una di quelle donne che stringono al petto più volte al giorno la borsa di cuoio gravida di un dattiloscritto per non perderlo di vista, sapendo che riuscirà a correggerlo soltanto nella notte, dopo avere finito le commissioni, i pezzi che le permettono di battere cassa dal datore di lavoro.

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È una di quelle donne, inoltre, consacrata alle short stories e ai romanzi brevi.

Sa che, nei brevi margini di giornate non dedicate alla scrittura di un certo tipo (e quindi, sprecate, in un certo senso) e nel lasso breve di un fine settimana che trascorre sempre troppo rapidamente può cesellare perfettamente la materia grezza della scrittura letteraria soltanto se contenuta in un numero limitato di pagine.

Si dice che Maeve Brennan abbia ispirato Capote per la costruzione del personaggio di Holly Golightly in Colazione da Tiffany. Il dibattito tra gli appassionati di Capote è ancora aperto. Certamente, anche Maeve, come Holly, rifugge totalmente da schemi e cliché sociali convenzionali.

Nell’età della maturità Maeve comincia ad avere problemi psichici, diventa intrattabile, vive come una clochard; muore in una totale solitudine.

Noi, che amiamo i suoi racconti, ringraziamo la sorte che ha portato fino a noi, fisicamente – nelle nostre mani – La visitatrice.

Un racconto lungo; o un romanzo breve, in realtà una novella, scritta con uno stile di una leggerezza incantevole.

Come accade al personaggio della moglie di un superbo racconto gotico di Edith Wharton, Dopo, il lettore de La visitatrice si accorge in gran parte tardi, e cioè ‘dopo’ la chiusa della storia, del pullulare di sentimenti, dettagli, della corposità dei contenuti che la narratrice trascina e gli rovescia nel tascapane perché possa portarlo con sé.

Come accade con tutti i racconti ‘perfetti’ la storia continua ad agire dentro il lettore anche dopo che il filo di parole che l’ha sostenuta e cantata si è interrotto, portando le sue ragioni, sottoponendo alla sua attenzione dettagli narrativi che aveva trascurato, inducendolo a legare nastri e nastrini fra i diversi livelli dei fatti raccontati.

La negazione di una cortesia, la promessa mancata della giovane protagonista, Anastasia, nei confronti di una donna agonizzante si rivela una traccia che condurrà a constatare la sua radicata attitudine a non (saper) portare a termine concretamente quasi nulla, qualunque atto pragmatico che le serva per definire una strada sua propria, la costruzione di un progetto lavorativo o familiare.

Qualsiasi via d’uscita al di fuori della sua interiorità è ostruita, amputata dalla straripante avidità di appartenere profondamente alla famiglia di origine; da un continuo, ossessivo bisogno di essere amata, o almeno ‘accettata’ da sua nonna.

Senza mani e senza piedi, questa ragazza attraversa le stanze della grande casa di famiglia e le strade di Dublino chiusa in perimetri mai troppo ampi.

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Nelle pagine si gioca un agone infernale, un conflitto parentale, accompagnato da sofferenze represse e pochissimo comunicate. Molta importanza rivestono i luoghi descritti, e soprattutto gli oggetti presenti sulla scena:

Restarono sedute là con il loro tè.

La signorina Kilbride se ne stava in poltrona, ma non era rilassata. Osservava tutto con attenzione: a un tratto uno scoppiettio del fuoco le strappò un sorrisino.

I suoi occhi tornavano sempre al viso di Anastasia. Anastasia era consapevole di quello sguardo indagatore, e anche la nonna, che a un certo punto non lo trovò più divertente, e ne fu imbarazzata e irritata. Si capiva dal modo brusco con cui maneggiava le tazze.

La innervosiva l’improvvisa vita che si animava nella stanza e vedeva curiosità e supposizioni dove per tanto tempo c’erano stati solo un’immutabile malinconia e prolungati ricordi. Eppure si compiaceva di essere esclusa dai timidi tentativi di conversazione tra Anastasia e la signorina Kilbride.

Loro si sentivano sole e insoddisfatte, lei era sola e soddisfatta e chiusa.

La nonna di Anastasia è rimasta bloccata nel limbo di un sentimento d’amore esclusivo ed ossessivo per il figlio scomparso.
Nessuno degli attori della storia vive nel presente davvero; solo in apparenza si abitano case e stanze ordinate da una routine impeccabile, nella realtà i personaggi sono tutti altrove.

Smettono di prosperare, sovrastati da ombre nere di pulsioni, di leve che vengono dal passato, che frustano ogni possibile joie de vivre.

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La visitatrice non passerà di moda, così si compone la scrittura quando è campione, quando è fortunata, quando modifica l’esistente e qualsiasi materia su cui impatta; per prima cosa la cera friabile dell’anima del lettore che alla storia raccontata si affida senza difese e riserve.

 

Qualche nota sui testi di “Un invito a te” del cantautore Diego Mancino

“Ma tu non credere no, che appena si alza il mare gli uomini senza idee per primi vanno a fondo”. Luigi Tenco

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 “Un invito a te”, il nuovo album di Diego Mancino scritto con la collaborazione di Dario Faini, Stefano Brandoni e William Nicastro, uscito da pochi giorni, mi piace associarlo a una raccolta di racconti brevi, perché l’approccio dell’autore verso la scrittura è anche letterario. Ho ascoltato Diego Mancino per la prima volta lo scorso luglio alla radio, e quello che mi ha folgorato, oltre al sound di qualità, è l’uso della lingua in “Succede l’estate”, un brano magnetico, che riecheggia come altri suoi pezzi (“Avere fiducia”, che sarebbe perfetto anche per Mina) la tradizione italiana anni sessanta, citandola in modo “colto”. Questo uso di lemmi e di sintagmi non scontati è gettare piccoli lingotti d’oro fuso nella costruzione musicale della canzone, a lasciare brevi e scattanti incisioni.  “Appesa alla mia bocca”, “stupido tremore” e la sua variante “breve e stupido clamore”, “tutta questa luce mi fa sentire cieco, “tutta questa sabbia mi sembra di neve”; la variante “grazia” associata al posto di “sabbia” nuovamente a “neve”. ..Poche parole, ben distanziate, che lasciano all’ascoltatore (al lettore) il tempo di pensare, di dilatare la sua percezione, di riempire la pagina e aggiungervi un personale contributo d’immaginazione.

I testi di Mancino riportano all’arte e alla fotografia contemporanea, con i loro paesaggi astratti di tele sabbiate e di luce in sovraesposizione; e il “tavolo nel sole” vede due amanti hopperiani che, probabilmente, faticano a comunicare. “Il suo aquilone” ha atmosfere chagalliane, se facciamo caso ai versi “Se m’immagino volare, volo attratto dal suo cuore”, e “un concerto di orchestre impazzite che gridano/suonano al vento”.

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Alcuni brani sono criptici. “Il suo aquilone” contiene tempi verbali sfalsati – “ti promettevo un futuro mentre guardi nel retrovisore” – giustapposizioni di sostantivi e aggettivi stranianti (“un satellite morbido e rosa”, “c’è qualcosa di tuo che è rimasto incollato nel sole”). Il brano “Era solo ieri” è più discorsivo che il precedente, racconta la visione che si ha di persone e paesaggi durante l’adolescenza. Il quartiere, nella narrazione della nostalgia, diventa più che un assemblaggio di palazzi e strade – ritorniamo all’arte contemporanea –  se l’autore vede “costellazioni di finestre” e una “flotta di amici disfatti sopra a un motorino”, e se le città lontane da conquistare sono scintillanti come i grattacieli – diamanti di Truman Capote a descrivere New York.

Un modo di percepire la realtà non “realistico”, che si ricollega anche al legame del cantautore con il concetto di “sacro”. Nella canzone “Un invito a te” il testo rovescia i termini di un discorso logico; la cinica realtà di un pensiero positivista è considerata fumo, inconsistenza, mentre un pensiero sacro, “tribale” ha carne ed ossa, riveste un valore concreto. A confermare questa linea concettuale frasi e parole chiave ricorrenti in quasi tutte le canzoni, come “volo” e “volare”, “cielo viola”, “il cielo più profondo”, “le braccia distese ad un vento salato arreso alla gioia di pensiero vuoto”, “come il vento fra i boschi”, “vieni a cercarmi l’anima”, e così via.

Alcuni pezzi dell’album sono veri e propri manifesti del pensiero di Mancino, più descrittivi e assertivi di altri. Fra i brani inserisce anche “Ragazzo mio” di Luigi Tenco, che reinterpreta e mischia alla sua produzione per dire quello che gli preme con le parole di qualcun altro, eclissandosi per qualche minuto dietro il sipario.

Perché, diciamolo, il lato più originale e interessante di Mancino è la personalità che emerge dalla sua opera e da qualche intervista ascoltata, un caso singolare di coincidenza arte – vita, non tanto diffuso in Italia.

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La scrittura di questo autore è concepita e portata avanti in dialogo permanente e fecondo con una comunità ideale di resistenti. Non è per tutti, insomma, ma cerca di richiamare più persone possibili all’appello. In ogni stilla di musica e parola, nel suo modo non commerciale di proporsi (geniale la campagna di crowdfunding con cui si è fatto finanziare l’ultima opera dai suoi fans e il suo modo confidenziale e affettuoso di condurla) Diego Mancino propone un modello di cultura, del fare cultura, da “resistente”. Se si vive con lo scopo di “badare al cuore”,cercando di andare all’essenza delle cose; se si appellano gli altri attivando il proprio daemon, addirittura il proprio animale medicina (“fai come i lupi nei boschi” – in “Un invito a te”), si richiamano sciamanicamente energie profonde in una società scorticata dal business e dall’omologazione.

Chissà, forse fra le macerie del degrado culturale, potrebbero rinascere cellule di sana radioattività contagiosa e positiva.

 

Lazarus e Blackstar. I simboli esoterici e letterari nel testamento di David Bowie

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“Sono più vicino alla Golden Dawn
immerso nell’uniforme dell’immaginario di Crowley
Io non sono un profeta o un uomo stoneage
Solo un mortale con un potenziale di un superuomo ”
David Bowie, “Quicksand”, in“Hunky Dory”, 1971

 

La morte di David Bowie e il suo piano perfettamente riuscito, sublime e straziante di farci arrivare nitidamente la sua lettera d’addio tramite la sua opera ha portato molti, come me. al tentativo di decriptare i numerosi simboli presenti nei testi e nei video dei pezzi “Lazarus” e “Blackstar”, presenti nel suo ultimo cd uscito l’8 gennaio, il giorno del suo sessantanovesimo compleanno. Il video “Lazarus” è uscito insieme al cd, a pochi giorni dalla morte del cantante.

Sappiamo che l’enigmatica scrittura  di David Bowie, che usava la tecnica surrealista e burroughsiana del cut-up fa parte di quella grande famiglia di letterati imparentata ora e per sempre a Baudelaire, Mallarmé, Verlaine, Rimbaud, ai poeti decadentisti francesi, ai poeti simbolisti ed ermetici; l’ermetismo dei testi e nelle immagini di Bowie appare – a tratti – decifrabile; in molti casi infinite connessioni fanno disperdere le tracce di senso nel vento (immagino il seducente sorriso bowiano nel vederci affannare a comprenderle) perché una mente come la sua (basta ascoltare una sua intervista) pullulava di riferimenti simbolici provenienti da una moltitudine di libri, di opere d’arte contemporanea, di film visti (e fatti), di opere teatrali, e così via; se alcune sue passioni sono rimaste stabili e sono ricorrenti –  concetti già interiorizzati e presenti nei suoi dischi e nei videoclip decenni fa, Bowie era preda di  innamoramenti quotidiani continui per nuove opere d’arte, nuovi generi letterari e musicali, per i nuovi mezzi di comunicazione (si interessò persino ai videogames). La prima grossa chiave di lettura per decriptare “Lazarus” e “Blackstar” – è la scelta del regista dei due cortometraggi, un uomo colto, Johan Renck, come Bowie appassionato del mistico Crowley; e non è un legame da poco); che ha girato alcune puntate di  note serie tv di questo periodo; “Breaking Bad”, “The Walking Dead”, “Vikings”.

Allora, David è morto “vivo”! aperto e vigile intellettualmente; se pensiamo a quanti intellettuali oggi siano ancora legati irosamente al pensiero pesante e datato che la tv sia soltanto una “cattiva maestra”. David sapeva, come decenni prima aveva intuito l’importanza del fenomeno della rete, che i più geniali intellettuali operino e siano concentrati oggi a creare e produrre alcune serie tv, che sono autentici capolavori.

Infatti “Blackstar” è, nelle sue prime note, sentimentali, ispirate, solenni come una cattedrale, la sigla d’apertura, la musica dei titoli di testa della serie “The Last Panthers” creata da Jack Thorne e diretta da Johan Renck, partita a novembre, che tratta fra gli altri temi la corruzione politica ed economica dell’Europa.

È accertato che David Bowie abbia girato i suoi video e scritto le canzoni con una condanna a morte sulla testa. Come fece il suo compianto amico Freddie Mercury, non ha fatto trapelare oltre la cerchia di familiari e amici la notizia delle condizioni pessime della sua salute e ha composto pezzi e cantato finché ha avuto la forza di farlo; fino quasi al giorno della sua morte.

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Parto da “Lazarus”, che consente una decriptazione meno ardua rispetto l’alchemico, gnostico, fantascientifico, letterario “Black star”. Troviamo due personaggi nel videoclip; sono entrambi Bowie; uno, l’uomo dagli occhi di bottone che soffre nel letto d’ospedale, e l’altro, che rappresenta l’anima creativa immortale dell’artista; il secondo indossa un abito simile a quello che Bowie vestiva nelle foto scattate per l’album dai contenuti mistici“Station To Station” del 1976; nel celebre scatto il cantante tracciava con il gesso l’albero della vita della Kabbalah. Mentre l’uomo con gli occhi di bottone soffre per il distacco dall’anima del corpo, l’altro sé scrive fino all’ultimo, prima di ritirarsi in un armadio (metafora della bara); perché l’ispirazione della sua scrittura proveniva a Bowie dai suoi canali medianici aperti, da una leggera trance, e chi se ne intende di queste cose potrebbe dire che quando lui scriveva, si trovava su Yesod. Nel suo testamento artistico e spirituale David Bowie non nasconde di sentirsi sempre, coerentemente, colui per sua stessa dichiarazione amava la filosofia più di ogni cosa, che aveva studiato i vangeli gnostici e l’opera di Cromley; colui che aveva sperimentato il viaggio astrale. Lo stesso che, in un momento che lui definisce “il periodo in cui aveva usato la parte sbagliata del cervello”; si riferiva a una pratica ossessiva di magia nera, potenziata e deformata dall’uso di cocaina.

Perché l’uomo sofferente porta una benda con i bottoni al posto degli occhi? Bowie mandò al regista Johan Renck dei disegni che lo rappresentavano. Potrebbe essere un semplice riferimento al film “Coraline” di Neil Gaiman;  in ogni caso si tratta di un elemento perturbante. L’uomo con gli occhi di bottone è presente anche in “Blackstar”. Quando Bowie in “Blackstar” esprime il suo pensiero  o mostra il libro sacro, la benda sparisce e il cantante mostra il viso nudo. Piccola annotazione: nel video “Jump they say” del 1993 che si ispirava alla morte per suicidio del fratello maggiore, il personaggio Bowie, in preda alla follia e alla disperazione in un’inquadratura piuttosto lunga si mostra bendato di fronte ai giornalisti.

Per un’associazione- allucinazione spontanea mi viene anche in mente che si racconta che il fratello distogliesse all’ultimo momento la vista dal treno prima di farsi uccidere e rompere la testa (si bendasse simbolicamente, quindi).

La condizione della sofferenza fisica, la paura della morte secondo Bowie non consentono di vedere chiaramente il percorso spirituale che l’anima sta compiendo; ma l’artista dimostra di sapersi distaccare da tale stato e spogliarsi delle bende

“Guarda, rispondimi, Signore mio Dio,
conserva la luce ai miei occhi,
perché non mi sorprenda il sonno della morte,
perché il mio nemico non dica: ‘L’ho vinto!’
e non esultino i miei avversari quando vacillo»
(Salmo 13, vv 1-5)

 

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Dalle ultime foto scattate per l’uscita del musical “Lazarus” a New York e dall’atteggiamento del corpo dell’artista nei video si nota una vitalità  quasi forzata, nel desiderio di non essere compatito. L’inquadratura dell’uomo bendato, però, sul letto d’ospedale non risparmia le imperfezioni fisiche, le macchie delle mani, le rughe sul collo. Un intento puro e chiaro, stavolta non criptico: mostrarsi al pubblico e ai fan nella verità della sua situazione di malato terminale; ma comunque senza fare percepire eccessivi vittimismi. Anzi, l’artista arriva a mostrare, da vero inglese, un atteggiamento beffardo, di scherno verso la morte. In “Blackstar” le fa addirittura uno sberleffo; e in “Lazarus” entra con uno sguardo sardonico e attento, dentro una bara. Il solo comportarsi in modo creativo davanti alla propria fine è già beffarsi in modo netto della propria morte.

Per quanto riguarda il video di “Blackstar”, non si può ignorare il riferimento alla canzone di Elvis Presley che ha titolo proprio “Blackstar”. La canzone di un grande mito di Bowie (e di tutta la sua generazione), con un sound piuttosto allegro, recita così:

“Ogni uomo ha una stella nera
Una stella nera sopra la sua spalla
E quando un uomo vede la sua stella nera
Egli conosce il suo momento, il suo tempo è giunto”.

La stella nera è comunemente intesa come fortuna nera, la fortuna che si eclissa, la fortuna che non ti accompagna. Le ultime ricerche di fisica quantica discutono della teoria dei buchi neri, e Bowie da curioso di tutto se ne sarà interessato; parlano di stelle nere e non di buchi neri riferendosi al concetto di “orizzonte degli eventi”; comunque buco nero, o stella nera, sono probabilmente anche riferimenti al tumore maligno che risucchia l’energia del corpo, uccidendolo.

Evidente il riferimento in “Blackstar” alla costellazione di simboli legati al “Major Tom” di Space Oddity; qualsiasi fan bowiano riconosce subito  nelle immagini il richiamo all’astronauta che, ormai defunto, come in un sequel della canzone, è approdato in un pianeta sconosciuto; il suo cranio è diventato un oggetto di culto da parte di alcune adepte; sappiamo quanto l’artista si sentisse legato al suo personaggio del film “L’uomo che cadde sulla terra” tratto dal romanzo di Walter Tevis “The man who fell to Earth”.

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Un altro riferimento letterario del video è del romanzo “Ormen” di Stig Dagerman, una storia cupa e piena di terrore e di ansia, visto che in “Blackstar” troviamo i seguenti versi:

“Nella villa di Ormen si trova una candela solitaria
Ah ah ah ah
Al centro di tutto, i tuoi occhi”.

Abbiamo già sottolineato che Bowie e Renck fossero entrambi legati al culto di Crowley e della Golden Dawn. Il pentacolo nero, la torre di guardia sono simboli del mago britannico. Il sole nero, il sole di mezzanotte sono presenti in simbologie esoteriche antichissime; Apuleio, quando descrive la sua iniziazione dice: “A mezzanotte ho visto il sole che splende con una splendida luce “.

Il sole di mezzanotte fa parte anche delle simbologie dell’alchimia, e si riferiva allo spirito che nell’uomo splende attraverso l’oscurità dei suoi organismi umani. Le luci misteriose che illuminavano i templi dei Misteri egizi durante le ore notturne sono state descritte da alcuni come riflessi del sole spirituale raccolti dai poteri magici dei sacerdoti.. ” (Manly P. Hall, Gli insegnamenti segreti di tutte le ere).

Le donne che scuotono le loro membra (e prima nel video lo fanno anche due ragazzi) mi ricordano la transe che si ottiene in quel modo, per esempio con la meditazione kundalini; o una danza di “possessione”.La coda della ragazza che va verso il teschio dell’astronauta è un riferimento sessuale. Molte tracce portano a pensare che Bowie sia stato un tantrico.

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La soffitta in cui si muove il cantante ad esprimere concetti fondamentali è spoglia: la “Blackstar”, nel testo, chiede le scarpe e il passaporto, impone di lasciare l’attaccamento ai beni materiali.

E la simbologia degli spaventapasseri? In una foto di Crowley ci sono tre  croci che si innalzano in un campo di grano. Forse sono anche allusioni a un corpo diventato cadavere, i cui organi interni sono ormai segatura o paglia. I personaggi sono tre, come i personaggi alter ego di Bowie nel video; e come in “Lazarus”, coesistono nel video i principi “consapevolezza” e “sofferenza del corpo”; mentre un David Bowie vitale, con occhi aperti e chiari, guardando nella telecamera esprime con un linguaggio lucido cosa gli accadrà con il trapasso, l’inquadratura mostra contemporaneamente gli spaventapasseri che si muovono freneticamente – con occhi di bottone.

“Lo spirito è salito di un metro e si fece da parte
qualcun altro prese il suo posto, e coraggiosamente urlò
(Sono una Stella Nera, sono una Blackstar)
Quante volte cade un angelo?
Quante persone mentono invece di parlare di fatti scomodi?
Egli calpestò una terra consacrata, gridò rumorosamente in mezzo alla folla”

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David Bowie conosceva benissimo quello che accade all’anima quando lascia il corpo. Lo sapeva anche Lou Reed due anni fa, che per testimonianza della sua compagna moriva praticando esercizi di yoga per facilitare “l’uscita dell’anima dalla testa”, che come sanno i mistici tibetani è il luogo da cui migra.  Ecco cosa riferisce Laurie Anderson sul momento del trapasso di suo marito Lou:

“Eravamo a casa -lo avevo riportato dall’ospedale qualche giorno prima- e anche se era molto debole, ha insistito per uscire nella luce splendente della mattina.
Facendo meditazione, eravamo preparati a questo – come muovere l’energia dalla pancia verso il cuore e il cervello. Non ho mai visto un’espressione così piena di meraviglia come quella di Lou quando è morto. Le sue mani stavano eseguendo la posizione 21 del tai.chi, l’acqua che scorre. Gli occhi erano spalancati. Stavo stringendo tra le mie braccia la persona che amavo di più al mondo e parlavo con lui mentre moriva. Il suo cuore si è fermato, lui non aveva paura. Avevo avuto l’occasione di accompagnarlo verso la fine del mondo. La vita -così meravigliosa, dolorosa e luminosa- non può essere meglio di questo. E la morte? Credo che lo scopo della morte sia la liberazione dell’amore.”

Lo sapeva George Harrison nel 2001 quando per una testimonianza molto commovente di sua moglie lasciava il corpo e la stanza “riempiendola di luce”. Forse quel periodo così intenso in cui i rocker viaggiavano fra l’India, l’America e il Regno Unito per imparare le tecniche di meditazione non si trattò solo di una moda. Fra droghe ed esperienze mistiche o pseudo mistiche questi rocker- poeti straordinari hanno trovato delle pietre preziose, alla fine dei loro giorni, accompagnandosi tutti e tre con donne consapevoli e non con donne “di rappresentanza” come moglii; quello che è successo a Bowie con Iman e Alexandria, accadde all’amico John Lennon con Yoko Ono e Sean; Lennon si innamorò profondamente di Yoko, come mai aveva fatto prima, e visse il secondo matrimonio e la seconda paternità con grande dedizione e lucidità  cercando di rimediare alla prima esperienza di marito e padre vissuta con “troppa disinvoltura” e superficialità.

C’è una simbologia che in “Blackstar” è chiara come “un sole splendente”. Quando David Bowie mostra come un sacerdote o un mago il libro crowleyano con la stella nera, il libro sacro, la scena è invasa dalla luce estremamente forte che batte sul suo viso. Il cammino di Bowie, che negli anni settanta si fermò su rituali anche oscuri, è stato diretto senza dubbio verso la luce. Lo dicono le sue interviste e la sua vita dei suoi ultimi venticinque anni; Bowie si è dedicato quasi esclusivamente alla vita familiare, all’amore per una donna straordinaria e dalla bellezza davvero “aliena”, quasi un suo doppio fisico e spirituale.

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David, viaggiando da Keter a Malkut (“Station to Station”) ha concretizzato la sua fortuna, è riuscito a comunicare il suo pensiero, ha appreso ad amare; come un alieno che non comprendeva il linguaggio umano, ha dovuto apprenderlo con un processo complicato e lungo. Che qualcuno ci creda e altri no, adesso quest’uomo straordinario è tornato al suo pianeta, o ai suoi dei, alla luce divina da cui cadde sulla terra, circa sessantanove anni fa.

 

 

 

Pier Paolo era paziente, gentile, e metteva la cravatta

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Il mondo non esiste. Non è mai esistito, esiste solo lo sguardo e Pier Paolo Pasolini è nato con uno sguardo straordinario, un Progetto.
Spesso penso a lui, immagino la sua vita disciplinata, scandire i suoi cinquantatré anni concessigli, durante i quali ha compresso molte vite insieme.

Notevole, il suo coraggio, soprattutto se si pensa che il poeta non ha mai avuto “compagni/e” di pensiero. Neppure i suoi amici più cari concordavano con alcune sue centrali visioni.
Pier Paolo ha conosciuto una perfetta solitudine intellettuale e spirituale.

Le interviste, i ricordi di amici e collaboratori insistono sulla voce disciplina quando lo descrivono.
D’altronde anche nelle foto e nelle riprese che lo ritraggono Pier Paolo emana quell’allure di ragazzo bravo, che i compiti li fa e li porta a termine in modo soddisfacente, che era stato un geniale studente, poi un geniale intellettuale militante, che andava a caccia prima in Friuli poi a Roma di lemmi dialettali per poi scrivere i suoi testi, poi leggeva velocemente, divorandoli, i versi dialettali che poteva trovare di tutte le regioni d’Italia, ci scriveva un’introduzione a un’antologia…perchè Pasolini aveva la dote di lavorare a un tema sviscerandolo con molti linguaggi e utilizzandolo per più progetti. Lo faceva rendere, al massimo.

Faceva rendere bene ogni esperienza. Del tempo perduto, appena laureato, in treno come pendolare per raggiungere un umile posto di lavoro ne fece momento cruciale per leggersi alcuni classici mancanti; durante una convalescenza per una brutta ulcera scrisse un numero impressionante di fondamentali testi teatrali, e così via…
Sul lavoro emerse sempre la sua qualità di dedizione, la capacità di affaticarsi sui suoi progetti (non fu casuale certo l’ulcera che si citava che nel 1965 lo fece svenire a una cena “in un lago di sangue”) specie sul set dove il lavoro è “visibile” e dove si punta il dito, perché il regista è padre, è re.

L’unica forma di monarchia veritiera, più o meno questo recitava Coppola, è quella del regista.
Se consideriamo pure che la notte Pier Paolo la passava in larga parte seguendo i suoi “meditati istinti”, a caccia, che fosse in Italia o in certi paesi all’estero, in medio oriente o in India… nonostante questo la mattina, abbastanza presto, a casa della Madre o in albergo lui si metteva a lavorare con accanimento.

Ha trascorso quarantanni a costruire il tracciato di una carriera perfetta. Chi è pasoliniano e vive stretto all’icona assurda e tremenda della morte di Pier Paolo, a volte resta ingenuamente stupito, per straniamento, dalla capacità e dall’efferata pignoleria con cui Pasolini chiese in molte lettere a personaggi influenti piccoli favori, fin da quando era povero maestro a Roma ma anche più tardi, in varie occasioni, per esempio prima di un’elargizione di un prestigioso premio letterario… o cinematografico…

I suoi colletti di camicia di bucato, la cravatta, i completi piccolo-borghesi. La scalata costante, intelligente. L’astuzia di una volpe, seppure di indole amabile. Pier Paolo.

Con il montaggio che la nostra mente compie (come suggerì Pasolini in Empirismo Eretico portando il noto esempio della morte di Kennedy) della vita di Pier Paolo a partire dalla sua morte, scendendo a ritroso, non si può fare a meno di accostare quella montagna di gesti pazienti e accorti che lo incoronarono idolo popolare e gli diedero un certo potere sociale e finalmente un pò di agiatezza economica, alla serie di articoli insopportabili, stilettate alla balena bianca che pubblicò negli ultimi tempi.

Quando di tutto il suo lavoro, della sua fatica, della sua pazienza, andò a riscuotere il compenso. Un compenso del tutto particolare.

Basta leggersi anche solo alcuni interventi, quelli decisivi degli ultimi mesi, e allora chi conosce anche appena quel periodo storico non può fare a meno di pensare (anche se non avesse letto i verbali del processo post-mortem e tutto il resto) che se fosse stato uno di quella gang là, quella del Palazzo di cui Pier Paolo elencava nomi, cognomi e imputazioni, citando soprattutto Andreotti e Fanfani (un brivido ci corre lungo la schiena quando Pier Paolo “salva” nei suoi giudizi solo Aldo Moro, corre l’anno 1975) avrebbe fatto benissimo a sopprimerlo.
A mandare qualcuno..
Era l’unica cosa da fare. La cosa più saggia. The right think, dicono così in America.

Allende, Pasolini, Satta, Allende. Gli scrittori e il tempo sospeso.

10846062_1514349358824534_7152205340573027810_n.jpgSe dovete scrivere romanzi o poesia è necessario che possediate cinquecento sterline l’anno e una stanza con una serratura alla porta

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sè

Isabel Allende scrisse il suo primo romanzo quando non aveva ‘una stanza tutta per sé.
In Paula racconta di quando stringeva fra le dita il manico di una valigetta portandosela sempre dietro, come un talismano, in andirivieni fra l’ufficio e la casa; tenendosela accanto quando badava ai due figli e al marito. La valigetta conteneva il suo dattiloscritto: sui fogli alcune macchie di sugo si confondevano con il bianchetto che si usava nell’epoca dimenticata delle macchine da scrivere. La morte di suo nonno le aveva innescato il demone della scrittura, chi la fermava più?
La casa degli spiriti la precipitò verso la fama immediata, e le procurò i mezzi per scrivere comodamente i romanzi successivi.

L’attuale compagno di Isabel ama prepararle il tè, e portarglielo mentre lei siede al tavolo rituale della preparazione alchemica dei romanzi.

Pier Paolo Pasolini nei primi anni cinquanta ci metteva tre ore e mezzo a raggiungere la scuola media di Ciampino dove insegnava lettere; durante quei lenti spostamenti fra trenini e autobus riuscì a leggersi, oltre a molti classici, le opere dialettali più importanti del novecento.

Chi lo avesse incontrato durante le sue trasferte da pendolare avrebbe visto soltanto un ragazzo di una trentina d’anni, serio e attento,con un libro in mano, che lanciava di tanto in tanto acute occhiate al paesaggio; senza immaginare che quel ragazzo stava lavorando al primo contratto editoriale della sua vita, la cura dell’antologia di poeti dialettali per l’editore Guanda.

Salvatore Satta, che sarebbe diventato giurista di fama, aveva incontrato la scrittura da giovane, nel corso di una lunga malattia. Nel 1928 La Veranda, il romanzo che raccontava quell’esperienza, fu sostenuto da Marino Moretti ma osteggiato fortemente per via della retorica salutista di quel periodo.

Anche Moravia cominciò a frequentare la lettura e la scrittura negli stessi anni durante una lunga malattia e un ricovero in sanatorio; e dopo, produsse niente di meno che Gli Indifferenti.

E Pasolini scrisse (abbozzò) sei opere teatrali quando fu costretto per un mese a letto nel 1965 per una gravissima ulcera.
Una parte importante de La diceria dell’untore di Bufalino deriva da una sua lunga degenza in ospedale per aver contratto la tubercolosi.

Sospensioni. Pretesti, pause obbligate da una quotidianità già sperimentata che sfociano in nuovi progetti. Imprevisti.

Gramsci non si sarebbe scelto il suo destino da carcerato; noi però abbiamo ricevuto dalla sua sospensione da dannato importantissimi scritti.

E possiamo leggere Memorie del sottosuolo di Dostoevskij o l’opera da sopravvissuto di Primo Levi. Le memorie di Goliarda Sapienza da Rebibbia.

Roberto Saviano, a causa della forzata reclusione di uomo minacciato, non può più girare libero e raccogliere materiale per la sua opera. Si è conquistato ‘una stanza tutta per sé’ dal punto di vista economico, ma questa stanza ha delle sbarre alla finestra, neppure tanto simboliche.

E’ stato costretto a trasformare il modo di scrivere, sta andando verso altre soluzioni creative.

Tornando a Satta, la delusione per la mancata accoglienza della prima opera lo fece dedicare in toto agli studi giuridici; il suo grande talento fu deviato e fatto confluire in contenuti tecnici.

Tradiva la vocazione da scrittore, dicono i suoi amici giuristi, tornendo stilisticamente in modo eccessivo i periodi della prosa dei suoi saggi.

Dovette il suo secondo libro, De profundis, a un’altra sospensione da tempo e spazio, quando si rifugiò in campagna con la moglie durante la seconda guerra mondiale.

Scriverà il suo capolavoro vent’anni dopo – un libro ogni vent’anni – quando si trovò sul bordo della morte, tradito dalla sua epoca, disperato a causa della dissoluzione anche fisica del mondo familiare e della Sardegna che aveva conosciuto.
Una forma di grave depressione lo trasformò di nuovo in scrittore, il trovarsi in prossimità di malattia e morte lo liberò dalle responsabilità del mandato professionale.

Pasolini disse, mancando per l’unica volta di attitudine profetica, che l’idea di invecchiare lo rendeva più gaio, perché avrebbe smarrito il peso degli investimenti sul futuro, avrebbe potuto vivere davvero in odor di leggerezza, come gli uccelli del cielo e i gigli dei campi.

Invece, il suo ultimo gesto poetico fu di pesantezza esemplare, Salò o le 120 giornate di Sodoma, una straordinaria, insopportabile istantanea del potere del Palazzo e di tutti i Poteri.

C’è un altro aspetto della commistione fra lavoro e scrittura. Lo stile di Salvatore Satta non fu inquinato dal dedicarsi per la maggior parte della vita a scrivere saggi giuridici. In un certo senso, Satta fu quasi schizoide.
Accanto a una selva di volumi scritti per la giurisprudenza, spuntano quei pochi fiori selvatici letterari nella loro netta brillantezza e autonomia di linguaggio.

Non è così, di solito. Chi pratica la carriera accademica, i professori universitari per esempio, difficilmente mantengono, se l’hanno mai posseduta prima, la capacità di scrivere letteratura.

La stessa cosa, in modo diverso, accade per i giornalisti. Mantengono giocoforza un legame con lo stile, con la prosa del loro lavoro che pregiudica, a volte, i loro esiti letterari.

La Fallaci ha scritto alcuni libri di buona qualità, ma è soltanto in Un uomo che realizza tutta la capacità di romanziera.

Molti scrittori non scrivono abbastanza perché lavorano. Oppure non credono abbastanza nel loro lavoro e si caricano di impegni smarrendo il senso di una vera e propria missione.

In un racconto di Albert Camus si narra di uno scrittore che cede sempre più spazio della casa in cui vive alla famiglia, fino a morirne.

Si può leggere questa storia sostituendo al ruolo della famiglia quello di una convivenza fra lo scrittore e un lavoro alienante, faticoso, demoralizzante.

Stephen King non ha scelto questa strada. Sposò molto giovane la sua Tabitha Jane-Frances, una scrittrice di cui poco sappiamo, forse dotata di poco talento, schiacciata dal suo augusto marito. Tabitha non ha limitato la carriera del marito, l’ha sostenuta sin dall’inizio, quando Stephen collezionava lettere di rifiuto dagli editori.

Stephen, al suo esordio, svolgeva molti lavori fra i meno riconosciuti socialmente, viveva con la famiglia in una roulotte; dopo la pubblicazione di Carrie il suo nome prese quota fino a portargli, oltre la fama, una ricchezza immensa. La sua giornata da scrittore è simile alla giornata di un bottegaio, si siede al tavolo molte ore al giorno con ritmo impiegatizio.

Il suo percorso è esemplare, la sua vita è romanzesca.
Il sogno americano non partorisce solo mostri.

Scrivere perchè la guerra, o la malattia hanno perforato la fila dei giorni e l’elaborazione di un vissuto supera la portata della propria sensibilità. Scrivere per testimoniarne. Scrivere nonostante il lavoro occupi la giornata freneticamente, nei ritagli di tempo.

Svegliarsi all’alba, leggere alla fermata dell’autobus, durante le pause pranzo; scrivere perchè si è ispirati da quel lavoro a malapena sopportato per sostenersi economicamente, scrivere di quel lavoro scelto perchè (invece) ci appassiona, descrivere i personaggi incontrati sullo scenario quotidiano del proprio ufficio, del negozio, della biblioteca, dell’autostrada percorsa ogni giorno per lavoro.

Commistioni e congiunzioni fra gli scrittori e il mondo, ricerca dell’isolamento dopo un’esperienza, o a causa di un’esperienza vissuta che impone d’essere scritta.

“Vergogna” di Coetzee

J. M. Coetzee, Vergogna, Einaudi, 1999

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David si sente pervadere di nuovo dall’apatia e dall’indifferenza, ma anche da una singolare assenza di peso, come se qualcosa l’avesse roso dall’interno lasciando solo il guscio vuoto del suo cuore. Come puo’ un uomo in questo stato, si dice, trovare le parole e la musica per resuscitare i morti?

Forse per gli uomini odiare le donne rende la cosa piu’ eccitante. Tu sei un uomo, dovresti saperlo. Quando hai un rapporto sessuale con una persona che non conosci, quando la intrappoli, la tieni ferma, ti butti su di lei con tutto il tuo peso..non e’ un po’ come ucciderla? Come piantare un coltello?
Per poi andartene lasciandoti dietro un corpo sporco di sangue? Non e’ un po’ come un omicidio? Non ti da’ l’inebriante sensazione di averla passata liscia?”

 

Mi e’ stato difficile terminare Vergogna di J. M. Coetzee. Perche’ l’io narrante e’, con tutte le nostre buone intenzioni di perpetrare una obiettiva lettura,il suono della stessa nostra voce,mentre leggiamo…e come se ci disponessimo di buon grado a un rapporto di sesso occasionale, ci sovrapponiamo ad esso, ci compromettiamo,ci strofiniamo sulla sua pelle…e chi ha voglia di entrare nella sagoma un po’ pendente da una parte, frastornata e lucida di un David Lurie?

David Lurie non e’ un “buono” ne’ un “cattivo”, ne’ perverso, ne’ romantico sebbene in grado di intraprendere per un tratto queste diverse strade.Ha perso il contatto con il se’, lo ripete spesso:

Secca. E’ ormai secca la fonte di ogni cosa, fa dire a Teresa, che ama tanto Byron, personaggio da cui vuole ricavare un’opera lirica.
Ma Byron ha il buon gusto di morire, sulla soglia del disgusto di se’. Lurie, no.

 

Anche prima dell’effrazione alle regole di un sudafrica teso come una corda che Coetzee abbozza soltanto dietro il personaggio con due o tre segni abili, come lui sa fare, David si trovava nel letto di Procuste, brani di se’ sempre da amputare, fra autocompatimento, passione di media caratura, incapacita’ di essere raggiunto dall’esterno da una parola efficace, che gli serva: Lurie non entra in relazione profonda con nessuno dei personaggi che lo circondano e che incontra.

I dialoghi mancano sempre il bersaglio, si spezzettano in rivoli e fraintendimenti, o diventano petulante predica, o silenzi lacrimosi.

Lui e’ capace, si vede, se vuole, di raggiungere posti di rilievo accademico; di coniugarsi e di figliare; pero’ tentennante, inadeguato, sempre qualche cm fuori posto come la giuntura di un omero disarticolata ma che mai si frattura, come la bruciacchiatura da alcol denaturato a cui gli assalitori della figlia danno fuoco, che non lo ustiona completamente ma solo lo adombra.

Qua e la’ affiora il ricordo di una giovinezza piu’ netta, definita, dove i sensi forse parevano nitidi..con Rosalind aveva diviso il letto con una sensualita’ che sfiorava il dolore.

Lurie scrive di Byron e della sua stanchezza nel (non) provare passioni.
Cinismo e romanticismo. “Ama” Melanie come il professore amava Tadzio in Morte a Venezia, e come lui ne muore, ne viene dissolto.

La sua Losung, quella dei cani…

Pasolini si scrisse addosso che vagava come un cane senza padrone (i Motus ne hanno tratto un bellissimo spettacolo) quando attingeva piacere sessuale e ne restava poi dilavato come una “pila” per sbattere e lavare i panni.

Alcuni guaritori per mostrare la mappatura di un’anima che ha subito disastri afferrano una piuma. la sfrondano con le dita aprendone le ali, le squame..e poi tentano di riportarla allo stato iniziale: per dimostrare che non si puo’, non si allinea piu’ perfettamente sull’asse come prima.
Le piume restano scompagnate e in alcuni punti resta il vuoto fra aletta e aletta..
Un po’ quello che si dimostra nella pressante e ruvida narrazione de Il danno della Hart

(Quando si e’ sopravvissuti a un danno…)

Come cani i tre ragazzi stuprano Lucy, che resta cagna sottomessa anche dopo il fatto, fino ad estreme conseguenze..come cagna resta pregna e figliera’ presagendo che dovra’ amare quel bambino, per forza naturale…Lurie non potra’ vendicarla e costringerla a prendere posizione.

Sovrappone quindi “vergogna” e senso del fallimento di tutto un progetto esistenziale a “vergogna”.

Cosi’ arriva a precisarsi, come una manna dal cielo lo sfiatatoio: i cani sotto le mani dell’ex professore e dello psicopompo Bev sono inoltrati con molte carezze (diapason di ambiguita’, stanamento di latenti perversioni/emozioni poco definite, late) verso la morte.

Il caso, se ve fosse uno, resta irrisolto.

Entropie. Basta un ‘incrinatura a volte a fare cominciare la dissoluzione di qualcuno, figurarsi il brusco impatto di qualcosa di acuminato.

Se si smette di percepire il mondo con un suo sentire tutto, compatto. Se il processo e’ innescato, continuera’. Nessun giudizio morale, solo uno sguardo aperto e attento, per cogliere cosa succede.

Forse Lurie e’ fortunato, rispetto a tanti altri. Perche’ e’ riuscito ad allineare il suo mondo interno a quello esterno.

Meno compromessi a cui adempiere. Meno parole adulatorie da distrubuire per mantenere l’impalcatura dei sorrisi. La casa sventrata, pallottoline di carta riceve in testa, se siede in un teatro.

Coetzee sospende il giudizio, incrocia le braccia; c’e’ poca ironia. Lontano da ogni estremo a cui comunque ci si puo’ appigliare per venire su.

Solo lo sguardo aperto e nessuna speranza – per nessuno.
Temperatura narrativa prossima allo zero assoluto.

Edgar Pangborn, Pianeti allo specchio. Diamanti della letteratura.

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“La conoscenza e’ vera solo se e’ conoscenza delle cose e non dei nomi che le indicano”
(Socrate nel Cratilo di Platone)

Pianeti allo specchio di Edgar Pangborn (1954) e’un libro di piccole dimensioni, che gli bastano a filtrare una saggezza densa, che si distilla anni e anni dopo che lo si è letto.

Si tratta della narrazione pacata di un marziano che rappresenta con altri suoi simili la parte luminosa di una protezione accordata da secoli agli esseri umani, in lotta quasi silenziosa con la parte oscura di altri marziani creatori e protettori di dittatori, di poteri neri, amanti della distruzione.

I marziani sembrano in tutto e per tutto esseri umani, ma il loro cuore batte in modo rallentato, e il loro sangue e’ arancione.

Il marziano bianco ha seicento anni, l’eta’ piu’ avanzata per uno di loro – e sta per morire, ne viene a conoscenza perché nello specchio dove può incrociare la visione del futuro, a un certo punto del romanzo, non vede piu’ il suo viso riflesso.

Non ne parla ai suoi giovani umani con cui sta passando una splendida giornata, su un prato della dolce terra, per non turbarli: tanto, ha gia’ fatto per loro tutto quello che era necessario fare.

Nel libro viene citato a più riprese il Cratilo di Platone, per ricordarci dell’importanza della verita’, del difficile collegamento esistente fra i segni e le cose.

Uno dei compiti più importanti del protagonista è quello di vegliare sulla crescita di giovani uomini e donne di talento. In questo modo e in molti altri può correggere certi avvenimenti e scongiurare l’imporsi dell’ombra.

E’ la metafora dell’esistenza di entità superiori raccontata senza risparmiare i dettagli dell’infiltrarsi della storia e dei suoi abusi nella vita degli uomini.

E’ un breviario sulla compassione; alla fine di scontri e di vicende tragiche il fiore per l’amore per l’umanità germina in modo inarrestabile nel protagonista, che riesce a compiere un salto oltre il bene e il male e a narrarcelo con semplicità estrema, confessando a se stesso di amare in modo straziante l’umanità, quelle brevi vite – di poco meno di cent’anni al massimo – di cui e’ stato mentore per secoli.