Gli dei indaffarati quando forgiano umani

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Gli dei sono sempre al lavoro, a marchiare i destini sui polsi, le stelle sulla fronte.
Gran sferragliare di motori, pistoni.
Una fucina perpetua, Nettuno sbuffa, magnifico, sudato e irato.
Tutte le luci accese.

Mentre i lavoranti forgiano i corpi, tessono capelli in una nuvola di coloranti arcani, odore acuto di trementina, gli dei filosofi stazionano in grandi salotti, piano rialzato, chini sopra grandi plastici al profumo di vecchi sigari e di stuoia indiana.

Quelli di sopra sono dei assai sensibili ma anche sbrigativi.
La lente di ingrandimento è spianata, in azione perpetua fra i simulacri di uomini stesi nelle loro custodie, separate braccia da braccia, pronti al decollo.

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E’ tutto un gran sprimacciare di giacchette, di piccoli nasi.
Si lamentano fra loro i Superni da secoli, non hanno tempo di riflettere a fondo su ogni sorte registrata con timbro d’argento nella nuca dei manufatti preziosi.

E quelli che tornano indietro, a ciclo finito, son portati d’urgenza nella grande sala delle piccole sfere colorate.
Il sotterraneo.
Qualcuno soppesa ogni storia, ogni racconto è ripetuto per allargare le trame, gli elastici, i bottoni.
Le statuette di terracotta son diventate voci.

Ritorna indietro: replay.
Raccontami tutto con calma, c’è tempo.
Ogni voce si sente dentro un arazzo, come nelle tessere, nel disegno nei colori di un abbraccio infinito.

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L’amore al tempo delle castagne

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Era stato un anno così:
emozioni grosse come anatre
cacciate a forza in un imbuto, rimaste sottopelle
l’idilliaco sempre presente, insieme al dolore, alle morti tragiche di qualcuno,

e verso la fine, in autunno, quando le castagne tempestano la terra di spine
un innamoramento scosse il suo cuore
chiuso da anni come la persiana di un casale abbandonato.

E come rovinò a terra la polvere quando il principe passò là sotto
come la tenda bianca fece la svenevole, nascondendosi alla vista della strada
mentre i vetri arrossivano.

Ella non volle ammetterlo neppure con se stessa
e continuò a cucire in fretta dentro la casa magica
ridotta da una strega a un appartamento artistico
sbarrato da cento porte chiuse da mille chiavistelli fatati.

 

Il Poeta passeggiava con una cavalla candida di nome Splendore
nulla faceva presagire i nuovi eventi
cambiati all’improvviso come panni puliti
al posto di lenzuola sporche
come le carte di un mazzo nuovo al posto di un altro diventato logoro;
la principessa ne fu grandemente afflitta.

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Lo amò subito per i capelli lucenti, le mani bianche dalle dita lunghe
per la voce bassa, tremante, e per l’anima chiara nascosta, ma a tratti visibile dietro l’armatura d’argento.

Lui l’amò all’istante per la sua tristezza, per la sua gaia risata, per la solitudine feroce, per la condanna della casa stregata.
L’amò per i grandi occhi neri.
Quando il principe si allontanò dietro le curve colline
dopo averle rivolto parole di una dolcezza inaudita
Principessa cominciò a soffrire di molti mali inventati:
tossiva spesso, come se fosse in mezzo al mare, senza soccorso
sospirava come una pentola d’acqua che bolle sotto un fuoco ardente.

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Desiderava rivedere subito il ragazzo flessibile e alto come un giunco
ma al tempo stesso la spaventava il pensiero che davvero tornasse da lei.

Chiunque, dopo millenni di pene, si affeziona alla propria prigione.

Le prigioni sono stabili, sicure, proteggono dalla pioggia,
tengono lontane gli animali selvatici, e danno riparo ai piccoli insetti vulnerabili.

La principessa non poteva uscire dalla casa,
non poteva guardarsi allo specchio
nè parlare mai con anima viva
dei profondi pensieri del suo cuore.

Ma dentro la casa non mancava il pane caldo la mattina, e la scodella del pranzo.
Mani invisibili preparavano la cena, e allestivano la tavola di legno della sala
per la colazione del giorno dopo.

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Nella casa vi erano molte stanze, arredate per darle piacere:
una biblioteca, dove i libri per non annoiarsi si scambiavano di posto senza aiuto
i dorsi luccicanti di colori accesi;
una grande cucina antica, con una stufa di ghisa;
la camera l’avvolgeva con un grande letto a baldacchino
e lampade di ogni dimensione abbellivano ogni angolo.

Vi era la stanza dell’arte, con cavalletti, pennelli e tele
e uno sgabello di legno intagliato da un Mago.

La casa era rassettata dalle mani invisibili,
che tenevano sempre acceso il fuoco, e confezionavano vestiti nuovi
quando ce n’era bisogno.

Tutto questo era divenuto una piacevole abitudine
prima che il Principe passeggiasse sotto le finestre polverose.

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Nessuno conosce la fine della storia,
nè quale maledizione avesse rinchiuso la principessa.
Potremmo cominciare a chiederci se un drago dormisse in cantina, o nel bosco vicino la casa.

La vera battaglia si svolge nel petto di lei.
A forza di sognarlo, di ricordare il Poeta dai capelli fluenti e dalla voce fatata
si logora come la fiamma della candela.

Aspetteremo che la vita faccia il suo corso
chiudendo le palpebre, ascoltando la musica
facendoci portare con fiducia
dal vento del Nord che fa gonfiare le vele
e cadere i frutti dai rami più alti dell’albero.

 

 

 

 

 

Amore infinito, o nella vita reale?

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In una cava d’argilla, nel paesaggio surreale prima delle colline, un ragazzo dalla bellezza sovrumana le chiese:

-“chi sei?”.

Lei non lo dimenticò, durò per sempre quel momento. Dura ancora.

Molti anni dopo un altro ragazzo che la vita aveva massacrato fin dalla prima infanzia le accarezzò a lungo i capelli. Scintille tutto intorno.
Una lieve carezza fu tutto. Ancora lo perseguita, quel momento. Non finirà.

Poi, accadde un’altra volta. Un uomo alto e spaventato vide la sua femminilità nascosta dentro un gesto. Si apriva l’aria intorno.
Le disse: “è questo che nascondi”?

Picchi di comprensione dell’altrove, musica delle sfere.

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E, nella soffitta, in cambio, i ricordi sbiaditi degli anni di legame con il suo ragazzo Giacomo, quando ancora provava a legarsi con qualcuno dentro i giorni.
Uno per uno passano, infine: mangiare insieme, discutere: in ogni angolo della casa spuntavano velature di noia.

Senso di impotenza nell’impossibilità di usare le ali.

Lei è così: bisognosa di percorrere le strade del cielo, si appesantisce in una stanza con un solo essere umano.

Lasciàtela respirare.

Emana luce.

 

 

 

 

 

 

 

 

La compassione dell’eretica

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L’angelo ieri sera mi ha detto: Hai lasciato cumuli di macerie.
Oggi, piangendo,  ho ricordato.
I miei ventun anni, e la camminata più triste del mondo sul basolato di Piazza Santo Oronzo.
Vai via da qui. Non sei più gradita fra di noi – mi disse il Serpente: la mia migliore amica.
Scacciata, io- lei faceva risuonare la punta dell’ombrello controtempo con i tacchi degli stivali, mentre tornava alla mansarda nella solitudine più grande della terra; quella inarrestabile di chi dice sempre la verità.

La mansarda era un nido adatto a covare i sogni, insediato da secoli sui tetti di Piazza Duomo davanti agli sguardi severi dei Propilei.

Qualche mese prima la sua migliore amica le aveva consigliato, insieme agli altri della compagnia, di conquistare lui. “Salvalo”. Diceva l’amica: Addà venì baffone. Salvalo da lei. La snella ragazza del più bel ragazzo del mondo non riusciva simpatica a nessuno, e la ragazza che ero stata sembrava adatta a sostituirla, secondo il giudizio sicuro della sua migliore amica.

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Posata sulle nuvole, sulla luccicanza, la fiaba decollò a dispetto della ragazza che ero stata allora, che non era a caccia di nessuno, ma che non disdegnava la seduzione.

La capacità di sedurre è un dono di famiglia. Noi siamo capaci di Seduzioni senza costrutto, che servono Solo a spostare gli eventi, a far salire la temperatura del destino.

La fiaba decollò, ma io ne ebbi paura. Partii. Quando il ragazzo tornò con la snella bambola che non era simpatica a nessuno, la migliore amica della ragazza che ero allora decretò:
Non sei più degna della compagnia.
Non disse al più bel ragazzo del mondo di avere costruito castelli di carte alle sue spalle. Per fare sì che tutto tornasse normale, Serpente truccò le carte contro di me.

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E’ trascorso un quarto di secolo da quella sera in Piazza Sant’Oronzo; e negli anni dopo, la ragazza che ero allora, e la donna che sono, si espose altre volte, pagò, si sacrificò.

Sotto la bandiera di una sincerità assoluta, della coerenza, mi sono scarnificata.
Sono morta e risorta mille volte. Sono passati cento, duecento anni, ma resto ancora la ragazza di allora.

Ma adesso percepisco qualcosa di potentemente nuovo, rinato dalle ossa della Fenice bruciata: la compassione.
Mio padre li chiamava: poveri di spirito.

L’angelo ieri sera mi ha detto: hai lasciato anche me, fra le macerie.
Perdona.

Tribù, fili spezzati e sorrisi

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Mi sono sempre piaciute le persone sfrangiate, colorate, che ridono spesso, in qualsiasi situazione; anche nei momenti sbagliati.
Cerco una tribù di ragazzi e ragazze rumorosi, chiacchieroni, ospitali.
Per restare con sè anche con altri diversi da sè.

Connessi seppure distinti; divisi ma uniti, collegati. Rifiutando la frammentazione, il ghiaccio, il giudizio amaro, le linee geometriche, gli angoli retti dove si inciampa ad ogni passo.

Mi  piacciono i fuochi accesi, cucinare per quindici persone con quello che c’è in casa.

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La tavola apparecchiata, sparecchiata, bevande, bicchieri pieni, semipieni. Qualcuno porta un torta. Si saluta un nuovo arrivato. Qualcuno parte per girare il mondo in bicicletta.

Mi piace la tribù dei matti da legare. Anche se sorridono tutti, sul palmo delle loro mani ci sono linee spezzate. Un padre che li ha tormentati. Una sorella che li ha censurati. Un lutto, un dolore atroce, un tradimento.

Collezione di perle nere infilati in uno spago che non si spezzerà.

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La mia tribù è fatta da anime spezzate che sanno ricucirsi bene. Sorridono, e ridono forte.

La casa mi abbraccia

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A fine settimana finisce la corsa, la casa mi abbraccia, la pila d’energia, un prolungamento delle antenne.
Mi restituisce la voce, la morbidezza, la riflessione. Guarisco.
Il silenzio della casa è una paratia, un prato che resta per sempre cresciuto a metà, senza erbacce.

Il ponte di comando del letto ha molti tasti: telecomando, computer, portatile, cellulare.
I comodini sono le ali del battello volante. Dietro i cuscini da re c’è il grande telo con l’albero blu, per ricordarmi di non fermare le gemme.
I libri sono spartiti dai pettini degli scaffali.

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Il televisore fu comprato per guardare in grande le immagini di Doctor Who; dopo che Moffat sbagliò l’ottava stagione lo uso per il resto del mondo da vedere: è la botola della soffitta magica, l’oblò della barchetta per i viaggi in solitaria.

Ogni giorno si frammenta in migliaia e milioni di momenti così grandi da poterci entrare dentro, fermare il tempo e arredare uno spazio colorato che si trasforma.
La borsa capiente di Mary Poppins è un pretesto per inventare qualsiasi oggetto o canzone che si voglia.

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Cosa si paga in cambio di tanta fortuna? Il dolore di dovere rompere i fili magici intessuti con gli umani incontrati.
Lo insegna il telaio di legno: ogni tanto la donna spezzava il filo tenendolo fra i denti.
Il filo prima o poi finisce.
Poi, resta il tappeto. Della storia, il ricordo.

 

 

 

 

 

Tenere acceso il fuoco

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Il sole conquista la mia casa, la trasforma in un biplano.
Non trova resistenze. Verde rosso e nero in geometrie arabeggianti
(vecchia coperta della prozia)
Fiori viola sul balcone (abbarbicàti)
Giallino e bianco: margheritine immerse nella latta.
Pasolini in formato cd (audio) recita garbatamente solo per me Le ceneri di Gramsci.
Alzo il volume mentre lavo i piatti, dopo sposto i libri dappertutto, in un ordine le cui coordinate conosco solo io.
Accumulo fotocopie. Tengo puliti passaggi inventati di canne fumarie di un caminetto che non esiste.
Non posso rischiare che si smorzi il fuoco.
Ignoro la bambina.

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Perché non scelgo. Vivo nel non volere del tramontato dopoguerra: amando/il mondo che odio- nella sua miseria sprezzante e perso-per un oscuro scandalo della coscienza.
1991. Compitavo quel libretto, vecchia edizione Einaudi, a Torre Sant’Andrea in una giornata perfetta come un anello.

A Sant’Andrea accanto a una pizzeria con il porticato coperto di foglie di palma la scogliera traforata si allunga verso il mare.
Le case vecchie dei pescatori hanno porticine chiuse con grossi chiavistelli.
Le spiaggette preparano gradualmente l’immersione nella gran vasca dell’Adriatico.
Gli alberi bassi delle pinete sono Eumenidi, la compensazione di tutto il chiaro della sabbia.

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“Le foglie dei sambuchi, che sulle rogge/sbucano dai caldi e tondi rami/tra le reti sanguigne, tra le logge/giallognole e ranciate dei friulani/venchi, allineati in spoglie prospettive/contro gli spogli crinali montani/o in dolci curve lungo le festive chine delle prodaie. . .”

E’ lecito non pensare ai morti?

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Una volta ho dormito in un bosco da sola, in un sacco a pelo. Quella notte, nella solitudine più completa che ci sia, mi accorsi di non pensare spesso ai miei morti, tranne che a quello eccellente, preminente, che mi ha scavato la vita spezzandola in due, mio padre strappato alla vita dall’amianto del tribunale dove lavorava nel 1989.

Ma gli altri morti giacciono sul fondo del fiume dei ricordi, coperti di sassi.
“Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti” recita il Vangelo di Luca.
Abbiamo tutti costruito un principio solido di distrazione, e così non penso ad ogni istante ad Enzo, che mi sussurrò l’anno scorso che si era fatto grande, settant’anni di bellezza e sfida delle regole, prima di cadere in un bar con le braccia aperte come un cristo, lontano da tutti noi.

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Non penso quasi mai a Marco, che sfidò la sua fine con estrema dignità e che consacrò sè e la sua donna all’arte come se vivesse nell’ottocento e non in un tempo che non ama la profondità, la Bellezza.

A zia Nina, la santa, che aveva il cuore di un uccellino e amava nuotare nel mare di Porto Cesareo, ancora sensuale, bella, ad ottant’anni.

E a Vanna, la mia maestra di canto e di vita, che si prese cura di me come una seconda madre?

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La prozia Maria, che accompagnai per tutta la vecchiaia, fin da bambina, tenendola per mano?
Con queste e altre anime ho diviso confidenze e aspirazioni, ho ritagliato dal tempo sculture di significato.
Immagino che, se mi fermassi a pensare a loro riempirei tutte le caselle del tempo che mi resta di dolore, e diventerei di pietra.

Ma la distrazione, è lecita? “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”.

Credo che ritornerò a conversare con loro, e conservo la sofferenza in cassetti di legno di noce, chiudendoli a chiave, sapendo che ci rivedremo?

 

La Libreria della Reggia di Colorno

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A Colorno ero arrivata sabato 2 settembre per vedere il Festival di Teatro di strada.
La mattina di domenica passeggiavo nei dintorni della Reggia, fra le bancarelle degli artigiani. Al banchetto degli specchi formati da forchette ritorte e vecchi orologi, ho conversato con un’elegante signora, che alla fine mi ha detto: io, ho comprato il mio libro. Il suo modo accurato di tenere il volumetto, il sorrisetto con cui me l’ha mostrato mi ha incuriosito. Mi ha indicato la libreria della Reggia.

Entrando nel grande portone, guardando sulla destra, l’epifania: metà della sagoma di un signore anziano, curvo, lentissimo, si intravedeva in una stanza in penombra, dalla porta di una vecchia libreria.

Dalla soglia potevo intravedere i libri ammassati uno sull’altro – se pure con garbo – come si usava una volta, prima che esistessero gli scaffali funzionali e asettici delle librerie moderne. Si capiva subito: quella era la libreria della Storia infinita dove si rifugia Bastian, e quella di tutte le altre storie che si desiderano ricordare o inventare.

Il signor Alberto non ama essere chiamato signore, ti redarguisce con tono burbero se lo fai. Ti invita più volte, anche se sei appena entrato, a varcare le porte delle altre stanze, di cui è evidentemente fiero, spiegandoti dove si accende la luce.

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Il libraio ha capelli lucidi e bianchissimi, ben pettinati. La libreria ha cinquant’anni, lui ne ha quasi novanta.

Nelle librerie di questo tipo, prima di tutto, dimentica la fretta. Solleva i libri, posali da parte, ri-posali, destra, sinistra, fatti guidare dall’istinto. Il libro che ti serve salterà fuori, se sei ben disposto.

Nella terza stanza ho trovato tre racconti di Antonia Byatt e un romanzo breve di Hwang Sok-yong.  Alberto il libraio ha guardato con estrema curiosità i titoli dei libri che ho portato alla sua scrivania e ha esclamato : “Bella scelta!”. Poi ha voluto che gli scrivessi il mio indirizzo su un quadernino dove ce n’erano altri, dei visitatori che si sono lasciati catturare dal mondo parallelo della sua libreria.

 

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L’ho salutato con molto riguardo e sono andata via per non disturbare la telefonata della consorte. Quei due avevano molto da dirsi, mi è sembrato.

Una gita a Roca

dolorOran se andò con la bicicletta nell’ora in cui cambiava l’odore del villaggio e la lunga sciarpa di mare davanti al giardino della Villa virava dal turchino al blu.

In casa, le donne si stavano lavando e truccando nel bagno, chiacchierando forte e gesticolando contro le piastrelle rosa. La zia Mante aveva vaporizzato il suo profumo forte e arcigno da una piccola bottiglia addobbata con una specie di vestitino giallo tenue.

La Cugina Lana giocava con zia Mante a dama sul terrazzo, accanto al dondolo;

Zio Boetius disputava una partita a scopone sotto gli alberi di limone con Nonno Silvano, Zio Leon e due uomini che lei non aveva mai visto prima.

Oran aveva messo il cappellino con la visie.ra e riempito il cestino della bicicletta con quattro fichi neri.

Andando, si tenne al bordo della strada polverosa come le raccomandava sempre di fare la mamma. La sorpassò qualche automobile diretta a Roca Li Posti.  Dal finestrino aperto a metà di un’auto gialla un bambino la indicò al fratellino.

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Appena arrivata, Oran lasciò la bicicletta sul margine della via e si precipitò verso la vasca naturale che si spalancava dentro le rocce bianche: due palmi di gigante uniti, a coppa, a tenere l’acqua legata a sé; e tutto a pochi metri dallo sprofondo del mare.

L’ora aspra aveva già allontanato i turisti e questo, a lei, piaceva un sacco: amava scivolare sui massi enormi, scendere nel ventre della pietra e toccare l’acqua con le dita dei piedi, senza scocciatori in giro, senza uomini che si tuffavano scomposti calpestando l’acqua con le pance grosse e ragazzini che giocavano a pallanuoto, mentre le signore accudivano i bambini piccoli.

Più in là, dall’altra parte della strada c’era una cappella imbiancata a calce, solo una stanzetta, poche panche davanti all’ altare di tavole grezze. Un crocifisso appeso al muro. Un grosso vaso per terra conteneva le ginestre fresche.

La tenevano pulita le donne anziane del paese, che per il caldo e i pensieri non riuscivano a dormire e all’alba arrivavano con lo straccio e il secchio stipato di fiori nuovi.

 

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Proprio sotto di lei, invece – l’aveva saputo da Papà Uriel – c’era l’accesso a un tempio molto antico che l’acqua aveva sommerso secoli prima lasciandolo nel più solitario degli abbandoni.

Adesso era soltanto il posto sacro dei saraghi, della prateria di posedonia; era il covo dell’anemone dorata e della sogliola, regine del silenzio verde e indaco. Papà le aveva raccontato che a volte, là sotto, al posto delle nenie dei sacerdoti diventati polvere si potevano udire gli schiocchi sordi delle corvine.

Quella mattina Oran aveva visto Mamma Marian appendere il bucato con la Nonna, Zia Mante e Lana nel cortile. Zio Boetius, Zio Leon e Nonno Silvano erano usciti presto con l’automobile.

Per quello si era potuta inoltrare nella parte della casa dove dormivano i Nonni.

Non aveva il permesso di entrare nelle stanze ad est della cucina.

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Tenendo gli zoccoli in una mano aveva superato la porta di legno vecchio, perlustrato la penombra della stanza fresca, sfiorato con piacere il cotone bianco del copriletto ricamato dalla bisnonna.

Oran aveva accarezzato il bordo della toilette di ceramica smaltata sul treppiedi scuro. Aveva tuffato la faccia nell’asciugamano di lino leggero.

Sul lato della stanza opposto al letto c’era la porticina che portava alla camera dove dormiva lo Zio Boetius.

Lei l’aveva aperta con il cuore che le cantava di stare zitta, di non fare nessunissimo rumore, per carità: il suo respiro era diventato il pigolio del pulcino che le aveva regalato Papà Uriel durante la festa patronale.

La cameretta era stata ricavata dal grande corridoio che andava dalla sala alla cucina, molto dopo la costruzione della villa, ed era ventilata da una finestra di piccole dimensioni.

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Le tende erano tirate, e lei sentiva odore di vestiti da uomo stirati troppo, quasi bruciati dal ferro. Una collezione di rosari risaltava cinquanta centimetri sopra la testata di ferro scolpito del lettino.

Oran smise di pensarci e tornò a guardare il mare che si imbitumava di sera.

Era tempo di andare a riprendere la bicicletta abbandonata nei rovi, e di assaggiare i fichi intiepiditi dall’attesa.