Angeli, stanno arrivando

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Tutto è cominciato con la scelta di un regalo.
– Preferisce l’angelo?

Da quel momento sono venuti, uno ad uno.
Ora si affollano, invisibili, mentre cammino, svolto a destra, a sinistra.
Il titolo di un libro. Di una strada.
Arrivano mentre guardo fuori dal finestrino del treno.
O sto cucinando.

Una mia amica ha trovato l’immagine di un angelo, sotto c’era scritto il mio nome.
Ha provato un brivido.

Loro ridono, sans doute.
Si divertono, mentre faccio congetture. Nascondono le ali.

Vengono perché sono in pericolo, per avvisarmi? È in pericolo qualcuno che conosco?

Preferirei che si fossero annunciati per portarmi ad un livello superiore di comprensione. Un salto di cui ho paura. La scacchiera metafisica è posta al centro della sala, ma non mi decido a muovere l’alfiere.

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Stasera è venuto a sfiorarmi la guancia, invisibile, seppure respiri, è umano.
Ha i capelli lunghi e la luna incisa a fuoco nell’umore.
La malinconia è la sua corda principale: aumenta la sua bellezza, non c’è pace.

La mancanza è un vaso di Pandora. Se non lo apri, ti può esplodere in faccia, sabotare i giorni.
Il sole e la luna: era un’immagine di un libro antico, sottolineava le parole.
Scopri l’enigma. Segnati i luoghi dove sono apparsi i simboli.
Angeli.

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Ascolto le storie. La tela bianca del giorno

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Non so che accada perché quest’anno ha ben tredici lune, per via delle congiunture astrali, ma certe giornate sono tela bianca, ben distesa dentro cornici semplici e grezze. Mi metto al centro della scena, non decido nulla; il regista non si fa vedere, è andato a farsi un bicchierino al bar.
Mentre parcheggio davanti il parrucchiere, una sedia a rotelle schizza come una scheggia. Una bella donna con gli occhi azzurri e capelli grigi volteggia come un cigno nel mezzo della strada. Metto le quattro frecce, e scendo.

La riconosco: mi racconta della sua casa, non le piace cucinare ma creare oggetti.
La badante ha imparato a farsi i fatti suoi, voleva limitarla, si lamentava dello sporco che faceva quando lavorava alle sue cose.
Alcune vertebre sono collassate. Porta il busto. Non può fare tutto quello che faceva prima.
Alla fine viene fuori che non ha mai avuto il coraggio di trasformare il salotto borghese in studio d’arte. Usa il tavolo del salotto. Non è la stessa cosa, le dico.
Pochi riescono a disintegrare i condizionamenti pesanti che implorano: non dare acqua, ti prego, alla pianta del talento! Resta minuscola. Resta viva a metà.

Esco dal parrucchiere, piega, ore di tempo libero, altra acqua che nessuno possiede in quantità esatta. Beviamo le poche gocce di ossigeno, cercando di dimenticare le gabbie in cui stringiamo il corpo, ad altezza vita.

Mentre mi dirigo sbattendo i tacchi delle scarpe nuove in Piazza Enrico Berlinguer (quanto durerà l’intitolazione, mi chiedo, di questi tempi neri) vedo lei.

Settantacinque anni, la parrucca un po’ leziosa a causa della chemio.
Questa donna anticonvenzionale non ha molto tempo davanti a sé, da vivere.
Ma sorride. Sta facendo un pic-nic.
Io adoro i pic-nic, mi dice. Ti faccio compagnia, le dico.
Lei forse immagina che io sappia, io non lo do a vedere.
Lei non ha bisogno di commiserazione, perché è forte.
Ha bisogno solo di qualcuno che ascolti le sue storie, dei suoi campeggi, di quello che ha fatto due anni fa – l’ultimo, le scappa detto – in treno, portando la tenda e le attrezzature pesanti su un carrellino, da sola. Mia figlia mi ha rimproverato.  Infatti, dopo mi è toccato andare dall’ortopedico.
Però, le chiedo, ti è piaciuto? Prima, dico, di andare dall’ortopedico, al ritorno.
Sì, mi è piaciuto. Molto, mi è piaciuto.
Era a mio padre, che piaceva il campeggio, mia madre restava a casa.
Lei è selvatica, eccezionale, ha dovuto convivere per decenni con persone che a malapena la capivano.
Ora è gravemente ammalata, ma si gode, sorridendo un pic-nic.
E sorride.

La pentola, il fuoco, l’acqua


Ho lasciato il fuoco acceso
sopra la mia pentola di razza atavica
e sono andata a dormire.

Il rubinetto ha riempito la vasca
e gocce di sale hanno invaso il pianeta.

Qualcuno le raccoglierà in una boccetta
per riportarmele intere.

Non mi è dato di sapere
quando la salvezza sarà accordata
in quale strada, se sarà di montagna
di pianura, se passerà dal mare.

L’amore gettato dalla finestra
si sparge sui fili del bucato
scende sul selciato, si allontana da me.

Per la maggior parte del tempo, sogno.

Stempero le maledizioni
le trasformo in sassi
che appendo alla scrivania
sotto la foto di Maeve.

Lei sorride, prima della cura.
La giovinezza le sostiene la bocca.
Versò le parole addosso a un passante
prima di scomparire.

Ho dimenticato la luce accesa.
Lembi di sole hanno invaso le strade
aprendo porte e finestre
senza il mio permesso.

Ritorno a dormire
nei sogni corro più veloce.

Piccolo diario “Parigi per la prima volta”

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Parigi, 24 luglio 2018

Lo sapevo prima di farlo, sapevo che si trattava di un atto psicomagico, di andare a cercare i “café”. Ne sono stata felice, comunque. Lo sappiamo già che i due caffè in competizione soprattutto a partire dagli anni ’30, Le Flore e Les deux Magots, oggi sono solo simulacri superficiali di quello che sono stati, come è successo con tutti i caffè letterari di Parigi e d’Europa, Le giubbe rosse, il Florian, e tanti altri.

Locali tirati a lucido, generatori astuti di profitto, sfruttano bene un nome rimasto importante. Il Flore riuscì a catturare gradualmente la coppia Beauvoir e Sartre grazie  sopratutto a due elementi: potevano restare anche tutto il giorno senza consumare, a studiare e a scrivere; e godevano del calore di una stufa; a casa faceva freddo. I due grossi nomi riuscirono a convogliare molti intellettuali celebri, e Les deux Magots perse terreno.

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Ho pranzato al Café de Flore, cercando nel locale troppo ristrutturato – in modo solo vagamente retrò – tracce del passato: le ho trovate, alla fine, nella toilette, rimasta quasi intatta, pavimenti e muri d’epoca. Una specie di sorriso ammiccante del Flore, quasi a dire: non è proprio finita. E’ finita l’era dei caffè letterari, gli artisti sono dispersi, vivono in solitudine, ma ce ne sono ancora.
Le opere degli scrittori; ma anche dei pittori, ad esempio, si devono cercare in altri luoghi, in case, soffitte, città sparse in tutto il globo, non certo nelle decine di gallerie in Rue des Beax Arts e dintorni, vetrine del nulla. Anche a Parigi, ma non nei vecchi posti. Sapevo che il quartiere degli artisti non esiste più: ne restano a funebre ricordo targhe malinconiche. E il quartiere latino adiacente è un localificio grandissimo, pronto a sfamare bocche di turisti continuamente avidi di bere e assaggiare cibo.

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Turisti già sazi, non bisognosi; non certo di tonnellate di cibo disponibili in ogni angolo. Picasso, Picabia, Modigliani, Hemingway, loro sì che, ai loro tempi, avevano veramente fame.

Manuela, la maga delle spezie a San Giovanni

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Per raccogliere le erbe di San Giovanni
la bella donna si è svegliata all’alba

Si è raccolta i neri capelli in una treccia
e a piedi scalzi, sotto la lunga gonna
si è avviata verso il bosco.

Sua madre viveva nella stessa capanna
dove lei abita – sua nonna prima di lei.
Le antiche ricette le hanno tramandato, segreti per guarire
mal d’ossa, febbri, mal d’amore

gli spiriti delle sue antenate la guardano dal cielo:
di lei sono fieri.

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Nel bordo della gonna, piegata in due come un cesto
Manuela raccoglie l’iperico.
Seccato e appeso a testa in giù
sarà utile per scacciare le malattie

ma soprattutto sarà di grande sollievo
a chi soffre di insonnia, e di depressione

poi, seguendo lo sfarfallio di alcune lucciole
trova la pianta del tarassaco: è un’erba depurativa.

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Si dice che la rugiada della notte del Santo
doni alle erbe virtù ancora più alte
di quelle che già possiedono.

Manuela prima di rientrare a casa
si ferma a guardare il cielo
chiede alla Notte Magica di aiutarla e guidarla
nel suo processo di trasformazione

Il sole sta salendo in alto: è ora di andare.

 

24 giugno 2018, performance con Emanuela Vecchi,

una delle installazioni dei Teatri Rurali, Festa di San Giovanni alla Selvatica, la Raccolta, il Fuoco, le Erbe, la Musica, le Storie

foto di Massimo Fuligni

Inseguire i sogni, il dovere di rinascere


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L’anno scorso sbucai da una botola e conquistai il mare.
Il cambiamento fu preceduto da un periodo troppo lungo di immersione in pensieri bucati come una gomma rotta – idee fatte a sbieco, a sghimbescio.- voci che mi consigliavano di desistere.

Chi te le fa fare? Hai fatto ormai tutto. Hai visto tutto. Non vale la pena…

Ascoltavo fino a crederci le parole nella mia testa che disfacevano come parassiti la tela di penelope.
La luce sommessa di una candela non bastava a dissipare le ombre partorite dalla mia coscienza.

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Mi stancai di me stessa, infine. Ho sempre fatto in questo modo.
Aprii la porta, con gesto deciso
e precipitai nei sogni di Kurosawa.
Trovai un casale nel nulla (o mi trovò lui?)
dove altri viaggiatori, da sempre, mi aspettavano.
Una dimora affascinante dai muri scrostati, antica, una rete che cattura persone di talento
un seme di luce perso fra campi di papaveri e spighe.
In più, una compagnia teatrale che invidierebbe New York.
Nuovi amici.
Tutti i pianeti e le stanze dove entravo si allineavano, ogni cosa riapparse splendida, come appena nata.

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E quello che già avevo nelle mani riprese nuova luce, come se fosse rinnovato dall’interno.
Terminai una raccolta di racconti, e incontrai un editore che crede con tutto se stesso nella letteratura, come se vivesse nei primi decenni del novecento.
La lezione fu chiara, la imparai a memoria per sempre.
Mantenere sempre la fiamma accesa.
Stupirsi, sparigliare le carte.
Abbiamo tutti il dovere di rinascere.

Non giudicare, non controllare

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“Cerco un centro di gravità permanente”, recitava a se stesso e a chi ha orecchie per intendere il Maestro, sapendo quanto ci costa

restare coerenti, e rimanere al contempo aperti al cambiamento.

Non si controlla il fiume che avanza, potente, che se ne frega persino degli argini.

“Non lo farò mai” è il pensiero che ammala, e che ci porta dritti verso la smentita clamorosa.  Il buio cala.

Una donna vestita di rosso mi prende per mano e mi porta con sé.

Non resta che seguire gli accadimenti, un passo alla volta: saranno loro a raccontarmi una nuova storia.

Resto concentrata, ordino la stanza, faccio la valigia con pochissime cose.

Desidero il viaggio.

 

 

 

Mi guardano dal bordo del pozzo

 

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Successe, quel giorno.

Ho visto il mondo fare una giravolta, qualcuno tagliare il mazzo di carte.

Tranciò la linea del palmo della mia mano.

Tutti potrebbero giurarlo: non smisi di camminare, portare le dita a sfiorarmi i capelli, aprire la bocca per emettere suoni. Ma non esistevo già più.

Di me era rimasta la figura di cartavelina, e un pallido lenzuolo attorcigliato a legarmi alle sorelle, alla madre.

Dieci anni dopo arrivò lei, come un sogno. Bella come una rosa d’aprile, luminosa, un angelo: la corda si attorcigliò, più spessa, a tenermi allacciata al pianeta.
Ma tutto di me partiva per andare lontano, e anche mia figlia era . in fondo – la foto di un vecchio album, che guardavo ogni istante con nostalgia. Se ci fossi stata. Se fossi stata là con tutti gli altri.

La realtà si sbriciolava ogni giorno come sabbia, oppure era come quando si tenta di abbracciare il mare.

Sono passati gli anni, il fatto era accaduto nel 1989, e intorno ai miei occhi di quindicenne il volto cambiava. Gli uomini che incontravo non capivano che non esistevo, racchiusi nel cerchio della mia risata scura, del gesto abile, seduttivo, mirato
a cercare di proposito. L’abbandono, prima di provarlo ancora.

Anche loro, non sono esistiti. Neppure uno, neppure il primo.

Mia sorella non si è data mai pace. La guerra l’aveva abbattuta, ma con meno forza, ferita, si è sempre rialzata.

Una signora è arrivata, mi guarda dal bordo del pozzo, con mia sorella vicina.

Non posso morire se non torno a esser viva. Mi tocca guarire.

Oltre il pozzo, ricordo che esistono la rete di istanti perfetti, la leggerezza, l’amore incondizionato. I raggi del sole.
La scatola di giochi è intatta nelle mie mani, mi manca la forza di aprirla.

 

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Possiedo già tutto. Ma non sento che accada.

Mi manca mio padre.

 

 

 

Gli dei indaffarati quando forgiano umani

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Gli dei sono sempre al lavoro, a marchiare i destini sui polsi, le stelle sulla fronte.
Gran sferragliare di motori, pistoni.
Una fucina perpetua, Nettuno sbuffa, magnifico, sudato e irato.
Tutte le luci accese.

Mentre i lavoranti forgiano i corpi, tessono capelli in una nuvola di coloranti arcani, odore acuto di trementina, gli dei filosofi stazionano in grandi salotti, piano rialzato, chini sopra grandi plastici al profumo di vecchi sigari e di stuoia indiana.

Quelli di sopra sono dei assai sensibili ma anche sbrigativi.
La lente di ingrandimento è spianata, in azione perpetua fra i simulacri di uomini stesi nelle loro custodie, separate braccia da braccia, pronti al decollo.

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E’ tutto un gran sprimacciare di giacchette, di piccoli nasi.
Si lamentano fra loro i Superni da secoli, non hanno tempo di riflettere a fondo su ogni sorte registrata con timbro d’argento nella nuca dei manufatti preziosi.

E quelli che tornano indietro, a ciclo finito, son portati d’urgenza nella grande sala delle piccole sfere colorate.
Il sotterraneo.
Qualcuno soppesa ogni storia, ogni racconto è ripetuto per allargare le trame, gli elastici, i bottoni.
Le statuette di terracotta son diventate voci.

Ritorna indietro: replay.
Raccontami tutto con calma, c’è tempo.
Ogni voce si sente dentro un arazzo, come nelle tessere, nel disegno nei colori di un abbraccio infinito.

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L’amore al tempo delle castagne

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Era stato un anno così:
emozioni grosse come anatre
cacciate a forza in un imbuto, rimaste sottopelle
l’idilliaco sempre presente, insieme al dolore, alle morti tragiche di qualcuno,

e verso la fine, in autunno, quando le castagne tempestano la terra di spine
un innamoramento scosse il suo cuore
chiuso da anni come la persiana di un casale abbandonato.

E come rovinò a terra la polvere quando il principe passò là sotto
come la tenda bianca fece la svenevole, nascondendosi alla vista della strada
mentre i vetri arrossivano.

Ella non volle ammetterlo neppure con se stessa
e continuò a cucire in fretta dentro la casa magica
ridotta da una strega a un appartamento artistico
sbarrato da cento porte chiuse da mille chiavistelli fatati.

 

Il Poeta passeggiava con una cavalla candida di nome Splendore
nulla faceva presagire i nuovi eventi
cambiati all’improvviso come panni puliti
al posto di lenzuola sporche
come le carte di un mazzo nuovo al posto di un altro diventato logoro;
la principessa ne fu grandemente afflitta.

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Lo amò subito per i capelli lucenti, le mani bianche dalle dita lunghe
per la voce bassa, tremante, e per l’anima chiara nascosta, ma a tratti visibile dietro l’armatura d’argento.

Lui l’amò all’istante per la sua tristezza, per la sua gaia risata, per la solitudine feroce, per la condanna della casa stregata.
L’amò per i grandi occhi neri.
Quando il principe si allontanò dietro le curve colline
dopo averle rivolto parole di una dolcezza inaudita
Principessa cominciò a soffrire di molti mali inventati:
tossiva spesso, come se fosse in mezzo al mare, senza soccorso
sospirava come una pentola d’acqua che bolle sotto un fuoco ardente.

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Desiderava rivedere subito il ragazzo flessibile e alto come un giunco
ma al tempo stesso la spaventava il pensiero che davvero tornasse da lei.

Chiunque, dopo millenni di pene, si affeziona alla propria prigione.

Le prigioni sono stabili, sicure, proteggono dalla pioggia,
tengono lontane gli animali selvatici, e danno riparo ai piccoli insetti vulnerabili.

La principessa non poteva uscire dalla casa,
non poteva guardarsi allo specchio
nè parlare mai con anima viva
dei profondi pensieri del suo cuore.

Ma dentro la casa non mancava il pane caldo la mattina, e la scodella del pranzo.
Mani invisibili preparavano la cena, e allestivano la tavola di legno della sala
per la colazione del giorno dopo.

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Nella casa vi erano molte stanze, arredate per darle piacere:
una biblioteca, dove i libri per non annoiarsi si scambiavano di posto senza aiuto
i dorsi luccicanti di colori accesi;
una grande cucina antica, con una stufa di ghisa;
la camera l’avvolgeva con un grande letto a baldacchino
e lampade di ogni dimensione abbellivano ogni angolo.

Vi era la stanza dell’arte, con cavalletti, pennelli e tele
e uno sgabello di legno intagliato da un Mago.

La casa era rassettata dalle mani invisibili,
che tenevano sempre acceso il fuoco, e confezionavano vestiti nuovi
quando ce n’era bisogno.

Tutto questo era divenuto una piacevole abitudine
prima che il Principe passeggiasse sotto le finestre polverose.

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Nessuno conosce la fine della storia,
nè quale maledizione avesse rinchiuso la principessa.
Potremmo cominciare a chiederci se un drago dormisse in cantina, o nel bosco vicino la casa.

La vera battaglia si svolge nel petto di lei.
A forza di sognarlo, di ricordare il Poeta dai capelli fluenti e dalla voce fatata
si logora come la fiamma della candela.

Aspetteremo che la vita faccia il suo corso
chiudendo le palpebre, ascoltando la musica
facendoci portare con fiducia
dal vento del Nord che fa gonfiare le vele
e cadere i frutti dai rami più alti dell’albero.