Manuela, la maga delle spezie a San Giovanni

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Per raccogliere le erbe di San Giovanni
la bella donna si è svegliata all’alba

Si è raccolta i neri capelli in una treccia
e a piedi scalzi, sotto la lunga gonna
si è avviata verso il bosco.

Sua madre viveva nella stessa capanna
dove lei abita – sua nonna prima di lei.
Le antiche ricette le hanno tramandato, segreti per guarire
mal d’ossa, febbri, mal d’amore

gli spiriti delle sue antenate la guardano dal cielo:
di lei sono fieri.

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Nel bordo della gonna, piegata in due come un cesto
Manuela raccoglie l’iperico.
Seccato e appeso a testa in giù
sarà utile per scacciare le malattie

ma soprattutto sarà di grande sollievo
a chi soffre di insonnia, e di depressione

poi, seguendo lo sfarfallio di alcune lucciole
trova la pianta del tarassaco: è un’erba depurativa.

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Si dice che la rugiada della notte del Santo
doni alle erbe virtù ancora più alte
di quelle che già possiedono.

Manuela prima di rientrare a casa
si ferma a guardare il cielo
chiede alla Notte Magica di aiutarla e guidarla
nel suo processo di trasformazione

Il sole sta salendo in alto: è ora di andare.

 

24 giugno 2018, performance con Emanuela Vecchi,

una delle installazioni dei Teatri Rurali, Festa di San Giovanni alla Selvatica, la Raccolta, il Fuoco, le Erbe, la Musica, le Storie

foto di Massimo Fuligni

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Inseguire i sogni, il dovere di rinascere


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L’anno scorso sbucai da una botola e conquistai il mare.
Il cambiamento fu preceduto da un periodo troppo lungo di immersione in pensieri bucati come una gomma rotta – idee fatte a sbieco, a sghimbescio.- voci che mi consigliavano di desistere.

Chi te le fa fare? Hai fatto ormai tutto. Hai visto tutto. Non vale la pena…

Ascoltavo fino a crederci le parole nella mia testa che disfacevano come parassiti la tela di penelope.
La luce sommessa di una candela non bastava a dissipare le ombre partorite dalla mia coscienza.

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Mi stancai di me stessa, infine. Ho sempre fatto in questo modo.
Aprii la porta, con gesto deciso
e precipitai nei sogni di Kurosawa.
Trovai un casale nel nulla (o mi trovò lui?)
dove altri viaggiatori, da sempre, mi aspettavano.
Una dimora affascinante dai muri scrostati, antica, una rete che cattura persone di talento
un seme di luce perso fra campi di papaveri e spighe.
In più, una compagnia teatrale che invidierebbe New York.
Nuovi amici.
Tutti i pianeti e le stanze dove entravo si allineavano, ogni cosa riapparse splendida, come appena nata.

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E quello che già avevo nelle mani riprese nuova luce, come se fosse rinnovato dall’interno.
Terminai una raccolta di racconti, e incontrai un editore che crede con tutto se stesso nella letteratura, come se vivesse nei primi decenni del novecento.
La lezione fu chiara, la imparai a memoria per sempre.
Mantenere sempre la fiamma accesa.
Stupirsi, sparigliare le carte.
Abbiamo tutti il dovere di rinascere.

Non giudicare, non controllare

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“Cerco un centro di gravità permanente”, recitava a se stesso e a chi ha orecchie per intendere il Maestro, sapendo quanto ci costa

restare coerenti, e rimanere al contempo aperti al cambiamento.

Non si controlla il fiume che avanza, potente, che se ne frega persino degli argini.

“Non lo farò mai” è il pensiero che ammala, e che ci porta dritti verso la smentita clamorosa.  Il buio cala.

Una donna vestita di rosso mi prende per mano e mi porta con sé.

Non resta che seguire gli accadimenti, un passo alla volta: saranno loro a raccontarmi una nuova storia.

Resto concentrata, ordino la stanza, faccio la valigia con pochissime cose.

Desidero il viaggio.

 

 

 

Mi guardano dal bordo del pozzo

 

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Successe, quel giorno.

Ho visto il mondo fare una giravolta, qualcuno tagliare il mazzo di carte.

Tranciò la linea del palmo della mia mano.

Tutti potrebbero giurarlo: non smisi di camminare, portare le dita a sfiorarmi i capelli, aprire la bocca per emettere suoni. Ma non esistevo già più.

Di me era rimasta la figura di cartavelina, e un pallido lenzuolo attorcigliato a legarmi alle sorelle, alla madre.

Dieci anni dopo arrivò lei, come un sogno. Bella come una rosa d’aprile, luminosa, un angelo: la corda si attorcigliò, più spessa, a tenermi allacciata al pianeta.
Ma tutto di me partiva per andare lontano, e anche mia figlia era . in fondo – la foto di un vecchio album, che guardavo ogni istante con nostalgia. Se ci fossi stata. Se fossi stata là con tutti gli altri.

La realtà si sbriciolava ogni giorno come sabbia, oppure era come quando si tenta di abbracciare il mare.

Sono passati gli anni, il fatto era accaduto nel 1989, e intorno ai miei occhi di quindicenne il volto cambiava. Gli uomini che incontravo non capivano che non esistevo, racchiusi nel cerchio della mia risata scura, del gesto abile, seduttivo, mirato
a cercare di proposito. L’abbandono, prima di provarlo ancora.

Anche loro, non sono esistiti. Neppure uno, neppure il primo.

Mia sorella non si è data mai pace. La guerra l’aveva abbattuta, ma con meno forza, ferita, si è sempre rialzata.

Una signora è arrivata, mi guarda dal bordo del pozzo, con mia sorella vicina.

Non posso morire se non torno a esser viva. Mi tocca guarire.

Oltre il pozzo, ricordo che esistono la rete di istanti perfetti, la leggerezza, l’amore incondizionato. I raggi del sole.
La scatola di giochi è intatta nelle mie mani, mi manca la forza di aprirla.

 

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Possiedo già tutto. Ma non sento che accada.

Mi manca mio padre.

 

 

 

Gli dei indaffarati quando forgiano umani

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Gli dei sono sempre al lavoro, a marchiare i destini sui polsi, le stelle sulla fronte.
Gran sferragliare di motori, pistoni.
Una fucina perpetua, Nettuno sbuffa, magnifico, sudato e irato.
Tutte le luci accese.

Mentre i lavoranti forgiano i corpi, tessono capelli in una nuvola di coloranti arcani, odore acuto di trementina, gli dei filosofi stazionano in grandi salotti, piano rialzato, chini sopra grandi plastici al profumo di vecchi sigari e di stuoia indiana.

Quelli di sopra sono dei assai sensibili ma anche sbrigativi.
La lente di ingrandimento è spianata, in azione perpetua fra i simulacri di uomini stesi nelle loro custodie, separate braccia da braccia, pronti al decollo.

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E’ tutto un gran sprimacciare di giacchette, di piccoli nasi.
Si lamentano fra loro i Superni da secoli, non hanno tempo di riflettere a fondo su ogni sorte registrata con timbro d’argento nella nuca dei manufatti preziosi.

E quelli che tornano indietro, a ciclo finito, son portati d’urgenza nella grande sala delle piccole sfere colorate.
Il sotterraneo.
Qualcuno soppesa ogni storia, ogni racconto è ripetuto per allargare le trame, gli elastici, i bottoni.
Le statuette di terracotta son diventate voci.

Ritorna indietro: replay.
Raccontami tutto con calma, c’è tempo.
Ogni voce si sente dentro un arazzo, come nelle tessere, nel disegno nei colori di un abbraccio infinito.

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L’amore al tempo delle castagne

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Era stato un anno così:
emozioni grosse come anatre
cacciate a forza in un imbuto, rimaste sottopelle
l’idilliaco sempre presente, insieme al dolore, alle morti tragiche di qualcuno,

e verso la fine, in autunno, quando le castagne tempestano la terra di spine
un innamoramento scosse il suo cuore
chiuso da anni come la persiana di un casale abbandonato.

E come rovinò a terra la polvere quando il principe passò là sotto
come la tenda bianca fece la svenevole, nascondendosi alla vista della strada
mentre i vetri arrossivano.

Ella non volle ammetterlo neppure con se stessa
e continuò a cucire in fretta dentro la casa magica
ridotta da una strega a un appartamento artistico
sbarrato da cento porte chiuse da mille chiavistelli fatati.

 

Il Poeta passeggiava con una cavalla candida di nome Splendore
nulla faceva presagire i nuovi eventi
cambiati all’improvviso come panni puliti
al posto di lenzuola sporche
come le carte di un mazzo nuovo al posto di un altro diventato logoro;
la principessa ne fu grandemente afflitta.

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Lo amò subito per i capelli lucenti, le mani bianche dalle dita lunghe
per la voce bassa, tremante, e per l’anima chiara nascosta, ma a tratti visibile dietro l’armatura d’argento.

Lui l’amò all’istante per la sua tristezza, per la sua gaia risata, per la solitudine feroce, per la condanna della casa stregata.
L’amò per i grandi occhi neri.
Quando il principe si allontanò dietro le curve colline
dopo averle rivolto parole di una dolcezza inaudita
Principessa cominciò a soffrire di molti mali inventati:
tossiva spesso, come se fosse in mezzo al mare, senza soccorso
sospirava come una pentola d’acqua che bolle sotto un fuoco ardente.

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Desiderava rivedere subito il ragazzo flessibile e alto come un giunco
ma al tempo stesso la spaventava il pensiero che davvero tornasse da lei.

Chiunque, dopo millenni di pene, si affeziona alla propria prigione.

Le prigioni sono stabili, sicure, proteggono dalla pioggia,
tengono lontane gli animali selvatici, e danno riparo ai piccoli insetti vulnerabili.

La principessa non poteva uscire dalla casa,
non poteva guardarsi allo specchio
nè parlare mai con anima viva
dei profondi pensieri del suo cuore.

Ma dentro la casa non mancava il pane caldo la mattina, e la scodella del pranzo.
Mani invisibili preparavano la cena, e allestivano la tavola di legno della sala
per la colazione del giorno dopo.

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Nella casa vi erano molte stanze, arredate per darle piacere:
una biblioteca, dove i libri per non annoiarsi si scambiavano di posto senza aiuto
i dorsi luccicanti di colori accesi;
una grande cucina antica, con una stufa di ghisa;
la camera l’avvolgeva con un grande letto a baldacchino
e lampade di ogni dimensione abbellivano ogni angolo.

Vi era la stanza dell’arte, con cavalletti, pennelli e tele
e uno sgabello di legno intagliato da un Mago.

La casa era rassettata dalle mani invisibili,
che tenevano sempre acceso il fuoco, e confezionavano vestiti nuovi
quando ce n’era bisogno.

Tutto questo era divenuto una piacevole abitudine
prima che il Principe passeggiasse sotto le finestre polverose.

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Nessuno conosce la fine della storia,
nè quale maledizione avesse rinchiuso la principessa.
Potremmo cominciare a chiederci se un drago dormisse in cantina, o nel bosco vicino la casa.

La vera battaglia si svolge nel petto di lei.
A forza di sognarlo, di ricordare il Poeta dai capelli fluenti e dalla voce fatata
si logora come la fiamma della candela.

Aspetteremo che la vita faccia il suo corso
chiudendo le palpebre, ascoltando la musica
facendoci portare con fiducia
dal vento del Nord che fa gonfiare le vele
e cadere i frutti dai rami più alti dell’albero.

 

 

 

 

 

Amore infinito, o nella vita reale?

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In una cava d’argilla, nel paesaggio surreale prima delle colline, un ragazzo dalla bellezza sovrumana le chiese:

-“chi sei?”.

Lei non lo dimenticò, durò per sempre quel momento. Dura ancora.

Molti anni dopo un altro ragazzo che la vita aveva massacrato fin dalla prima infanzia le accarezzò a lungo i capelli. Scintille tutto intorno.
Una lieve carezza fu tutto. Ancora lo perseguita, quel momento. Non finirà.

Poi, accadde un’altra volta. Un uomo alto e spaventato vide la sua femminilità nascosta dentro un gesto. Si apriva l’aria intorno.
Le disse: “è questo che nascondi”?

Picchi di comprensione dell’altrove, musica delle sfere.

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E, nella soffitta, in cambio, i ricordi sbiaditi degli anni di legame con il suo ragazzo Giacomo, quando ancora provava a legarsi con qualcuno dentro i giorni.
Uno per uno passano, infine: mangiare insieme, discutere: in ogni angolo della casa spuntavano velature di noia.

Senso di impotenza nell’impossibilità di usare le ali.

Lei è così: bisognosa di percorrere le strade del cielo, si appesantisce in una stanza con un solo essere umano.

Lasciàtela respirare.

Emana luce.

 

 

 

 

 

 

 

 

La compassione dell’eretica

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L’angelo ieri sera mi ha detto: Hai lasciato cumuli di macerie.
Oggi, piangendo,  ho ricordato.
I miei ventun anni, e la camminata più triste del mondo sul basolato di Piazza Santo Oronzo.
Vai via da qui. Non sei più gradita fra di noi – mi disse il Serpente: la mia migliore amica.
Scacciata, io- lei faceva risuonare la punta dell’ombrello controtempo con i tacchi degli stivali, mentre tornava alla mansarda nella solitudine più grande della terra; quella inarrestabile di chi dice sempre la verità.

La mansarda era un nido adatto a covare i sogni, insediato da secoli sui tetti di Piazza Duomo davanti agli sguardi severi dei Propilei.

Qualche mese prima la sua migliore amica le aveva consigliato, insieme agli altri della compagnia, di conquistare lui. “Salvalo”. Diceva l’amica: Addà venì baffone. Salvalo da lei. La snella ragazza del più bel ragazzo del mondo non riusciva simpatica a nessuno, e la ragazza che ero stata sembrava adatta a sostituirla, secondo il giudizio sicuro della sua migliore amica.

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Posata sulle nuvole, sulla luccicanza, la fiaba decollò a dispetto della ragazza che ero stata allora, che non era a caccia di nessuno, ma che non disdegnava la seduzione.

La capacità di sedurre è un dono di famiglia. Noi siamo capaci di Seduzioni senza costrutto, che servono Solo a spostare gli eventi, a far salire la temperatura del destino.

La fiaba decollò, ma io ne ebbi paura. Partii. Quando il ragazzo tornò con la snella bambola che non era simpatica a nessuno, la migliore amica della ragazza che ero allora decretò:
Non sei più degna della compagnia.
Non disse al più bel ragazzo del mondo di avere costruito castelli di carte alle sue spalle. Per fare sì che tutto tornasse normale, Serpente truccò le carte contro di me.

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E’ trascorso un quarto di secolo da quella sera in Piazza Sant’Oronzo; e negli anni dopo, la ragazza che ero allora, e la donna che sono, si espose altre volte, pagò, si sacrificò.

Sotto la bandiera di una sincerità assoluta, della coerenza, mi sono scarnificata.
Sono morta e risorta mille volte. Sono passati cento, duecento anni, ma resto ancora la ragazza di allora.

Ma adesso percepisco qualcosa di potentemente nuovo, rinato dalle ossa della Fenice bruciata: la compassione.
Mio padre li chiamava: poveri di spirito.

L’angelo ieri sera mi ha detto: hai lasciato anche me, fra le macerie.
Perdona.

Tribù, fili spezzati e sorrisi

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Mi sono sempre piaciute le persone sfrangiate, colorate, che ridono spesso, in qualsiasi situazione; anche nei momenti sbagliati.
Cerco una tribù di ragazzi e ragazze rumorosi, chiacchieroni, ospitali.
Per restare con sè anche con altri diversi da sè.

Connessi seppure distinti; divisi ma uniti, collegati. Rifiutando la frammentazione, il ghiaccio, il giudizio amaro, le linee geometriche, gli angoli retti dove si inciampa ad ogni passo.

Mi  piacciono i fuochi accesi, cucinare per quindici persone con quello che c’è in casa.

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La tavola apparecchiata, sparecchiata, bevande, bicchieri pieni, semipieni. Qualcuno porta un torta. Si saluta un nuovo arrivato. Qualcuno parte per girare il mondo in bicicletta.

Mi piace la tribù dei matti da legare. Anche se sorridono tutti, sul palmo delle loro mani ci sono linee spezzate. Un padre che li ha tormentati. Una sorella che li ha censurati. Un lutto, un dolore atroce, un tradimento.

Collezione di perle nere infilati in uno spago che non si spezzerà.

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La mia tribù è fatta da anime spezzate che sanno ricucirsi bene. Sorridono, e ridono forte.

La casa mi abbraccia

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A fine settimana finisce la corsa, la casa mi abbraccia, la pila d’energia, un prolungamento delle antenne.
Mi restituisce la voce, la morbidezza, la riflessione. Guarisco.
Il silenzio della casa è una paratia, un prato che resta per sempre cresciuto a metà, senza erbacce.

Il ponte di comando del letto ha molti tasti: telecomando, computer, portatile, cellulare.
I comodini sono le ali del battello volante. Dietro i cuscini da re c’è il grande telo con l’albero blu, per ricordarmi di non fermare le gemme.
I libri sono spartiti dai pettini degli scaffali.

Bruno Dayan

Il televisore fu comprato per guardare in grande le immagini di Doctor Who; dopo che Moffat sbagliò l’ottava stagione lo uso per il resto del mondo da vedere: è la botola della soffitta magica, l’oblò della barchetta per i viaggi in solitaria.

Ogni giorno si frammenta in migliaia e milioni di momenti così grandi da poterci entrare dentro, fermare il tempo e arredare uno spazio colorato che si trasforma.
La borsa capiente di Mary Poppins è un pretesto per inventare qualsiasi oggetto o canzone che si voglia.

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Cosa si paga in cambio di tanta fortuna? Il dolore di dovere rompere i fili magici intessuti con gli umani incontrati.
Lo insegna il telaio di legno: ogni tanto la donna spezzava il filo tenendolo fra i denti.
Il filo prima o poi finisce.
Poi, resta il tappeto. Della storia, il ricordo.