Stelle e stalle. Diamanti e vetro rotto. Sublimità e bassezze. Pour parler

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Ho visto cose che voi umani
(disse la Stella fremente)
un’aspirante poetessa
del verbo lamentarsi
dolersi
deprimersi e deprimere ogni cosa attorno
gambe corte naso grosso
mesta, lessa, ossessa
matrimonio andato a male
vita di oscura provincia
andare a mangiare torva e mogia
i resti della festa
mendicare un brano di attenzione
dove c’è stato un amore
attratta dalla luce
che mai seppe ispirare
attirare con tenacia commovente
il sole fiacco
disfatto da un altro attacco
con una posizione da sottomessa
lei, pecorina del presepe
davanti alla grotta dei santi.
L’innamorata con la fiatella
riesce a soppiantar la Stella
consiglia il sole di bendarsi:
la Stella è un errore.
“Sono io il chiarore che ti salva.”
La grigia donzella naso grosso
lo pensa giorno e notte
lo ottiene, vince, agitando le corte gambette
in un valzer da operette,
Qualcuno avverta la tapina:
dalla scaletta dove è salita
per toccare i piedi degli dei
precipiterà giù
alla prima occasione
quando il sole troverà nuova e calda attenzione
una terza, quarta stella vera o di cartone
appena più convincente
della postulante nuova fiammante.
Alla Stella dispiace un po’
riparte, prende le distanze
monca di un finale da fiaba
all’altezza del sogno.
“Ho visto cose che voi umani”.
Non chiedeva di vedere
la disfatta calante
di un sole perso e abbacinato
da qualunque orizzonte.
Sospira, riprende il cielo.

Presenza invisibile

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Incantonata
burazzo strizzato dopo il bucato
latte prima del burro
valigia che non si serra
in esondazione di contenuto

seduta sul letto, di fronte allo specchio
sfoglio il libro delle costellazioni
accarezzo le nebulose dell’Aquila
fino a toccare Altair, la stella bianca.

Un tempo le finestre erano finestre:
sbarrate proteggevano dal gelo che infiamma
dischiuse permettevano di innaffiare un geranio.

La stanza dei libri e il corpo
sono trasparenti come un acquario
la radio è spenta, la tv è stata oscurata
da dove viene tanta musica?

Me ne infischio della logica
mi interessa la semantica.
Nel giardino dove giocano gli opposti
danza il contrario di tutto.

I corvi avevano strappato la pelle sana
delitti rimasti insoluti schiacciavano le vertebre
come è possibile che una guarigione così potente
passi solo dalle parole?

Perché ti amo, per le luci accese

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Sento un’amica dell’anima al telefono
un vocale è una lettera con la voce.
A lei si risponde con un’altra lettera.
Scaliamo le montagne analizzando l’essenza
entrando in profondità.

A fine estate ero ancora felice, completa come una moneta.
Vivevo dentro un castello, quasi come principessa.
Ma l’imprevisto mi ha riportato nel bosco
a riprendere la strada dell’eroe:
Il dovere è seguire le voci degli alberi.

Avrei voluto che fossi la controparte.
Ma ti hanno mandato a me solo come monito, così mi dici.
Non puoi rinascere. Saluto con la mano e con le lacrime
costretta a seguire le foglie, per chiedere dove portano.

Avevo perso la memoria, ora me ne ricordo.
Sei stato tu a schiacciare la pelle del serpente
facendomi svegliare
in un nuovo sogno, più reale.

Ti lascio, a malincuore, nell’indistinto
delle tue sacre ripetizioni
ma ricordati che, a dispetto delle ombre
e per le luci che si sono accese
io ti ho amato.

Si svelano gli enigmi difficili

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Quando si presenta sul cammino qualcosa di inaspettato
di aggrovigliato
‘na cosa che non chiede udienza e capovolge
le regole che erano state accantonate sul divano
accanto al gomitolo e al ferro da calza, al fazzoletto,
in un primo momento la tentazione è di tagliare
con la scimitarra quel nodo segreto, fastidioso
che rovina la perfetta tramatura della stoffa
e ti proibisce di esercitare l’arte del controllo.

La saggezza su ali nere arriva sempre
ti afferra per i capelli, ti ricorda sferzante
che l’insegnamento ti verrà impartito dopo l’esperienza,
non prima, ottusa donna, settanta sette volte sciocca.

Infatti questa storia bizzarra ti ha portato
un cesto di intuiti novelli, di idee fresche;
le finestre della casa sono state aperte
tolte le sbarre, visitano la stanza
l’aria, il sole, e soprattutto il vento.

E poi, in un punto impreciso
fra lo splendore di una supernova e l’entrata della galassia delle Torri d’argento
lui ti ha amato davvero, e ha posato le labbra sulle tue
con la delicatezza dell’ala di farfalla.

 

Luna calante, il disprezzo, la luce

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Luna calante. Si dimenticano presto le altitudini d’inferno.
Luna del disprezzo. Hai dimenticato di portarti dietro lo specchio.
Vento di finestre nuove: benedici il passato prima di seppellirlo.
Schegge d’afa.
Ti vuole senza bocca. Senza il tiro al bersaglio del parlare dritto, con cui si cresce.

Gli angeli restano con la testa nelle mani: significa che il suggello fra i fratelli è finito.
La luna si butta giù nel fosso.
Non ti conosco da quando non mi hai distinto più fra la folla.
Nell’amore si prende tutto, senza contrattare sul prezzo
è così che germoglia ogni cosa a ogni ora.
Nell’amore l’ombra è il motivo per aver cura di quella forma cara precipitata davanti a te; non accanto.
Mi resta un mistero d’avanzo: com’è possibile odiare la luce?

La mia casa ed io

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Il sole oggi conquista la mia casa, la trasforma in un biplano.
Non trova resistenze. Verde rosso e nero in geometrie arabeggianti
(vecchia coperta della prozia)
Fiori viola sul balcone (abbarbicàti)
Giallino e bianco: margheritine immerse nella latta.

Pasolini in formato cd (audio) recita garbatamente solo per me Le ceneri di Gramsci.
Alzo il volume mentre lavo i piatti, dopo sposto i libri dappertutto, in un ordine le cui coordinate conosco solo io.
Accumulo fotocopie. Tengo puliti passaggi inventati di canne fumarie di un caminetto che non esiste.
Non posso rischiare che si smorzi il fuoco.
Ignoro la bambina.

Perché non scelgo. Vivo nel non volere del tramontato dopoguerra: amando/il mondo che odio- nella sua miseria sprezzante e perso-per un oscuro scandalo della coscienza.

1991. compitavo quel libretto, vecchia edizione Einaudi, a Torre Sant’Andrea in una giornata perfetta come un anello.

A Sant’Andrea accanto a una pizzeria con il porticato coperto di foglie di palma la scogliera traforata si allunga verso il mare.

Le case vecchie dei pescatori hanno porticine chiuse con grossi chiavistelli.
Le spiaggette preparano gradualmente l’immersione nella gran vasca dell’Adriatico.
Gli alberi bassi delle pinete sono Eumenidi, la compensazione di tutto il chiaro della sabbia.

Le foglie dei sambuchi, che sulle rogge/sbucano dai caldi e tondi rami/tra le reti sanguigne, tra le logge/giallognole e ranciate dei friulani/venchi, allineati in spoglie prospettive/contro gli spogli crinali montani/o in dolci curve lungo le festive chine delle prodaie. . .

Il paese a cui tornare

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Se abiti in un paese
hai un paese a cui tornare

se te ne dovessi andare
fra strade sconnesse, grandi capitelli sostenuti da niente
la luce selvaggia, l’orizzonte disegnato a matita.
Passi lunghi e posati
maniche arrotolate
il cappello sulle ventitré.

Per molti anni non sapresti quanto ti manca
il paese.
Riempiresti ogni vaso di fiori, ogni scaffale di libri
giocheresti il gioco del ti conosco, e ti riconosco.

Molti bar dai tavolini lucidi, dal gestore distratto o troppo invadente
insegne a neon, sorprese che allargano i pensieri
un parrucchiere nuovo; molte nuove occasioni.

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Non potresti prevedere quella fitta al petto, un giovedì qualsiasi
quando il tuo paese si farà avanti all’improvviso
gonfio di pioggia, di premonizioni
di odori pazzi di fieno tagliato, e riposto in mucchi ordinati.

Si toglierà la giacca venendoti incontro, con gli occhi lucidi
promettendo un abbraccio, vibrando di un sorriso astrale.

Non farai in tempo a sfiorarlo, a spiegarti: sarai già altrove,
tornata al tuo paese senza scarpe né borsa
una stella cometa
un semaforo interrotto
una bevanda ghiacciata sorbita in fretta.

Tanto amore nel viso chiuso,
lo splendore di un bacio non dato
il biglietto girato con un nome annotato.

 

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La bambina che ti aspettava con le braccia
già aperte, e stringeva il tuo corpo per sempre.
Anche quello era stato un paese.

E se lei fosse un angelo?

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Un’avventura, la sua vita. Per chi la sapesse interpretare – ma chi può farlo?
un territorio accecante di bianco, metafisico, dove agiscono gli incontri.

La terra è solo una scacchiera dove le anime possono incontrarsi, reincontrarsi; scambiarsi informazioni. Perdonarsi, amarsi.
Farsi la guerra.
Il resto è un palcoscenico, un fondale. Il resto sono trucchi da prestigiatore.

Li vedeva soprattutto prima di morire. O prima di un grande salto esistenziale.
Era stata inviata soprattutto per quello, come se non fosse una ragazza: ma un segnale.
Il suo sorriso era di stampo divino, non era soltanto pieno di calore.
Era un avvertimento.
Nel senso di “accetta il tuo destino”; o “preferisci la dignità”.

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Non sapeva mai prima che tipo di missione stava per svolgere.
Lo comprendeva sempre un attimo dopo.
A meno che le disposizioni fossero diverse, per una sopraggiunta eccezione.
Allora agiva con consapevolezza piena, e muoveva le sue carte con più forza.L’enigma della sua vita.

La bellezza della luce.
La pienezza dei sogni realizzati.
La violenza dei distacchi, il sapore amaro di troppi addii.

Gli umani le mancheranno, quando dovrà tornare da dove è venuta.

I libri divorati, gli autori incontrati

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Fino a dieci anni fa leggevo tutto quello che incontravo come se mi investisse la piena.
Provengo da un’infanzia e da un’adolescenza bulimica di libri.
Con transfert dolorosi: mi capitò a quattordici anni di rimanere impigliata ne Il nome della rosae a circa vent’anni nella trilogia La Fondazione di Asimov, da cui non riuscivo più a emergere.

Ci sono stati amori maturi, graduali, resistenti per la donne-opere Oriana Fallaci, Anais Nin, Karen Blixen; per la Zimmer Bradley; per fidanzati virtuali (loro non lo sanno, però): per Pasolini, il mio fattore; per Stephen King, per Henry James Paul Auster, Truman Capote.

Da adolescente per G. Garcia Marquez. Mi mozzò il fiato la trilogia di Pullman. Possessione della Byatt mi prese a tradimento, durante un giro innocente nella Feltrinelli di Piazza Ravegnana.

I sintomi che provo però, mentre leggevo e leggo, per fortuna, restano: tachicardia, euforia e pura, elementare, acquosa felicità, che a volte mi fa smettere di leggere e mi fa lasciare la pagina a metà per un po’, per riprendermi.

Adesso mi capita di rado di provare il forte istinto di predare l’intera opera di un nuovo autore appena incontrato.

Se questo succede, la casa cambia, e mi trasformo.
Spengo la radio o tv per leggerlo in silenzio.
Chiudo bene le tende e abbasso le serrande.
Mi metto comoda, tolgo le scarpe.
Un amore del genere è esclusivo.
Sta accadendo. Adesso.

Siamo tutti nascosti. Cercasi tribù

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Siamo tutti nascosti. Siamo tutti dispersi. In quest’epoca alessandrina – Blade runner aveva un’ambientazione ottimista che premeva la vita – ci tocca diventare per forza dei cercatori d’oro, e occupare sulla scacchiera data la postazione fatale dei Ritrovati.

Stiamo imprigionati senza far rumore, senza risse, dietro un reticolato di maglie d’acciaio, che si apre soltanto dietro il comando di una parola amabile.

Oppure grazie a una frase bizzarra, inconsueta, inaspettata, gettata su un tavolo verde privo di qualunque aspettativa, aperto come un vaso sotto il cielo che promette pioggia.

Ma non è sicuro che la pioggia verrà.

Rosso-Istanbul

Lui si protende, lasciandosi sfiorare dal vento, da una pianura leggermente increspata.

A volte si incontra qualcuno che nelle sue mani protegge una storia che se fosse raccontata nel giusto momento e sotto la luce più adatta, la penombra azzurra del tardo pomeriggio, ad esempio, o durante una notte, quando per il caldo non si riesce a dormire, potrebbe incidersi sulla tua pelle aperta, e marchiarla a fuoco.

Un’increspatura delle guance. Uno sguardo abituato a nascondersi, a disperdersi, la bocca che si apre dietro una parola d’ordine e sei tu, siete voi, dritti sull’asfalto bruciato dal sole.

Diritti e fieri, fermi dentro una posizione di speranza senza speranza, dentro a una giungla umana che ti appoggia costantemente il coltello sotto la giugulare.

Permettersi di non difendersi.

“Basta guardarsi e poi /avvicinarsi un po’”.