Alberto Fortis, ti amavo e mi tradisti

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1979. La sedia di lillà è la storia di un suicida che invita l’amico a vivere ogni momento con amore. La sua ombra batte ritmicamente sul muro di una villa, mentre la voce in falsetto di Fortis determina lo stile unico del 45 giri “le sue rughe di cemento lo solcavano di rosso prontamente diluito da una goccia molto chiara”.
Rimettevo la puntina più volte, dieci anni, seduta in penombra ad ascoltare, soggiorno di casa, sotto lo sguardo preoccupato di mio padre.

Però papà mi accompagnò al concerto, 1982, Teatro Massimo, Alberto con i pantaloni bianchi e il tamburello, la voce. Il duomo di notte è un gioiello “Piroette di sabbia e le guglie del Duomo differenza tra pietra e le voglie di un uomo che ha per vita una gabbia liberata dal sesso, gonfia di verita` .

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Vi odio a voi romani determinò l’ostracismo di Fortis che amava solo un certo milanese e parlava dei romani così: “Siete falsi come Giuda, e dirvi Giuda e’ un complimento, e vivete ancora adesso avanti Cristo, e trattate gli altri come i vostri nonni coi cristiani, io vi odio a tutti quanti voi romani. Naturalmente Roma gli proibì di dare concerti e i pezzi furono esclusi dal circuito radio televisivo ufficiale.

Tra demoni e santità è un concept album. Lo acquistai in duplice copia per non consumarlo. Testi criptici, mentre un autore tra follia, lucidità e un allegria sardonica si interroga sul Bene e sul Male.

Lo adottai come mio testo scolastico segreto, e dopo più di vent’anni lo adopero ancora. Non ci si stanca di parole afferrate a simboli, labirinti.  La grande grotta, lp successivo era già un dilemma un po’ arreso, ostrica un po’ coriacea e stolida che racchiudeva però una perla senza prezzo: Settembre.

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Quello che Fortis ha scritto dopo non mi ha mai interessato, acqua che scivola senza incontrarmi. Da allora mi chiedo perché cambiò così la sua ispirazione, e si risolse in cascatelle senza molto valore.

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Qualche nota sui testi di “Un invito a te” del cantautore Diego Mancino

“Ma tu non credere no, che appena si alza il mare gli uomini senza idee per primi vanno a fondo”. Luigi Tenco

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 “Un invito a te”, il nuovo album di Diego Mancino scritto con la collaborazione di Dario Faini, Stefano Brandoni e William Nicastro, uscito da pochi giorni, mi piace associarlo a una raccolta di racconti brevi, perché l’approccio dell’autore verso la scrittura è anche letterario. Ho ascoltato Diego Mancino per la prima volta lo scorso luglio alla radio, e quello che mi ha folgorato, oltre al sound di qualità, è l’uso della lingua in “Succede l’estate”, un brano magnetico, che riecheggia come altri suoi pezzi (“Avere fiducia”, che sarebbe perfetto anche per Mina) la tradizione italiana anni sessanta, citandola in modo “colto”. Questo uso di lemmi e di sintagmi non scontati è gettare piccoli lingotti d’oro fuso nella costruzione musicale della canzone, a lasciare brevi e scattanti incisioni.  “Appesa alla mia bocca”, “stupido tremore” e la sua variante “breve e stupido clamore”, “tutta questa luce mi fa sentire cieco, “tutta questa sabbia mi sembra di neve”; la variante “grazia” associata al posto di “sabbia” nuovamente a “neve”. ..Poche parole, ben distanziate, che lasciano all’ascoltatore (al lettore) il tempo di pensare, di dilatare la sua percezione, di riempire la pagina e aggiungervi un personale contributo d’immaginazione.

I testi di Mancino riportano all’arte e alla fotografia contemporanea, con i loro paesaggi astratti di tele sabbiate e di luce in sovraesposizione; e il “tavolo nel sole” vede due amanti hopperiani che, probabilmente, faticano a comunicare. “Il suo aquilone” ha atmosfere chagalliane, se facciamo caso ai versi “Se m’immagino volare, volo attratto dal suo cuore”, e “un concerto di orchestre impazzite che gridano/suonano al vento”.

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Alcuni brani sono criptici. “Il suo aquilone” contiene tempi verbali sfalsati – “ti promettevo un futuro mentre guardi nel retrovisore” – giustapposizioni di sostantivi e aggettivi stranianti (“un satellite morbido e rosa”, “c’è qualcosa di tuo che è rimasto incollato nel sole”). Il brano “Era solo ieri” è più discorsivo che il precedente, racconta la visione che si ha di persone e paesaggi durante l’adolescenza. Il quartiere, nella narrazione della nostalgia, diventa più che un assemblaggio di palazzi e strade – ritorniamo all’arte contemporanea –  se l’autore vede “costellazioni di finestre” e una “flotta di amici disfatti sopra a un motorino”, e se le città lontane da conquistare sono scintillanti come i grattacieli – diamanti di Truman Capote a descrivere New York.

Un modo di percepire la realtà non “realistico”, che si ricollega anche al legame del cantautore con il concetto di “sacro”. Nella canzone “Un invito a te” il testo rovescia i termini di un discorso logico; la cinica realtà di un pensiero positivista è considerata fumo, inconsistenza, mentre un pensiero sacro, “tribale” ha carne ed ossa, riveste un valore concreto. A confermare questa linea concettuale frasi e parole chiave ricorrenti in quasi tutte le canzoni, come “volo” e “volare”, “cielo viola”, “il cielo più profondo”, “le braccia distese ad un vento salato arreso alla gioia di pensiero vuoto”, “come il vento fra i boschi”, “vieni a cercarmi l’anima”, e così via.

Alcuni pezzi dell’album sono veri e propri manifesti del pensiero di Mancino, più descrittivi e assertivi di altri. Fra i brani inserisce anche “Ragazzo mio” di Luigi Tenco, che reinterpreta e mischia alla sua produzione per dire quello che gli preme con le parole di qualcun altro, eclissandosi per qualche minuto dietro il sipario.

Perché, diciamolo, il lato più originale e interessante di Mancino è la personalità che emerge dalla sua opera e da qualche intervista ascoltata, un caso singolare di coincidenza arte – vita, non tanto diffuso in Italia.

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La scrittura di questo autore è concepita e portata avanti in dialogo permanente e fecondo con una comunità ideale di resistenti. Non è per tutti, insomma, ma cerca di richiamare più persone possibili all’appello. In ogni stilla di musica e parola, nel suo modo non commerciale di proporsi (geniale la campagna di crowdfunding con cui si è fatto finanziare l’ultima opera dai suoi fans e il suo modo confidenziale e affettuoso di condurla) Diego Mancino propone un modello di cultura, del fare cultura, da “resistente”. Se si vive con lo scopo di “badare al cuore”,cercando di andare all’essenza delle cose; se si appellano gli altri attivando il proprio daemon, addirittura il proprio animale medicina (“fai come i lupi nei boschi” – in “Un invito a te”), si richiamano sciamanicamente energie profonde in una società scorticata dal business e dall’omologazione.

Chissà, forse fra le macerie del degrado culturale, potrebbero rinascere cellule di sana radioattività contagiosa e positiva.

 

Lazarus e Blackstar. I simboli esoterici e letterari nel testamento di David Bowie

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“Sono più vicino alla Golden Dawn
immerso nell’uniforme dell’immaginario di Crowley
Io non sono un profeta o un uomo stoneage
Solo un mortale con un potenziale di un superuomo ”
David Bowie, “Quicksand”, in“Hunky Dory”, 1971

 

La morte di David Bowie e il suo piano perfettamente riuscito, sublime e straziante di farci arrivare nitidamente la sua lettera d’addio tramite la sua opera ha portato molti, come me. al tentativo di decriptare i numerosi simboli presenti nei testi e nei video dei pezzi “Lazarus” e “Blackstar”, presenti nel suo ultimo cd uscito l’8 gennaio, il giorno del suo sessantanovesimo compleanno. Il video “Lazarus” è uscito insieme al cd, a pochi giorni dalla morte del cantante.

Sappiamo che l’enigmatica scrittura  di David Bowie, che usava la tecnica surrealista e burroughsiana del cut-up fa parte di quella grande famiglia di letterati imparentata ora e per sempre a Baudelaire, Mallarmé, Verlaine, Rimbaud, ai poeti decadentisti francesi, ai poeti simbolisti ed ermetici; l’ermetismo dei testi e nelle immagini di Bowie appare – a tratti – decifrabile; in molti casi infinite connessioni fanno disperdere le tracce di senso nel vento (immagino il seducente sorriso bowiano nel vederci affannare a comprenderle) perché una mente come la sua (basta ascoltare una sua intervista) pullulava di riferimenti simbolici provenienti da una moltitudine di libri, di opere d’arte contemporanea, di film visti (e fatti), di opere teatrali, e così via; se alcune sue passioni sono rimaste stabili e sono ricorrenti –  concetti già interiorizzati e presenti nei suoi dischi e nei videoclip decenni fa, Bowie era preda di  innamoramenti quotidiani continui per nuove opere d’arte, nuovi generi letterari e musicali, per i nuovi mezzi di comunicazione (si interessò persino ai videogames). La prima grossa chiave di lettura per decriptare “Lazarus” e “Blackstar” – è la scelta del regista dei due cortometraggi, un uomo colto, Johan Renck, come Bowie appassionato del mistico Crowley; e non è un legame da poco); che ha girato alcune puntate di  note serie tv di questo periodo; “Breaking Bad”, “The Walking Dead”, “Vikings”.

Allora, David è morto “vivo”! aperto e vigile intellettualmente; se pensiamo a quanti intellettuali oggi siano ancora legati irosamente al pensiero pesante e datato che la tv sia soltanto una “cattiva maestra”. David sapeva, come decenni prima aveva intuito l’importanza del fenomeno della rete, che i più geniali intellettuali operino e siano concentrati oggi a creare e produrre alcune serie tv, che sono autentici capolavori.

Infatti “Blackstar” è, nelle sue prime note, sentimentali, ispirate, solenni come una cattedrale, la sigla d’apertura, la musica dei titoli di testa della serie “The Last Panthers” creata da Jack Thorne e diretta da Johan Renck, partita a novembre, che tratta fra gli altri temi la corruzione politica ed economica dell’Europa.

È accertato che David Bowie abbia girato i suoi video e scritto le canzoni con una condanna a morte sulla testa. Come fece il suo compianto amico Freddie Mercury, non ha fatto trapelare oltre la cerchia di familiari e amici la notizia delle condizioni pessime della sua salute e ha composto pezzi e cantato finché ha avuto la forza di farlo; fino quasi al giorno della sua morte.

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Parto da “Lazarus”, che consente una decriptazione meno ardua rispetto l’alchemico, gnostico, fantascientifico, letterario “Black star”. Troviamo due personaggi nel videoclip; sono entrambi Bowie; uno, l’uomo dagli occhi di bottone che soffre nel letto d’ospedale, e l’altro, che rappresenta l’anima creativa immortale dell’artista; il secondo indossa un abito simile a quello che Bowie vestiva nelle foto scattate per l’album dai contenuti mistici“Station To Station” del 1976; nel celebre scatto il cantante tracciava con il gesso l’albero della vita della Kabbalah. Mentre l’uomo con gli occhi di bottone soffre per il distacco dall’anima del corpo, l’altro sé scrive fino all’ultimo, prima di ritirarsi in un armadio (metafora della bara); perché l’ispirazione della sua scrittura proveniva a Bowie dai suoi canali medianici aperti, da una leggera trance, e chi se ne intende di queste cose potrebbe dire che quando lui scriveva, si trovava su Yesod. Nel suo testamento artistico e spirituale David Bowie non nasconde di sentirsi sempre, coerentemente, colui per sua stessa dichiarazione amava la filosofia più di ogni cosa, che aveva studiato i vangeli gnostici e l’opera di Cromley; colui che aveva sperimentato il viaggio astrale. Lo stesso che, in un momento che lui definisce “il periodo in cui aveva usato la parte sbagliata del cervello”; si riferiva a una pratica ossessiva di magia nera, potenziata e deformata dall’uso di cocaina.

Perché l’uomo sofferente porta una benda con i bottoni al posto degli occhi? Bowie mandò al regista Johan Renck dei disegni che lo rappresentavano. Potrebbe essere un semplice riferimento al film “Coraline” di Neil Gaiman;  in ogni caso si tratta di un elemento perturbante. L’uomo con gli occhi di bottone è presente anche in “Blackstar”. Quando Bowie in “Blackstar” esprime il suo pensiero  o mostra il libro sacro, la benda sparisce e il cantante mostra il viso nudo. Piccola annotazione: nel video “Jump they say” del 1993 che si ispirava alla morte per suicidio del fratello maggiore, il personaggio Bowie, in preda alla follia e alla disperazione in un’inquadratura piuttosto lunga si mostra bendato di fronte ai giornalisti.

Per un’associazione- allucinazione spontanea mi viene anche in mente che si racconta che il fratello distogliesse all’ultimo momento la vista dal treno prima di farsi uccidere e rompere la testa (si bendasse simbolicamente, quindi).

La condizione della sofferenza fisica, la paura della morte secondo Bowie non consentono di vedere chiaramente il percorso spirituale che l’anima sta compiendo; ma l’artista dimostra di sapersi distaccare da tale stato e spogliarsi delle bende

“Guarda, rispondimi, Signore mio Dio,
conserva la luce ai miei occhi,
perché non mi sorprenda il sonno della morte,
perché il mio nemico non dica: ‘L’ho vinto!’
e non esultino i miei avversari quando vacillo»
(Salmo 13, vv 1-5)

 

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Dalle ultime foto scattate per l’uscita del musical “Lazarus” a New York e dall’atteggiamento del corpo dell’artista nei video si nota una vitalità  quasi forzata, nel desiderio di non essere compatito. L’inquadratura dell’uomo bendato, però, sul letto d’ospedale non risparmia le imperfezioni fisiche, le macchie delle mani, le rughe sul collo. Un intento puro e chiaro, stavolta non criptico: mostrarsi al pubblico e ai fan nella verità della sua situazione di malato terminale; ma comunque senza fare percepire eccessivi vittimismi. Anzi, l’artista arriva a mostrare, da vero inglese, un atteggiamento beffardo, di scherno verso la morte. In “Blackstar” le fa addirittura uno sberleffo; e in “Lazarus” entra con uno sguardo sardonico e attento, dentro una bara. Il solo comportarsi in modo creativo davanti alla propria fine è già beffarsi in modo netto della propria morte.

Per quanto riguarda il video di “Blackstar”, non si può ignorare il riferimento alla canzone di Elvis Presley che ha titolo proprio “Blackstar”. La canzone di un grande mito di Bowie (e di tutta la sua generazione), con un sound piuttosto allegro, recita così:

“Ogni uomo ha una stella nera
Una stella nera sopra la sua spalla
E quando un uomo vede la sua stella nera
Egli conosce il suo momento, il suo tempo è giunto”.

La stella nera è comunemente intesa come fortuna nera, la fortuna che si eclissa, la fortuna che non ti accompagna. Le ultime ricerche di fisica quantica discutono della teoria dei buchi neri, e Bowie da curioso di tutto se ne sarà interessato; parlano di stelle nere e non di buchi neri riferendosi al concetto di “orizzonte degli eventi”; comunque buco nero, o stella nera, sono probabilmente anche riferimenti al tumore maligno che risucchia l’energia del corpo, uccidendolo.

Evidente il riferimento in “Blackstar” alla costellazione di simboli legati al “Major Tom” di Space Oddity; qualsiasi fan bowiano riconosce subito  nelle immagini il richiamo all’astronauta che, ormai defunto, come in un sequel della canzone, è approdato in un pianeta sconosciuto; il suo cranio è diventato un oggetto di culto da parte di alcune adepte; sappiamo quanto l’artista si sentisse legato al suo personaggio del film “L’uomo che cadde sulla terra” tratto dal romanzo di Walter Tevis “The man who fell to Earth”.

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Un altro riferimento letterario del video è del romanzo “Ormen” di Stig Dagerman, una storia cupa e piena di terrore e di ansia, visto che in “Blackstar” troviamo i seguenti versi:

“Nella villa di Ormen si trova una candela solitaria
Ah ah ah ah
Al centro di tutto, i tuoi occhi”.

Abbiamo già sottolineato che Bowie e Renck fossero entrambi legati al culto di Crowley e della Golden Dawn. Il pentacolo nero, la torre di guardia sono simboli del mago britannico. Il sole nero, il sole di mezzanotte sono presenti in simbologie esoteriche antichissime; Apuleio, quando descrive la sua iniziazione dice: “A mezzanotte ho visto il sole che splende con una splendida luce “.

Il sole di mezzanotte fa parte anche delle simbologie dell’alchimia, e si riferiva allo spirito che nell’uomo splende attraverso l’oscurità dei suoi organismi umani. Le luci misteriose che illuminavano i templi dei Misteri egizi durante le ore notturne sono state descritte da alcuni come riflessi del sole spirituale raccolti dai poteri magici dei sacerdoti.. ” (Manly P. Hall, Gli insegnamenti segreti di tutte le ere).

Le donne che scuotono le loro membra (e prima nel video lo fanno anche due ragazzi) mi ricordano la transe che si ottiene in quel modo, per esempio con la meditazione kundalini; o una danza di “possessione”.La coda della ragazza che va verso il teschio dell’astronauta è un riferimento sessuale. Molte tracce portano a pensare che Bowie sia stato un tantrico.

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La soffitta in cui si muove il cantante ad esprimere concetti fondamentali è spoglia: la “Blackstar”, nel testo, chiede le scarpe e il passaporto, impone di lasciare l’attaccamento ai beni materiali.

E la simbologia degli spaventapasseri? In una foto di Crowley ci sono tre  croci che si innalzano in un campo di grano. Forse sono anche allusioni a un corpo diventato cadavere, i cui organi interni sono ormai segatura o paglia. I personaggi sono tre, come i personaggi alter ego di Bowie nel video; e come in “Lazarus”, coesistono nel video i principi “consapevolezza” e “sofferenza del corpo”; mentre un David Bowie vitale, con occhi aperti e chiari, guardando nella telecamera esprime con un linguaggio lucido cosa gli accadrà con il trapasso, l’inquadratura mostra contemporaneamente gli spaventapasseri che si muovono freneticamente – con occhi di bottone.

“Lo spirito è salito di un metro e si fece da parte
qualcun altro prese il suo posto, e coraggiosamente urlò
(Sono una Stella Nera, sono una Blackstar)
Quante volte cade un angelo?
Quante persone mentono invece di parlare di fatti scomodi?
Egli calpestò una terra consacrata, gridò rumorosamente in mezzo alla folla”

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David Bowie conosceva benissimo quello che accade all’anima quando lascia il corpo. Lo sapeva anche Lou Reed due anni fa, che per testimonianza della sua compagna moriva praticando esercizi di yoga per facilitare “l’uscita dell’anima dalla testa”, che come sanno i mistici tibetani è il luogo da cui migra.  Ecco cosa riferisce Laurie Anderson sul momento del trapasso di suo marito Lou:

“Eravamo a casa -lo avevo riportato dall’ospedale qualche giorno prima- e anche se era molto debole, ha insistito per uscire nella luce splendente della mattina.
Facendo meditazione, eravamo preparati a questo – come muovere l’energia dalla pancia verso il cuore e il cervello. Non ho mai visto un’espressione così piena di meraviglia come quella di Lou quando è morto. Le sue mani stavano eseguendo la posizione 21 del tai.chi, l’acqua che scorre. Gli occhi erano spalancati. Stavo stringendo tra le mie braccia la persona che amavo di più al mondo e parlavo con lui mentre moriva. Il suo cuore si è fermato, lui non aveva paura. Avevo avuto l’occasione di accompagnarlo verso la fine del mondo. La vita -così meravigliosa, dolorosa e luminosa- non può essere meglio di questo. E la morte? Credo che lo scopo della morte sia la liberazione dell’amore.”

Lo sapeva George Harrison nel 2001 quando per una testimonianza molto commovente di sua moglie lasciava il corpo e la stanza “riempiendola di luce”. Forse quel periodo così intenso in cui i rocker viaggiavano fra l’India, l’America e il Regno Unito per imparare le tecniche di meditazione non si trattò solo di una moda. Fra droghe ed esperienze mistiche o pseudo mistiche questi rocker- poeti straordinari hanno trovato delle pietre preziose, alla fine dei loro giorni, accompagnandosi tutti e tre con donne consapevoli e non con donne “di rappresentanza” come moglii; quello che è successo a Bowie con Iman e Alexandria, accadde all’amico John Lennon con Yoko Ono e Sean; Lennon si innamorò profondamente di Yoko, come mai aveva fatto prima, e visse il secondo matrimonio e la seconda paternità con grande dedizione e lucidità  cercando di rimediare alla prima esperienza di marito e padre vissuta con “troppa disinvoltura” e superficialità.

C’è una simbologia che in “Blackstar” è chiara come “un sole splendente”. Quando David Bowie mostra come un sacerdote o un mago il libro crowleyano con la stella nera, il libro sacro, la scena è invasa dalla luce estremamente forte che batte sul suo viso. Il cammino di Bowie, che negli anni settanta si fermò su rituali anche oscuri, è stato diretto senza dubbio verso la luce. Lo dicono le sue interviste e la sua vita dei suoi ultimi venticinque anni; Bowie si è dedicato quasi esclusivamente alla vita familiare, all’amore per una donna straordinaria e dalla bellezza davvero “aliena”, quasi un suo doppio fisico e spirituale.

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David, viaggiando da Keter a Malkut (“Station to Station”) ha concretizzato la sua fortuna, è riuscito a comunicare il suo pensiero, ha appreso ad amare; come un alieno che non comprendeva il linguaggio umano, ha dovuto apprenderlo con un processo complicato e lungo. Che qualcuno ci creda e altri no, adesso quest’uomo straordinario è tornato al suo pianeta, o ai suoi dei, alla luce divina da cui cadde sulla terra, circa sessantanove anni fa.

 

 

 

Le mani massacrate di Victor Jara

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Quando trascinarono Victor Jara allo stadio di Santiago del Cile l’11 settembre del 1973, per alcuni uomini non vestiti di colori chiari, in quel paese, fu un giorno di gioia.

Il nome di Victor era iscritto nelle liste degli sgraditi da molto tempo, ai primi posti sui quaderni della muerte di Pinochet e fra l’11 e il 16 settembre il celebre poeta (cantante, autore teatrale) visse la sua agonia.

La sua storia è stata tramandata anche da molti gruppi musicali, fra cui gli Inti Illimani; c’e’ un bel libro di Claudio Fava, La notte in cui Victor non canto’, della Baldini e Castoldi; la moglie di Victor, Joan, ha recentemente scritto un libro con prefazione di Sepulveda, caro amico di Victor.

“Non riuscivo a tornare a fare la vita da signora inglese- dichiara la donna- sono tornata in Cile”

La madre di Victor, donna sola, con pochi mezzi ma piena di spirito, gli insegno’ a suonare la chitarra.

“Mia madre mi ha insegnato a cantare”, ricordava Victor.

Una madre gli regalo’ dunque i chiodi con cui lo avrebbero appeso alla sua croce, come accade in antichi riti di iniziazione quasi dimenticati. Victor dal ’66 infastidisce il Potere, canta; e’ bello, intelligente, pieno di calore umano, e’ amato dal pueblo, come si fa?

Nello stadio dei pestaggi e delle esecuzioni dei giorni dopo il golpe avviene poi quel gesto di sadismo che ha scatenato poi la fantasia, se pur dolente, di gruppi musicali, biografi, dei suoi amici, del popolo amato e ridotto in schiavitu’ dall’anticristo Pinochet:

a Victor Jara hanno massacrato le mani.

Sebastiano Gulisano, un giornalista siciliano, uno che pratica resistenza scrivendo e operando in Italia da vent’anni, mi raccontava tempo fa: gliel’hanno tagliate.

…ritrovo nel libro di Fava la stessa espressione.

In realtà la moglie di Victor, Joan, che lo cerco’un giorno fra i cadaveri ammassati nello stadio, che ora – da poco, in verità- e’ intitolato a Victor Jara, parla di angolazioni strane delle mani maciullate da chissà quali abusi.

Ma la sostanza del discorso non cambia. Il Potere non vedeva l’ora, letteralmente, di fermare quelle mani, di congelarle, di sputarci sopra. Certi Poteri, per la struttura interna che li genera e li motiva, odiano la Bellezza e la creativita’ profonda, odiano la vitalita’.

Cosi’ descrive l’epifania nera del corpo di Victor la moglie:

“Siamo saliti al secondo piano, dove erano gli uffici amministrativi e, in un lungo corridoio, ho trovato il corpo di Vìctor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Victor era il piu’ contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavita’, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti.”

Il potere, pero’, a volte esagera.
Non e’ consigliabile regalare simboli alla plebe, ai musicisti, agli scrittori, alle donne innamorate che perdono il loro compagno.

Quelle mani, tagliate e alianti come in quadro di Chagall, praticano resistenza. Si impongono come pallottole, tramite la forza di un pensiero simbolico. Agiscono in profondità’, si inerpicano per le vallate dell’inconscio collettivo e restano per sempre a raccontare un mondo.
Scappano dalla morte.

Lo sanno bene quei dittatori che non giustiziano gli eroi e gli anarchici per non trasformarli in ideali, lo sanno quando cercano, in vita, di screditarli, di spegnere il loro carisma.

Non e’ consigliabile dare nutrimento ai poeti.

Victor Jara pratica ancora resistenza con le sue mani tagliate, rovesciamento ultimo della bellezza e dell’amore, odio sintetizzato a temperature altissime, invidia della felicita’ di un uomo che tempestava la chitarra, che parlava agli uomini e che baciava avvolgendola per sempre una donna che ora resiste e prosegue, testimoniando.

Joan Turner salvo’ fuggendo subito dopo i funerali del marito alcuni nastri delle sue canzoni. Il Potere distrusse tutte le copie di registrazioni rintracciabili- E anche le matrici.

Ma Joan ce le porto’.