I libri divorati, gli autori incontrati

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Fino a dieci anni fa leggevo tutto quello che incontravo come se mi investisse la piena.
Provengo da un’infanzia e da un’adolescenza bulimica di libri.
Con transfert dolorosi: mi capitò a quattordici anni di rimanere impigliata ne Il nome della rosae a circa vent’anni nella trilogia La Fondazione di Asimov, da cui non riuscivo più a emergere.

Ci sono stati amori maturi, graduali, resistenti per la donne-opere Oriana Fallaci, Anais Nin, Karen Blixen; per la Zimmer Bradley; per fidanzati virtuali (loro non lo sanno, però): per Pasolini, il mio fattore; per Stephen King, per Henry James Paul Auster, Truman Capote.

Da adolescente per G. Garcia Marquez. Mi mozzò il fiato la trilogia di Pullman. Possessione della Byatt mi prese a tradimento, durante un giro innocente nella Feltrinelli di Piazza Ravegnana.

I sintomi che provo però, mentre leggevo e leggo, per fortuna, restano: tachicardia, euforia e pura, elementare, acquosa felicità, che a volte mi fa smettere di leggere e mi fa lasciare la pagina a metà per un po’, per riprendermi.

Adesso mi capita di rado di provare il forte istinto di predare l’intera opera di un nuovo autore appena incontrato.

Se questo succede, la casa cambia, e mi trasformo.
Spengo la radio o tv per leggerlo in silenzio.
Chiudo bene le tende e abbasso le serrande.
Mi metto comoda, tolgo le scarpe.
Un amore del genere è esclusivo.
Sta accadendo. Adesso.

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Il cielo sopra Berlino. Annotazioni

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Cassiel: Sulle colline, un vecchio leggeva l’Odissea a un bambino, e il piccolo uditore smise di socchiudere gli occhi. E tu cos’hai da raccontare?
Damiel: Una passante, che sotto la pioggia chiuse di colpo l’ombrello, lasciandosi bagnare tutta. Ah, ecco: uno scolaro, che descriveva al suo maestro come una felce nasce dalla terra. Ha fatto stupire il maestro. Una cieca, che quando si accorse di me si mise a tastare l’orologio. Sì, è magnifico vivere di solo spirito e giorno dopo giorno testimoniare alla gente, per l’eternità, soltanto ciò che è spirituale. Ma a volte la mia eterna esistenza spirituale mi pesa, e allora non vorrei più fluttuare così in eterno, vorrei sentire un peso dentro di me, che mi levi quest’infinitezza, legandomi in qualche modo alla terra. A ogni passo, a ogni colpo di vento, vorrei poter dire: “ora”, “ora” e “ora”. E non più: “da sempre”, “in eterno”. Per esempio, non so: sedersi al tavolo da gioco ed essere salutato, anche solo con un cenno. Ogni volta che noi abbiamo fatto qualcosa, era solo per finta.

Wim Wenders tornò a Berlino, doveva aspettare per girare “Fino alla fine del mondo”, non smetteva di pensare agli angeli. Sul suo taccuino annotava tutto, non sapeva ancora che film voleva costruire, girovagava.
Intanto, rifletteva sull’Angelo della storia di Benjamin. Mentre prendeva la colazione allo Schwarzes Cafè gli appariva, volteggiando fra calici e bottiglie,  l’ Angelo della morte” di Paul Klee. Non parliamo di Rilke: Rilke sembra intendersene di angeli più di ogni altro poeta, e Wenders ne conosceva quasi a memoria i versi.

 

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Come dovevano vestirsi, i suoi angeli? Prima cominciò a ipotizzare con gli altri della troupe armature e ali filosofiche, poi comprese che avrebbero dovuto  indossare soltanto cappotti di taglio classico. Nessun effetto speciale: lo escluse, avrebbero camminato fra gli attori che li avrebbero semplicemente ignorati.

Una mattina decise che avrebbero dovuto a tutti i costi girare una scena del film in biblioteca: riempirla di lettori, e di angeli vigilanti in stato di alta concentrazione, che ascoltavano lo srotolarsi delle parole dalle pagine. Nella Staatsbibliothek i libri sembravano cantare tutti insieme.
Ai pensieri degli umani che gli angeli sorvegliavano in ogni luogo della città, accostò le parole lavorate come colatura di oro fino di Peter Handke.

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Rilke, Wenders, Handke, Benjamin, Klee. E tanti altri.
Damiel, Cassiel, Marion, Homer.
Bruno Ganz, Otto Sander, Solveig Dommartin, Curt Bois.
Peter Falk recita se stesso. Nick Cave.
Marion, la compagna di Wenders, si lanciò per l’occasione nell’apprendimento del mestiere di acrobata. Volò alto anche lei.

Fu difficile ottenere il permesso di entrare in biblioteca. Ma girare vicino al muro era impossibile.
Wenders ricostruì un muro alternativo, e ai piedi di quel simbolo così denso, carico, girò la scena in cui l’angelo lascia la sua condizione di perfezione, e si trasforma in umano per sentire le sensazioni di freddo e beatitudine sulla pelle.

Rischiando di provare dolore.

Scegliendo ciò che molti chiamano amore.

I Teatri Rurali della Selvatica, la Metamorfosi, l’amicizia, l’arte-vita

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“Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo là dove abbiamo cominciato. E per la prima volta conosceremo il luogo.
Thomas Stearns Eliot

Al B&B La Selvatica, un crocevia di viaggiatori, un luogo speciale creato dall’energia e dal lavoro di Enrico Fontana, ieri è accaduto un altro miracolo.
L’antico casale ha vibrato delle emozioni di un intenso e partecipato spettacolo corale.
Il collettivo di artisti ha beneficiato dello sguardo e dell’imprinting del regista teatrale Luca Dal Pozzo, che ha saputo dare maggior rilievo e spessore alle forme narrative, visive e sonore, alle storie di ognuno dei partecipanti. Benvenuto ai Teatri Rurali, Luca!

L’evento di ieri, domenica 24 marzo, la festa dedicata all’Equinozio di Primavera, ha raccontato la METAMORFOSI, la TRASFORMAZIONE dell’ombra in luce che ad ognuno di noi tocca compiere.


Tutto è iniziato con l’accoglienza.
Renzo Sacchi dava il benvenuto, mostrava cosa significa il valore della lentezza, del TEMPO, tagliando senza fretta la focaccia che aveva impastato e cotto con le sue mani, affettando una fetta di salame; offrendo il vino ai viaggiatori appena arrivati e dicendo loro cosa sia l’orologio, di come sia stato inventato per sottomettere il tempo.
Prima di congedarsi, lasciava una monetina nelle loro mani, da  spendere nel viaggio.

La seconda scena era improntata alla METAMORFOSI FISICA, quella assoluta, quella che genera difficoltà. Come a dire che il mutamento non porta sempre a uno stato di benessere immediato, che richiede fatica.
Soprattutto quando è totale, rivoluzionario, come quello che richiede il cambiamento di sesso.
Angelo Spiga, il nostro CANTASTORIE con la chitarra, e Alessandra Lugli, la VOCE, cantavano, dopo averla destrutturata, “Princesa” di De André.

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Insomma, il viaggiatore, se sensibile, se avvertito, aveva già la sensazione di non dover semplicemente guardare uno spettacolo, ma di essere chiamato a interagire; a non negarsi, a dare qualcosa di sé al casale.

Incontrava Anna Rossi, che recitava un testo sul DOLORE, e lavava delle pietre con  gesto ripetitivo, fatto di pazienza infinita.  Insegnava che la METAMORFOSI esige dedizione, anche fatica fisica. Per trasformare la materia color carbone, e accedere alla Trasmutazione alchemica, non si può evitare un impegno che costa, a volte, alcune lacrime. E sudore.

Maria “Pelle d’acciaio” ha dato ai viaggiatori la sua esperienza di vita dura e tenace, vissuta all’ombra di un atteggiamento poetico costante. La sua vita è arte.
Nella sua stanza c’erano pere marcite, fotografie di quando erano ancora fresche, ricordi della sua esperienza in fabbrica a smistare frutta.
Lei affondava le mani e la voce nelle storie della TRASFORMAZIONE più radicale, che porta al disfacimento, alla MORTE.

Nel processo di METAMORFOSI deve trovar spazio, per riequilibrare, per sollevare chi si mette in gioco, la LEGGEREZZA.

La saggia Laura Riviello, nello spazio seguente, come i Mentori che appaiono nei miti, nelle fiabe a prestare soccorso all’EROE,  regalava al viaggiatore un talismano per aiutarlo a procedere nel suo percorso personale. Ogni visitatore poteva scegliere fra più ricette – la ricetta della FELICITA’, della RESILIENZA, e così via – e portava via con sé gli ingredienti del CORAGGIO, o dell’AMORE per poterla realizzare, in un magico sacchetto.

Poi veniva il turno di incontrare Antonella Laterza, che rappresentava la METAMORFOSI della materia fisica, dava istruzioni per comprendere i cambiamenti del corpo, citava l’ipotalamo, mostrava disegni; ma non dimenticava di citare le stelle.
Lei regalava a chi arrivava il dono prezioso dell’IRONIA.

Ed ecco la nostra CANTADORA Giovanna Simoni che, tramite le parole de “Le città invisibili”, ci ricordava che la strada che si sta seguendo per TRASFORMARSI, con SACRIFICIO, DOLORE, CONSAPEVOLEZZA, LEGGEREZZA, non risparmia biforcazioni, crocicchi. Questo porta continuamente al fiorire di dilemmi, di dubbi.
Infinite possibilità sono generate da ogni nostra piccola decisione.
Chi percorre la via del cambiamento deve sentire come far la propria SCELTA, scegliere la direzione.

E poi, si incontrava Karin Dolin, che, sporca di colori e di vita dipingeva un murale: le figure di due bambini. diventati grandi amici, le cui vite sono intrecciate in modo profondo alla storia del casale. Karin, che con la sua anima d’artista ha TRASFORMATO la Selvatica portando i suoi colori, i suoi messaggi.

Nella stanza seguente, il visitatore andava a trovare l’ABISSO. Una stanza magica e suggestiva, dove si doveva semplicemente “stare”. Sperimentare la parte di sé che desidera uno spazio più grande di quello che permette il rumore della vita quotidiana fatta di fretta e di muri. Giulia Sacchi ed Eleonora Busi erano le madrine di quel momento largo, e lo facevano vivere con parole sussurrate e brevi suoni che aprono la percezione.
Il rischio, però, è di stare in contatto con l’ombra; che tutti noi proviamo, a volte, a schivare, a non guardare. Non si deve avere paura di scavare a fondo.
La METAMORFOSI necessita di un contatto con l’ombra. La Qabbalah consiglia che non debba essere né troppo breve, né troppo lungo perché sortisca effetti benefici.

Si giungeva alla stanza del tè. La METAMORFOSI si accostava al RITUALE.
Un bellissimo allestimento fatto da Emanuela Vecchi con stoffe e arredi semplici rendeva lo spazio una sorta di mondo iperuranio. Emanuela ed io, offrendo il tè, mentre una voce registrata interpretava un brano di poesia di Peter Handke che poneva domande sul senso della vita, creavamo con poche parole e gesti misurati un luogo di presa di consapevolezza, o semplicemente di pace e di armonia, dove si alludeva per brevi cenni e annotazioni verbali alla cerimonia del tè giapponese, al wabi-sabi, la meditazione sulla bellezza delle piccole cose, o alla bassa entrata concepita nelle  antiche stanze del tè per costringere i partecipanti ad inginocchiarsi in segno di umiltà.

Il visitatore si preparava alle scene finali dello spettacolo: Maria Ramirez, nell’ultima stanza raccontava la sua storia personale, familiare, intensa e forte.
Sembrava dire a chi ascoltava, narrando in spagnolo e accompagnandosi con la musica: ho imparato a prendere posizione, a liberarmi dagli schemi e dai condizionamenti per agire.
Ho agito come agiscono i guerrieri.
Nella sua storia ognuno poteva riconoscersi o, da essa, trarre ispirazione.

Il finale è stato esplosivo, forse una catarsi, o un rivivere le fasi della METAMORFOSI.

Un bellissimo spettacolo di sonorità e performance, grande energia della Donna Serpente, che prendeva forza e coraggio dalla terra.
Gli stupendi suoni ipnotici di Cinzia Zaccaroni e il gesto teatrale di Giulia Galiera hanno chiuso il viaggio, che è continuato, per chi lo desiderava, a tavola, con il cibo preparato da Renzo con amore.

E” solo l’amore che, chi sa e chi può dare e ricevere, porta in luoghi speciali, preziosi.
La Selvatica è uno di questi luoghi, e io ho avuto ed ho la fortuna di conoscerlo.

Grazie, come sempre, per aver condiviso.
Grazie a Daniele Dencs per la sua partecipazione e le sue opere (Dirùpators)

A San Masseo con Padre Paul, Francesca e Sandra. I nostri vent’anni ad Assisi

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Mio padre era già morto, e transitavo dal misticismo cattolico dell’infanzia alla convinzione di essere atea. Sorrido.
Il principio degli anni novanta e due eretiche come me, incontrate all’Università di Lecce, Lettere e Filosofia. Francesca e Sandra. Francesca, una potenziale scrittrice, donna di teatro, selvatica e intensa “cercatrice”. Sandra era la filosofa, perché portata all’astrazione; magica: percettiva, sensibile. Ci raccontavamo i nostri sogni, afferravamo a manciate la poesia ogni giorno, insieme.

L’ateneo era terreno fecondo per incontri di questo genere, fucina di personalità pure, intelligenti, che pensavano, e pensano oggi come allora, fuori dagli schemi.

Un giorno, sulle scale dell’Ex GIL una ragazza, la leader dei CIELLE, mi prospettò una settimana ad Assisi…abilmente, tracciò il disegno affascinante di un monastero immerso nel verde.

depositphotos_89597518-stock-photo-beautiful-view-of-rolling-hillsConvinsi le mie amiche a partire, sembrava una situazione adatta al nostro temperamento; e costava poco.
Già in treno ci guardavamo perplesse e vagamente spaventate dalle canti di chiesa cantati schitarrando ad alta voce dal gruppo negli scompartimenti vintage.

Poi, inorridimmo, arrivando a Santa Maria degli Angeli, perché la nostra destinazione in realtà era una specie di carcere “motivazionale” dove avremmo dovuto seguire una specie di redenzione obbligatoria. Altrimenti, saremmo bruciate all’inferno.

Ci consultammo, disperate, dopo aver avuto un crollo emotivo. Ricordo Francesca accasciata su una panchina.
– “Dopo la gita collettiva ad Assisi di domattina, fuggiremo” – decidemmo come i tre moschettieri di Francia prima di un attacco al nemico, le tre mani una sopra l’altra.

La mattina, quindi, seguimmo svogliate il corteo dei giovani ipercredenti fino ad Assisi. Poi, non ricordo come accadde, io mi trovai da sola, come in un sogno, accanto a una suorina a cui parlai delle mie ellissi esistenziali.

Intanto un monaco francescano magro e affascinante, Padre Paul, stava finendo di parlare alla folla composta dai miei compagni di viaggio, e lei me lo presentò.

Lui ed io scendemmo giù da una collina estiva con un sole gigante che le stava correndo dietro. Lui era americano, un passato da alcolista, da uomo di teatro. Poi, la conversione. Vieni a San Masseo, disse, è il posto per te.

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Andai a prendere le mie due amiche, avvertimmo i secondini, e la mattina dopo ci trasferimmo in un posto dove si coltivava la terra, si mangiavano i suoi frutti, si viveva con persone di ogni religione, e la mattina si andava attraverso un sentiero polveroso ad ascoltare le Lodi Mattutine dentro una piccola cappella commovente del secolo mille, nella luce incerta e confortante di candele di cera d’api e misticismo.

Due settimane a rinvigorirci a San Masseo, a respirare aria di avventura, nuove atmosfere, che si intonavano perfettamente ai nostri  cappelli di paglia.
A ignorare le mosche, a mangiare minestrone da pentoloni enormi, e il pane impastato e infornato dalle nostre mani.

E Padre Paul mi consigliò di sconfiggere il mio cuore, diventato di pietra – citandomi il passo evangelico – schiacciato da un passato che me l’aveva pestato, amaro e oscuro.

Manuela, la maga delle spezie a San Giovanni

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Per raccogliere le erbe di San Giovanni
la bella donna si è svegliata all’alba

Si è raccolta i neri capelli in una treccia
e a piedi scalzi, sotto la lunga gonna
si è avviata verso il bosco.

Sua madre viveva nella stessa capanna
dove lei abita – sua nonna prima di lei.
Le antiche ricette le hanno tramandato, segreti per guarire
mal d’ossa, febbri, mal d’amore

gli spiriti delle sue antenate la guardano dal cielo:
di lei sono fieri.

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Nel bordo della gonna, piegata in due come un cesto
Manuela raccoglie l’iperico.
Seccato e appeso a testa in giù
sarà utile per scacciare le malattie

ma soprattutto sarà di grande sollievo
a chi soffre di insonnia, e di depressione

poi, seguendo lo sfarfallio di alcune lucciole
trova la pianta del tarassaco: è un’erba depurativa.

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Si dice che la rugiada della notte del Santo
doni alle erbe virtù ancora più alte
di quelle che già possiedono.

Manuela prima di rientrare a casa
si ferma a guardare il cielo
chiede alla Notte Magica di aiutarla e guidarla
nel suo processo di trasformazione

Il sole sta salendo in alto: è ora di andare.

 

24 giugno 2018, performance con Emanuela Vecchi,

una delle installazioni dei Teatri Rurali, Festa di San Giovanni alla Selvatica, la Raccolta, il Fuoco, le Erbe, la Musica, le Storie

foto di Massimo Fuligni

Presentazioni in Puglia di “Incredibili vite nascoste nei libri”, Musicaos editore

Le “Incredibili vite nascoste nei libri” (Musicaos) ritornano in Puglia per 3 giorni, il 21 (Bari), 22 (Alliste), 23 (Bitonto) giugno.

Giovedì 21 giugno h 19 – Libreria Prinz Zaum, via Cardassi 93, BARI
dialogherò con Alessandro Vergari

Venerdì 22 giugno h 20, IL CORTILE DEI LIBRI PARLANTI, la rassegna culturale a cura di Vito Adamo in collaborazione con Musicaos Editore, con il patrocinio del Comune in collaborazione con Assessorato allo Spettacolo e alla Cultura e Consulta dei Giovani Alliste Felline
dialogherò con Luciano Pagano

Sabato 23 giugno alle h 18.30
presso le Officine Culturali, Largo Gramsci 7 – Bitonto Per il “Parco delle Arti” – PROGETTO COMUNALE BITONTO CITTA’ DEI FESTIVAL: VIAGGI LETTERARI NEL BORGO – VII EDIZIONE
presenterò “Incredibili vite nascoste nei libri”, Musicaos Edizioni dialogando con Carmen Rucci, scrittrice

 

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Alice Sophia Carlucci commenta il mio “Incredibili vite nascoste nei libri”, Musicaos editore

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Incredibili vite nascoste nei libri: dodici racconti “atemporali” di Patrizia Caffiero

commento di Alice Sophia Carlucci

Incredibili? Le vite di Patrizia Caffiero non hanno dell’incredibile nel senso ordinario del termine: si tratta di personaggi quanto mai realistici, di storie consuete. Si tratta di persone che vivono “beatamente” a casa loro, svolgono le loro azioni, a volte – raramente – escono e interagiscono con la gente. Ma non è questo che interessa all’autrice.

Quello che rende “incredibili” le vite descritte è la prospettiva: per la Caffiero non conta effettivamente se queste persone abbiano fatto o meno qualcosa di eclatante, incredibile, qualcosa per cui possano essere ricordate – queste cose fanno parte del “resto”, della “conseguenza”, del “superfluo”. Il libro è incentrato sull’esame quasi chimico (“psicoanalitico” sarebbe banale o esagerato) dell’interiorità dei personaggi, i quali, un po’ come nella tragedia greca, diventano modelli, costanti incarnate del rapporto dell’uomo con se stesso e la società, dell’uomo che è costretto a ri-plasmarsi adattandosi in formine predisposte che non lo lasciano del tutto soddisfatto.

Che c’è di speciale? La messa a nudo così dettagliata dei protagonisti fa penetrare nel macromondo alternativo e infinitamente complesso della mente, della personalità, del daimon di ognuno, sicché qualsiasi cambiamento (che spesso non è minimo, ma doloroso e turbolento) proveniente dall’esterno determina uno stravolgimento interiore che fa sì che tutte le componenti del proprio carattere si debbano riassestare. L’autrice non va per sintesi, ma per analisi. I fatti concreti, che hanno comunque un’importanza cruciale, la quale impedisce ai racconti di perdersi in mondi troppo lontani in quanto troppo nascosti, vengono così visti in un’ottica diversa da quella ordinaria. Le storie di Patrizia Caffiero si focalizzano sul quotidiano e cercano in esso dell’incredibile, e l’unico modo possibile perché questo intento acquisisca un senso è porre ogni personaggio sotto una lente d’ingrandimento, di modo che le sostanze reagenti appaiano più grandi, ogni eterogeneità appaia straordinaria.

Se l’obiettivo è quindi la messa in atto di questa indagine, la conseguenza è che la Caffiero può anche sforzarsi di inserire quanti più riferimenti possibili ai luoghi concreti (si parlerà in seguito delle lunghe descrizioni degli esterni), di contestualizzare le sue storie, ma i suoi personaggi resteranno sempre in una dimensione atemporale e archetipa. Questa commistione tra ideale e reale non è stridente ma necessaria, più che armoniosa: se i racconti non vogliono vertere sull’incredibile ordinario, comunque nascono dalla terra, si propongono di analizzare la vita vera e non perdono mai di vista lo scopo. La dimensione prima accennata è innanzitutto suggerita dai nomi: “Maddi”, “Laura”, “Miriam”, “Sarah” eccetera, nomi dolci ed eterei, associati infatti a donne placide, calme, spesso vittime passive della loro stessa vita, che provano invano ad impegnarsi nell’attuare delle svolte, per poi scoprirsi nuovamente in balia del loro fiume silenzioso e invisibile. La notevole attenzione per ogni dettaglio, se in un primo momento fa porre degli interrogativi a un lettore abituato a considerare l’utilità di quel che apprende, in seguito svelano la loro importanza proprio man mano che viene compresa l’atmosfera serafica dei vari racconti. Le minuziose descrizioni rendono inoltre il libro una specie di album di fotografie, oppure un film, e mettono nelle condizioni di vedere con gli occhi dei personaggi. Sembra quasi che l’autrice cerchi in tutti i modi di far arrivare un quadro preciso del contesto, utile alla costruzione dell’identikit dei protagonisti. Per questa ragione, ritengo che le varie similitudini, i ritratti dei luoghi e delle persone, la presenza costante di bevande calde alle quali si rivolge molta (quasi inspiegabile) attenzione, siano elementi funzionali e non fini a se stessi. Ciononostante, non credo che questo libro abbia una finalità, se non intrinseca. La smania di cercare un’utilità in tutto, spesso fa perdere di vista il vero obiettivo, se così si vuol chiamare, dell’arte: il nulla. Alla luce di ciò, sebbene abbia prima paragonato questi racconti alla tragedia greca, non azzarderei a dire che siano catartici: certo, il lettore potrebbe senz’altro trarre qualche insegnamento, vedere se stesso nei protagonisti, comprendere qualcosa della sua vita – ma questo deriva da (sacrosante) interpretazioni personali. Questo libro è libero, scevro da propositi educativi o morali.

Per l’apertura, si è scelto La casa: le prime parole dell’opera descrivono una situazione di dinamica immobilità, in cui il passaggio di un camion sulla strada sembra creare subbuglio e movimento in un casale in realtà fermo. In un’immagine la cui funzionalità sembra all’inizio incomprensibile, è racchiusa la chiave interpretativa del racconto. La protagonista è una donna che viene progressivamente inglobata nel luogo in cui vive, con una madre e una figlia che si affaccendano ogni giorno a colmare la loro vita restando tuttavia sempre vuote, ferme, uguali a se stesse. Questo è quel che in parte si intende quando si parla di “atemporalità”: le vicende sembrano tutte collocate nel presente attuale, si fa, in questo racconto, anche un riferimento storico (pag. 13);  ma il casale, vero motore e protagonista, è antico di generazioni, e rappresenta un nucleo atemporale in quanto cordone ombelicale con un passato non ben definito. I più vivi, nella casa, sono proprio i morti (la cui presenza non oggettiva, ma semplicemente avvertita dai personaggi, non smentisce la realisticità della storia), i quali interagiscono con chi li vede. Si manifestano anche a Maddi, che nel finale dona, metaforicamente, ormai inghiottita dalla casa con le sue opere d’arte, la sua vita a quel posto isolato, rendendo se stessa un fantasma fatto di carne. Il progressivo inglobamento di Maddi scandisce il ritmo del racconto, che si rivela lento, dolce, graduale. Una struttura del genere è ravvisabile in quasi tutte le storie: la Caffiero raramente inserisce cambiamenti del tutto improvvisi e inaspettati, preferisce andare a passi lenti e far abituare il lettore, facendogli a volte prospettare quello che scoprirà. Chi dovesse leggere solo Prima colazione, il terzo racconto, troverebbe assurdo questo ultimo commento. Qui l’autrice inizia a descrivere una donna bellissima e serafica, una mamma baciata dal sole, sempre in quella tanto citata dimensione atemporale e mitica, con i puntuali riferimenti alle bevande calde, al latte, ai dolcetti. Di colpo, tutto cambia: la donna diventa un mostro che senza alcuna ragione (se non una non ben chiara “privazione fisica” conseguenza del parto) inizia a picchiare i figli lanciando loro degli oggetti. Ciò che rende più macabra e affascinante la storia è che, dopo questo picco di follia, la situazione si sforza di ritornare placida e serena come all’inizio. A partire da questo racconto, il lettore capisce l’importanza, per l’autrice, del fatto concreto, che in molti casi coincide con la violenza fisica. E non sa più cosa aspettarsi.

Infatti, la serie prosegue con Le strade di Laura, un racconto che probabilmente sintetizza tutte le principali caratteristiche dello stile della Caffiero, che si manifestano ciascuna ora in questa, ora in quell’altra storia. Non a caso, questo testo è stato utilizzato come brano di presentazione prima della messa in commercio del libro, e distribuito gratuitamente dal Musicaos editore come e-book. Ritroviamo la figura della donna, sempre protagonista, col suo nome bisillabico e calmo, il consueto passo descrittivo iniziale, che si concentra prima sul contesto (che  stavolta assume un’intrinseca dinamicità, poiché viene inquadrato ciò che Laura vede mentre cammina), e poi sul personaggio – e qui ritroviamo nuovi topoi fisici: gli occhi chiari, i capelli dal colore insolito e fiabesco (in questo caso, rossi), la mancata perfezione del viso, fonte di fascino. Ritroviamo il flash-back, imprescindibile nello scire per causas proprio della Caffiero, e quindi la storia di violenza, il rapporto col padre, e quindi l’uomo violento, e poi l’arte, il rapporto non del tutto convincente con il partner, il senso di insoddisfazione dell’artista e in generale di quelle personalità che non riescono a inserirsi del tutto nelle caselle che la società offre. Questi elementi sono le costanti del libro, in particolare l’ultimo tema è presente anche in La libreria e in Cloe la parrucchiera, ma solo in Le strade di Laura trova ampio sviluppo e trattazione, finendo per costituirne il fuoco prospettico. In generale, quasi tutti i racconti parlano di sogni irrealizzati, che fanno da eco e sfumatura all’atteggiamento di assoluta passività e rassegnazione del personaggio. In questo caso abbiamo Laura, la cui vita è un positivo percorso in salita, poiché passa da uno stato di repressione e sofferenza alla conquista della sua libertà – ma man mano che gli ostacoli vengono rimossi dal suo cammino, il vaso iniziale traboccante di sogni della protagonista inizia a svuotarsi, le sue passioni trovano forse uno spazio troppo ampio per esprimersi, Laura si inibisce, si distrae, deraglia. Il finale, a mio parere, non lascia spazio a troppe vie interpretative: Laura lascia alle spalle se stessa, ammollandosi nella sua “splendida” vita. L’arte che era in lei, quelle figure formose dal fascino irresistibile, non torneranno più. E siccome sembra di capire che per l’autrice l’arte è la maggior espressione dell’anima, come si evince dalla ricorrenza dell’argomento,  dall’attenzione e dal tempo narrativo dedicatigli, è chiaro che questo finale sia tutt’altro che lieto.

Probabilmente, l’insistenza sul tema della violenza, quasi sempre perpetrata da parte dell’uomo, poiché ha costituito anche il principale oggetto di interesse da parte dei lettori, meriterebbe un’analisi. Tuttavia, sebbene senza dubbio rivesti una sua importanza intrinseca, ritengo che il ricorso a tale concetto sia innanzitutto giustificato dalla necessità di non tradire l’intento realistico dell’opera: la violenza è parte del quotidiano, è parte del quotidiano tentare di dimenticarla e occultarla, e purtroppo le statistiche ci suggeriscono che il violento possa esser facilmente di sesso maschile. Poiché la Caffiero non dimentica mai, quasi freudianamente, di spiegare la  situazione familiare dei suoi protagonisti, forse risultava più semplice macchiare la figura paterna di questa colpa. Considerato, però, che i personaggi principali sono quasi tutte donne, probabilmente l’assenza o la presenza scomoda del padre assume un ruolo più consistente, sicuramente una funzione esplicativa e determinante; mentre negli altri casi il ricorso a questo tema può essere fine a se stesso o volto a costituire il motore dell’azione, oppure un’ombra su un personaggio che ne valorizzi la parte luminosa. «Molte donne sono derubate dello spirito vitale da un predatore, ma possiedono talmente tanta luce che con quella che resta mandano avanti un’attività, si prendono cura dei figli, degli ospiti e di altri ancora»  si dice in La sposa rubata, che parla della proprietaria di un B&B, dei suoi sogni, delle sue piccole abitudini, del suo rapporto col marito e in particolare del suo desiderio di dare amore, che ritroviamo anche in Nena di Zoubida e nella Signora Flick di Il signore e la signora Flick.

Nella maggior parte dei racconti si fa riferimento all’arte, a nessuno sfugge di menzionare i libri e la loro importanza. Attività, la pittura e la lettura, che si svolgono in maniera individuale – e qui veniamo al punto: spesso e volentieri ai personaggi bastano queste cose per instaurare un contatto con il mondo e con se stessi. Li ritroviamo, infatti, quasi tutti immersi in un’atmosfera di solitudine meditativa, non necessariamente negativa. Si veda, per esempio,  l’incipit di La sposa rubata: «[…] Un fine settimana in compagnia dei computer e dei libri: non desiderava niente altro»; oppure, in Tre pomeriggi e due sere: «Ero molto giovane, ma già divisa dalla vita di uscite del fine settimana dei ragazzi della mia età». La solitudine non assume un ruolo decisivo, in realtà, ma è di nuovo una conseguenza dell’intento principale dell’autrice, ovvero scavare nella più profonda interiorità delle persone. Ciò risulta più facile e pratico, soprattutto per il lettore, se viene effettuata un’acuta scelta dei personaggi: la brevità di un racconto richiede essenzialità, sicché protagonisti dalla vita mondana complicherebbero il lavoro di eliminazione del superfluo ed esame dell’anima, richiedendo un lungo andamento per gradi, più lento di quello già adottato dall’autrice.

Un personaggio tipo dei racconti della Caffiero lo vedrei davanti a una finestra, con in mano «una tazza di tè alla menta […] con una fettina di limone» e dei «biscottini dorati», mentre contempla il suo giardino (prati e fiori appaiono spesso, ricorrono i biancospini) e viaggia con la mente tra i suoi sogni. Tutti, in ogni storia, si riservano un momento per sognare, oppure rimpiangere qualcosa, e ciascuna visione emana, esplicitamente o implicitamente, serenità e grande luce. Spesso, però, i sogni si realizzano a metà o restano semplici fantasie, poiché pochi sono i personaggi dotati della forza necessaria per contrastare la loro inerzia. Il più delle volte vediamo figure rassegnate e abbandonate a se stesse, come in La prozia Maria: «Si respirava intorno alle donne di famiglia un forte carico di rassegnazione, talmente enorme da apparire ancora oggi insopportabile per un essere umano. Un lasciarsi andare a corpo morto a un sentimento di fatalità quasi soprannaturale, senza lottare e senza parlarne, come dopo avere stipulato un patto segreto con qualche divinità o con altri consanguinei che erano a conoscenza dei segreti». Ecco un altro tratto caratteristico dello stile della Caffiero: riesce a tradurre in parole concetti talmente tanto estesi e profondi che si avrebbe timore a esprimerli a causa dell’elevato rischio di sminuirli o limitarne la portata. Spesso, però, l’eterogeneità ontologica tra parole e significato costituisce una cesura troppo marcata, che tuttavia si può aggirare attraverso l’uso di metafore e similitudini. E l’autrice non manca di costellare i suoi racconti di queste figure retoriche: «Sui lati dell’alto muro della zona della sala da pranzo erano appesi tre dipinti di Raimondo, tre paesaggi lunari e marini onirici che sembravano spalancare le pareti della casa, e portarla con sé in viaggio»; «Evitava di rifletterci con l’equilibrio inquieto della ballerina che procede sul filo del tendone del circo; con la perizia di qualcuno che lucida a modo la superficie di un grande specchio fissato al muro riuscendo a non guardarlo mai». Le brevi similitudini relative alle caratteristiche fisiche degli individui sono spesso tratte dall’ambito naturale, e così amplificano l’aura serafica e mitica che l’autrice intende donare alla sua opera. Per creare, inoltre, quest’atmosfera rilassata e calma sono fondamentali le descrizioni, che sono lunghe, onnipresenti, dettagliate ma sempre icastiche, tali da non risultare noiose o superflue. Non costituiscono pezzi da poter tagliare: esse occupano lo spazio che devono, svolgono il compito che è a loro affidato senza essere invadenti – ammaliano il lettore come un canto di sirene e lo fanno addentrare placidamente nella storia. In Il balcone, per esempio, le parti descrittive sono imprescindibili: Sarah non può camminare e le uniche visioni che i suoi sensi esperiscono sono i mobili del suo soggiorno, l’odore dei suoi fiori. Con l’accurato ritratto di questi, si forgia il racconto, in cui non si verifica nulla di particolare, bensì si configura come una tacita ripresa di quel che accade in una famiglia ordinaria, con le magie incredibili dell’interiorità di cui si parlava prima.

Da europea che non ha viaggiato molto, posso dire che a mio parere le descrizioni più belle sono quelle che riguardano il mondo di Zoubida, nel secondo racconto, poiché soddisfano in parte la mia curiosità e appagano i miei sogni, oltre a raffigurare brevemente, ma in maniera magistrale un Marocco per tutti noi lontano e affascinante. Questa è l’unica volta in cui l’autrice si spinge fuori dall’Italia, e anche all’estero non sembra perdere la sua sicurezza e la sua efficacia fotografica.

Tre pomeriggi e due sere chiude la raccolta. Già Cloe la parrucchiera e Il signore e la signora Flick sembravano suggerire un’insolita dinamicità con il loro ritmo leggermente più incalzante, specchio della personalità dei protagonisti – ma quest’ultimo racconto appare trionfante, pare quasi avere una specie di faccia tosta, come quella dei bambini capricciosi ma intelligenti. Il tono, infatti, è quello di un fanciullo consapevole della sua grandezza, che avvisa: «Io sono l’ultimo della mia specie!». Un “Piccolo Principe” fronteggia una sua rivale della stessa razza che si professa sua badante, e i due, come tutti i guerrieri pari per forza, finiscono con l’allearsi, facendo sbocciare dal loro rapporto un fiore poetico collegato verso l’alto. Attraverso la consueta analisi dell’interiorità, che stavolta sembra apparire più concreta e scandita dal racconto dei fatti, si effettua infatti il ricorrente percorso a gradino che, in questo caso, conduce effettivamente verso l’alto, dalla forza cruda dell’atteggiamento iniziale dei protagonisti all’elevata profondità finale del loro rapporto.

Se avessi davanti un giornalista, probabilmente mi sentirei chiedere, come domanda finale, perché consiglierei questa raccolta. Dunque, inizierei a precisare che questo libro:

  • non vuole educare nessuno;
  • non vuole informare di qualcosa;
  • non vuole comunicare un messaggio salvifico.

Né sono convinta che possa essere un “libro dell’anima” utile nel percorso di educazione della volontà proposto da Martinetti, perché anche in questo caso lo si rivestirebbe di un’utilità che non ha. Detto ciò, sarebbe ingenuo e affrettato definire quest’opera “inutile”, per opposizione. Qui probabilmente si fanno risentire i limiti del linguaggio e la limitatezza delle regole della logica (magari la Caffiero spiegherebbe meglio il concetto che intendo esprimere). Per una sorta di desiderio compulsivo di ordine e completezza, siamo quasi sempre tentati di dare una giustificazione a tutto quello che facciamo, forse per provare ad offrire una cornice di positività e giustezza alle nostre idee e alla nostra persona. Evito di perdermi in sterili discorsi sulla concezione dell’utile nella società moderna, e anche di citare inutilmente Nuccio Ordine, perché, del resto, l’atteggiamento in questione verso la scrittura risale all’antichità. Quindi mi limito a dire che consiglio questo libro perché la Caffiero è brava, riesce a far arrivare delle cose, cose che non determinano (necessariamente) cambiamenti nella vita del lettore, ma che per motivi inesistenti è meglio conoscere.

Consiglio questo libro perché è bello.

Inseguire i sogni, il dovere di rinascere


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L’anno scorso sbucai da una botola e conquistai il mare.
Il cambiamento fu preceduto da un periodo troppo lungo di immersione in pensieri bucati come una gomma rotta – idee fatte a sbieco, a sghimbescio.- voci che mi consigliavano di desistere.

Chi te le fa fare? Hai fatto ormai tutto. Hai visto tutto. Non vale la pena…

Ascoltavo fino a crederci le parole nella mia testa che disfacevano come parassiti la tela di penelope.
La luce sommessa di una candela non bastava a dissipare le ombre partorite dalla mia coscienza.

corsa

Mi stancai di me stessa, infine. Ho sempre fatto in questo modo.
Aprii la porta, con gesto deciso
e precipitai nei sogni di Kurosawa.
Trovai un casale nel nulla (o mi trovò lui?)
dove altri viaggiatori, da sempre, mi aspettavano.
Una dimora affascinante dai muri scrostati, antica, una rete che cattura persone di talento
un seme di luce perso fra campi di papaveri e spighe.
In più, una compagnia teatrale che invidierebbe New York.
Nuovi amici.
Tutti i pianeti e le stanze dove entravo si allineavano, ogni cosa riapparse splendida, come appena nata.

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E quello che già avevo nelle mani riprese nuova luce, come se fosse rinnovato dall’interno.
Terminai una raccolta di racconti, e incontrai un editore che crede con tutto se stesso nella letteratura, come se vivesse nei primi decenni del novecento.
La lezione fu chiara, la imparai a memoria per sempre.
Mantenere sempre la fiamma accesa.
Stupirsi, sparigliare le carte.
Abbiamo tutti il dovere di rinascere.

Non giudicare, non controllare

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“Cerco un centro di gravità permanente”, recitava a se stesso e a chi ha orecchie per intendere il Maestro, sapendo quanto ci costa

restare coerenti, e rimanere al contempo aperti al cambiamento.

Non si controlla il fiume che avanza, potente, che se ne frega persino degli argini.

“Non lo farò mai” è il pensiero che ammala, e che ci porta dritti verso la smentita clamorosa.  Il buio cala.

Una donna vestita di rosso mi prende per mano e mi porta con sé.

Non resta che seguire gli accadimenti, un passo alla volta: saranno loro a raccontarmi una nuova storia.

Resto concentrata, ordino la stanza, faccio la valigia con pochissime cose.

Desidero il viaggio.

 

 

 

L’arte della felicità. Esercizi per conservarla

 

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Sentirsi in ogni momento felici
con qualsiasi persona vicina
in qualsiasi luogo.

Mia sorella cerca di disimparare
l’arte di donare tutta l’energia
per ritornare a brillare al centro della sala
danzatrice orgogliosa di sè.

Mentre accade qualcosa, tirare le somme
non diventare strategica
non giudicare
improvvisare in continuazione

stare in alto, sulle montagne russe
mordendo il succo del frutto polposo
non smettere di sorridere
sognarlo, sotto la luna che piega ad ovest dell’infinito
sognare lui, che nel frattempo
ti sta sognando.

Due figure si sovrappongono, come dei di carta velina
due ragazzi sono la stessa creatura
che ti vede, tesse il suo desiderio
accede alla scalinata reale, allo spazio più grande

delle infinite possibilità.

Lo stupore che scopri oltre ogni siepe,
la bambina con il fiocco in testa
due cani attraversano Piazza Berlinguer
due ragazzi si incrociano con lo skateboard
disegnando l’aria con linee curve.

Mi rintano, mi preparo
mi esercito alla gioia costante
come l’arciere che non smette di tendere
una corda sognante, gonfia di volontà.

Amo tutto.