Noi chi siamo?

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Noi siamo con chi usciamo, con chi stiamo, con chi scriviamo. Con chi lottiamo.
La sostanza delle mani, della bocca, la nostra ironia è fatta dalla nervatura delle relazioni, dall’oro liquido dello sguardo di un altro.
Topografia dell’identità: tutti i cartelli girati al contrario.
La mia pelle è fatta dalla somma delle voci degli amici, anche da chi non mi dimenticò, ma mise da parte la regina di picche per giocare con carte dai semi più bassi.

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I capelli sono la corda che mi lega a mia madre.
La mia andatura è mio padre, il mio seno è legato al torace accorto di Alex che levò la lamiera, la mia fronte, se non si corruga, a Pier.
Il mio vestito, se è bianco è annodato con quello di Rossella.
Rossella ha dei fiori secchi di lavanda nel cassetto che mi richiamano, all’ordine delle idee temperate, disarmate.
L’angoliera del cuore è spolverata da Alice, e Francesco vi posa le penne e le matite, cambiando l’ordine degli oggetti ogni giorno.

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Nella foresta del corpo abita una radura oscura, il Maine del dimenticatoio, della tenda degli indiani assalita, forata, i suoni diabolici di creature a caccia di luce.
Fra pancia e gambe, c’è un mobile pieno di libri.
Nei gomiti, la stanza dei coltelli.

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Nei piedi ci sono i miei nonni.
Nei polsi il legame di miele e di pistacchio con un ragazzo.

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Stephen King compie 70 anni. Aspettando ottobre, e orribili ritorni

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Si favoleggia, a proposito di Stephen King, dell’ascolto a 4 anni di un adattamento di Marte is heaven di Bradbury alla radio.
King cita spesso i maestri della sua scrittura, naturalmente Poe in primis, Lovecraft, Matheson e tutti gli altri santi protettori della sua opera.
Trovai nei Racconti di fantasmi di Edith Wharton (a sua volta epigono splendido di Henry James) un intero brano finito in It, un modello per il noto momento iniziale della telefonata agli eroi cresciuti che devono andare a rincontrare il passato.
Sommando la prolificità di King alle preziose e numerose opere dei suoi predecessori, la caccia ai richiami sarebbe molto lunga.
Stamattina ho rintracciato con un lungo brivido di compenetrazione un diamante perfetto, L’emissario, un racconto di Bradbury nella raccolta Paese d’ottobre che è stato sicuramente il modello per uno dei romanzi a parere di King stesso più putridi della sua produzione, quelli che esitava a mettere in commercio, quelli che venivano da strati profondi, fangosi della sua psiche (Es).

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I protagonisti sono un bambino paralitico e il suo cane Fido. Ogni giorno, dopo che il cane ritorna dai giri quotidiani, il bambino toccando la pelliccia piena di suggestioni con felicità decifra il mondo. Puo’ camminare di nuovo attraverso il suo amico.
Uno dei compiti piu’ importanti di Fido è di portare ‘visite’ al bambino con un cartello attaccato al collo; gliele procura anche grazie alla sua scaltra insistenza a circuire vicini: il suo padroncino non deve restare sempre da solo, nella sua stanza.
Una delle visite più preziose è quella della signorina Haight, una radiosa e bella amica che come una lettrice di tarocchi riesce a leggere benissimo i segni del lungo girovagare intelligente di Fido.
E’ il loro gioco preferito, oltre alla dama e agli scacchi.

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Venerdì, sabato e domenica parlavano e ridevano a non finire, e lei era così giovane, bella e ridente, aveva i capelli di un marrone morbido e lucente come la stagione fuori dalla finestra, e camminava con passo netto, squillante, rapido: il palpito rapido d’un cuore, quando egli l’udiva nell’amarezza del pomeriggio.

La bella amica, la signorina Haight, muore d’incidente stradale.
E dopo qualche tempo, nella notte di Halloween, il buon cane (cane cattivo, cane disubbidiente, si dice fra sé e sé il bambino mentre i passi di una creatura impossibile salgono inesorabili verso la stanza) porterà un ospite inaspettato, dopo avere scavato una buca molto profonda. Adesso la pelliccia di Fido ha un odore nuovo.
Era un odore di terra sconosciuta. Era un odore di notte dentro la notte, un odore che veniva dall’avere scavato profondo, nell’ombra, dentro una terra che era stata a stretto contatto con cose rimaste nascoste lungamente, e putrefatte.Dal muso e dalle zampe di Fido cadeva un terriccio rancido e fetido, in zolle putrescenti. Aveva scavato profondo. Molto profondo davvero.

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Era così, no? No? Non era proprio così?
Questo racconto è un capolavoro, crea un’aspettativa e una suspense densa come catrame, ha tempi perfetti.
Il bambino sente i lenti passi dell’amica che sta per entrare dalla porta, di notte, nella notte d’ottobre dove le anime circolano liberamente.
Non sono più i passi netti e rapidi delle belle visite che portavano luce nella stanza del ragazzino, questi sono i passi portatori dell’oscurità, dell’orrore senza fine, dell’abisso.
Ma su per le scale nell’atrio buio, veniva a intervalli un rumore di passi, un piede trascinato dietro l’altro, penosamente, lentamente, lentamente.
C’è tutto, in nuce, Pet Sematary di King, dove lo psicopompo è un gatto, non un cane; L’emissario dimostra senza scampo che una persona amata che ritorna disfatta dalla morte provoca un orrore superiore a quello dell’arrivo di una ipotetica presenza malvagia, a uno zombie assassino.

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L’abilità di Bradbury seguita a rompicollo da quella di King è la descrizione poetica della subitaneità del trascolorare dallo stato di felicità domestica a quello rovesciato di una infelicità perversa, come si registrasse l’arrivo esatto, senza perdono o carità di una tempesta nera sui felici pomeriggi estivi.
Ottobre, poi l’inverno ghiacciato.

Basta guardarsi e poi

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Sono tutti nascosti. Siamo tutti dispersi. In quest’epoca alessandrina – Blade runner aveva un’ambientazione ottimista che premeva la vita – ci tocca diventare per forza dei cercatori d’oro, e occupare sulla scacchiera data la postazione fatale dei Ritrovati.

Stiamo imprigionati senza far rumore, senza risse, dietro un reticolato di maglie d’acciaio, che si apre soltanto dietro il comando di una parola amabile.

Oppure grazie a una frase bizzarra, inconsueta, inaspettata, gettata su un tavolo verde privo di qualunque aspettativa, aperto come un vaso sotto il cielo che promette pioggia.

Ma non è sicuro che la pioggia verrà.

Lui si protende, lasciandosi sfiorare dal vento, da una pianura leggermente increspata.

 

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A volte si incontra qualcuno che nelle sue mani protegge una storia che se fosse raccontata nel giusto momento e sotto la luce più adatta, la penombra azzurra del tardo pomeriggio, ad esempio, o durante una notte, quando per il caldo non si riesce a dormire, potrebbe incidersi sulla tua pelle aperta, e marchiarla a fuoco.

Un’increspatura delle guance. Uno sguardo abituato a nascondersi, a disperdersi, la bocca che si apre dietro una parola d’ordine e sei tu, siete voi, dritti sull’asfalto bruciato dal sole.

Diritti e fieri, fermi dentro una posizione di speranza senza speranza, dentro a una giungla umana che ti appoggia costantemente il coltello sotto la giugulare.

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Permettersi di non difendersi.

“Basta guardarsi e poi /avvicinarsi un po’”.

Vietato ascoltare Chopin

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Lui l’aspettò fuori dalla metropolitana. Piovevano ricordi. La prima chiacchierata in un bar, però Marco usciva ogni dieci minuti per fumare. Troppi bicchieri di birra, notò Lia.
Lo aveva ritrovato con le guance gonfie, la bellezza da statua greca rovinata; e aveva superato soltanto da poco i quaranta. Ma la voce, restava sempre la stessa.

Lei ricostruì perfettamente il viso di un tempo dalla voce, e camminandogli accanto riuscì a rivederlo radioso, con la sciarpa buttata indietro sul trench da studente brillante di filosofia, ai tempi in cui le chiedeva: sei Apollo o Dioniso?

Scoppiò una chitarra acustica alla radio, in auto. Non erano stati mai, da vent’anni più felici che in quei momenti, un fine settimana a Roma senza smettere di parlarsi.
Una mostra di foto di Carmelo Bene, un’altra di Doisneau.
Marco era l’unico essere che la conosceva più di se stessa.
Lia si era illusa di averlo ritrovato, di avere sul palmo della mano la chiave dell’amicizia a cui teneva di più. Non fu così, che andò.

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Marco aveva trovato un lavoro ben pagato che odiava, invece lei non aveva mai smesso di avere fiducia nel proprio talento. Marco aveva rinunciato, e la sera, tornato dalla moglie, sul divano della casa ben arredata vedeva le partite di calcio.
Le disse: – ritenterò nella prossima vita.

Se lei era stata Dioniso, lui era Apollo, e  la sua esistenza era diventata una tragedia.
Meglio faticare per arrivare a fine mese, piuttosto che vendere tutti i propri sogni come se fossero merce qualsiasi.

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Un giorno Lia riuscirà a dare un significato a questo senso di impotenza, di tristezza senza confini; riuscirà a scrivere la loro storia.
Fino ad allora, le è proibito ascoltare un certo Notturno di Chopin.

Ritornare a scrivere

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Da qualche mese non scriveva un racconto.
Qualcosa in lei si era spiegazzato come un aquilone che non era stato portato a volare come promesso; qualcosa si era offeso, si era spaventato.
Battuta d’arresto: quel sorriso inaspettato l’aveva ferita.
Aveva sognato  di camminare per lunghi deserti di pietra, e che era morto un bambino.

E il corpo: aveva preso l’abitudine di stringere le mascelle.
Ogni cosa che faceva, ogni luogo in cui stava, era come avesse una macchia.

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Per ritrovare la strada, se lo ricorda ogni volta – come se fosse la prima volta che accade – occorre accendere candele. Ci vuole la musica.

Occorre ridarsi fiducia. Parecchie ore in solitaria.
Un libro, più di uno.
Una serata al cinema d’essai. Danzare.
Disegnare senza pensarci.

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Eccellente agire senza pensarci, funziona meglio, così.
L’amore, l’amicizia, la scrittura, cucinare una torta.

Pensare meno, restare lievi, per non bloccare la vita a doppia mandata.

Oggi ha scritto una pagina, non è molto, ma la porta si è schiusa.
Il suo daemon è tornato a farsi sentire:
si era solo nascosto,  e rideva di lei.

La serie tv THE OA e la Tensegrity. Ci credi o no?

Un guerriero deve focalizzare la sua attenzione sul legame tra sé e la sua morte. Senza rimorsi o tristezza o preoccupazione, deve focalizzare la sua attenzione sul fatto che non ha tempo e lasciare che i suoi atti fluiscano di conseguenza. Deve lasciare che ognuno dei suoi atti sia la sua ultima battaglia sulla terra. Solo in queste condizioni i suoi atti avranno il giusto potere. 
Carlos Castañeda, “La Ruota del Tempo”

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L’Italia è una repubblica circondata da alpi troppo alte, sbarramento di cancelli chiusi a doppia mandata, chiusa da un mare denso. Tali limiti e muri la fanno restare provinciale e repressa culturalmente. Soprattutto, l’ambiente “intellettuale” quasi in toto rifugge in modo schematico e gonfio di pregiudizi dai temi del misticismo.
Quanta piattezza di vedute. “Ci vuole un’altra vita” cantava Battiato, che invece conosce il mondo ( e i mondi).

Ogni tanto respiro dal boccaglio delle serie tv d’oltremare di grande qualità.
The OA è una serie tv innovativa, dalla scrittura raffinata e folle, il linguaggio sperimentale. Un cantastorie tiene in scacco i suoi amici con le sue narrazioni meravigliose e dolorose. E mentre i cinque amici, a gambe incrociate, ascoltano, accanto a loro noi spettatori ci incateniamo al racconto e, presto, se siamo fatti della stessa pasta dei protagonisti, diventiamo parte di esso.
Questo fa la vera narrazione, incatenarti. Così Sharhryar, il re di Persia, si dimentica di uccidere la sua consorte, perchè Sherazade lo distrae dal suo psicotico proposito con delle storie che rivelano il loro segreto a piccole dosi, in maniera irrefrenabile, costringendo l’uomo a un ribaltamento radicale dei suoi valori e perfino della sua coscienza.
I contenuti di THE OA sono leggibili a vari livelli, pochi leggono i riferimenti a Castaneda e alla Tensegrity molto chiari per chi conosce l’argomento, i riferimenti a pratiche sciamaniche molto avanzate.

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Non voglio SPOILERARE, però decantare la genialità di questa sceneggiatrice, Brit Marling, che è anche la bellissima attrice protagonista, un passato di cinema indipendente alle spalle e nel futuro. Non ha molti anni più di trenta ed è una mente raffinata e sensibile, con conoscenze esoteriche senza dubbio profonde.
La serie parla della solitudine dei ragazzi sensibili, dell’empatia, del riscatto, della pazienza, della stupida coercizione di certe regole familiari, del miracolo, della luce. Dell’Oltre.
Noi lo crediamo. E solo questo richiede THE OA: la sospensione dell’incredulità.

Un matrimonio d’occasione

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Camminando apre le piante dei piedi verso l’esterno

ogni giorno il mondo le inietta nelle vene l’antidoto alla grazia.

La osservo: non è ancora matura, potrebbe apparire bella,

ma:

apre troppo la bocca per mangiare

non rimette le ciocche dei capelli al giusto posto

mentre conversa, ma per contraltare

alza troppo il tono della voce.

Ripose le sue perle nella conchiglia di un matrimonio d’occasione

tuttavia non ha spolverato ogni giorno con cura la casa delle bambole.

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Si spediscono, lei e suo marito, freccette acuminate di antimonio

scavano il secchio di spazzatura fino in fondo con le mani

sono l’una lo specchio dell’altro, perfetti amanti instabili.

Lasciano passare quarti di mese nel silenzio, nel consueto rancore;

ritornano ogni volta a vantarsi

del tempo, della sofficezza della ciambella appena sfornata, dei vasi sul balcone

della vicina sgarbata. Scappa una carezza. Fanno l’amore. Si chiude il cielo.

Lei è fermamente convinta senza chiarirlo a sè, o a chiunque altro

che le bombe di parole risalgano verso i caccia che volano ad alta quota

vincendo la forza di gravità.

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Che sopraggiungerà un lieto fine o la sua morte precoce – di lei o di un familiare intimo

a cui è aggrappata come edera stanca, ma diffusa.

Tutto si presenta fuori controllo.

Nell’appartamento arredato al quinto piano del condominio di periferia

non cresce il bambino, non cambia la forma della luna.

Quei due sono immersi fino alla fronte nell’aceto dei giorni

e per questo io vi dico, e ne sono convinta ormai, che in quella casa

nulla si trasformerà, nulla si innalzerà, nulla si risanerà.

Spero che il caso, il destino, un miracolo per mano del santo preferito di lei

mi smentiscano duramente.

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Buon anniversario. Un brindisi alla purezza

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Nel caffellatte la mattina
si ama aggiungere alla purezza un colore terroso e amaro.
Nel vostro matrimonio l’acqua trasparente andò ad abbracciare acqua chiara
Il bianco si inanellò ad altro bianco, avanzavate per mano su un molo sconosciuto, che altri avevano segnato con quell’arroganza chiamata decisione: voi sempre seguendo i Padri e l’onore.

Non si sapeva a quei tempi che aveva forse qualche ragione compiere dei passi verso soddisfazioni personali. Si incenerivano le ambizioni al focolare di famiglia.

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Avete insegnato solo purezza alle vostre figlie, senza affettazioni o prese di posizione pedagogiche, esistendo così, semplicemente: chi è che si prende la briga di indignarsi gridando che fu troppo poco?

Dico che fu un bel matrimonio, che se anche se lui fu troppo rapido ad andarsene – sono quasi vent’anni- io dico che questo oggi è ancora un buon anniversario.

Maeve Brennan, “La visitatrice”, un romanzo breve postumo

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La visitatrice, romanzo breve di Maeve Brennan, è stato trovato nelle sue carte quattro anni dopo la sua morte.

La scrittrice è nata nel 1917 e si è spenta nel 1993. Il libro è stato pubblicato nel 2000.

Quest’opera, sappiamo con certezza, era stata accantonata dalla sua autrice intorno al 1940.

Qualsiasi lettore che venga a sapere di un ritrovamento di un dattiloscritto postumo non può evitare di provare un brivido lungo la schiena, consapevole del fatto che l’opera ha corso il rischio di venire cestinata o seppellita in un archivio senza venire mai alla luce.

Maeve Brennan era una bellissima donna molto elegante, irlandese di nascita e newyorchese d’adozione. Figlia di un ribelle, un militante irlandese che era in prigione quando lei era nata, Maeve si afferma presto in America come giornalista.

Scrive per “Harper’s Bazar” prima; e dal 1949 per il “New Yorker”.

Si interessa di moda e di libri e racconta New York nella rubrica The talk of the town; molte di quelle narrazioni si trovano nel compendio Racconti di New York pubblicato per la prima volta nel 1969; intanto Maeve nutre l’aspirazione a compiere un salto di qualità – vuole diventare una scrittrice, scrivere prosa immortale.

Splendidi sono i racconti che possiamo leggere nella raccolta Il principio dell’amore edita da Rizzoli. Meraviglioso il racconto che dà il titolo al libro. Inferni quotidiani descritti con eleganza; l’indagine sulla società borghese conformista, sui condizionamenti che impongono di sposarsi senza curarsi se il legame in questione sia davvero un’unione di anime.

Maeve è una di quelle donne che stringono al petto più volte al giorno la borsa di cuoio gravida di un dattiloscritto per non perderlo di vista, sapendo che riuscirà a correggerlo soltanto nella notte, dopo avere finito le commissioni, i pezzi che le permettono di battere cassa dal datore di lavoro.

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È una di quelle donne, inoltre, consacrata alle short stories e ai romanzi brevi.

Sa che, nei brevi margini di giornate non dedicate alla scrittura di un certo tipo (e quindi, sprecate, in un certo senso) e nel lasso breve di un fine settimana che trascorre sempre troppo rapidamente può cesellare perfettamente la materia grezza della scrittura letteraria soltanto se contenuta in un numero limitato di pagine.

Si dice che Maeve Brennan abbia ispirato Capote per la costruzione del personaggio di Holly Golightly in Colazione da Tiffany. Il dibattito tra gli appassionati di Capote è ancora aperto. Certamente, anche Maeve, come Holly, rifugge totalmente da schemi e cliché sociali convenzionali.

Nell’età della maturità Maeve comincia ad avere problemi psichici, diventa intrattabile, vive come una clochard; muore in una totale solitudine.

Noi, che amiamo i suoi racconti, ringraziamo la sorte che ha portato fino a noi, fisicamente – nelle nostre mani – La visitatrice.

Un racconto lungo; o un romanzo breve, in realtà una novella, scritta con uno stile di una leggerezza incantevole.

Come accade al personaggio della moglie di un superbo racconto gotico di Edith Wharton, Dopo, il lettore de La visitatrice si accorge in gran parte tardi, e cioè ‘dopo’ la chiusa della storia, del pullulare di sentimenti, dettagli, della corposità dei contenuti che la narratrice trascina e gli rovescia nel tascapane perché possa portarlo con sé.

Come accade con tutti i racconti ‘perfetti’ la storia continua ad agire dentro il lettore anche dopo che il filo di parole che l’ha sostenuta e cantata si è interrotto, portando le sue ragioni, sottoponendo alla sua attenzione dettagli narrativi che aveva trascurato, inducendolo a legare nastri e nastrini fra i diversi livelli dei fatti raccontati.

La negazione di una cortesia, la promessa mancata della giovane protagonista, Anastasia, nei confronti di una donna agonizzante si rivela una traccia che condurrà a constatare la sua radicata attitudine a non (saper) portare a termine concretamente quasi nulla, qualunque atto pragmatico che le serva per definire una strada sua propria, la costruzione di un progetto lavorativo o familiare.

Qualsiasi via d’uscita al di fuori della sua interiorità è ostruita, amputata dalla straripante avidità di appartenere profondamente alla famiglia di origine; da un continuo, ossessivo bisogno di essere amata, o almeno ‘accettata’ da sua nonna.

Senza mani e senza piedi, questa ragazza attraversa le stanze della grande casa di famiglia e le strade di Dublino chiusa in perimetri mai troppo ampi.

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Nelle pagine si gioca un agone infernale, un conflitto parentale, accompagnato da sofferenze represse e pochissimo comunicate. Molta importanza rivestono i luoghi descritti, e soprattutto gli oggetti presenti sulla scena:

Restarono sedute là con il loro tè.

La signorina Kilbride se ne stava in poltrona, ma non era rilassata. Osservava tutto con attenzione: a un tratto uno scoppiettio del fuoco le strappò un sorrisino.

I suoi occhi tornavano sempre al viso di Anastasia. Anastasia era consapevole di quello sguardo indagatore, e anche la nonna, che a un certo punto non lo trovò più divertente, e ne fu imbarazzata e irritata. Si capiva dal modo brusco con cui maneggiava le tazze.

La innervosiva l’improvvisa vita che si animava nella stanza e vedeva curiosità e supposizioni dove per tanto tempo c’erano stati solo un’immutabile malinconia e prolungati ricordi. Eppure si compiaceva di essere esclusa dai timidi tentativi di conversazione tra Anastasia e la signorina Kilbride.

Loro si sentivano sole e insoddisfatte, lei era sola e soddisfatta e chiusa.

La nonna di Anastasia è rimasta bloccata nel limbo di un sentimento d’amore esclusivo ed ossessivo per il figlio scomparso.
Nessuno degli attori della storia vive nel presente davvero; solo in apparenza si abitano case e stanze ordinate da una routine impeccabile, nella realtà i personaggi sono tutti altrove.

Smettono di prosperare, sovrastati da ombre nere di pulsioni, di leve che vengono dal passato, che frustano ogni possibile joie de vivre.

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La visitatrice non passerà di moda, così si compone la scrittura quando è campione, quando è fortunata, quando modifica l’esistente e qualsiasi materia su cui impatta; per prima cosa la cera friabile dell’anima del lettore che alla storia raccontata si affida senza difese e riserve.

 

Qualche nota sui testi di “Un invito a te” del cantautore Diego Mancino

“Ma tu non credere no, che appena si alza il mare gli uomini senza idee per primi vanno a fondo”. Luigi Tenco

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 “Un invito a te”, il nuovo album di Diego Mancino scritto con la collaborazione di Dario Faini, Stefano Brandoni e William Nicastro, uscito da pochi giorni, mi piace associarlo a una raccolta di racconti brevi, perché l’approccio dell’autore verso la scrittura è anche letterario. Ho ascoltato Diego Mancino per la prima volta lo scorso luglio alla radio, e quello che mi ha folgorato, oltre al sound di qualità, è l’uso della lingua in “Succede l’estate”, un brano magnetico, che riecheggia come altri suoi pezzi (“Avere fiducia”, che sarebbe perfetto anche per Mina) la tradizione italiana anni sessanta, citandola in modo “colto”. Questo uso di lemmi e di sintagmi non scontati è gettare piccoli lingotti d’oro fuso nella costruzione musicale della canzone, a lasciare brevi e scattanti incisioni.  “Appesa alla mia bocca”, “stupido tremore” e la sua variante “breve e stupido clamore”, “tutta questa luce mi fa sentire cieco, “tutta questa sabbia mi sembra di neve”; la variante “grazia” associata al posto di “sabbia” nuovamente a “neve”. ..Poche parole, ben distanziate, che lasciano all’ascoltatore (al lettore) il tempo di pensare, di dilatare la sua percezione, di riempire la pagina e aggiungervi un personale contributo d’immaginazione.

I testi di Mancino riportano all’arte e alla fotografia contemporanea, con i loro paesaggi astratti di tele sabbiate e di luce in sovraesposizione; e il “tavolo nel sole” vede due amanti hopperiani che, probabilmente, faticano a comunicare. “Il suo aquilone” ha atmosfere chagalliane, se facciamo caso ai versi “Se m’immagino volare, volo attratto dal suo cuore”, e “un concerto di orchestre impazzite che gridano/suonano al vento”.

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Alcuni brani sono criptici. “Il suo aquilone” contiene tempi verbali sfalsati – “ti promettevo un futuro mentre guardi nel retrovisore” – giustapposizioni di sostantivi e aggettivi stranianti (“un satellite morbido e rosa”, “c’è qualcosa di tuo che è rimasto incollato nel sole”). Il brano “Era solo ieri” è più discorsivo che il precedente, racconta la visione che si ha di persone e paesaggi durante l’adolescenza. Il quartiere, nella narrazione della nostalgia, diventa più che un assemblaggio di palazzi e strade – ritorniamo all’arte contemporanea –  se l’autore vede “costellazioni di finestre” e una “flotta di amici disfatti sopra a un motorino”, e se le città lontane da conquistare sono scintillanti come i grattacieli – diamanti di Truman Capote a descrivere New York.

Un modo di percepire la realtà non “realistico”, che si ricollega anche al legame del cantautore con il concetto di “sacro”. Nella canzone “Un invito a te” il testo rovescia i termini di un discorso logico; la cinica realtà di un pensiero positivista è considerata fumo, inconsistenza, mentre un pensiero sacro, “tribale” ha carne ed ossa, riveste un valore concreto. A confermare questa linea concettuale frasi e parole chiave ricorrenti in quasi tutte le canzoni, come “volo” e “volare”, “cielo viola”, “il cielo più profondo”, “le braccia distese ad un vento salato arreso alla gioia di pensiero vuoto”, “come il vento fra i boschi”, “vieni a cercarmi l’anima”, e così via.

Alcuni pezzi dell’album sono veri e propri manifesti del pensiero di Mancino, più descrittivi e assertivi di altri. Fra i brani inserisce anche “Ragazzo mio” di Luigi Tenco, che reinterpreta e mischia alla sua produzione per dire quello che gli preme con le parole di qualcun altro, eclissandosi per qualche minuto dietro il sipario.

Perché, diciamolo, il lato più originale e interessante di Mancino è la personalità che emerge dalla sua opera e da qualche intervista ascoltata, un caso singolare di coincidenza arte – vita, non tanto diffuso in Italia.

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La scrittura di questo autore è concepita e portata avanti in dialogo permanente e fecondo con una comunità ideale di resistenti. Non è per tutti, insomma, ma cerca di richiamare più persone possibili all’appello. In ogni stilla di musica e parola, nel suo modo non commerciale di proporsi (geniale la campagna di crowdfunding con cui si è fatto finanziare l’ultima opera dai suoi fans e il suo modo confidenziale e affettuoso di condurla) Diego Mancino propone un modello di cultura, del fare cultura, da “resistente”. Se si vive con lo scopo di “badare al cuore”,cercando di andare all’essenza delle cose; se si appellano gli altri attivando il proprio daemon, addirittura il proprio animale medicina (“fai come i lupi nei boschi” – in “Un invito a te”), si richiamano sciamanicamente energie profonde in una società scorticata dal business e dall’omologazione.

Chissà, forse fra le macerie del degrado culturale, potrebbero rinascere cellule di sana radioattività contagiosa e positiva.