La solitudine è fuoco

 

il lago delle oche selvatiche

Maledetta la tua fiducia nel mondo
che non vuole decidersi
a farsi miseria.
Un’altra volta
annientata, ritorna.
A cosa serve fiorire,
a Hiroshima
disintegrarti
lentamente rialzarti
per farti crivellare dai colpi?
Quando ritorni allo stato di fiamma
sorriso esclusivo
camicia pulita
ti vede con chiarezza il cecchino.
Non te lo dicono prima
altrimenti
non apriresti le braccia.
Sembravi tu, ma era ieri.
Il manoscritto sul tavolo.
Il caffè nella tazza.
Pienezza.
Dalla finestra, la luce nuova
del giorno.

La seduzione non è per tutti

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La seduzione è cibo degli dei
la sua radice è il ritmo.
Chiede
giocatori forti di tempie
sguardo aperto, capacità polmonare
alza la posta
una variazione vertiginosa di argomenti
è seducente
non avere quel che si pretende
è irresistibile.
Madre dello stupore
sorgente dei contrari
non ottiene nulla, tutto possiede
parte, governa, proclama
non mercanteggia, nulla la distoglie
affascinata dalla trasformazione
contempla aspetti di crudeltà
strappa le bende
è pazza
cammina sul bordo della strada
è incredibilmente savia
l’ora suona, si eclissa
ti obbliga a rivedere
un vecchio film
cambio di fuoco
stacco e battuta
“nulla sarà come prima”
recita il doppiatore
prima del The End
best boy
costumisti
fly cam
effetto notte
nei titoli di coda.

Poesiola per ridere

 

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Piangendo è venuta
a chieder conforto una donnina.
Bruttina, ma sorridente. Quasi piacente, via.
Si era fatta di fresco la ceretta
e sgombra dai baffi sembrava quasi graziosa.
Minacciava di togliersi la vita
o di presentarsi a casa dell’Amato
per reclamare quel che le spettava.
Cosa posso fare per aiutarti
le chiesi accorata
ti prego, dea
devi intercedere per me
presso il Poeta.
Chiedigli di dedicarmi una Poesia.
Una poesia. Risposi. Chiedi troppo, cara.
Roba da piani alti. Non posso accontentarti.
Chedigli allora, ti supplico
(e piangeva, piangeva la reietta)
di dedicarmi una sillaba o due.
Una mezza metafora.
Un aggettivo giulivo, un punto e virgola
mi basterebbe per sopravvivere
in questa valle di lacrime.
Ci provo, poveretta. Mi fai pena.
La baciai sulla fronte
(mi arrivava al petto)
e provai a chiedere
al poeta di salvare una vita.
Poeta, devi sforzar la penna
dedica almeno una strofa a questa cinna.
Anche a un cane scodinzolante
si butta un osso, ogni tanto
perché non faccia chiasso.

L’urlo

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Non pensi
che ignori la ruga della carta crespa.
Lo spazio fra una lettera e l’altra
diventa la finestra, e lei vede azzurro.
L’effetto della luce che dirige la donna
dritto verso una stanza che vola
illumina un fascio d’ombra.
Da secoli abituata a non chiudere gli occhi
con stupore si accorge di un ghigno atroce
legge la frase sardonica di chi getta le spugne,
batte le mani sul tavolo,
poi la fronte.
S’illude di mandare calore
preghiera può essere solo un pensiero.
Qualcosa si muove, del calice
ed è:
l’odio per la propria empatia
il livido che sale di giorno in giorno.
Il freddo si accumula nella discarica fragile
il volto del mondo si concentra in una questua
che chiede troppo, e ormai
si muore.

Si svelano gli enigmi difficili

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Quando si presenta sul cammino qualcosa di inaspettato
di aggrovigliato
‘na cosa che non chiede udienza e capovolge
le regole che erano state accantonate sul divano
accanto al gomitolo e al ferro da calza, al fazzoletto,
in un primo momento la tentazione è di tagliare
con la scimitarra quel nodo segreto, fastidioso
che rovina la perfetta tramatura della stoffa
e ti proibisce di esercitare l’arte del controllo.

La saggezza su ali nere arriva sempre
ti afferra per i capelli, ti ricorda sferzante
che l’insegnamento ti verrà impartito dopo l’esperienza,
non prima, ottusa donna, settanta sette volte sciocca.

Infatti questa storia bizzarra ti ha portato
un cesto di intuiti novelli, di idee fresche;
le finestre della casa sono state aperte
tolte le sbarre, visitano la stanza
l’aria, il sole, e soprattutto il vento.

E poi, in un punto impreciso
fra lo splendore di una supernova e l’entrata della galassia delle Torri d’argento
lui ti ha amato davvero, e ha posato le labbra sulle tue
con la delicatezza dell’ala di farfalla.

 

Tu che vivi già morto

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Abiti dentro un’accogliente bara sigillata
arredata dai soprammobili di vetro soffiato
acquistati a Venezia in visita guidata
lampade piccolo borghesi
cornici in peltro
poltrone reclinabili

hai il permesso di scrivere in angolo del tavolo
della camera da pranzo
ma solo se non è apparecchiato
perché lo studio serve a ricevere gli ospiti.

Venisse qualcuno a trovarci
deve restare pulito.

Tu che sei diventato due
che sei migrato nelle parole cigno
nelle frasi ad arco, a giro, a manovella.
Tutto di te è andato nei sintagmi
nel punto e virgola, nei capoversi.

Non resta niente. Niente da fare
Niente da dire.
Niente è rimasto fuori dalle tue parole
solo un corpo vestito in odor di composizione.

 

Illusione fra una luna e un’altra

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Dalle parole entra ed esce fuoco.
Sono chiodi che aprono ferite
se non si fa attenzione.
Maneggiare con cura.
Tenere lontano dai bambini.
Può danneggiare i cuori.

Ci sarà un motivo perché sei apparso tu
alla fine di una strada
appena prima dei fiori.

Intanto sei il motivo di una canzone
la salita e la discesa
un vento caldo
la scommessa dei baci.

Sei l’attesa
un enigma, l’illusione durata il tempo
che passa da luna a luna, quando è piena

Sei un racconto nuovo sulla mia tavola.

Ci sarà un motivo perché ti sono apparsa
alla fine di una strada.

Il dolore, presto, passerà.
Me lo prometti?

Non dare da bere a un assetato qualunque

JANE LONG
Immagine di Jane Long

Ho perso l’abitudine
di certi ambigui commerci con umani.

Avvolta da anni nel bozzolo bianco
della “presenza mentale”, diventai
poco accorta.

Un tempo nutrivo il talento di altri
per non raccogliere le gocce perse dal secchio bucato
del mio.

Poi mi ripresi, bla bla, e riparai
la modanatura delle ali, che crebbero
in un largo vaso, orgogliose.

E mi accorgo che certe regole
vanno ripassate, come quella, molto importante:
“non nutrire l’ego di un principe azzurro qualsiasi.”

La bambina di dieci anni
che convive in me
riprende il quadernetto, si siede al banco
e scrive in bella calligrafia:
quella creatura non ti vuole bene, prende la tua buona energia
per sé, incurante della tua vita.

La soluzione del problema di algebra
maestra,
è facilissima:
“SCAPPA”.

 

 

 

 

 

 

 

Luna calante, il disprezzo, la luce

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Luna calante. Si dimenticano presto le altitudini d’inferno.
Luna del disprezzo. Hai dimenticato di portarti dietro lo specchio.
Vento di finestre nuove: benedici il passato prima di seppellirlo.
Schegge d’afa.
Ti vuole senza bocca. Senza il tiro al bersaglio del parlare dritto, con cui si cresce.

Gli angeli restano con la testa nelle mani: significa che il suggello fra i fratelli è finito.
La luna si butta giù nel fosso.
Non ti conosco da quando non mi hai distinto più fra la folla.
Nell’amore si prende tutto, senza contrattare sul prezzo
è così che germoglia ogni cosa a ogni ora.
Nell’amore l’ombra è il motivo per aver cura di quella forma cara precipitata davanti a te; non accanto.
Mi resta un mistero d’avanzo: com’è possibile odiare la luce?

La mia mamma

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Le generazioni si alternano con passo così lento che, in un mattino di aprile, scopri che tua madre è diventata una donna anziana, di colpo.

Nell’alba di un sonno serale cerchi per casa la sua assenza

‘formichina, formichina, dove sei?’

e non riesci a svegliarti, non prima di averla rivista, in piedi accanto allo scaffale dove riponi le conserve, tonno, riso, pasta, ceci e lenticchie, aurata di luce leggera, sfocata, come se si fosse rivelata a te solo per l’anima di gazzella che ha, in purezza.

Com’è bella tua madre, mi dicono tutti dopo averla incontrata la prima volta, ed è arcano il mistero per cui lei rimane attraente dietro le rughe.

Si supplica la madre di rimanere qui per tutto il tempo possibile, come si chiedeva la mattina prima di andare a scuola, il panino con la nutella.

Non è da tutti avere qualcuno come lei a sorvegliarti l’esistenza anche da lontano. Se si concentra, sa sempre cosa mi accade.

Quando avevo sette anni mi seguiva se mi allontanavo per esplorare le strade accanto al Cesare Battisti senza farsi vedere, per darmi spazio, per farmi provare cosa si sente a camminare da soli.

Infatti ce l’ho fatta, sono qui a curarmi ogni ferita; so uscire dalle trappole; so godere del pranzo che mi preparo con cura.

Finché non mi addormento.
Per sognare la mamma.