Alcune annotazioni su “Beati i puri” di Luciano Pagano, Musicaos editore

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 “Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?”.
Pier Paolo Pasolini, “Il Decameron”, 1971

“Virginia: Il poeta deve morire. Il visionario.”
The Hours di Stephen Daldry tratto dal romanzo omonimo di Michael Cunningham

Nell’ultimo romanzo di Luciano Pagano, “Beati i puri”, uscito per Musicaos nel 2016, colpisce il legarsi nel testo di due diversi tipi di narrazione: un resoconto, a tratti quasi tecnico, del Reale, reso con un linguaggio sempre sorvegliato, accurato, ma consapevolmente fatto scendere fino al parlato, una sorta di tassonomia del quotidiano.

L’altra narrazione protagonista è il sogno, l’interferenza nella storia del regno onirico, una presenza cospicua della sfera decisamente “mitologica” e ancestrale del familiare, come se si dicesse al lettore che l’intento di sganciarsi dai tentacoli dell’irrisolto presente nella vita di famiglia sarà perennemente sventato; i legami ci riafferreranno certamente per la coda, portandoci via con sè.
Luciano Pagano costruisce un romanzo del tutto particolare, non commerciale: si tratta di una rete in cui cattura la realtà, in cui imprigiona tramite il parlato, il linguaggio tecnico, le accurate e incisive descrizioni di luoghi, di volti, di fatti.
La morte dello “zio” è descritta come se fosse un thriller, con tutti gli annessi dettagli scientifici, come a voler esplorare con cura e distacco il mistero.
La villa romana di Maria Bellomo è tratteggiata in tutti i suoi aspetti. E così via.
Il sogno è presente qua è là, sotto il livello del mare, a pagina. La regina dei sogni, nella storia, è Antonella, la madre del protagonista, Andrea, donna di casa e nella fase matura della sua vita, di preghiera e di rosari.
Figura dimessa, non priva di dolcezza, distratta, non è mai riuscita a rendersi pregnante per il suo compagno, nè per i figli. Antonella sogna spesso e sa setacciare, come molti salentini sanno fare, i contenuti affioranti dal suo inconscio rintracciando i segni sfumati della premonizione.
Anche Andrea, seppure in tono minore, partecipa alle epifanie dei sogni “La notte precedente Andrea aveva sognato di aprire gli occhi e di vedere seduta, davanti a lui, la madre”(p.158).

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Un altro dei tanti aspetti che traspaiono da “Beati i puri” è la solitudine in cui, in sostanza, sono relegati tutti i personaggi. Non esiste una possibilità di concreto dialogo nella coppia Viviana-Andrea. La relazione clandestina attuata da anni dalla ragazza, allora, è tradimento non peggiore del tradimento al progetto artistico- ideale che i due avrebbero dovuto creare insieme.
Anche con Allegra Andrea non instaura una comunicazione migliore. Nè con la sorella, a cui è molto legato, ma con con cui non affronta discorsi di una certa rilevanza. Non si accorge neppure fino in fondo dell’allontamento che Maria attua nei suoi confronti, a un certo punto della storia.
Si affronta la giornata con il proprio carico di contenuti, attaccati alla propria visione, senza confrontarsi davvero con chi ci sta accanto. La crisi sociale – culturale e la crisi delle relazioni sono legate l’una all’altra, indissolubilmente, forse senza possibilità di soluzione.
Abbiamo parlato del sogno; e tutto il romanzo è incentrato, inoltre, su un’altra marca di sogni, l’ambizione di “sfondare nel mondo dell’arte”, di diventare una celebrità.
A questa grande fiera delle speranze partecipano quasi tutti i protagonisti del libro, ognuno con la sua modalità, con un pensiero differente.

Protagonista dello star system è già diventata Maria.  Il suo successo, la ricchezza, rappresentano una sorta di riscatto da un lungo periodo di oscurità.

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Ruggero è un attore senza formazione nè particolare talento, che aspira a far fortuna in modo facile e accelerato grazie alle amicizie, una specie di sbiadito parvenu che rimanda alla così diffusa, oggi, ricerca del quarto d’oro di celebrità a tutti i costi.

Del tutto diversa la “irresistibile ascesa” di Andrea, attore, regista, intellettuale di alto valore, lacerato tra il voler affermarsi con i propri mezzi e la consapevolezza di non essere abilitato al successo, oltre che per l’alto spessore delle sue opere, per il puro fatto di trovarsi ad agire e a proporsi in periferia.
In più parti del libro si discute, si analizza il tema del dualismo, celebrità/oscurità del proprio nome collegato all’altro noto dualismo provincia/centro.

Il luogo geografico e non solo – Lecce – è un altro tema che sta a cuore a Pagano, affrontato non indirettamente ma di petto, soprattutto dalle pagine 99 alla 101 in dissertazioni amare, delineato ed evocato tramite un lungo elenco di aggettivazioni, quasi una litania di descrizioni, di allegati “La Lecce di Piazza Duomo, Santa Croce, Sant’Irene, la Lecce delle piazzette, delle corti, dei vicoli, la Lecce delle carrozze, la Lecce perbene, la Lecce del Festival, la Lecce dei conventi di tufo che si gretola, la Lecce che somiglia alla Grecia, alla Spagna, al Marocco, ‘e qui non ci facciamo mancare nulla’.

L’amata/odiata Lecce, imbuto verso il nulla di aspirazioni artistiche ed evolutive della persona, centro pulsante di culture – ma solo in potenza. Lecce forse come tutte le città d’Europa, forse del mondo, da quando dopo gli anni sessanta settanta i caffè letterari, i salotti, i teatri d’avanguardia hanno lasciato il posto a una devastante superficialità, un deserto dove non si trova conforto, se si cercano confronto e rimando di reali approfondimenti.

“Beati i puri” mi ha fatto pensare per più motvi a Pasolini, che negli ultimi giorni di vita ragionava sulla decadenza culturale delle città d’europa. Pasolini, nel romanzo, è trattato nello spettacolo di Andrea misconosciuto e disertato dal pubblico e dalla critica.

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“Beati i puri è un romanzo che accoglie diversi linguaggi e che mentre racconta, riflette su ciò che racconta; aggiunge chiose, spiegazioni. Dialoga con il lettore, senza essere mai compiacente verso di esso; ribadisce un concetto che lo riguarda molto: io analizzo, io vedo, io sono consapevole. Pasolinianamente, offro un canovaccio della Realtà.

“Beati i puri” o, forse, si potrebbe anche dire che, in questo tipo si società, “non esiste un posto per i puri”.

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Pasolini era gentile, paziente, e metteva la cravatta

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Il mondo non esiste. Non è mai esistito, esiste solo lo sguardo e Pier Paolo Pasolini è nato con uno sguardo straordinario, un Progetto. Spesso penso a lui, immagino la sua vita disciplinata, scandire i suoi cinquantatré anni concessigli, durante i quali ha compresso molte vite insieme.Notevole, il suo coraggio, soprattutto se si pensa che il poeta non ha mai avuto “compagni/e” di pensiero. Neppure i suoi amici più cari concordavano con alcune sue centrali visioni. Pier Paolo ha conosciuto una perfetta solitudine intellettuale e spirituale.

Le interviste, i ricordi di amici e collaboratori insistono sulla voce disciplina quando lo descrivono. D’altronde anche nelle foto e nelle riprese che lo ritraggono Pier Paolo emana quell’allure di ragazzo bravo, che i compiti li fa e li porta a termine in modo soddisfacente, che era stato un geniale studente, poi un geniale intellettuale militante, che andava a caccia prima in Friuli poi a Roma di lemmi dialettali per poi scrivere i suoi testi, poi leggeva velocemente, divorandoli, i versi dialettali che poteva trovare di tutte le regioni d’Italia, ci scriveva un’introduzione a un’antologia… perché Pasolini aveva la dote di lavorare a un tema sviscerandolo con molti linguaggi e utilizzandolo per più progetti. Lo faceva rendere, al massimo.

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 Faceva rendere bene ogni esperienza. Del tempo perduto, appena laureato, in treno come pendolare per raggiungere un umile posto di lavoro ne fece momento cruciale per leggersi alcuni classici mancanti; durante una convalescenza per una brutta ulcera scrisse un numero impressionante di fondamentali testi teatrali, e così via…

Sul lavoro emerse sempre la sua qualità di dedizione, la capacità di affaticarsi sui suoi progetti (non fu casuale certo l’ulcera che si citava che nel 1965 lo fece svenire a una cena “in un lago di sangue”) specie sul set dove il lavoro è “visibile” e dove si punta il dito, perché il regista è padre, è re.

L’unica forma di monarchia veritiera, più o meno questo recitava Coppola, è quella del regista.

Se consideriamo pure che la notte Pier Paolo la passava in larga parte seguendo i suoi “meditati istinti”, a caccia, che fosse in Italia o in certi paesi all’estero, in medio oriente o in India… nonostante questo la mattina, abbastanza presto, a casa della madre o in albergo lui si metteva a lavorare con accanimento.

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 Ha trascorso quarant’anni a costruire il tracciato di una carriera perfetta. Chi è pasoliniano e vive stretto all’icona assurda e tremenda della morte di Pier Paolo, a volte resta ingenuamente stupito, per straniamento, dalla capacità e dall’efferata pignoleria con cui Pasolini chiese in molte lettere a personaggi influenti piccoli favori, fin da quando era povero maestro a Roma ma anche più tardi, in varie occasioni, per esempio prima di un’elargizione di un prestigioso premio letterario o cinematografico.

I suoi colletti di camicia di bucato, la cravatta, i completi piccolo-borghesi. La scalata costante, intelligente. L’astuzia di una volpe, seppure di indole amabile. Pier Paolo.

 Con il montaggio che la nostra mente compie (come suggerì Pasolini in “Empirismo eretico” portando il noto esempio della morte di Kennedy) della vita di Pier Paolo a partire dalla sua morte, scendendo a ritroso, non si può fare a meno di accostare quella montagna di gesti pazienti e accorti che lo incoronarono idolo popolare e gli diedero un certo potere sociale e finalmente un po’ di agiatezza economica, alla serie di articoli insopportabili, stilettate alla balena bianca che pubblicò negli ultimi tempi.

Quando di tutto il suo lavoro, della sua fatica, della sua pazienza, andò a riscuotere il compenso. Un compenso del tutto particolare.

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Basta leggersi anche solo alcuni interventi, quelli decisivi degli ultimi mesi, e allora chi conosce anche appena quel periodo storico non può fare a meno di pensare (anche se non avesse letto i verbali del processo post-mortem e tutto il resto) che se fosse stato uno di quella gang là, quella del Palazzo di cui Pier Paolo elencava nomi, cognomi e imputazioni, citando soprattutto Andreotti e Fanfani (un brivido ci corre lungo la schiena quando Pier Paolo “salva” nei suoi giudizi solo Aldo Moro, corre l’anno 1975) avrebbe fatto benissimo a sopprimerlo.

A mandare qualcuno… Era l’unica cosa da fare. La cosa più saggia. The “right thing”, dicono così in America.

Tenere acceso il fuoco

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Il sole conquista la mia casa, la trasforma in un biplano.
Non trova resistenze. Verde rosso e nero in geometrie arabeggianti
(vecchia coperta della prozia)
Fiori viola sul balcone (abbarbicàti)
Giallino e bianco: margheritine immerse nella latta.
Pasolini in formato cd (audio) recita garbatamente solo per me Le ceneri di Gramsci.
Alzo il volume mentre lavo i piatti, dopo sposto i libri dappertutto, in un ordine le cui coordinate conosco solo io.
Accumulo fotocopie. Tengo puliti passaggi inventati di canne fumarie di un caminetto che non esiste.
Non posso rischiare che si smorzi il fuoco.
Ignoro la bambina.

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Perché non scelgo. Vivo nel non volere del tramontato dopoguerra: amando/il mondo che odio- nella sua miseria sprezzante e perso-per un oscuro scandalo della coscienza.
1991. Compitavo quel libretto, vecchia edizione Einaudi, a Torre Sant’Andrea in una giornata perfetta come un anello.

A Sant’Andrea accanto a una pizzeria con il porticato coperto di foglie di palma la scogliera traforata si allunga verso il mare.
Le case vecchie dei pescatori hanno porticine chiuse con grossi chiavistelli.
Le spiaggette preparano gradualmente l’immersione nella gran vasca dell’Adriatico.
Gli alberi bassi delle pinete sono Eumenidi, la compensazione di tutto il chiaro della sabbia.

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“Le foglie dei sambuchi, che sulle rogge/sbucano dai caldi e tondi rami/tra le reti sanguigne, tra le logge/giallognole e ranciate dei friulani/venchi, allineati in spoglie prospettive/contro gli spogli crinali montani/o in dolci curve lungo le festive chine delle prodaie. . .”

Basta guardarsi e poi

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Sono tutti nascosti. Siamo tutti dispersi. In quest’epoca alessandrina – Blade runner aveva un’ambientazione ottimista che premeva la vita – ci tocca diventare per forza dei cercatori d’oro, e occupare sulla scacchiera data la postazione fatale dei Ritrovati.

Stiamo imprigionati senza far rumore, senza risse, dietro un reticolato di maglie d’acciaio, che si apre soltanto dietro il comando di una parola amabile.

Oppure grazie a una frase bizzarra, inconsueta, inaspettata, gettata su un tavolo verde privo di qualunque aspettativa, aperto come un vaso sotto il cielo che promette pioggia.

Ma non è sicuro che la pioggia verrà.

Lui si protende, lasciandosi sfiorare dal vento, da una pianura leggermente increspata.

 

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A volte si incontra qualcuno che nelle sue mani protegge una storia che se fosse raccontata nel giusto momento e sotto la luce più adatta, la penombra azzurra del tardo pomeriggio, ad esempio, o durante una notte, quando per il caldo non si riesce a dormire, potrebbe incidersi sulla tua pelle aperta, e marchiarla a fuoco.

Un’increspatura delle guance. Uno sguardo abituato a nascondersi, a disperdersi, la bocca che si apre dietro una parola d’ordine e sei tu, siete voi, dritti sull’asfalto bruciato dal sole.

Diritti e fieri, fermi dentro una posizione di speranza senza speranza, dentro a una giungla umana che ti appoggia costantemente il coltello sotto la giugulare.

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Permettersi di non difendersi.

“Basta guardarsi e poi /avvicinarsi un po’”.

La Libreria della Reggia di Colorno

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A Colorno ero arrivata sabato 2 settembre per vedere il Festival di Teatro di strada.
La mattina di domenica passeggiavo nei dintorni della Reggia, fra le bancarelle degli artigiani. Al banchetto degli specchi formati da forchette ritorte e vecchi orologi, ho conversato con un’elegante signora, che alla fine mi ha detto: io, ho comprato il mio libro. Il suo modo accurato di tenere il volumetto, il sorrisetto con cui me l’ha mostrato mi ha incuriosito. Mi ha indicato la libreria della Reggia.

Entrando nel grande portone, guardando sulla destra, l’epifania: metà della sagoma di un signore anziano, curvo, lentissimo, si intravedeva in una stanza in penombra, dalla porta di una vecchia libreria.

Dalla soglia potevo intravedere i libri ammassati uno sull’altro – se pure con garbo – come si usava una volta, prima che esistessero gli scaffali funzionali e asettici delle librerie moderne. Si capiva subito: quella era la libreria della Storia infinita dove si rifugia Bastian, e quella di tutte le altre storie che si desiderano ricordare o inventare.

Il signor Alberto non ama essere chiamato signore, ti redarguisce con tono burbero se lo fai. Ti invita più volte, anche se sei appena entrato, a varcare le porte delle altre stanze, di cui è evidentemente fiero, spiegandoti dove si accende la luce.

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Il libraio ha capelli lucidi e bianchissimi, ben pettinati. La libreria ha cinquant’anni, lui ne ha quasi novanta.

Nelle librerie di questo tipo, prima di tutto, dimentica la fretta. Solleva i libri, posali da parte, ri-posali, destra, sinistra, fatti guidare dall’istinto. Il libro che ti serve salterà fuori, se sei ben disposto.

Nella terza stanza ho trovato tre racconti di Antonia Byatt e un romanzo breve di Hwang Sok-yong.  Alberto il libraio ha guardato con estrema curiosità i titoli dei libri che ho portato alla sua scrivania e ha esclamato : “Bella scelta!”. Poi ha voluto che gli scrivessi il mio indirizzo su un quadernino dove ce n’erano altri, dei visitatori che si sono lasciati catturare dal mondo parallelo della sua libreria.

 

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L’ho salutato con molto riguardo e sono andata via per non disturbare la telefonata della consorte. Quei due avevano molto da dirsi, mi è sembrato.

Vietato ascoltare Chopin

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Lui l’aspettò fuori dalla metropolitana. Piovevano ricordi. La prima chiacchierata in un bar, però Marco usciva ogni dieci minuti per fumare. Troppi bicchieri di birra, notò Lia.
Lo aveva ritrovato con le guance gonfie, la bellezza da statua greca rovinata; e aveva superato soltanto da poco i quaranta. Ma la voce, restava sempre la stessa.

Lei ricostruì perfettamente il viso di un tempo dalla voce, e camminandogli accanto riuscì a rivederlo radioso, con la sciarpa buttata indietro sul trench da studente brillante di filosofia, ai tempi in cui le chiedeva: sei Apollo o Dioniso?

Scoppiò una chitarra acustica alla radio, in auto. Non erano stati mai, da vent’anni più felici che in quei momenti, un fine settimana a Roma senza smettere di parlarsi.
Una mostra di foto di Carmelo Bene, un’altra di Doisneau.
Marco era l’unico essere che la conosceva più di se stessa.
Lia si era illusa di averlo ritrovato, di avere sul palmo della mano la chiave dell’amicizia a cui teneva di più. Non fu così, che andò.

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Marco aveva trovato un lavoro ben pagato che odiava, invece lei non aveva mai smesso di avere fiducia nel proprio talento. Marco aveva rinunciato, e la sera, tornato dalla moglie, sul divano della casa ben arredata vedeva le partite di calcio.
Le disse: – ritenterò nella prossima vita.

Se lei era stata Dioniso, lui era Apollo, e  la sua esistenza era diventata una tragedia.
Meglio faticare per arrivare a fine mese, piuttosto che vendere tutti i propri sogni come se fossero merce qualsiasi.

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Un giorno Lia riuscirà a dare un significato a questo senso di impotenza, di tristezza senza confini; riuscirà a scrivere la loro storia.
Fino ad allora, le è proibito ascoltare un certo Notturno di Chopin.

Vincere l’ostacolo interiore

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Se dentro di lei forze opposte ingaggiano una lite
tale che di giorno o di notte non c’è quiete.

Delle due azioni principali, nè una nè l’altra viene assolta
si rimane a mezz’aria, ostili, come quando si tasta l’acqua dell’oceano con la punta del piede
ma non si trova il coraggio di tuffarsi nell’impresa.

Meglio abbandonarsi nell’inerzia del giorno?
Il riscaldamento sempre acceso, lo schermo abbagliante della tv
gli amati libri, la chiusura al mondo.

Meglio assopirsi, e planare come un cerchio nell’acqua del Sognare.

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Una nuova nascita, una breve luce ammiccante,
un piccolo gatto nero riluttante a farsi rinchiudere;
nuovi amici, forse saranno la tribù tanto cercata a cui appartenere.

E’ più vantaggioso alzarsi in piedi, stringere la mano a pugno, sprigionare energia nucleare,
aprire sentieri nell’aria.

 

Lettera d’amore di John Lennon a Yoko Ono

file-14993-mediaNew York, 27 maggio 1979

“Negli ultimi dieci anni ci siamo accorti che ogni cosa che desideravamo si avverava a tempo debito, buona o cattiva, in un modo o nell’altro. Abbiamo continuato a dirci che uno di questi giorni avremmo dovuto organizzarci e desiderare solo cose buone. Poi è arrivato il nostro bambino! Eravamo felicissimi e allo stesso tempo ci sentivamo molto responsabili. Ora i nostri desideri avrebbero influenzato anche lui. Abbiamo sentito che era ora di finirla con le discussioni e metterci a rivedere i nostri meccanismi di desiderio: la Pulizia Primaverile delle nostre menti! E’ stato un lavoro grosso.

Ci capitava di trovare nei vecchi armadi della nostra mente cose che non sapevamo di possedere ancora, cose che avremmo sperato di non trovare più. Facendo le pulizie, abbiamo cominciato anche a notare molte cose che non andavano nella nostra casa: c’era una mensola che non avrebbe mai dovuto neanche stare là dove stava, un quadro che cominciava a non piacerci più, e c’erano due stanze tetre che sono diventate luminose e ariose quando abbiamo buttato giù il muro che le divideva. Abbiamo cominciato ad amare le piante: e pensare che all’inizio eravamo convinti che le piante ci rubassero l’aria! Abbiamo iniziato ad apprezzare il ritmo frenetico della città che di solito ci disturbava. Commettevamo molti errori e ancora ne facciamo.

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In passato abbiamo speso un mucchio di energia per cercare di ottenere qualcosa che pensavamo di volere, ci chiedevamo perché non riuscivamo a ottenerlo, per poi scoprire che uno dei due o tutt’e due non lo volevano veramente. Un giorno abbiamo ricevuto un’improvvisa pioggia di cioccolato da persone di tutto il mondo. “Ehi, che è ‘sta roba? Noi non mangiamo mica roba dolce! Chi è stato a desiderarla?” Ci siamo messi a ridere. Abbiamo scoperto che quando tutt’e due desideravamo una cosa all’unisono, succedeva più in fretta. Come dice la Bibbia, «là dove ci sono due riuniti nel mio nome». E’ vero. Due sono tanti. Un potentissimo seme di pulizia.

Stiamo iniziando sempre di più a desiderare e pregare. Le cose che abbiamo cercato di conquistare in passato facendo il segno della pace, adesso cerchiamo di ottenerle attraverso il desiderio. Non lo facciamo perché è più semplice. Desiderare è più efficace che sventolare bandiere. Funziona. E come una magia. La magia è semplice. La magia è reale. Il segreto è sapere che è semplice, e non ucciderla con rituali elaborati che sono segno di insicurezza. Quando qualcuno è arrabbiato con noi, gli disegniamo nella nostra mente un’aureola attorno alla testa. E lui smette di essere arrabbiato con noi? Be’, non si sa. Sappiamo però che da quando gli disegniamo attorno l’aureola, improvvisamente per noi inizia ad assomigliare a un angelo. Questo ci aiuta a sentire affetto verso le persone, a ricordarci che ognuno ha una sua bontà dentro, e che tutte le persone che vengono da noi sono angeli travestiti che ci portano doni e messag­gi dall’Universo. La magia è logica. Provateci qualche volta.

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Abbiamo ancora molta strada da fare. Sembra che più facciamo pulizia, più velocemente funzioni il processo di desiderare e ricevere. La casa adesso è diventata molto comoda. Sean è bellissimo. Le piante crescono. I gatti fanno le fusa. La città risplende, che ci sia il sole, la pioggia o la neve. Viviamo in un universo bellissimo. Siamo riconoscenti ogni giorno per la pienezza delle nostre vite. Non è un eufemismo. Sappiamo che la città, il paese, la terra stanno affrontando tempi molto duri e che si respira terrore. Però il sole splende ancora, noi siamo ancora insieme e fra di noi c’è amore, e anche nella nostra città, nel paese, sulla terra. Se due persone come noi stanno facendo delle loro vite quello che ne stiamo facendo noi, ogni miracolo è possibile! E vero, in questo momento ci farebbe comodo qualche grosso miracolo. Il punto è riconoscerli quando ti succedono ed esserne riconoscenti. Prima si manifestano in una forma ridotta, nella quotidianità, poi vengono a fiumi, a oceani.

Andrà tutto bene! Il futuro della terra è nelle mani di tutti noi.”

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Qualche nota sui testi di “Un invito a te” del cantautore Diego Mancino

“Ma tu non credere no, che appena si alza il mare gli uomini senza idee per primi vanno a fondo”. Luigi Tenco

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 “Un invito a te”, il nuovo album di Diego Mancino scritto con la collaborazione di Dario Faini, Stefano Brandoni e William Nicastro, uscito da pochi giorni, mi piace associarlo a una raccolta di racconti brevi, perché l’approccio dell’autore verso la scrittura è anche letterario. Ho ascoltato Diego Mancino per la prima volta lo scorso luglio alla radio, e quello che mi ha folgorato, oltre al sound di qualità, è l’uso della lingua in “Succede l’estate”, un brano magnetico, che riecheggia come altri suoi pezzi (“Avere fiducia”, che sarebbe perfetto anche per Mina) la tradizione italiana anni sessanta, citandola in modo “colto”. Questo uso di lemmi e di sintagmi non scontati è gettare piccoli lingotti d’oro fuso nella costruzione musicale della canzone, a lasciare brevi e scattanti incisioni.  “Appesa alla mia bocca”, “stupido tremore” e la sua variante “breve e stupido clamore”, “tutta questa luce mi fa sentire cieco, “tutta questa sabbia mi sembra di neve”; la variante “grazia” associata al posto di “sabbia” nuovamente a “neve”. ..Poche parole, ben distanziate, che lasciano all’ascoltatore (al lettore) il tempo di pensare, di dilatare la sua percezione, di riempire la pagina e aggiungervi un personale contributo d’immaginazione.

I testi di Mancino riportano all’arte e alla fotografia contemporanea, con i loro paesaggi astratti di tele sabbiate e di luce in sovraesposizione; e il “tavolo nel sole” vede due amanti hopperiani che, probabilmente, faticano a comunicare. “Il suo aquilone” ha atmosfere chagalliane, se facciamo caso ai versi “Se m’immagino volare, volo attratto dal suo cuore”, e “un concerto di orchestre impazzite che gridano/suonano al vento”.

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Alcuni brani sono criptici. “Il suo aquilone” contiene tempi verbali sfalsati – “ti promettevo un futuro mentre guardi nel retrovisore” – giustapposizioni di sostantivi e aggettivi stranianti (“un satellite morbido e rosa”, “c’è qualcosa di tuo che è rimasto incollato nel sole”). Il brano “Era solo ieri” è più discorsivo che il precedente, racconta la visione che si ha di persone e paesaggi durante l’adolescenza. Il quartiere, nella narrazione della nostalgia, diventa più che un assemblaggio di palazzi e strade – ritorniamo all’arte contemporanea –  se l’autore vede “costellazioni di finestre” e una “flotta di amici disfatti sopra a un motorino”, e se le città lontane da conquistare sono scintillanti come i grattacieli – diamanti di Truman Capote a descrivere New York.

Un modo di percepire la realtà non “realistico”, che si ricollega anche al legame del cantautore con il concetto di “sacro”. Nella canzone “Un invito a te” il testo rovescia i termini di un discorso logico; la cinica realtà di un pensiero positivista è considerata fumo, inconsistenza, mentre un pensiero sacro, “tribale” ha carne ed ossa, riveste un valore concreto. A confermare questa linea concettuale frasi e parole chiave ricorrenti in quasi tutte le canzoni, come “volo” e “volare”, “cielo viola”, “il cielo più profondo”, “le braccia distese ad un vento salato arreso alla gioia di pensiero vuoto”, “come il vento fra i boschi”, “vieni a cercarmi l’anima”, e così via.

Alcuni pezzi dell’album sono veri e propri manifesti del pensiero di Mancino, più descrittivi e assertivi di altri. Fra i brani inserisce anche “Ragazzo mio” di Luigi Tenco, che reinterpreta e mischia alla sua produzione per dire quello che gli preme con le parole di qualcun altro, eclissandosi per qualche minuto dietro il sipario.

Perché, diciamolo, il lato più originale e interessante di Mancino è la personalità che emerge dalla sua opera e da qualche intervista ascoltata, un caso singolare di coincidenza arte – vita, non tanto diffuso in Italia.

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La scrittura di questo autore è concepita e portata avanti in dialogo permanente e fecondo con una comunità ideale di resistenti. Non è per tutti, insomma, ma cerca di richiamare più persone possibili all’appello. In ogni stilla di musica e parola, nel suo modo non commerciale di proporsi (geniale la campagna di crowdfunding con cui si è fatto finanziare l’ultima opera dai suoi fans e il suo modo confidenziale e affettuoso di condurla) Diego Mancino propone un modello di cultura, del fare cultura, da “resistente”. Se si vive con lo scopo di “badare al cuore”,cercando di andare all’essenza delle cose; se si appellano gli altri attivando il proprio daemon, addirittura il proprio animale medicina (“fai come i lupi nei boschi” – in “Un invito a te”), si richiamano sciamanicamente energie profonde in una società scorticata dal business e dall’omologazione.

Chissà, forse fra le macerie del degrado culturale, potrebbero rinascere cellule di sana radioattività contagiosa e positiva.

 

Le mani massacrate di Victor Jara

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Quando trascinarono Victor Jara allo stadio di Santiago del Cile l’11 settembre del 1973, per alcuni uomini non vestiti di colori chiari, in quel paese, fu un giorno di gioia.

Il nome di Victor era iscritto nelle liste degli sgraditi da molto tempo, ai primi posti sui quaderni della muerte di Pinochet e fra l’11 e il 16 settembre il celebre poeta (cantante, autore teatrale) visse la sua agonia.

La sua storia è stata tramandata anche da molti gruppi musicali, fra cui gli Inti Illimani; c’e’ un bel libro di Claudio Fava, La notte in cui Victor non canto’, della Baldini e Castoldi; la moglie di Victor, Joan, ha recentemente scritto un libro con prefazione di Sepulveda, caro amico di Victor.

“Non riuscivo a tornare a fare la vita da signora inglese- dichiara la donna- sono tornata in Cile”

La madre di Victor, donna sola, con pochi mezzi ma piena di spirito, gli insegno’ a suonare la chitarra.

“Mia madre mi ha insegnato a cantare”, ricordava Victor.

Una madre gli regalo’ dunque i chiodi con cui lo avrebbero appeso alla sua croce, come accade in antichi riti di iniziazione quasi dimenticati. Victor dal ’66 infastidisce il Potere, canta; e’ bello, intelligente, pieno di calore umano, e’ amato dal pueblo, come si fa?

Nello stadio dei pestaggi e delle esecuzioni dei giorni dopo il golpe avviene poi quel gesto di sadismo che ha scatenato poi la fantasia, se pur dolente, di gruppi musicali, biografi, dei suoi amici, del popolo amato e ridotto in schiavitu’ dall’anticristo Pinochet:

a Victor Jara hanno massacrato le mani.

Sebastiano Gulisano, un giornalista siciliano, uno che pratica resistenza scrivendo e operando in Italia da vent’anni, mi raccontava tempo fa: gliel’hanno tagliate.

…ritrovo nel libro di Fava la stessa espressione.

In realtà la moglie di Victor, Joan, che lo cerco’un giorno fra i cadaveri ammassati nello stadio, che ora – da poco, in verità- e’ intitolato a Victor Jara, parla di angolazioni strane delle mani maciullate da chissà quali abusi.

Ma la sostanza del discorso non cambia. Il Potere non vedeva l’ora, letteralmente, di fermare quelle mani, di congelarle, di sputarci sopra. Certi Poteri, per la struttura interna che li genera e li motiva, odiano la Bellezza e la creativita’ profonda, odiano la vitalita’.

Cosi’ descrive l’epifania nera del corpo di Victor la moglie:

“Siamo saliti al secondo piano, dove erano gli uffici amministrativi e, in un lungo corridoio, ho trovato il corpo di Vìctor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Victor era il piu’ contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavita’, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti.”

Il potere, pero’, a volte esagera.
Non e’ consigliabile regalare simboli alla plebe, ai musicisti, agli scrittori, alle donne innamorate che perdono il loro compagno.

Quelle mani, tagliate e alianti come in quadro di Chagall, praticano resistenza. Si impongono come pallottole, tramite la forza di un pensiero simbolico. Agiscono in profondità’, si inerpicano per le vallate dell’inconscio collettivo e restano per sempre a raccontare un mondo.
Scappano dalla morte.

Lo sanno bene quei dittatori che non giustiziano gli eroi e gli anarchici per non trasformarli in ideali, lo sanno quando cercano, in vita, di screditarli, di spegnere il loro carisma.

Non e’ consigliabile dare nutrimento ai poeti.

Victor Jara pratica ancora resistenza con le sue mani tagliate, rovesciamento ultimo della bellezza e dell’amore, odio sintetizzato a temperature altissime, invidia della felicita’ di un uomo che tempestava la chitarra, che parlava agli uomini e che baciava avvolgendola per sempre una donna che ora resiste e prosegue, testimoniando.

Joan Turner salvo’ fuggendo subito dopo i funerali del marito alcuni nastri delle sue canzoni. Il Potere distrusse tutte le copie di registrazioni rintracciabili- E anche le matrici.

Ma Joan ce le porto’.