Alcune annotazioni su “Beati i puri” di Luciano Pagano, Musicaos editore

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 “Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?”.
Pier Paolo Pasolini, “Il Decameron”, 1971

“Virginia: Il poeta deve morire. Il visionario.”
The Hours di Stephen Daldry tratto dal romanzo omonimo di Michael Cunningham

Nell’ultimo romanzo di Luciano Pagano, “Beati i puri”, uscito per Musicaos nel 2016, colpisce il legarsi nel testo di due diversi tipi di narrazione: un resoconto, a tratti quasi tecnico, del Reale, reso con un linguaggio sempre sorvegliato, accurato, ma consapevolmente fatto scendere fino al parlato, una sorta di tassonomia del quotidiano.

L’altra narrazione protagonista è il sogno, l’interferenza nella storia del regno onirico, una presenza cospicua della sfera decisamente “mitologica” e ancestrale del familiare, come se si dicesse al lettore che l’intento di sganciarsi dai tentacoli dell’irrisolto presente nella vita di famiglia sarà perennemente sventato; i legami ci riafferreranno certamente per la coda, portandoci via con sè.
Luciano Pagano costruisce un romanzo del tutto particolare, non commerciale: si tratta di una rete in cui cattura la realtà, in cui imprigiona tramite il parlato, il linguaggio tecnico, le accurate e incisive descrizioni di luoghi, di volti, di fatti.
La morte dello “zio” è descritta come se fosse un thriller, con tutti gli annessi dettagli scientifici, come a voler esplorare con cura e distacco il mistero.
La villa romana di Maria Bellomo è tratteggiata in tutti i suoi aspetti. E così via.
Il sogno è presente qua è là, sotto il livello del mare, a pagina. La regina dei sogni, nella storia, è Antonella, la madre del protagonista, Andrea, donna di casa e nella fase matura della sua vita, di preghiera e di rosari.
Figura dimessa, non priva di dolcezza, distratta, non è mai riuscita a rendersi pregnante per il suo compagno, nè per i figli. Antonella sogna spesso e sa setacciare, come molti salentini sanno fare, i contenuti affioranti dal suo inconscio rintracciando i segni sfumati della premonizione.
Anche Andrea, seppure in tono minore, partecipa alle epifanie dei sogni “La notte precedente Andrea aveva sognato di aprire gli occhi e di vedere seduta, davanti a lui, la madre”(p.158).

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Un altro dei tanti aspetti che traspaiono da “Beati i puri” è la solitudine in cui, in sostanza, sono relegati tutti i personaggi. Non esiste una possibilità di concreto dialogo nella coppia Viviana-Andrea. La relazione clandestina attuata da anni dalla ragazza, allora, è tradimento non peggiore del tradimento al progetto artistico- ideale che i due avrebbero dovuto creare insieme.
Anche con Allegra Andrea non instaura una comunicazione migliore. Nè con la sorella, a cui è molto legato, ma con con cui non affronta discorsi di una certa rilevanza. Non si accorge neppure fino in fondo dell’allontamento che Maria attua nei suoi confronti, a un certo punto della storia.
Si affronta la giornata con il proprio carico di contenuti, attaccati alla propria visione, senza confrontarsi davvero con chi ci sta accanto. La crisi sociale – culturale e la crisi delle relazioni sono legate l’una all’altra, indissolubilmente, forse senza possibilità di soluzione.
Abbiamo parlato del sogno; e tutto il romanzo è incentrato, inoltre, su un’altra marca di sogni, l’ambizione di “sfondare nel mondo dell’arte”, di diventare una celebrità.
A questa grande fiera delle speranze partecipano quasi tutti i protagonisti del libro, ognuno con la sua modalità, con un pensiero differente.

Protagonista dello star system è già diventata Maria.  Il suo successo, la ricchezza, rappresentano una sorta di riscatto da un lungo periodo di oscurità.

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Ruggero è un attore senza formazione nè particolare talento, che aspira a far fortuna in modo facile e accelerato grazie alle amicizie, una specie di sbiadito parvenu che rimanda alla così diffusa, oggi, ricerca del quarto d’oro di celebrità a tutti i costi.

Del tutto diversa la “irresistibile ascesa” di Andrea, attore, regista, intellettuale di alto valore, lacerato tra il voler affermarsi con i propri mezzi e la consapevolezza di non essere abilitato al successo, oltre che per l’alto spessore delle sue opere, per il puro fatto di trovarsi ad agire e a proporsi in periferia.
In più parti del libro si discute, si analizza il tema del dualismo, celebrità/oscurità del proprio nome collegato all’altro noto dualismo provincia/centro.

Il luogo geografico e non solo – Lecce – è un altro tema che sta a cuore a Pagano, affrontato non indirettamente ma di petto, soprattutto dalle pagine 99 alla 101 in dissertazioni amare, delineato ed evocato tramite un lungo elenco di aggettivazioni, quasi una litania di descrizioni, di allegati “La Lecce di Piazza Duomo, Santa Croce, Sant’Irene, la Lecce delle piazzette, delle corti, dei vicoli, la Lecce delle carrozze, la Lecce perbene, la Lecce del Festival, la Lecce dei conventi di tufo che si gretola, la Lecce che somiglia alla Grecia, alla Spagna, al Marocco, ‘e qui non ci facciamo mancare nulla’.

L’amata/odiata Lecce, imbuto verso il nulla di aspirazioni artistiche ed evolutive della persona, centro pulsante di culture – ma solo in potenza. Lecce forse come tutte le città d’Europa, forse del mondo, da quando dopo gli anni sessanta settanta i caffè letterari, i salotti, i teatri d’avanguardia hanno lasciato il posto a una devastante superficialità, un deserto dove non si trova conforto, se si cercano confronto e rimando di reali approfondimenti.

“Beati i puri” mi ha fatto pensare per più motvi a Pasolini, che negli ultimi giorni di vita ragionava sulla decadenza culturale delle città d’europa. Pasolini, nel romanzo, è trattato nello spettacolo di Andrea misconosciuto e disertato dal pubblico e dalla critica.

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“Beati i puri è un romanzo che accoglie diversi linguaggi e che mentre racconta, riflette su ciò che racconta; aggiunge chiose, spiegazioni. Dialoga con il lettore, senza essere mai compiacente verso di esso; ribadisce un concetto che lo riguarda molto: io analizzo, io vedo, io sono consapevole. Pasolinianamente, offro un canovaccio della Realtà.

“Beati i puri” o, forse, si potrebbe anche dire che, in questo tipo si società, “non esiste un posto per i puri”.

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Anime gemelle

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Marco pianta disastrata, verde fatica, boccia di vetro con i pesci morti.
Marco – che spiluccava erba dalla sua giacca e chiedeva chi fosse quella ragazza sul prato.

Delle due fate, una ti è cara, l’altra scavalca la roccia per mostrare i muscoli decisi.
Ma non riscuote successo perché latte bianco.
Caro, latte bianco si è infiltrato nel ramo
una rondine succhia quella gemma di soffione e
una canzone sbuccia la corteccia
quattro api in fila in corsa prendono la goccia di liquido
che ti ritorna infine nella bocca labbra – lucenti – di- lenzuolo.

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Formidabile spazio vuoto dove entra livore
di non possedere la donna
donna senza le gambe per prendere la metro
e l’ascensore sulle ali supersoniche
che portano all’appartamento
della città degli impicci internazionali.

Marco ha fatto da perno ha fatto da sindone
nella tela rotta dello sfregio taciturno
il primo della fila di tutti quei re di denari
copie di copie di destino infrangibile
recinto, spezie e fortini per costruire quella pelle insondabile
il tamburo, batacchio di favore
spezza la pesca e mangiane – è il corpo
è l’ostia sottile che calca il palato.

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Marco riposa nelle istantanee
degli ulivi beltà indecente
cascare nel burrone, casa rosa sull’argilla.
Contadini arricchiti scarpe grosse.
Chi è lui?
– Un angelo.

Vietato ascoltare Chopin

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Lui l’aspettò fuori dalla metropolitana. Piovevano ricordi. La prima chiacchierata in un bar, però Marco usciva ogni dieci minuti per fumare. Troppi bicchieri di birra, notò Lia.
Lo aveva ritrovato con le guance gonfie, la bellezza da statua greca rovinata; e aveva superato soltanto da poco i quaranta. Ma la voce, restava sempre la stessa.

Lei ricostruì perfettamente il viso di un tempo dalla voce, e camminandogli accanto riuscì a rivederlo radioso, con la sciarpa buttata indietro sul trench da studente brillante di filosofia, ai tempi in cui le chiedeva: sei Apollo o Dioniso?

Scoppiò una chitarra acustica alla radio, in auto. Non erano stati mai, da vent’anni più felici che in quei momenti, un fine settimana a Roma senza smettere di parlarsi.
Una mostra di foto di Carmelo Bene, un’altra di Doisneau.
Marco era l’unico essere che la conosceva più di se stessa.
Lia si era illusa di averlo ritrovato, di avere sul palmo della mano la chiave dell’amicizia a cui teneva di più. Non fu così, che andò.

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Marco aveva trovato un lavoro ben pagato che odiava, invece lei non aveva mai smesso di avere fiducia nel proprio talento. Marco aveva rinunciato, e la sera, tornato dalla moglie, sul divano della casa ben arredata vedeva le partite di calcio.
Le disse: – ritenterò nella prossima vita.

Se lei era stata Dioniso, lui era Apollo, e  la sua esistenza era diventata una tragedia.
Meglio faticare per arrivare a fine mese, piuttosto che vendere tutti i propri sogni come se fossero merce qualsiasi.

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Un giorno Lia riuscirà a dare un significato a questo senso di impotenza, di tristezza senza confini; riuscirà a scrivere la loro storia.
Fino ad allora, le è proibito ascoltare un certo Notturno di Chopin.

Ritornare a scrivere

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Da qualche mese non scriveva un racconto.
Qualcosa in lei si era spiegazzato come un aquilone che non era stato portato a volare come promesso; qualcosa si era offeso, si era spaventato.
Battuta d’arresto: quel sorriso inaspettato l’aveva ferita.
Aveva sognato  di camminare per lunghi deserti di pietra, e che era morto un bambino.

E il corpo: aveva preso l’abitudine di stringere le mascelle.
Ogni cosa che faceva, ogni luogo in cui stava, era come avesse una macchia.

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Per ritrovare la strada, se lo ricorda ogni volta – come se fosse la prima volta che accade – occorre accendere candele. Ci vuole la musica.

Occorre ridarsi fiducia. Parecchie ore in solitaria.
Un libro, più di uno.
Una serata al cinema d’essai. Danzare.
Disegnare senza pensarci.

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Eccellente agire senza pensarci, funziona meglio, così.
L’amore, l’amicizia, la scrittura, cucinare una torta.

Pensare meno, restare lievi, per non bloccare la vita a doppia mandata.

Oggi ha scritto una pagina, non è molto, ma la porta si è schiusa.
Il suo daemon è tornato a farsi sentire:
si era solo nascosto,  e rideva di lei.

Maeve Brennan, “La visitatrice”, un romanzo breve postumo

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La visitatrice, romanzo breve di Maeve Brennan, è stato trovato nelle sue carte quattro anni dopo la sua morte.

La scrittrice è nata nel 1917 e si è spenta nel 1993. Il libro è stato pubblicato nel 2000.

Quest’opera, sappiamo con certezza, era stata accantonata dalla sua autrice intorno al 1940.

Qualsiasi lettore che venga a sapere di un ritrovamento di un dattiloscritto postumo non può evitare di provare un brivido lungo la schiena, consapevole del fatto che l’opera ha corso il rischio di venire cestinata o seppellita in un archivio senza venire mai alla luce.

Maeve Brennan era una bellissima donna molto elegante, irlandese di nascita e newyorchese d’adozione. Figlia di un ribelle, un militante irlandese che era in prigione quando lei era nata, Maeve si afferma presto in America come giornalista.

Scrive per “Harper’s Bazar” prima; e dal 1949 per il “New Yorker”.

Si interessa di moda e di libri e racconta New York nella rubrica The talk of the town; molte di quelle narrazioni si trovano nel compendio Racconti di New York pubblicato per la prima volta nel 1969; intanto Maeve nutre l’aspirazione a compiere un salto di qualità – vuole diventare una scrittrice, scrivere prosa immortale.

Splendidi sono i racconti che possiamo leggere nella raccolta Il principio dell’amore edita da Rizzoli. Meraviglioso il racconto che dà il titolo al libro. Inferni quotidiani descritti con eleganza; l’indagine sulla società borghese conformista, sui condizionamenti che impongono di sposarsi senza curarsi se il legame in questione sia davvero un’unione di anime.

Maeve è una di quelle donne che stringono al petto più volte al giorno la borsa di cuoio gravida di un dattiloscritto per non perderlo di vista, sapendo che riuscirà a correggerlo soltanto nella notte, dopo avere finito le commissioni, i pezzi che le permettono di battere cassa dal datore di lavoro.

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È una di quelle donne, inoltre, consacrata alle short stories e ai romanzi brevi.

Sa che, nei brevi margini di giornate non dedicate alla scrittura di un certo tipo (e quindi, sprecate, in un certo senso) e nel lasso breve di un fine settimana che trascorre sempre troppo rapidamente può cesellare perfettamente la materia grezza della scrittura letteraria soltanto se contenuta in un numero limitato di pagine.

Si dice che Maeve Brennan abbia ispirato Capote per la costruzione del personaggio di Holly Golightly in Colazione da Tiffany. Il dibattito tra gli appassionati di Capote è ancora aperto. Certamente, anche Maeve, come Holly, rifugge totalmente da schemi e cliché sociali convenzionali.

Nell’età della maturità Maeve comincia ad avere problemi psichici, diventa intrattabile, vive come una clochard; muore in una totale solitudine.

Noi, che amiamo i suoi racconti, ringraziamo la sorte che ha portato fino a noi, fisicamente – nelle nostre mani – La visitatrice.

Un racconto lungo; o un romanzo breve, in realtà una novella, scritta con uno stile di una leggerezza incantevole.

Come accade al personaggio della moglie di un superbo racconto gotico di Edith Wharton, Dopo, il lettore de La visitatrice si accorge in gran parte tardi, e cioè ‘dopo’ la chiusa della storia, del pullulare di sentimenti, dettagli, della corposità dei contenuti che la narratrice trascina e gli rovescia nel tascapane perché possa portarlo con sé.

Come accade con tutti i racconti ‘perfetti’ la storia continua ad agire dentro il lettore anche dopo che il filo di parole che l’ha sostenuta e cantata si è interrotto, portando le sue ragioni, sottoponendo alla sua attenzione dettagli narrativi che aveva trascurato, inducendolo a legare nastri e nastrini fra i diversi livelli dei fatti raccontati.

La negazione di una cortesia, la promessa mancata della giovane protagonista, Anastasia, nei confronti di una donna agonizzante si rivela una traccia che condurrà a constatare la sua radicata attitudine a non (saper) portare a termine concretamente quasi nulla, qualunque atto pragmatico che le serva per definire una strada sua propria, la costruzione di un progetto lavorativo o familiare.

Qualsiasi via d’uscita al di fuori della sua interiorità è ostruita, amputata dalla straripante avidità di appartenere profondamente alla famiglia di origine; da un continuo, ossessivo bisogno di essere amata, o almeno ‘accettata’ da sua nonna.

Senza mani e senza piedi, questa ragazza attraversa le stanze della grande casa di famiglia e le strade di Dublino chiusa in perimetri mai troppo ampi.

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Nelle pagine si gioca un agone infernale, un conflitto parentale, accompagnato da sofferenze represse e pochissimo comunicate. Molta importanza rivestono i luoghi descritti, e soprattutto gli oggetti presenti sulla scena:

Restarono sedute là con il loro tè.

La signorina Kilbride se ne stava in poltrona, ma non era rilassata. Osservava tutto con attenzione: a un tratto uno scoppiettio del fuoco le strappò un sorrisino.

I suoi occhi tornavano sempre al viso di Anastasia. Anastasia era consapevole di quello sguardo indagatore, e anche la nonna, che a un certo punto non lo trovò più divertente, e ne fu imbarazzata e irritata. Si capiva dal modo brusco con cui maneggiava le tazze.

La innervosiva l’improvvisa vita che si animava nella stanza e vedeva curiosità e supposizioni dove per tanto tempo c’erano stati solo un’immutabile malinconia e prolungati ricordi. Eppure si compiaceva di essere esclusa dai timidi tentativi di conversazione tra Anastasia e la signorina Kilbride.

Loro si sentivano sole e insoddisfatte, lei era sola e soddisfatta e chiusa.

La nonna di Anastasia è rimasta bloccata nel limbo di un sentimento d’amore esclusivo ed ossessivo per il figlio scomparso.
Nessuno degli attori della storia vive nel presente davvero; solo in apparenza si abitano case e stanze ordinate da una routine impeccabile, nella realtà i personaggi sono tutti altrove.

Smettono di prosperare, sovrastati da ombre nere di pulsioni, di leve che vengono dal passato, che frustano ogni possibile joie de vivre.

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La visitatrice non passerà di moda, così si compone la scrittura quando è campione, quando è fortunata, quando modifica l’esistente e qualsiasi materia su cui impatta; per prima cosa la cera friabile dell’anima del lettore che alla storia raccontata si affida senza difese e riserve.

 

Emily, la stanza chiusa e le altre

 2336283_64aec78759_mChissà come accadde, Emily forse di slancio si alzò dal lettone, gettò gli abiti colorati in una grande cesta, li portò via dalla sua stanza in un pomeriggio domenicale, forse avvenne nell’inverno passato al rallentatore – quando chiudeva occhi e pugni trascorreva più lento –

oppure fu un processo graduale, e il colore si stinse dai vestiti di fattura semplice come se ne venne via pian piano dalle guance

quel movimento ondulatorio e ossessivo della spazzola nei capelli lunghi come per onorare un vecchio voto, la finestra silenziosa e schiva sotto la lastra sottile del sole, o no.

Come cominciarono i quarant’anni di Mirra Alfassa?

… via via lei si restituì ai piani alti, negati quasi a tutti, e si specchiò solo nei muri della stanzetta e negli occhi, nella penna di Satprem.
Sri Aurobindo aveva già lasciato il corpo, avvertendola un attimo prima. “Faremo meglio il lavoro, insieme”.

Qualcuna non si ritirò fra quattro brevi muri ma continuò a viaggiare, a passeggiare, ad accogliere ospiti, tanto nessuno si accorgeva di quanto erano già andate via tutte dietro lo schermo di una fronte ampia, convessa.

Il sorriso di un quadro d’epoca.

Solo lo sguardo, come un doppio fondo di scatola, le tradiva, incommensurabile dolcezza della riflessione versata in pupille antiche.

Il fiore di loto che nuota a braccia aperte, nel lago sacro, si muove appena.

Karen Blixen dietro lo stretto foulard si svelava: basta guardarle gli occhi, persino in fotografia.

Proust si chiuse dietro una scrivania, dietro le tende bianche. Meditazione sullo specchio di un armadio, nei vetri di una libreria.

Se si dà loro tempo sufficiente si restituisce agli oggetti tutta la loro forza.

Allende, Pasolini, Satta, Allende. Gli scrittori e il tempo sospeso.

10846062_1514349358824534_7152205340573027810_n.jpgSe dovete scrivere romanzi o poesia è necessario che possediate cinquecento sterline l’anno e una stanza con una serratura alla porta

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sè

Isabel Allende scrisse il suo primo romanzo quando non aveva ‘una stanza tutta per sé.
In Paula racconta di quando stringeva fra le dita il manico di una valigetta portandosela sempre dietro, come un talismano, in andirivieni fra l’ufficio e la casa; tenendosela accanto quando badava ai due figli e al marito. La valigetta conteneva il suo dattiloscritto: sui fogli alcune macchie di sugo si confondevano con il bianchetto che si usava nell’epoca dimenticata delle macchine da scrivere. La morte di suo nonno le aveva innescato il demone della scrittura, chi la fermava più?
La casa degli spiriti la precipitò verso la fama immediata, e le procurò i mezzi per scrivere comodamente i romanzi successivi.

L’attuale compagno di Isabel ama prepararle il tè, e portarglielo mentre lei siede al tavolo rituale della preparazione alchemica dei romanzi.

Pier Paolo Pasolini nei primi anni cinquanta ci metteva tre ore e mezzo a raggiungere la scuola media di Ciampino dove insegnava lettere; durante quei lenti spostamenti fra trenini e autobus riuscì a leggersi, oltre a molti classici, le opere dialettali più importanti del novecento.

Chi lo avesse incontrato durante le sue trasferte da pendolare avrebbe visto soltanto un ragazzo di una trentina d’anni, serio e attento,con un libro in mano, che lanciava di tanto in tanto acute occhiate al paesaggio; senza immaginare che quel ragazzo stava lavorando al primo contratto editoriale della sua vita, la cura dell’antologia di poeti dialettali per l’editore Guanda.

Salvatore Satta, che sarebbe diventato giurista di fama, aveva incontrato la scrittura da giovane, nel corso di una lunga malattia. Nel 1928 La Veranda, il romanzo che raccontava quell’esperienza, fu sostenuto da Marino Moretti ma osteggiato fortemente per via della retorica salutista di quel periodo.

Anche Moravia cominciò a frequentare la lettura e la scrittura negli stessi anni durante una lunga malattia e un ricovero in sanatorio; e dopo, produsse niente di meno che Gli Indifferenti.

E Pasolini scrisse (abbozzò) sei opere teatrali quando fu costretto per un mese a letto nel 1965 per una gravissima ulcera.
Una parte importante de La diceria dell’untore di Bufalino deriva da una sua lunga degenza in ospedale per aver contratto la tubercolosi.

Sospensioni. Pretesti, pause obbligate da una quotidianità già sperimentata che sfociano in nuovi progetti. Imprevisti.

Gramsci non si sarebbe scelto il suo destino da carcerato; noi però abbiamo ricevuto dalla sua sospensione da dannato importantissimi scritti.

E possiamo leggere Memorie del sottosuolo di Dostoevskij o l’opera da sopravvissuto di Primo Levi. Le memorie di Goliarda Sapienza da Rebibbia.

Roberto Saviano, a causa della forzata reclusione di uomo minacciato, non può più girare libero e raccogliere materiale per la sua opera. Si è conquistato ‘una stanza tutta per sé’ dal punto di vista economico, ma questa stanza ha delle sbarre alla finestra, neppure tanto simboliche.

E’ stato costretto a trasformare il modo di scrivere, sta andando verso altre soluzioni creative.

Tornando a Satta, la delusione per la mancata accoglienza della prima opera lo fece dedicare in toto agli studi giuridici; il suo grande talento fu deviato e fatto confluire in contenuti tecnici.

Tradiva la vocazione da scrittore, dicono i suoi amici giuristi, tornendo stilisticamente in modo eccessivo i periodi della prosa dei suoi saggi.

Dovette il suo secondo libro, De profundis, a un’altra sospensione da tempo e spazio, quando si rifugiò in campagna con la moglie durante la seconda guerra mondiale.

Scriverà il suo capolavoro vent’anni dopo – un libro ogni vent’anni – quando si trovò sul bordo della morte, tradito dalla sua epoca, disperato a causa della dissoluzione anche fisica del mondo familiare e della Sardegna che aveva conosciuto.
Una forma di grave depressione lo trasformò di nuovo in scrittore, il trovarsi in prossimità di malattia e morte lo liberò dalle responsabilità del mandato professionale.

Pasolini disse, mancando per l’unica volta di attitudine profetica, che l’idea di invecchiare lo rendeva più gaio, perché avrebbe smarrito il peso degli investimenti sul futuro, avrebbe potuto vivere davvero in odor di leggerezza, come gli uccelli del cielo e i gigli dei campi.

Invece, il suo ultimo gesto poetico fu di pesantezza esemplare, Salò o le 120 giornate di Sodoma, una straordinaria, insopportabile istantanea del potere del Palazzo e di tutti i Poteri.

C’è un altro aspetto della commistione fra lavoro e scrittura. Lo stile di Salvatore Satta non fu inquinato dal dedicarsi per la maggior parte della vita a scrivere saggi giuridici. In un certo senso, Satta fu quasi schizoide.
Accanto a una selva di volumi scritti per la giurisprudenza, spuntano quei pochi fiori selvatici letterari nella loro netta brillantezza e autonomia di linguaggio.

Non è così, di solito. Chi pratica la carriera accademica, i professori universitari per esempio, difficilmente mantengono, se l’hanno mai posseduta prima, la capacità di scrivere letteratura.

La stessa cosa, in modo diverso, accade per i giornalisti. Mantengono giocoforza un legame con lo stile, con la prosa del loro lavoro che pregiudica, a volte, i loro esiti letterari.

La Fallaci ha scritto alcuni libri di buona qualità, ma è soltanto in Un uomo che realizza tutta la capacità di romanziera.

Molti scrittori non scrivono abbastanza perché lavorano. Oppure non credono abbastanza nel loro lavoro e si caricano di impegni smarrendo il senso di una vera e propria missione.

In un racconto di Albert Camus si narra di uno scrittore che cede sempre più spazio della casa in cui vive alla famiglia, fino a morirne.

Si può leggere questa storia sostituendo al ruolo della famiglia quello di una convivenza fra lo scrittore e un lavoro alienante, faticoso, demoralizzante.

Stephen King non ha scelto questa strada. Sposò molto giovane la sua Tabitha Jane-Frances, una scrittrice di cui poco sappiamo, forse dotata di poco talento, schiacciata dal suo augusto marito. Tabitha non ha limitato la carriera del marito, l’ha sostenuta sin dall’inizio, quando Stephen collezionava lettere di rifiuto dagli editori.

Stephen, al suo esordio, svolgeva molti lavori fra i meno riconosciuti socialmente, viveva con la famiglia in una roulotte; dopo la pubblicazione di Carrie il suo nome prese quota fino a portargli, oltre la fama, una ricchezza immensa. La sua giornata da scrittore è simile alla giornata di un bottegaio, si siede al tavolo molte ore al giorno con ritmo impiegatizio.

Il suo percorso è esemplare, la sua vita è romanzesca.
Il sogno americano non partorisce solo mostri.

Scrivere perchè la guerra, o la malattia hanno perforato la fila dei giorni e l’elaborazione di un vissuto supera la portata della propria sensibilità. Scrivere per testimoniarne. Scrivere nonostante il lavoro occupi la giornata freneticamente, nei ritagli di tempo.

Svegliarsi all’alba, leggere alla fermata dell’autobus, durante le pause pranzo; scrivere perchè si è ispirati da quel lavoro a malapena sopportato per sostenersi economicamente, scrivere di quel lavoro scelto perchè (invece) ci appassiona, descrivere i personaggi incontrati sullo scenario quotidiano del proprio ufficio, del negozio, della biblioteca, dell’autostrada percorsa ogni giorno per lavoro.

Commistioni e congiunzioni fra gli scrittori e il mondo, ricerca dell’isolamento dopo un’esperienza, o a causa di un’esperienza vissuta che impone d’essere scritta.

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