Villa Genziana (la casa brucia). Annotazioni sull’infanzia

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Inquadratura docile. Finchè si è vivi si può- assillo- riavvolgere il nastro, zummare ossessivamente, ruotare la visuale su quel cancello. Ripartire. Penetra a filettature nel terreno la lama del ferro per chiudere a fondo le croci verdi e preservare le figlie. Mio padre aggiustava nell’ozio quella coloritura da prato beffardo con pennellino, solerte estate canicolare.

Una madre ancor più figlia delle altre, le piccole donne del sacrificio, spazzava in eterno due cortili.

L’albero delle albicocche tiepide e morbide dentro la mano dietro la siepe si ammalò insieme al suo signore, in autunno, discreta e sobria preparazione alla fine, non visto. Con dignita’ e fierezza.

E amore per gli altri superiore a quello che si ha per sè.

Mentre la stirpe inaridiva, petalo dopo petalo.

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La villa sul mare.

La donna bella, – sorriso inarrestabile – rivendeva alle onde la polvere dello scirocco, rintracciata granello per granello, come si rincorrono per stutarli i serpenti piccoli acquattati fra le chianche, robinia fragrante e gerani appuntiti come spilli.

Le belle di notte.

Intrusa, nascosta nella scia del suo silenzio, la bambina-trecce selvatiche-scruta l’uomo.

Gli zoccoli dell’indipendenza, provati e fatti risuonare bene, come campanelli in via Omero: e lei svolta verso la scogliera a strapiombo.

Comicamente e tragicamente priva di parapetti per bambini avventati.

Bicicletta verde, guapperia, solitudine brusca come l’origano.

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I libri mietiture del grano sotto al letto e nelle lenzuola, aperti a dorso in su sul ventre fragile disteso nel sonno.

Ignorare corsaro le zanzare festanti sulle papille e sulle orecchie.

I passi tentennanti a provarsi il coraggio sulle scale, la notte. Sempre prove, anche nel bosco. Aquile sotterrate. Sulle fondamenta arcaiche di una casa lontanissima. Danzando sul castello annegato del tempo dei romani, sull’acqua- lastra fotografica. Mai ostile.

Tutto questo sogno infranto in questa bava di luglio. 2006. La casa brucia, scompare. Mai esistita. Stamattina incidevo queste immagini e altre ancora, dettagli trascurabili, trascurati? (finchè non perforano la gola all’altezza del cuore) attraversando una magnolia cresciuta accovacciata dentro un palazzo emiliano.

O forse è il palazzo ad essere stato incastonato in lei, si e’rannicchiato intorno alla sua corona.

Per un attimo ho scordato quella lacerazione in bianco e nero. E’ giusto bruciare le fibre del passato. Si vorrebbe portare la sabbia nel tascapane, si vorrebbe appesantire il cammino.

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Perle di fiume, liete, oggi pomeriggio, per nulla soporifere. Impreviste. Formicolio di abissi inaffidabili e felici. Immaginare. Per chi non vuole, per certe maledizioni quiete e cristallizzate, farsi cingere da liane durature.

Ma da momenti di calura, sì. Farfalle.

Certe rocce, gridano.

Ritratto della bambina che non cresce mai

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Scostai la coperta dalla sua fronte. Dormiva come se le ossa che vibravano tesissime durante il giorno si fossero piegate e accostate fra di loro, ristrette, posate come un mazzo di carte accantonato.  Anche le mascelle, la fronte troppo densa, la pelle, fra atomo e atomo, stancata, si chinava sotto i capelli.

Tutto il giorno per lei era una prova, un ‘escursione faticosa per trovare l’uscita.

Non era il modo giusto, pensai, parlarle con forza inserendo altri collegamenti nella sua mente esplosiva, persa in fantasie di piombo. Così l’avrei spinta verso questo raffinato tipo di distruzione.

Avrei bloccato il processo che ci avrebbe, poi, allontanato, trasformandoci parallelamente, per l’altra, in liquidi e gas nocivi, da fuggire per conservarsi.

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Eliana sembra fatta di sola colonna vertebrale, molto lunga in proporzione alle sue membra. Una treccia nera, contratta, sulle spalle, respinge i capelli dal viso rettangolare, non troppo magro ma compatto.

In lei tutto ha un contorno leggero, rarefatto, un corpo che si sfianca con le sue poche linee, si sforza, lotta per imporsi sulla psiche padrona, tirannica.

Le mani agitate, le gambe costrette alla normalità, i fianchi costretti a non espandersi mediterraneamente verso le dimensioni naturali.

E gli occhi, gli stessi della bambina che ricordo, lo scuro disco convesso, più nero al centro, sotto le piccole rughe della pelle distesa sulle ossicine smagrite. Occhi  truccati per aumentarsi di volume ancora di più, uova dischiuse, le uniche parti del corpo aperte, occhi-piccole-mani-aperte.

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Alla fine, all’opposto della testa sofferente, i piedi la smentiscono, agguerriti, indisponenti, svelano le sue troncate ascendenze dalla terra, piedi non da bambola, non da celestiale donnina disincarnata come lei vuole celebrarsi.

Eliana donna dai tratti sottili, disegnata su svaporata carta velina, truccata senza sbavature come su un cartamodello fragile, ma dai piedi ben poggiati sulla terra.