Brevi annotazioni su”Outside” di David Bowie (1995). Cercare la purezza

Una mia recensione su “Outside” di David Bowie sulla rivista “Zona di disagio”

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Il concept album “Outside”, diciannovesima opera di David Bowie, nasce prima di essere realizzato, viene creato da Bowie nelle lunghe conversazioni con il ritrovato amico e collaboratore Brian Eno. Per arrivare a “Outside”, l’artista fa un lungo cammino. Sono finiti gli anni ottanta,  in cui Bowie è tacciato di produrre dischi puramente commerciali, che a noi “bowiani”, invece, fanno girare la testa per i capolavori che sono. Certamente l’interesse dell’artista, sin dall’inizio carriera, è di creare delle hit favolose, che comunichino con un mondo che man mano che la sua età avanza (ma è invecchiato poi mai David Bowie?) diventa globale. La sua stessa morte e la preparazione accurata, commovente, di livello, che vi dedica è ormai, per sempre, evento “cult” anche mediatico, che non smetterà di incidere a fondo con il pugnale della nostalgia bowiani e non.

Eno e Bowie si sono persi di vista dopo la produzione della…

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I diari di Anaïs Nin, l’incontro con Henry Miller: la scrittura, il corpo, l’erotismo

Per Anaïs immaginare un personaggio, inventare una linea di racconto è disturbante, significa imporre una struttura definita al principale oggetto d’osservazione – l’esistenza – che, invece, è un flusso in continuo movimento: vuol dire “imbalsamare” il vivente. La priorità assoluta della scrittrice è evolversi; scrivere di sè e delle persone incontrate in un diario dà la possibilità di registrare in pagine successive cambiamenti occorsi, prese di consapevolezza. Si può rimediare a qualcosa. Si può andare oltre.”

Le mie annotazioni sulla rivista di Nicola Vacca “Zona di disagio”

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“Una bella casa, un caminetto accanto al quale sedermi, un bel panorama persino quando li desidero sono pericolosi (dato che nascondono le sbarre di una gabbia). La mia interpretazione di ‘mettere radici’ è negativa; per me significa tagliarmi le vie di fuga, di comunicazione dal resto del mondo.”  Anaïs Nin, “Diario VI” (1955 – 1966)

 

“La stessa cosa che rende indistruttibile Henry è quella che rende indistruttibile me: è il fatto che il nucleo di entrambi sia uno scrittore, non un essere umano”. “Henry e June” (1931-1932)

I diari di Anaïs Nin, oggi, sono tradotti in molte lingue. I 150 volumi, le 35.000 pagine di questa grande opera sono custoditi nello Special Collection Department dell’UCLA, a Los Angeles. Il successo editoriale dei taccuini è enorme, e nessuno mette in dubbio la loro validità letteraria: ma non è stato sempre così.
Per raccontare la storia dei diari occorre tornare indietro…

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Il giorno, prendersi cura, le parole

una lunga domenica di passioni

E’ tempo di raccolta
dell’occasione
del fresco, della luce a pioggia
sulle dita che suonano la tastiera.

Le parole che colpiscono
i sensi. La lettura del giorno
la curva dei dialoghi
la foto sbiadita
quella che brilla di luce propria.

Questo è il nostro tempo, amico
anche se non siamo pronti a tutto.
Fuggiamo in direzioni opposte
acqua e schiuma di un’onda unica.

La scrittura detta legge alle ore.
L’amore, il prendersi cura restano.
Non muore il lavoro mai, non finisce il pensiero di te.

Una donna legge un libro in ospedale.
Un’altra aspetta di sognare con terrore.
Chi rinasce, chi spera, chi si ossessiona
con suoni lunghi di tristezza.
Non finisce il prendersi cura.

Il tuo sguardo

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Non alzi più lo sguardo al cielo
come un telescopio stanco
lo punti contro i miei occhi
mostrando l’impeto di una dolcezza selvaggia
rivoluzionaria.

Ma tante cose non sai.
Non cerco di naufragare con altri passeggeri.
Non sai che viaggio sola.

Con ogni sforzo possibile sigillo la mia tana,
non faccio entrare il vento, né i baci, né calici di vino.
Viaggio con una valigia leggera.
Io viaggio sola.

Ma non resto insensibile alle parole.
Sono viva. Sento da qui il tocco magistrale di dita
lingua, gambe che non vedo.
Sento la mancanza di ciò che non mi manca.

I pianeti seguono la traiettoria prevista.
Il vento va dove vuole.
Io non so cosa fare. Non posso esercitare il controllo.
Non aspetto istruzioni.
Mi limito ad osservare.

I fogli di poesia di Nicola Manicardi

Un poeta da leggere, da scoprire. Una mia recensione sui versi di Nicola Manicardi, sulla rivista letteraria “Zona di disagio”

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A dispetto di molti, non ho mai pensato che i social siano soltanto fatui, omologanti, generatori di “non essere”, come diceva qualcuno; perché da sempre mi è sembrato evidente che ogni tecnologia, usata con consapevolezza, apra ventagli di possibilità.

Vivo in un’ epoca in cui, con mia grande tristezza, non posso accedere a circoli letterari fisicamente esistenti: sono tramontati da decenni. Non posso incontrare Dino Campana al Caffè “Le giubbe rosse”, a Firenze, nè accettare dalle sue mani un foglio di versi. Ma facebook, però, mi dà l’opportunità di leggere un taccuino di poesia come quello di Nicola Manicardi. Gliene sono grata.

Manicardi scrive da vent’anni. E’ un poeta stimato da altri eccellenti poeti e critici. Una scelta di suoi componimenti, “Non so”, è stata pubblicata, fra l’altro, nella collana di poesia “Zeta” diretta da Nicola Vacca de “I quaderni del Bardo” (editore Stefano Donno). In questa recensione, però, vorrei…

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Le mani massacrate di Victor Jara

Nell’anniversario del golpe di Pinochet ripubblico il mio “ricordo” di Victor Jara

prima della pioggia

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Quando trascinarono Victor Jara allo stadio di Santiago del Cile l’11 settembre del 1973, per alcuni uomini non vestiti di colori chiari, in quel paese, fu un giorno di gioia.

Il nome di Victor era iscritto nelle liste degli sgraditi da molto tempo, ai primi posti sui quaderni della muerte di Pinochet e fra l’11 e il 16 settembre il celebre poeta (cantante, autore teatrale) visse la sua agonia.

La sua storia è stata tramandata anche da molti gruppi musicali, fra cui gli Inti Illimani; c’e’ un bel libro di Claudio Fava, La notte in cui Victor non canto’, della Baldini e Castoldi; la moglie di Victor, Joan, ha recentemente scritto un libro con prefazione di Sepulveda, caro amico di Victor.

“Non riuscivo a tornare a fare la vita da signora inglese- dichiara la donna- sono tornata in Cile”

La madre di Victor, donna sola, con pochi mezzi ma…

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Anna Moï, delicata, intelligente, poliglotta: un “écrivain monde”

Lavorando in una biblioteca, a volte ho la fortuna di inciampare, in un promettente giorno d’estate, in un libretto incantevole come questo.
Un’opera da scoprire, un’autrice da leggere, Anna Moï, il cui stile vi delizierà. Un libro che apre la mente.
Stamattina trovate le mie annotazioni su “L’eco delle risaie” su “Zona di disagio”

L'eco delle risaie

L’eco delle risaie è un libro di 124 pagine scritto da Anna Moï.

Il nome autentico dell’autrice è Tran Thiên-Nga, che significa “Cigno celeste”.

Il volumetto è frammentato in micronarrazioni delicate come petali di fiore, e pregnanti come terra rossa.

La terra rossa del Vietnam, oggetto di reiterata nostalgia da parte della scrittrice durante l’esilio a Parigi, che raggiunse a diciassette anni, in fuga dalla guerra.

Tornata a Ho Chi Minh City nel 1993, è stata invitata da una rivista locale francofona a scrivere articoli sulla cultura vietnamita; successivamente li ha raccolti, pubblicandoli nel 2001 per Editions De L’Aube.

Uno degli elementi d’interesse del lavoro di Anna Moï è dovuto alla sua particolare situazione di cittadina del mondo. Radicata, anzi, innamorata del suo Vietnam, allo stesso tempo è una viaggiatrice, che si muove fra Parigi, Bankgok, Pechino, Roma e altre città; e attualemte, per metà dell’ anno, abita ancora a…

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Non dimenticare chi eri domani

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Oggi le mie diverse identità sono in equilibrio.
Una tavolozza sporcata di colori contrastanti che è piacevole guardare.
Un gruppo di amici che si conosce da poco, ma che va molto d’accordo.
Una fila di bicchieri che tintinnano con grazia.

Oggi tutte le mie diverse personalità sono in armonia.
Una di loro, quella che le altre chiamano “l’abbastanza saggia” non ha potuto fare a meno d’invitarmi a sedere,
offrendomi un calice di bianco.
Mi ha fatto promettere, mano sul cuore, di non perdermi più
nel rumore di fondo, nelle sottigliezze del nulla.

Ha concluso tutti i suoi discorsetti con la frase:
– “Il diavolo è soltanto, alla fine. perdersi nel labirinto di azioni senza importanza”.
Io le ho creduto, e ho cominciato ad eseguire le sue indicazioni alla lettera.
Io le ho creduto, e ho deciso di non perdere da quel momento
neppure un battito.

 

Il maudit Jean Genet. Brevi cenni su Querelle de Brest.

Qualche annotazione su “Querelle de Brest” di Jean Genet.
La mia recensione sulla rivista “Zona di disagio”

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“Ogni oggetto del vostro mondo per me ha un senso diverso che per voi. Io riconduco tutto al mio sistema, dove le cose hanno un significato infernale”.  Jean Genet, Il miracolo della rosa

“Voglio aggiungere alcune parole a titolo personale. Come Presidente della Giuria non sono riuscito a convincere i miei colleghi a premiare il film “Querelle” di Rainer Werner Fassbinder. Sono stato il solo a difenderlo. Tuttavia continuo a credere che l’ultima opera di Fassbinder, che lo si voglia o no, che la si deplori o no, avrà un giorno il suo posto nella storia del cinema.”
Marcel Carné, Presidente della Giuria del Festival di Venezia 1982

Chi desideri leggere Querelle di Brest di Jean Genet e creda di aver centrato il bersaglio tornando da una biblioteca con il bottino, il volumetto dal fascino vintage edito nel 1983 dalla Mondadori (dove l’opera è associata a “Pompe funebri”), o dopo averlo…

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“Tra demonio e santità” di Alberto Fortis: un capolavoro neppure sfiorato dal tempo

Una mia recensione su un album straordinario di Alberto Fortis “Fra demonio e santità”,
Sulla rivista letteraria “Zona di disagio” di Nicola Vacca.

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Lecce, 1979. Frequentavo il Quinto Ennio, scuole medie, ambiente culturale poco stimolante per una ragazzina di 10 anni già desiderosa di formazione costante; ma bilanciato dalla fortuna di avere Ilaria Corsi come compagna di classe. Non so dove viva e cosa faccia adesso, ma la ringrazio ancora perché mi introdusse, nei pomeriggi invernali dopo la scuola, al primo album di Alberto Fortis facendomi ascoltare i suoi vinili dal giradischi di casa sua; si chiamava come lui, “Alberto Fortis”, ed era sardonico, irreverente, lirico al tempo stesso: La sedia di lillà, Milano e Vincenzo, Nuda e senzaseno, Vi odio a voi Romani

La mia passione per lui cominciò a bruciare; l’anno dopo, ecco l’epifania del secondo, il concept album Tra demonio e santità. Comprai due album, per il timore di rovinarne uno, perché ascoltavo i brani in continuazione.

Oltre ai testi e alla musica, persino il progetto grafico…

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