E se lei fosse un angelo?

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Un’avventura, la sua vita. Per chi la sapesse interpretare – ma chi può farlo?
un territorio accecante di bianco, metafisico, dove agiscono gli incontri.

La terra è solo una scacchiera dove le anime possono incontrarsi, reincontrarsi; scambiarsi informazioni. Perdonarsi, amarsi.
Farsi la guerra.
Il resto è un palcoscenico, un fondale. Il resto sono trucchi da prestigiatore.

Li vedeva soprattutto prima di morire. O prima di un grande salto esistenziale.
Era stata inviata soprattutto per quello, come se non fosse una ragazza: ma un segnale.
Il suo sorriso era di stampo divino, non era soltanto pieno di calore.
Era un avvertimento.
Nel senso di “accetta il tuo destino”; o “preferisci la dignità”.

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Non sapeva mai prima che tipo di missione stava per svolgere.
Lo comprendeva sempre un attimo dopo.
A meno che le disposizioni fossero diverse, per una sopraggiunta eccezione.
Allora agiva con consapevolezza piena, e muoveva le sue carte con più forza.L’enigma della sua vita.

La bellezza della luce.
La pienezza dei sogni realizzati.
La violenza dei distacchi, il sapore amaro di troppi addii.

Gli umani le mancheranno, quando dovrà tornare da dove è venuta.

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Siamo tutti nascosti. Cercasi tribù

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Siamo tutti nascosti. Siamo tutti dispersi. In quest’epoca alessandrina – Blade runner aveva un’ambientazione ottimista che premeva la vita – ci tocca diventare per forza dei cercatori d’oro, e occupare sulla scacchiera data la postazione fatale dei Ritrovati.

Stiamo imprigionati senza far rumore, senza risse, dietro un reticolato di maglie d’acciaio, che si apre soltanto dietro il comando di una parola amabile.

Oppure grazie a una frase bizzarra, inconsueta, inaspettata, gettata su un tavolo verde privo di qualunque aspettativa, aperto come un vaso sotto il cielo che promette pioggia.

Ma non è sicuro che la pioggia verrà.

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Lui si protende, lasciandosi sfiorare dal vento, da una pianura leggermente increspata.

A volte si incontra qualcuno che nelle sue mani protegge una storia che se fosse raccontata nel giusto momento e sotto la luce più adatta, la penombra azzurra del tardo pomeriggio, ad esempio, o durante una notte, quando per il caldo non si riesce a dormire, potrebbe incidersi sulla tua pelle aperta, e marchiarla a fuoco.

Un’increspatura delle guance. Uno sguardo abituato a nascondersi, a disperdersi, la bocca che si apre dietro una parola d’ordine e sei tu, siete voi, dritti sull’asfalto bruciato dal sole.

Diritti e fieri, fermi dentro una posizione di speranza senza speranza, dentro a una giungla umana che ti appoggia costantemente il coltello sotto la giugulare.

Permettersi di non difendersi.

“Basta guardarsi e poi /avvicinarsi un po’”.

Malgrado tutto, continua a fiorire

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Lei viveva negli anfratti nascosti degli esseri, natante accorta e vigile.
Le antenne ramificate in molte direzioni, centrale radio ventiquattr’ore su ventiquattro accesa.
Accovacciata fra le storie che le creature tenevano nascoste sotto il filo d’acqua delle labbra.
Pronta a raccoglierne ogni goccia.
Clandestina, votata al sorriso anche conto ogni previsione.

Era stata una roccia graffiata da milioni di voci, osteggiata nella corsa, premuta, soffocata sotto un cuscino, presa di piatto dal braccio, distesa per terra, nascosta sotto le pagine, dimenticata nelle stanze delle fotografie, cancellata.
E sempre, ogni volta, risorta.

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Una della nuova specie, una che teneva la sua energia per le grandi imprese.
Una che versava la polverina d’oro a manciate per la strada, ma se la ritrovava sempre aumentata in tasca.

La sua diversità, la portava in punta di coltello per attraversare la folla senza spezzarsi.
Diminuendola tutti, l’avevano creata più grande.
L’avevano forgiata, era diventata una spada, un pugnale d’argento,
la freccia che volerà alto.
C’era da ringraziare, soltanto.

 

I Teatri Rurali della Selvatica, la Metamorfosi, l’amicizia, l’arte-vita

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“Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo là dove abbiamo cominciato. E per la prima volta conosceremo il luogo.
Thomas Stearns Eliot

Al B&B La Selvatica, un crocevia di viaggiatori, un luogo speciale creato dall’energia e dal lavoro di Enrico Fontana, ieri è accaduto un altro miracolo.
L’antico casale ha vibrato delle emozioni di un intenso e partecipato spettacolo corale.
Il collettivo di artisti ha beneficiato dello sguardo e dell’imprinting del regista teatrale Luca Dal Pozzo, che ha saputo dare maggior rilievo e spessore alle forme narrative, visive e sonore, alle storie di ognuno dei partecipanti. Benvenuto ai Teatri Rurali, Luca!

L’evento di ieri, domenica 24 marzo, la festa dedicata all’Equinozio di Primavera, ha raccontato la METAMORFOSI, la TRASFORMAZIONE dell’ombra in luce che ad ognuno di noi tocca compiere.


Tutto è iniziato con l’accoglienza.
Renzo Sacchi dava il benvenuto, mostrava cosa significa il valore della lentezza, del TEMPO, tagliando senza fretta la focaccia che aveva impastato e cotto con le sue mani, affettando una fetta di salame; offrendo il vino ai viaggiatori appena arrivati e dicendo loro cosa sia l’orologio, di come sia stato inventato per sottomettere il tempo.
Prima di congedarsi, lasciava una monetina nelle loro mani, da  spendere nel viaggio.

La seconda scena era improntata alla METAMORFOSI FISICA, quella assoluta, quella che genera difficoltà. Come a dire che il mutamento non porta sempre a uno stato di benessere immediato, che richiede fatica.
Soprattutto quando è totale, rivoluzionario, come quello che richiede il cambiamento di sesso.
Angelo Spiga, il nostro CANTASTORIE con la chitarra, e Alessandra Lugli, la VOCE, cantavano, dopo averla destrutturata, “Princesa” di De André.

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Insomma, il viaggiatore, se sensibile, se avvertito, aveva già la sensazione di non dover semplicemente guardare uno spettacolo, ma di essere chiamato a interagire; a non negarsi, a dare qualcosa di sé al casale.

Incontrava Anna Rossi, che recitava un testo sul DOLORE, e lavava delle pietre con  gesto ripetitivo, fatto di pazienza infinita.  Insegnava che la METAMORFOSI esige dedizione, anche fatica fisica. Per trasformare la materia color carbone, e accedere alla Trasmutazione alchemica, non si può evitare un impegno che costa, a volte, alcune lacrime. E sudore.

Maria “Pelle d’acciaio” ha dato ai viaggiatori la sua esperienza di vita dura e tenace, vissuta all’ombra di un atteggiamento poetico costante. La sua vita è arte.
Nella sua stanza c’erano pere marcite, fotografie di quando erano ancora fresche, ricordi della sua esperienza in fabbrica a smistare frutta.
Lei affondava le mani e la voce nelle storie della TRASFORMAZIONE più radicale, che porta al disfacimento, alla MORTE.

Nel processo di METAMORFOSI deve trovar spazio, per riequilibrare, per sollevare chi si mette in gioco, la LEGGEREZZA.

La saggia Laura Riviello, nello spazio seguente, come i Mentori che appaiono nei miti, nelle fiabe a prestare soccorso all’EROE,  regalava al viaggiatore un talismano per aiutarlo a procedere nel suo percorso personale. Ogni visitatore poteva scegliere fra più ricette – la ricetta della FELICITA’, della RESILIENZA, e così via – e portava via con sé gli ingredienti del CORAGGIO, o dell’AMORE per poterla realizzare, in un magico sacchetto.

Poi veniva il turno di incontrare Antonella Laterza, che rappresentava la METAMORFOSI della materia fisica, dava istruzioni per comprendere i cambiamenti del corpo, citava l’ipotalamo, mostrava disegni; ma non dimenticava di citare le stelle.
Lei regalava a chi arrivava il dono prezioso dell’IRONIA.

Ed ecco la nostra CANTADORA Giovanna Simoni che, tramite le parole de “Le città invisibili”, ci ricordava che la strada che si sta seguendo per TRASFORMARSI, con SACRIFICIO, DOLORE, CONSAPEVOLEZZA, LEGGEREZZA, non risparmia biforcazioni, crocicchi. Questo porta continuamente al fiorire di dilemmi, di dubbi.
Infinite possibilità sono generate da ogni nostra piccola decisione.
Chi percorre la via del cambiamento deve sentire come far la propria SCELTA, scegliere la direzione.

E poi, si incontrava Karin Dolin, che, sporca di colori e di vita dipingeva un murale: le figure di due bambini. diventati grandi amici, le cui vite sono intrecciate in modo profondo alla storia del casale. Karin, che con la sua anima d’artista ha TRASFORMATO la Selvatica portando i suoi colori, i suoi messaggi.

Nella stanza seguente, il visitatore andava a trovare l’ABISSO. Una stanza magica e suggestiva, dove si doveva semplicemente “stare”. Sperimentare la parte di sé che desidera uno spazio più grande di quello che permette il rumore della vita quotidiana fatta di fretta e di muri. Giulia Sacchi ed Eleonora Busi erano le madrine di quel momento largo, e lo facevano vivere con parole sussurrate e brevi suoni che aprono la percezione.
Il rischio, però, è di stare in contatto con l’ombra; che tutti noi proviamo, a volte, a schivare, a non guardare. Non si deve avere paura di scavare a fondo.
La METAMORFOSI necessita di un contatto con l’ombra. La Qabbalah consiglia che non debba essere né troppo breve, né troppo lungo perché sortisca effetti benefici.

Si giungeva alla stanza del tè. La METAMORFOSI si accostava al RITUALE.
Un bellissimo allestimento fatto da Emanuela Vecchi con stoffe e arredi semplici rendeva lo spazio una sorta di mondo iperuranio. Emanuela ed io, offrendo il tè, mentre una voce registrata interpretava un brano di poesia di Peter Handke che poneva domande sul senso della vita, creavamo con poche parole e gesti misurati un luogo di presa di consapevolezza, o semplicemente di pace e di armonia, dove si alludeva per brevi cenni e annotazioni verbali alla cerimonia del tè giapponese, al wabi-sabi, la meditazione sulla bellezza delle piccole cose, o alla bassa entrata concepita nelle  antiche stanze del tè per costringere i partecipanti ad inginocchiarsi in segno di umiltà.

Il visitatore si preparava alle scene finali dello spettacolo: Maria Ramirez, nell’ultima stanza raccontava la sua storia personale, familiare, intensa e forte.
Sembrava dire a chi ascoltava, narrando in spagnolo e accompagnandosi con la musica: ho imparato a prendere posizione, a liberarmi dagli schemi e dai condizionamenti per agire.
Ho agito come agiscono i guerrieri.
Nella sua storia ognuno poteva riconoscersi o, da essa, trarre ispirazione.

Il finale è stato esplosivo, forse una catarsi, o un rivivere le fasi della METAMORFOSI.

Un bellissimo spettacolo di sonorità e performance, grande energia della Donna Serpente, che prendeva forza e coraggio dalla terra.
Gli stupendi suoni ipnotici di Cinzia Zaccaroni e il gesto teatrale di Giulia Galiera hanno chiuso il viaggio, che è continuato, per chi lo desiderava, a tavola, con il cibo preparato da Renzo con amore.

E” solo l’amore che, chi sa e chi può dare e ricevere, porta in luoghi speciali, preziosi.
La Selvatica è uno di questi luoghi, e io ho avuto ed ho la fortuna di conoscerlo.

Grazie, come sempre, per aver condiviso.
Grazie a Daniele Dencs per la sua partecipazione e le sue opere (Dirùpators)

Ripensando agli amori

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Pochi uomini mi hanno interessato, forse solo uno

ripensandoci a metà vita

o appena due.
Due ragazzi contorti, ostili, geniali, magici.

Ora che mi tornano in mente, so che riuscivano a
vedere
con l’ampiezza delle ali di gabbiano
la totalità del mio essere
e si legavano
alle contraddizioni oscure che mi abitano.

Poi, una piccola schiera di anime riappare sullo schermo:
loro mi hanno accompagnato,  talvolta, ma lasciandomi comunque
in solitudine:

uno mi rapì perché sapeva come ridere
un altro per la conoscenza di un libro
me ne piacque uno perché aveva del gatto randagio e del mezzo assassino.

Mi infatuai di altre ombre, di proiezioni lunari, di alcuni fantasmi,
di una mano sfiorata, delle parole non dette,
di un puledro selvatico che non sentiva ragioni, e volle convincermi a fare una bravata.

Mi vengono in mente, mentre la nave riparte, attratta da luci di posizione lontane
dalla mandria di pesci chiusa nel sottobosco dell’acqua.

Una preghiera per il nuovo anno
mentre stanno per arrivare i pirati
dall’altra metà del mondo.

Una preghiera che dal mare approda al cielo.

Tu mi guardi, invisibile e splendido

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La scrittura è un maestro:
mi attengo al dovere di cucinare il giorno
prendere la posta, fare le scale in fretta.

Spingo la schiena e le gambe fuori dal letto
mi ammalo di te,
che mi guardi, diventato invisibile, ma ironico
appoggiato alla porta della stanza segreta.

Con mezza faccia mi sorridi, in penombra.
Ti dimentico: e tu riaffiori come la piena,
soffi sulle guance senza voce
un colpo di tosse reclami, un piccolo pianto.

Te lo concedo, ma allora
ti affronto, maldestra:
– non cercai di ottenere che l’aria
ebbi la tua attenzione, ma senza pagare il biglietto.
Non dovevo essere altro che autentica,
e con me, ti potevi permettere di essere semplice.

Presi la decisione, presi il controllo sulla questione.
Non ho il potere:
ho il controllo del pettine
del coltello con cui ho reciso il gambo del fiore
ho il controllo della porta sbarrata.
Ho il controllo di parte delle lacrime.

Tu, hai il potere di non scomparire.
Tu continui ad abitare nella stanza segreta
con me.

I giorni sporcati di pece, neri neri

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Il gomitolo assolve al suo lavoro, e la donna anziana sferruzza, sferruzza

la rete dei destini, si srotola, si inarca per diventare
una coperta – arazzo

dai colori intensi, tersi, dove ti puoi specchiare per riconoscerti, per completare il disegno.

Invece, un giorno, il filo si aggroviglia.

Le parole partono dal petto come frecce per trasformarsi in serpenti.
L’amore è ucciso, appena nato, appena ritornato.

Le parole appuntite feriscono la felicità.  Cade polvere da quelle ferite.

Sulla testa delle persone vicine, che remano sul loro battello; ne sono travolte per vicinanza.

Nero petrolio scende sulla casa familiare. Tristezza ritorta come bottoni rotti.

Melodia funebre nella testa. E tutto per una manciata di parole.

Parole d’odio al posto degli abbracci. Materiale radioattivo sul giardino fiorito.

La vita scorre in altri luoghi.

E tu ti fai divorare dal buio.
E non ne fai parte.

 

 

 

 

Troppo splendore

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Non se ne parla molto, è un segreto, cova nelle tenebre di caverne interiori:

l’incapacità di reggere l’altrui splendore.

Una donna di settant’anni è stata molto bella. Ora è ancora affascinante, piena di talento, di idee. Ha un compagno che ama, è riamata. Ma le manca qualcosa. Una ferita ancora infiammata, ricordi di infanzia, uno squarcio nella tela dipinta.

Uno strappo nel vestito ricamato.

Invita la sua nuova amica a casa sua, e ritira ogni volta l’invito. Le promette un regalo, ma non riesce a darglielo, mettendo fra lei e la giovane donna una montagna di giustificazioni.

Vorrebbe che fosse diverso, ma il tarlo della gelosia alimenta i suoi mostri.

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La detesta non sa proprio perché. La vorrebbe, ma ridimensionata, più piccola, di media misura. La musica della sua voce la rende furiosa.

Si sopporta lo splendore degli altri quando si naviga con sicurezza nel proprio.

Se si ha coscienza della propria luce, si ha bisogno che le altre persone fioriscano, per creare una rete di lucciole impazzite.

Se si è interi, si ama. Si ha bisogno dello splendore degli altri, per sentirsi felici.

 

 

 

 

Ascolto le storie. La tela bianca del giorno

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Non so che accada perché quest’anno ha ben tredici lune, per via delle congiunture astrali, ma certe giornate sono tela bianca, ben distesa dentro cornici semplici e grezze. Mi metto al centro della scena, non decido nulla; il regista non si fa vedere, è andato a farsi un bicchierino al bar.
Mentre parcheggio davanti il parrucchiere, una sedia a rotelle schizza come una scheggia. Una bella donna con gli occhi azzurri e capelli grigi volteggia come un cigno nel mezzo della strada. Metto le quattro frecce, e scendo.

La riconosco: mi racconta della sua casa, non le piace cucinare ma creare oggetti.
La badante ha imparato a farsi i fatti suoi, voleva limitarla, si lamentava dello sporco che faceva quando lavorava alle sue cose.
Alcune vertebre sono collassate. Porta il busto. Non può fare tutto quello che faceva prima.
Alla fine viene fuori che non ha mai avuto il coraggio di trasformare il salotto borghese in studio d’arte. Usa il tavolo del salotto. Non è la stessa cosa, le dico.
Pochi riescono a disintegrare i condizionamenti pesanti che implorano: non dare acqua, ti prego, alla pianta del talento! Resta minuscola. Resta viva a metà.

Esco dal parrucchiere, piega, ore di tempo libero, altra acqua che nessuno possiede in quantità esatta. Beviamo le poche gocce di ossigeno, cercando di dimenticare le gabbie in cui stringiamo il corpo, ad altezza vita.

Mentre mi dirigo sbattendo i tacchi delle scarpe nuove in Piazza Enrico Berlinguer (quanto durerà l’intitolazione, mi chiedo, di questi tempi neri) vedo lei.

Settantacinque anni, la parrucca un po’ leziosa a causa della chemio.
Questa donna anticonvenzionale non ha molto tempo davanti a sé, da vivere.
Ma sorride. Sta facendo un pic-nic.
Io adoro i pic-nic, mi dice. Ti faccio compagnia, le dico.
Lei forse immagina che io sappia, io non lo do a vedere.
Lei non ha bisogno di commiserazione, perché è forte.
Ha bisogno solo di qualcuno che ascolti le sue storie, dei suoi campeggi, di quello che ha fatto due anni fa – l’ultimo, le scappa detto – in treno, portando la tenda e le attrezzature pesanti su un carrellino, da sola. Mia figlia mi ha rimproverato.  Infatti, dopo mi è toccato andare dall’ortopedico.
Però, le chiedo, ti è piaciuto? Prima, dico, di andare dall’ortopedico, al ritorno.
Sì, mi è piaciuto. Molto, mi è piaciuto.
Era a mio padre, che piaceva il campeggio, mia madre restava a casa.
Lei è selvatica, eccezionale, ha dovuto convivere per decenni con persone che a malapena la capivano.
Ora è gravemente ammalata, ma si gode, sorridendo un pic-nic.
E sorride.

La pentola, il fuoco, l’acqua


Ho lasciato il fuoco acceso
sopra la mia pentola di razza atavica
e sono andata a dormire.

Il rubinetto ha riempito la vasca
e gocce di sale hanno invaso il pianeta.

Qualcuno le raccoglierà in una boccetta
per riportarmele intere.

Non mi è dato di sapere
quando la salvezza sarà accordata
in quale strada, se sarà di montagna
di pianura, se passerà dal mare.

L’amore gettato dalla finestra
si sparge sui fili del bucato
scende sul selciato, si allontana da me.

Per la maggior parte del tempo, sogno.

Stempero le maledizioni
le trasformo in sassi
che appendo alla scrivania
sotto la foto di Maeve.

Lei sorride, prima della cura.
La giovinezza le sostiene la bocca.
Versò le parole addosso a un passante
prima di scomparire.

Ho dimenticato la luce accesa.
Lembi di sole hanno invaso le strade
aprendo porte e finestre
senza il mio permesso.

Ritorno a dormire
nei sogni corro più veloce.