Presentazioni in Puglia di “Incredibili vite nascoste nei libri”, Musicaos editore

Le “Incredibili vite nascoste nei libri” (Musicaos) ritornano in Puglia per 3 giorni, il 21 (Bari), 22 (Alliste), 23 (Bitonto) giugno.

Giovedì 21 giugno h 19 – Libreria Prinz Zaum, via Cardassi 93, BARI
dialogherò con Alessandro Vergari

Venerdì 22 giugno h 20, IL CORTILE DEI LIBRI PARLANTI, la rassegna culturale a cura di Vito Adamo in collaborazione con Musicaos Editore, con il patrocinio del Comune in collaborazione con Assessorato allo Spettacolo e alla Cultura e Consulta dei Giovani Alliste Felline
dialogherò con Luciano Pagano

Sabato 23 giugno alle h 18.30
presso le Officine Culturali, Largo Gramsci 7 – Bitonto Per il “Parco delle Arti” – PROGETTO COMUNALE BITONTO CITTA’ DEI FESTIVAL: VIAGGI LETTERARI NEL BORGO – VII EDIZIONE
presenterò “Incredibili vite nascoste nei libri”, Musicaos Edizioni dialogando con Carmen Rucci, scrittrice

 

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Alice Sophia Carlucci commenta il mio “Incredibili vite nascoste nei libri”, Musicaos editore

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Incredibili vite nascoste nei libri: dodici racconti “atemporali” di Patrizia Caffiero

commento di Alice Sophia Carlucci

Incredibili? Le vite di Patrizia Caffiero non hanno dell’incredibile nel senso ordinario del termine: si tratta di personaggi quanto mai realistici, di storie consuete. Si tratta di persone che vivono “beatamente” a casa loro, svolgono le loro azioni, a volte – raramente – escono e interagiscono con la gente. Ma non è questo che interessa all’autrice.

Quello che rende “incredibili” le vite descritte è la prospettiva: per la Caffiero non conta effettivamente se queste persone abbiano fatto o meno qualcosa di eclatante, incredibile, qualcosa per cui possano essere ricordate – queste cose fanno parte del “resto”, della “conseguenza”, del “superfluo”. Il libro è incentrato sull’esame quasi chimico (“psicoanalitico” sarebbe banale o esagerato) dell’interiorità dei personaggi, i quali, un po’ come nella tragedia greca, diventano modelli, costanti incarnate del rapporto dell’uomo con se stesso e la società, dell’uomo che è costretto a ri-plasmarsi adattandosi in formine predisposte che non lo lasciano del tutto soddisfatto.

Che c’è di speciale? La messa a nudo così dettagliata dei protagonisti fa penetrare nel macromondo alternativo e infinitamente complesso della mente, della personalità, del daimon di ognuno, sicché qualsiasi cambiamento (che spesso non è minimo, ma doloroso e turbolento) proveniente dall’esterno determina uno stravolgimento interiore che fa sì che tutte le componenti del proprio carattere si debbano riassestare. L’autrice non va per sintesi, ma per analisi. I fatti concreti, che hanno comunque un’importanza cruciale, la quale impedisce ai racconti di perdersi in mondi troppo lontani in quanto troppo nascosti, vengono così visti in un’ottica diversa da quella ordinaria. Le storie di Patrizia Caffiero si focalizzano sul quotidiano e cercano in esso dell’incredibile, e l’unico modo possibile perché questo intento acquisisca un senso è porre ogni personaggio sotto una lente d’ingrandimento, di modo che le sostanze reagenti appaiano più grandi, ogni eterogeneità appaia straordinaria.

Se l’obiettivo è quindi la messa in atto di questa indagine, la conseguenza è che la Caffiero può anche sforzarsi di inserire quanti più riferimenti possibili ai luoghi concreti (si parlerà in seguito delle lunghe descrizioni degli esterni), di contestualizzare le sue storie, ma i suoi personaggi resteranno sempre in una dimensione atemporale e archetipa. Questa commistione tra ideale e reale non è stridente ma necessaria, più che armoniosa: se i racconti non vogliono vertere sull’incredibile ordinario, comunque nascono dalla terra, si propongono di analizzare la vita vera e non perdono mai di vista lo scopo. La dimensione prima accennata è innanzitutto suggerita dai nomi: “Maddi”, “Laura”, “Miriam”, “Sarah” eccetera, nomi dolci ed eterei, associati infatti a donne placide, calme, spesso vittime passive della loro stessa vita, che provano invano ad impegnarsi nell’attuare delle svolte, per poi scoprirsi nuovamente in balia del loro fiume silenzioso e invisibile. La notevole attenzione per ogni dettaglio, se in un primo momento fa porre degli interrogativi a un lettore abituato a considerare l’utilità di quel che apprende, in seguito svelano la loro importanza proprio man mano che viene compresa l’atmosfera serafica dei vari racconti. Le minuziose descrizioni rendono inoltre il libro una specie di album di fotografie, oppure un film, e mettono nelle condizioni di vedere con gli occhi dei personaggi. Sembra quasi che l’autrice cerchi in tutti i modi di far arrivare un quadro preciso del contesto, utile alla costruzione dell’identikit dei protagonisti. Per questa ragione, ritengo che le varie similitudini, i ritratti dei luoghi e delle persone, la presenza costante di bevande calde alle quali si rivolge molta (quasi inspiegabile) attenzione, siano elementi funzionali e non fini a se stessi. Ciononostante, non credo che questo libro abbia una finalità, se non intrinseca. La smania di cercare un’utilità in tutto, spesso fa perdere di vista il vero obiettivo, se così si vuol chiamare, dell’arte: il nulla. Alla luce di ciò, sebbene abbia prima paragonato questi racconti alla tragedia greca, non azzarderei a dire che siano catartici: certo, il lettore potrebbe senz’altro trarre qualche insegnamento, vedere se stesso nei protagonisti, comprendere qualcosa della sua vita – ma questo deriva da (sacrosante) interpretazioni personali. Questo libro è libero, scevro da propositi educativi o morali.

Per l’apertura, si è scelto La casa: le prime parole dell’opera descrivono una situazione di dinamica immobilità, in cui il passaggio di un camion sulla strada sembra creare subbuglio e movimento in un casale in realtà fermo. In un’immagine la cui funzionalità sembra all’inizio incomprensibile, è racchiusa la chiave interpretativa del racconto. La protagonista è una donna che viene progressivamente inglobata nel luogo in cui vive, con una madre e una figlia che si affaccendano ogni giorno a colmare la loro vita restando tuttavia sempre vuote, ferme, uguali a se stesse. Questo è quel che in parte si intende quando si parla di “atemporalità”: le vicende sembrano tutte collocate nel presente attuale, si fa, in questo racconto, anche un riferimento storico (pag. 13);  ma il casale, vero motore e protagonista, è antico di generazioni, e rappresenta un nucleo atemporale in quanto cordone ombelicale con un passato non ben definito. I più vivi, nella casa, sono proprio i morti (la cui presenza non oggettiva, ma semplicemente avvertita dai personaggi, non smentisce la realisticità della storia), i quali interagiscono con chi li vede. Si manifestano anche a Maddi, che nel finale dona, metaforicamente, ormai inghiottita dalla casa con le sue opere d’arte, la sua vita a quel posto isolato, rendendo se stessa un fantasma fatto di carne. Il progressivo inglobamento di Maddi scandisce il ritmo del racconto, che si rivela lento, dolce, graduale. Una struttura del genere è ravvisabile in quasi tutte le storie: la Caffiero raramente inserisce cambiamenti del tutto improvvisi e inaspettati, preferisce andare a passi lenti e far abituare il lettore, facendogli a volte prospettare quello che scoprirà. Chi dovesse leggere solo Prima colazione, il terzo racconto, troverebbe assurdo questo ultimo commento. Qui l’autrice inizia a descrivere una donna bellissima e serafica, una mamma baciata dal sole, sempre in quella tanto citata dimensione atemporale e mitica, con i puntuali riferimenti alle bevande calde, al latte, ai dolcetti. Di colpo, tutto cambia: la donna diventa un mostro che senza alcuna ragione (se non una non ben chiara “privazione fisica” conseguenza del parto) inizia a picchiare i figli lanciando loro degli oggetti. Ciò che rende più macabra e affascinante la storia è che, dopo questo picco di follia, la situazione si sforza di ritornare placida e serena come all’inizio. A partire da questo racconto, il lettore capisce l’importanza, per l’autrice, del fatto concreto, che in molti casi coincide con la violenza fisica. E non sa più cosa aspettarsi.

Infatti, la serie prosegue con Le strade di Laura, un racconto che probabilmente sintetizza tutte le principali caratteristiche dello stile della Caffiero, che si manifestano ciascuna ora in questa, ora in quell’altra storia. Non a caso, questo testo è stato utilizzato come brano di presentazione prima della messa in commercio del libro, e distribuito gratuitamente dal Musicaos editore come e-book. Ritroviamo la figura della donna, sempre protagonista, col suo nome bisillabico e calmo, il consueto passo descrittivo iniziale, che si concentra prima sul contesto (che  stavolta assume un’intrinseca dinamicità, poiché viene inquadrato ciò che Laura vede mentre cammina), e poi sul personaggio – e qui ritroviamo nuovi topoi fisici: gli occhi chiari, i capelli dal colore insolito e fiabesco (in questo caso, rossi), la mancata perfezione del viso, fonte di fascino. Ritroviamo il flash-back, imprescindibile nello scire per causas proprio della Caffiero, e quindi la storia di violenza, il rapporto col padre, e quindi l’uomo violento, e poi l’arte, il rapporto non del tutto convincente con il partner, il senso di insoddisfazione dell’artista e in generale di quelle personalità che non riescono a inserirsi del tutto nelle caselle che la società offre. Questi elementi sono le costanti del libro, in particolare l’ultimo tema è presente anche in La libreria e in Cloe la parrucchiera, ma solo in Le strade di Laura trova ampio sviluppo e trattazione, finendo per costituirne il fuoco prospettico. In generale, quasi tutti i racconti parlano di sogni irrealizzati, che fanno da eco e sfumatura all’atteggiamento di assoluta passività e rassegnazione del personaggio. In questo caso abbiamo Laura, la cui vita è un positivo percorso in salita, poiché passa da uno stato di repressione e sofferenza alla conquista della sua libertà – ma man mano che gli ostacoli vengono rimossi dal suo cammino, il vaso iniziale traboccante di sogni della protagonista inizia a svuotarsi, le sue passioni trovano forse uno spazio troppo ampio per esprimersi, Laura si inibisce, si distrae, deraglia. Il finale, a mio parere, non lascia spazio a troppe vie interpretative: Laura lascia alle spalle se stessa, ammollandosi nella sua “splendida” vita. L’arte che era in lei, quelle figure formose dal fascino irresistibile, non torneranno più. E siccome sembra di capire che per l’autrice l’arte è la maggior espressione dell’anima, come si evince dalla ricorrenza dell’argomento,  dall’attenzione e dal tempo narrativo dedicatigli, è chiaro che questo finale sia tutt’altro che lieto.

Probabilmente, l’insistenza sul tema della violenza, quasi sempre perpetrata da parte dell’uomo, poiché ha costituito anche il principale oggetto di interesse da parte dei lettori, meriterebbe un’analisi. Tuttavia, sebbene senza dubbio rivesti una sua importanza intrinseca, ritengo che il ricorso a tale concetto sia innanzitutto giustificato dalla necessità di non tradire l’intento realistico dell’opera: la violenza è parte del quotidiano, è parte del quotidiano tentare di dimenticarla e occultarla, e purtroppo le statistiche ci suggeriscono che il violento possa esser facilmente di sesso maschile. Poiché la Caffiero non dimentica mai, quasi freudianamente, di spiegare la  situazione familiare dei suoi protagonisti, forse risultava più semplice macchiare la figura paterna di questa colpa. Considerato, però, che i personaggi principali sono quasi tutte donne, probabilmente l’assenza o la presenza scomoda del padre assume un ruolo più consistente, sicuramente una funzione esplicativa e determinante; mentre negli altri casi il ricorso a questo tema può essere fine a se stesso o volto a costituire il motore dell’azione, oppure un’ombra su un personaggio che ne valorizzi la parte luminosa. «Molte donne sono derubate dello spirito vitale da un predatore, ma possiedono talmente tanta luce che con quella che resta mandano avanti un’attività, si prendono cura dei figli, degli ospiti e di altri ancora»  si dice in La sposa rubata, che parla della proprietaria di un B&B, dei suoi sogni, delle sue piccole abitudini, del suo rapporto col marito e in particolare del suo desiderio di dare amore, che ritroviamo anche in Nena di Zoubida e nella Signora Flick di Il signore e la signora Flick.

Nella maggior parte dei racconti si fa riferimento all’arte, a nessuno sfugge di menzionare i libri e la loro importanza. Attività, la pittura e la lettura, che si svolgono in maniera individuale – e qui veniamo al punto: spesso e volentieri ai personaggi bastano queste cose per instaurare un contatto con il mondo e con se stessi. Li ritroviamo, infatti, quasi tutti immersi in un’atmosfera di solitudine meditativa, non necessariamente negativa. Si veda, per esempio,  l’incipit di La sposa rubata: «[…] Un fine settimana in compagnia dei computer e dei libri: non desiderava niente altro»; oppure, in Tre pomeriggi e due sere: «Ero molto giovane, ma già divisa dalla vita di uscite del fine settimana dei ragazzi della mia età». La solitudine non assume un ruolo decisivo, in realtà, ma è di nuovo una conseguenza dell’intento principale dell’autrice, ovvero scavare nella più profonda interiorità delle persone. Ciò risulta più facile e pratico, soprattutto per il lettore, se viene effettuata un’acuta scelta dei personaggi: la brevità di un racconto richiede essenzialità, sicché protagonisti dalla vita mondana complicherebbero il lavoro di eliminazione del superfluo ed esame dell’anima, richiedendo un lungo andamento per gradi, più lento di quello già adottato dall’autrice.

Un personaggio tipo dei racconti della Caffiero lo vedrei davanti a una finestra, con in mano «una tazza di tè alla menta […] con una fettina di limone» e dei «biscottini dorati», mentre contempla il suo giardino (prati e fiori appaiono spesso, ricorrono i biancospini) e viaggia con la mente tra i suoi sogni. Tutti, in ogni storia, si riservano un momento per sognare, oppure rimpiangere qualcosa, e ciascuna visione emana, esplicitamente o implicitamente, serenità e grande luce. Spesso, però, i sogni si realizzano a metà o restano semplici fantasie, poiché pochi sono i personaggi dotati della forza necessaria per contrastare la loro inerzia. Il più delle volte vediamo figure rassegnate e abbandonate a se stesse, come in La prozia Maria: «Si respirava intorno alle donne di famiglia un forte carico di rassegnazione, talmente enorme da apparire ancora oggi insopportabile per un essere umano. Un lasciarsi andare a corpo morto a un sentimento di fatalità quasi soprannaturale, senza lottare e senza parlarne, come dopo avere stipulato un patto segreto con qualche divinità o con altri consanguinei che erano a conoscenza dei segreti». Ecco un altro tratto caratteristico dello stile della Caffiero: riesce a tradurre in parole concetti talmente tanto estesi e profondi che si avrebbe timore a esprimerli a causa dell’elevato rischio di sminuirli o limitarne la portata. Spesso, però, l’eterogeneità ontologica tra parole e significato costituisce una cesura troppo marcata, che tuttavia si può aggirare attraverso l’uso di metafore e similitudini. E l’autrice non manca di costellare i suoi racconti di queste figure retoriche: «Sui lati dell’alto muro della zona della sala da pranzo erano appesi tre dipinti di Raimondo, tre paesaggi lunari e marini onirici che sembravano spalancare le pareti della casa, e portarla con sé in viaggio»; «Evitava di rifletterci con l’equilibrio inquieto della ballerina che procede sul filo del tendone del circo; con la perizia di qualcuno che lucida a modo la superficie di un grande specchio fissato al muro riuscendo a non guardarlo mai». Le brevi similitudini relative alle caratteristiche fisiche degli individui sono spesso tratte dall’ambito naturale, e così amplificano l’aura serafica e mitica che l’autrice intende donare alla sua opera. Per creare, inoltre, quest’atmosfera rilassata e calma sono fondamentali le descrizioni, che sono lunghe, onnipresenti, dettagliate ma sempre icastiche, tali da non risultare noiose o superflue. Non costituiscono pezzi da poter tagliare: esse occupano lo spazio che devono, svolgono il compito che è a loro affidato senza essere invadenti – ammaliano il lettore come un canto di sirene e lo fanno addentrare placidamente nella storia. In Il balcone, per esempio, le parti descrittive sono imprescindibili: Sarah non può camminare e le uniche visioni che i suoi sensi esperiscono sono i mobili del suo soggiorno, l’odore dei suoi fiori. Con l’accurato ritratto di questi, si forgia il racconto, in cui non si verifica nulla di particolare, bensì si configura come una tacita ripresa di quel che accade in una famiglia ordinaria, con le magie incredibili dell’interiorità di cui si parlava prima.

Da europea che non ha viaggiato molto, posso dire che a mio parere le descrizioni più belle sono quelle che riguardano il mondo di Zoubida, nel secondo racconto, poiché soddisfano in parte la mia curiosità e appagano i miei sogni, oltre a raffigurare brevemente, ma in maniera magistrale un Marocco per tutti noi lontano e affascinante. Questa è l’unica volta in cui l’autrice si spinge fuori dall’Italia, e anche all’estero non sembra perdere la sua sicurezza e la sua efficacia fotografica.

Tre pomeriggi e due sere chiude la raccolta. Già Cloe la parrucchiera e Il signore e la signora Flick sembravano suggerire un’insolita dinamicità con il loro ritmo leggermente più incalzante, specchio della personalità dei protagonisti – ma quest’ultimo racconto appare trionfante, pare quasi avere una specie di faccia tosta, come quella dei bambini capricciosi ma intelligenti. Il tono, infatti, è quello di un fanciullo consapevole della sua grandezza, che avvisa: «Io sono l’ultimo della mia specie!». Un “Piccolo Principe” fronteggia una sua rivale della stessa razza che si professa sua badante, e i due, come tutti i guerrieri pari per forza, finiscono con l’allearsi, facendo sbocciare dal loro rapporto un fiore poetico collegato verso l’alto. Attraverso la consueta analisi dell’interiorità, che stavolta sembra apparire più concreta e scandita dal racconto dei fatti, si effettua infatti il ricorrente percorso a gradino che, in questo caso, conduce effettivamente verso l’alto, dalla forza cruda dell’atteggiamento iniziale dei protagonisti all’elevata profondità finale del loro rapporto.

Se avessi davanti un giornalista, probabilmente mi sentirei chiedere, come domanda finale, perché consiglierei questa raccolta. Dunque, inizierei a precisare che questo libro:

  • non vuole educare nessuno;
  • non vuole informare di qualcosa;
  • non vuole comunicare un messaggio salvifico.

Né sono convinta che possa essere un “libro dell’anima” utile nel percorso di educazione della volontà proposto da Martinetti, perché anche in questo caso lo si rivestirebbe di un’utilità che non ha. Detto ciò, sarebbe ingenuo e affrettato definire quest’opera “inutile”, per opposizione. Qui probabilmente si fanno risentire i limiti del linguaggio e la limitatezza delle regole della logica (magari la Caffiero spiegherebbe meglio il concetto che intendo esprimere). Per una sorta di desiderio compulsivo di ordine e completezza, siamo quasi sempre tentati di dare una giustificazione a tutto quello che facciamo, forse per provare ad offrire una cornice di positività e giustezza alle nostre idee e alla nostra persona. Evito di perdermi in sterili discorsi sulla concezione dell’utile nella società moderna, e anche di citare inutilmente Nuccio Ordine, perché, del resto, l’atteggiamento in questione verso la scrittura risale all’antichità. Quindi mi limito a dire che consiglio questo libro perché la Caffiero è brava, riesce a far arrivare delle cose, cose che non determinano (necessariamente) cambiamenti nella vita del lettore, ma che per motivi inesistenti è meglio conoscere.

Consiglio questo libro perché è bello.

Inseguire i sogni, il dovere di rinascere


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L’anno scorso sbucai da una botola e conquistai il mare.
Il cambiamento fu preceduto da un periodo troppo lungo di immersione in pensieri bucati come una gomma rotta – idee fatte a sbieco, a sghimbescio.- voci che mi consigliavano di desistere.

Chi te le fa fare? Hai fatto ormai tutto. Hai visto tutto. Non vale la pena…

Ascoltavo fino a crederci le parole nella mia testa che disfacevano come parassiti la tela di penelope.
La luce sommessa di una candela non bastava a dissipare le ombre partorite dalla mia coscienza.

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Mi stancai di me stessa, infine. Ho sempre fatto in questo modo.
Aprii la porta, con gesto deciso
e precipitai nei sogni di Kurosawa.
Trovai un casale nel nulla (o mi trovò lui?)
dove altri viaggiatori, da sempre, mi aspettavano.
Una dimora affascinante dai muri scrostati, antica, una rete che cattura persone di talento
un seme di luce perso fra campi di papaveri e spighe.
In più, una compagnia teatrale che invidierebbe New York.
Nuovi amici.
Tutti i pianeti e le stanze dove entravo si allineavano, ogni cosa riapparse splendida, come appena nata.

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E quello che già avevo nelle mani riprese nuova luce, come se fosse rinnovato dall’interno.
Terminai una raccolta di racconti, e incontrai un editore che crede con tutto se stesso nella letteratura, come se vivesse nei primi decenni del novecento.
La lezione fu chiara, la imparai a memoria per sempre.
Mantenere sempre la fiamma accesa.
Stupirsi, sparigliare le carte.
Abbiamo tutti il dovere di rinascere.

Alcune annotazioni su “Beati i puri” di Luciano Pagano, Musicaos editore

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 “Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?”.
Pier Paolo Pasolini, “Il Decameron”, 1971

“Virginia: Il poeta deve morire. Il visionario.”
The Hours di Stephen Daldry tratto dal romanzo omonimo di Michael Cunningham

Nell’ultimo romanzo di Luciano Pagano, “Beati i puri”, uscito per Musicaos nel 2016, colpisce il legarsi nel testo di due diversi tipi di narrazione: un resoconto, a tratti quasi tecnico, del Reale, reso con un linguaggio sempre sorvegliato, accurato, ma consapevolmente fatto scendere fino al parlato, una sorta di tassonomia del quotidiano.

L’altra narrazione protagonista è il sogno, l’interferenza nella storia del regno onirico, una presenza cospicua della sfera decisamente “mitologica” e ancestrale del familiare, come se si dicesse al lettore che l’intento di sganciarsi dai tentacoli dell’irrisolto presente nella vita di famiglia sarà perennemente sventato; i legami ci riafferreranno certamente per la coda, portandoci via con sè.
Luciano Pagano costruisce un romanzo del tutto particolare, non commerciale: si tratta di una rete in cui cattura la realtà, in cui imprigiona tramite il parlato, il linguaggio tecnico, le accurate e incisive descrizioni di luoghi, di volti, di fatti.
La morte dello “zio” è descritta come se fosse un thriller, con tutti gli annessi dettagli scientifici, come a voler esplorare con cura e distacco il mistero.
La villa romana di Maria Bellomo è tratteggiata in tutti i suoi aspetti. E così via.
Il sogno è presente qua è là, sotto il livello del mare, a pagina. La regina dei sogni, nella storia, è Antonella, la madre del protagonista, Andrea, donna di casa e nella fase matura della sua vita, di preghiera e di rosari.
Figura dimessa, non priva di dolcezza, distratta, non è mai riuscita a rendersi pregnante per il suo compagno, nè per i figli. Antonella sogna spesso e sa setacciare, come molti salentini sanno fare, i contenuti affioranti dal suo inconscio rintracciando i segni sfumati della premonizione.
Anche Andrea, seppure in tono minore, partecipa alle epifanie dei sogni “La notte precedente Andrea aveva sognato di aprire gli occhi e di vedere seduta, davanti a lui, la madre”(p.158).

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Un altro dei tanti aspetti che traspaiono da “Beati i puri” è la solitudine in cui, in sostanza, sono relegati tutti i personaggi. Non esiste una possibilità di concreto dialogo nella coppia Viviana-Andrea. La relazione clandestina attuata da anni dalla ragazza, allora, è tradimento non peggiore del tradimento al progetto artistico- ideale che i due avrebbero dovuto creare insieme.
Anche con Allegra Andrea non instaura una comunicazione migliore. Nè con la sorella, a cui è molto legato, ma con con cui non affronta discorsi di una certa rilevanza. Non si accorge neppure fino in fondo dell’allontamento che Maria attua nei suoi confronti, a un certo punto della storia.
Si affronta la giornata con il proprio carico di contenuti, attaccati alla propria visione, senza confrontarsi davvero con chi ci sta accanto. La crisi sociale – culturale e la crisi delle relazioni sono legate l’una all’altra, indissolubilmente, forse senza possibilità di soluzione.
Abbiamo parlato del sogno; e tutto il romanzo è incentrato, inoltre, su un’altra marca di sogni, l’ambizione di “sfondare nel mondo dell’arte”, di diventare una celebrità.
A questa grande fiera delle speranze partecipano quasi tutti i protagonisti del libro, ognuno con la sua modalità, con un pensiero differente.

Protagonista dello star system è già diventata Maria.  Il suo successo, la ricchezza, rappresentano una sorta di riscatto da un lungo periodo di oscurità.

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Ruggero è un attore senza formazione nè particolare talento, che aspira a far fortuna in modo facile e accelerato grazie alle amicizie, una specie di sbiadito parvenu che rimanda alla così diffusa, oggi, ricerca del quarto d’oro di celebrità a tutti i costi.

Del tutto diversa la “irresistibile ascesa” di Andrea, attore, regista, intellettuale di alto valore, lacerato tra il voler affermarsi con i propri mezzi e la consapevolezza di non essere abilitato al successo, oltre che per l’alto spessore delle sue opere, per il puro fatto di trovarsi ad agire e a proporsi in periferia.
In più parti del libro si discute, si analizza il tema del dualismo, celebrità/oscurità del proprio nome collegato all’altro noto dualismo provincia/centro.

Il luogo geografico e non solo – Lecce – è un altro tema che sta a cuore a Pagano, affrontato non indirettamente ma di petto, soprattutto dalle pagine 99 alla 101 in dissertazioni amare, delineato ed evocato tramite un lungo elenco di aggettivazioni, quasi una litania di descrizioni, di allegati “La Lecce di Piazza Duomo, Santa Croce, Sant’Irene, la Lecce delle piazzette, delle corti, dei vicoli, la Lecce delle carrozze, la Lecce perbene, la Lecce del Festival, la Lecce dei conventi di tufo che si gretola, la Lecce che somiglia alla Grecia, alla Spagna, al Marocco, ‘e qui non ci facciamo mancare nulla’.

L’amata/odiata Lecce, imbuto verso il nulla di aspirazioni artistiche ed evolutive della persona, centro pulsante di culture – ma solo in potenza. Lecce forse come tutte le città d’Europa, forse del mondo, da quando dopo gli anni sessanta settanta i caffè letterari, i salotti, i teatri d’avanguardia hanno lasciato il posto a una devastante superficialità, un deserto dove non si trova conforto, se si cercano confronto e rimando di reali approfondimenti.

“Beati i puri” mi ha fatto pensare per più motvi a Pasolini, che negli ultimi giorni di vita ragionava sulla decadenza culturale delle città d’europa. Pasolini, nel romanzo, è trattato nello spettacolo di Andrea misconosciuto e disertato dal pubblico e dalla critica.

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“Beati i puri è un romanzo che accoglie diversi linguaggi e che mentre racconta, riflette su ciò che racconta; aggiunge chiose, spiegazioni. Dialoga con il lettore, senza essere mai compiacente verso di esso; ribadisce un concetto che lo riguarda molto: io analizzo, io vedo, io sono consapevole. Pasolinianamente, offro un canovaccio della Realtà.

“Beati i puri” o, forse, si potrebbe anche dire che, in questo tipo si società, “non esiste un posto per i puri”.

Pasolini era gentile, paziente, e metteva la cravatta

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Il mondo non esiste. Non è mai esistito, esiste solo lo sguardo e Pier Paolo Pasolini è nato con uno sguardo straordinario, un Progetto. Spesso penso a lui, immagino la sua vita disciplinata, scandire i suoi cinquantatré anni concessigli, durante i quali ha compresso molte vite insieme.Notevole, il suo coraggio, soprattutto se si pensa che il poeta non ha mai avuto “compagni/e” di pensiero. Neppure i suoi amici più cari concordavano con alcune sue centrali visioni. Pier Paolo ha conosciuto una perfetta solitudine intellettuale e spirituale.

Le interviste, i ricordi di amici e collaboratori insistono sulla voce disciplina quando lo descrivono. D’altronde anche nelle foto e nelle riprese che lo ritraggono Pier Paolo emana quell’allure di ragazzo bravo, che i compiti li fa e li porta a termine in modo soddisfacente, che era stato un geniale studente, poi un geniale intellettuale militante, che andava a caccia prima in Friuli poi a Roma di lemmi dialettali per poi scrivere i suoi testi, poi leggeva velocemente, divorandoli, i versi dialettali che poteva trovare di tutte le regioni d’Italia, ci scriveva un’introduzione a un’antologia… perché Pasolini aveva la dote di lavorare a un tema sviscerandolo con molti linguaggi e utilizzandolo per più progetti. Lo faceva rendere, al massimo.

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 Faceva rendere bene ogni esperienza. Del tempo perduto, appena laureato, in treno come pendolare per raggiungere un umile posto di lavoro ne fece momento cruciale per leggersi alcuni classici mancanti; durante una convalescenza per una brutta ulcera scrisse un numero impressionante di fondamentali testi teatrali, e così via…

Sul lavoro emerse sempre la sua qualità di dedizione, la capacità di affaticarsi sui suoi progetti (non fu casuale certo l’ulcera che si citava che nel 1965 lo fece svenire a una cena “in un lago di sangue”) specie sul set dove il lavoro è “visibile” e dove si punta il dito, perché il regista è padre, è re.

L’unica forma di monarchia veritiera, più o meno questo recitava Coppola, è quella del regista.

Se consideriamo pure che la notte Pier Paolo la passava in larga parte seguendo i suoi “meditati istinti”, a caccia, che fosse in Italia o in certi paesi all’estero, in medio oriente o in India… nonostante questo la mattina, abbastanza presto, a casa della madre o in albergo lui si metteva a lavorare con accanimento.

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 Ha trascorso quarant’anni a costruire il tracciato di una carriera perfetta. Chi è pasoliniano e vive stretto all’icona assurda e tremenda della morte di Pier Paolo, a volte resta ingenuamente stupito, per straniamento, dalla capacità e dall’efferata pignoleria con cui Pasolini chiese in molte lettere a personaggi influenti piccoli favori, fin da quando era povero maestro a Roma ma anche più tardi, in varie occasioni, per esempio prima di un’elargizione di un prestigioso premio letterario o cinematografico.

I suoi colletti di camicia di bucato, la cravatta, i completi piccolo-borghesi. La scalata costante, intelligente. L’astuzia di una volpe, seppure di indole amabile. Pier Paolo.

 Con il montaggio che la nostra mente compie (come suggerì Pasolini in “Empirismo eretico” portando il noto esempio della morte di Kennedy) della vita di Pier Paolo a partire dalla sua morte, scendendo a ritroso, non si può fare a meno di accostare quella montagna di gesti pazienti e accorti che lo incoronarono idolo popolare e gli diedero un certo potere sociale e finalmente un po’ di agiatezza economica, alla serie di articoli insopportabili, stilettate alla balena bianca che pubblicò negli ultimi tempi.

Quando di tutto il suo lavoro, della sua fatica, della sua pazienza, andò a riscuotere il compenso. Un compenso del tutto particolare.

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Basta leggersi anche solo alcuni interventi, quelli decisivi degli ultimi mesi, e allora chi conosce anche appena quel periodo storico non può fare a meno di pensare (anche se non avesse letto i verbali del processo post-mortem e tutto il resto) che se fosse stato uno di quella gang là, quella del Palazzo di cui Pier Paolo elencava nomi, cognomi e imputazioni, citando soprattutto Andreotti e Fanfani (un brivido ci corre lungo la schiena quando Pier Paolo “salva” nei suoi giudizi solo Aldo Moro, corre l’anno 1975) avrebbe fatto benissimo a sopprimerlo.

A mandare qualcuno… Era l’unica cosa da fare. La cosa più saggia. The “right thing”, dicono così in America.

Il mio libro a Bologna, a Cento, a Manduria, a Brindisi, a Supersano

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Prossime presentazioni della mia raccolta di racconti “Incredibili vite nascoste nei libri”, Musicaos Editore 

Venerdì 9 marzo alle ore 18.30
via Borgo San Pietro, a BOLOGNA
BOrgo22 presenta “Zoubida il mediatore, Nena la benefattrice, tratto da “incredibili vite nascoste nei libri” (Musicaos Editore) di Patrizia Caffiero. 
Saranno presenti, oltre l’autrice, Ali Tanveer di Next Generation Italy, Fatima Zahra, Souaad Tazarini.
Saranno letti alcuni brani del racconto.
Dopo la presentazione ci sarà un buffet per i presenti

Sabato 10 marzo alle ore 19.30
Art Cafè, Corso del Guercino, 76 a CENTO
la Libreria Albatros presenta “Incredibili vite nascoste nei libri”
Lisa Lambertini, scrittrice, dialoga con Patrizia Caffiero

Giovedì 22 marzo alle ore 14.30
Presentazione del libro al Liceo “F. De Sanctis – G. Galilei” – Via Sorani a MANDURIA

Sabato 24 marzo alle ore 17.30
Camera a Sud, Largo Otranto, 2 a BRINDISI
Presenta Rosella Apruzzi, docente. 
Interventi di Luciano Pagano, Musicaos editore.

Domenica 25 marzo alle ore 18.30
Mubo’s Cafè a SUPERSANO
Irene Mastradrea presenta l’autrice

Mercoledì 11 aprile alle ore 18.00
Il Gruppo Lettura della Biblioteca di BORGO PANIGALE incontrerà Patrizia Caffiero e il suo libro.
Sonia Borsarini dialoga con l’autrice

 

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scatto di Francesca Sgobio

L’amore al tempo delle castagne

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Era stato un anno così:
emozioni grosse come anatre
cacciate a forza in un imbuto, rimaste sottopelle
l’idilliaco sempre presente, insieme al dolore, alle morti tragiche di qualcuno,

e verso la fine, in autunno, quando le castagne tempestano la terra di spine
un innamoramento scosse il suo cuore
chiuso da anni come la persiana di un casale abbandonato.

E come rovinò a terra la polvere quando il principe passò là sotto
come la tenda bianca fece la svenevole, nascondendosi alla vista della strada
mentre i vetri arrossivano.

Ella non volle ammetterlo neppure con se stessa
e continuò a cucire in fretta dentro la casa magica
ridotta da una strega a un appartamento artistico
sbarrato da cento porte chiuse da mille chiavistelli fatati.

 

Il Poeta passeggiava con una cavalla candida di nome Splendore
nulla faceva presagire i nuovi eventi
cambiati all’improvviso come panni puliti
al posto di lenzuola sporche
come le carte di un mazzo nuovo al posto di un altro diventato logoro;
la principessa ne fu grandemente afflitta.

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Lo amò subito per i capelli lucenti, le mani bianche dalle dita lunghe
per la voce bassa, tremante, e per l’anima chiara nascosta, ma a tratti visibile dietro l’armatura d’argento.

Lui l’amò all’istante per la sua tristezza, per la sua gaia risata, per la solitudine feroce, per la condanna della casa stregata.
L’amò per i grandi occhi neri.
Quando il principe si allontanò dietro le curve colline
dopo averle rivolto parole di una dolcezza inaudita
Principessa cominciò a soffrire di molti mali inventati:
tossiva spesso, come se fosse in mezzo al mare, senza soccorso
sospirava come una pentola d’acqua che bolle sotto un fuoco ardente.

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Desiderava rivedere subito il ragazzo flessibile e alto come un giunco
ma al tempo stesso la spaventava il pensiero che davvero tornasse da lei.

Chiunque, dopo millenni di pene, si affeziona alla propria prigione.

Le prigioni sono stabili, sicure, proteggono dalla pioggia,
tengono lontane gli animali selvatici, e danno riparo ai piccoli insetti vulnerabili.

La principessa non poteva uscire dalla casa,
non poteva guardarsi allo specchio
nè parlare mai con anima viva
dei profondi pensieri del suo cuore.

Ma dentro la casa non mancava il pane caldo la mattina, e la scodella del pranzo.
Mani invisibili preparavano la cena, e allestivano la tavola di legno della sala
per la colazione del giorno dopo.

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Nella casa vi erano molte stanze, arredate per darle piacere:
una biblioteca, dove i libri per non annoiarsi si scambiavano di posto senza aiuto
i dorsi luccicanti di colori accesi;
una grande cucina antica, con una stufa di ghisa;
la camera l’avvolgeva con un grande letto a baldacchino
e lampade di ogni dimensione abbellivano ogni angolo.

Vi era la stanza dell’arte, con cavalletti, pennelli e tele
e uno sgabello di legno intagliato da un Mago.

La casa era rassettata dalle mani invisibili,
che tenevano sempre acceso il fuoco, e confezionavano vestiti nuovi
quando ce n’era bisogno.

Tutto questo era divenuto una piacevole abitudine
prima che il Principe passeggiasse sotto le finestre polverose.

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Nessuno conosce la fine della storia,
nè quale maledizione avesse rinchiuso la principessa.
Potremmo cominciare a chiederci se un drago dormisse in cantina, o nel bosco vicino la casa.

La vera battaglia si svolge nel petto di lei.
A forza di sognarlo, di ricordare il Poeta dai capelli fluenti e dalla voce fatata
si logora come la fiamma della candela.

Aspetteremo che la vita faccia il suo corso
chiudendo le palpebre, ascoltando la musica
facendoci portare con fiducia
dal vento del Nord che fa gonfiare le vele
e cadere i frutti dai rami più alti dell’albero.

 

 

 

 

 

Amore infinito, o nella vita reale?

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In una cava d’argilla, nel paesaggio surreale prima delle colline, un ragazzo dalla bellezza sovrumana le chiese:

-“chi sei?”.

Lei non lo dimenticò, durò per sempre quel momento. Dura ancora.

Molti anni dopo un altro ragazzo che la vita aveva massacrato fin dalla prima infanzia le accarezzò a lungo i capelli. Scintille tutto intorno.
Una lieve carezza fu tutto. Ancora lo perseguita, quel momento. Non finirà.

Poi, accadde un’altra volta. Un uomo alto e spaventato vide la sua femminilità nascosta dentro un gesto. Si apriva l’aria intorno.
Le disse: “è questo che nascondi”?

Picchi di comprensione dell’altrove, musica delle sfere.

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E, nella soffitta, in cambio, i ricordi sbiaditi degli anni di legame con il suo ragazzo Giacomo, quando ancora provava a legarsi con qualcuno dentro i giorni.
Uno per uno passano, infine: mangiare insieme, discutere: in ogni angolo della casa spuntavano velature di noia.

Senso di impotenza nell’impossibilità di usare le ali.

Lei è così: bisognosa di percorrere le strade del cielo, si appesantisce in una stanza con un solo essere umano.

Lasciàtela respirare.

Emana luce.

 

 

 

 

 

 

 

 

Contaminarsi fra noi, fra noi tutti.

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L’anima ha preso questo corpo, allora: guardo il viso allo specchio come se fosse un abito che ho infilato. Mi piace, nè troppo bello nè brutto,
adatto a questa incarnazione.
Flessibile, adatto a molti tipi di avventura.

Occhi profondi, un mare di terminazioni nervose: che incarico gravoso. Lo accettai, allora.

Avrai tutto: ma con molta fatica.

Vivrai come un mendicante. Anche se potresti avere di più.

L’anima è precisa come un ordigno, non sbaglia. Ne sa parecchio, di questa vita e delle precedenti. ma noi ci trasciniamo per le vie del mondo storditi come dopo avere fumato molte boccate di oppio dal narghilè.

Non ci ricordiamo, non sappiamo: inciampiamo senza bisogno di ciottoli o di complicità; ci rialziamo strisciando, o grazie a una mano esitante tesa verso tutta questa inanità.

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A volte cadiamo per dare modo a quella mano di sentirsi importante.

Nel labirinto degli spazzoloni ci contaminiamo, ci sporchiamo del sangue delle altre anime.
Un gioco straordinario.

Stanchi, ci ripariamo dietro qualche angolo, ma la forza della vita ci viene a cercare, prima o poi.
Ridendo.
Rantolando, a volte.

L’amore. Gli sguardi, gli abbracci, la comprensione di parole profonde come pozzi.

Il tradimento, una fitta lancinante nelle ossa che governa anche il pensiero: balbetta tutto di noi.

Ci sporchiamo, ci smussiamo, merce sbattuta dentro il macero della catena di montaggio dell’esistenza.

Ci purifichiamo.
Tutto di me se ne va, nel setaccio.
Non morirò così come sono nata. Ti sfido, nuvolaglia.

 

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Come mi piace, tutto questo. Mi ostino a uscire dai ripari e mi espongo a insolazioni.

La bellezza di ogni momento.

Che rischio, aprire gli argini.

La compassione dell’eretica

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L’angelo ieri sera mi ha detto: Hai lasciato cumuli di macerie.
Oggi, piangendo,  ho ricordato.
I miei ventun anni, e la camminata più triste del mondo sul basolato di Piazza Santo Oronzo.
Vai via da qui. Non sei più gradita fra di noi – mi disse il Serpente: la mia migliore amica.
Scacciata, io- lei faceva risuonare la punta dell’ombrello controtempo con i tacchi degli stivali, mentre tornava alla mansarda nella solitudine più grande della terra; quella inarrestabile di chi dice sempre la verità.

La mansarda era un nido adatto a covare i sogni, insediato da secoli sui tetti di Piazza Duomo davanti agli sguardi severi dei Propilei.

Qualche mese prima la sua migliore amica le aveva consigliato, insieme agli altri della compagnia, di conquistare lui. “Salvalo”. Diceva l’amica: Addà venì baffone. Salvalo da lei. La snella ragazza del più bel ragazzo del mondo non riusciva simpatica a nessuno, e la ragazza che ero stata sembrava adatta a sostituirla, secondo il giudizio sicuro della sua migliore amica.

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Posata sulle nuvole, sulla luccicanza, la fiaba decollò a dispetto della ragazza che ero stata allora, che non era a caccia di nessuno, ma che non disdegnava la seduzione.

La capacità di sedurre è un dono di famiglia. Noi siamo capaci di Seduzioni senza costrutto, che servono Solo a spostare gli eventi, a far salire la temperatura del destino.

La fiaba decollò, ma io ne ebbi paura. Partii. Quando il ragazzo tornò con la snella bambola che non era simpatica a nessuno, la migliore amica della ragazza che ero allora decretò:
Non sei più degna della compagnia.
Non disse al più bel ragazzo del mondo di avere costruito castelli di carte alle sue spalle. Per fare sì che tutto tornasse normale, Serpente truccò le carte contro di me.

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E’ trascorso un quarto di secolo da quella sera in Piazza Sant’Oronzo; e negli anni dopo, la ragazza che ero allora, e la donna che sono, si espose altre volte, pagò, si sacrificò.

Sotto la bandiera di una sincerità assoluta, della coerenza, mi sono scarnificata.
Sono morta e risorta mille volte. Sono passati cento, duecento anni, ma resto ancora la ragazza di allora.

Ma adesso percepisco qualcosa di potentemente nuovo, rinato dalle ossa della Fenice bruciata: la compassione.
Mio padre li chiamava: poveri di spirito.

L’angelo ieri sera mi ha detto: hai lasciato anche me, fra le macerie.
Perdona.