Perché ti amo, per le luci accese

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Sento un’amica dell’anima al telefono
un vocale è una lettera con la voce.
A lei si risponde con un’altra lettera.
Scaliamo le montagne analizzando l’essenza
entrando in profondità.

A fine estate ero ancora felice, completa come una moneta.
Vivevo dentro un castello, quasi come principessa.
Ma l’imprevisto mi ha riportato nel bosco
a riprendere la strada dell’eroe:
Il dovere è seguire le voci degli alberi.

Avrei voluto che fossi la controparte.
Ma ti hanno mandato a me solo come monito, così mi dici.
Non puoi rinascere. Saluto con la mano e con le lacrime
costretta a seguire le foglie, per chiedere dove portano.

Avevo perso la memoria, ora me ne ricordo.
Sei stato tu a schiacciare la pelle del serpente
facendomi svegliare
in un nuovo sogno, più reale.

Ti lascio, a malincuore, nell’indistinto
delle tue sacre ripetizioni
ma ricordati che, a dispetto delle ombre
e per le luci che si sono accese
io ti ho amato.

Amore impossibile

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Si era data da fare per asportare chirurgicamente il proprio cuore.
Aveva dipinto il fondale della sua esistenza, controllato il movimento degli astri, scongiurato il diavolo.

Ogni cosa da secoli si muoveva con grazia, ordine, e bellezza:
un grande orologio meccanico sopra un campanile del milleduecento.

La bellezza dell’equilibrio, la visione chiara. Il fuoco sempre acceso, ma sotto controllo.

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Un ragazzo aveva aperto la porta, portato un vento commovente nelle stanze.
Un amore impossibile, ghiaccio sulle finestre, ceppi di legno pronti per la stufa.

Da allora una creatura invisibile abitava la tana del corpo, per sfamarsi della sua gioia.

Così è l’amore insensato, che pretende attenzione, che ruba la voce, fa tremare le mani.

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Una luna sopra un’automobile, la bellezza sublime di un viso

la tristezza lunga come un fiume che non arriverà mai al mare.

L’amore al tempo delle castagne

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Era stato un anno così:
emozioni grosse come anatre
cacciate a forza in un imbuto, rimaste sottopelle
l’idilliaco sempre presente, insieme al dolore, alle morti tragiche di qualcuno,

e verso la fine, in autunno, quando le castagne tempestano la terra di spine
un innamoramento scosse il suo cuore
chiuso da anni come la persiana di un casale abbandonato.

E come rovinò a terra la polvere quando il principe passò là sotto
come la tenda bianca fece la svenevole, nascondendosi alla vista della strada
mentre i vetri arrossivano.

Ella non volle ammetterlo neppure con se stessa
e continuò a cucire in fretta dentro la casa magica
ridotta da una strega a un appartamento artistico
sbarrato da cento porte chiuse da mille chiavistelli fatati.

 

Il Poeta passeggiava con una cavalla candida di nome Splendore
nulla faceva presagire i nuovi eventi
cambiati all’improvviso come panni puliti
al posto di lenzuola sporche
come le carte di un mazzo nuovo al posto di un altro diventato logoro;
la principessa ne fu grandemente afflitta.

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Lo amò subito per i capelli lucenti, le mani bianche dalle dita lunghe
per la voce bassa, tremante, e per l’anima chiara nascosta, ma a tratti visibile dietro l’armatura d’argento.

Lui l’amò all’istante per la sua tristezza, per la sua gaia risata, per la solitudine feroce, per la condanna della casa stregata.
L’amò per i grandi occhi neri.
Quando il principe si allontanò dietro le curve colline
dopo averle rivolto parole di una dolcezza inaudita
Principessa cominciò a soffrire di molti mali inventati:
tossiva spesso, come se fosse in mezzo al mare, senza soccorso
sospirava come una pentola d’acqua che bolle sotto un fuoco ardente.

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Desiderava rivedere subito il ragazzo flessibile e alto come un giunco
ma al tempo stesso la spaventava il pensiero che davvero tornasse da lei.

Chiunque, dopo millenni di pene, si affeziona alla propria prigione.

Le prigioni sono stabili, sicure, proteggono dalla pioggia,
tengono lontane gli animali selvatici, e danno riparo ai piccoli insetti vulnerabili.

La principessa non poteva uscire dalla casa,
non poteva guardarsi allo specchio
nè parlare mai con anima viva
dei profondi pensieri del suo cuore.

Ma dentro la casa non mancava il pane caldo la mattina, e la scodella del pranzo.
Mani invisibili preparavano la cena, e allestivano la tavola di legno della sala
per la colazione del giorno dopo.

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Nella casa vi erano molte stanze, arredate per darle piacere:
una biblioteca, dove i libri per non annoiarsi si scambiavano di posto senza aiuto
i dorsi luccicanti di colori accesi;
una grande cucina antica, con una stufa di ghisa;
la camera l’avvolgeva con un grande letto a baldacchino
e lampade di ogni dimensione abbellivano ogni angolo.

Vi era la stanza dell’arte, con cavalletti, pennelli e tele
e uno sgabello di legno intagliato da un Mago.

La casa era rassettata dalle mani invisibili,
che tenevano sempre acceso il fuoco, e confezionavano vestiti nuovi
quando ce n’era bisogno.

Tutto questo era divenuto una piacevole abitudine
prima che il Principe passeggiasse sotto le finestre polverose.

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Nessuno conosce la fine della storia,
nè quale maledizione avesse rinchiuso la principessa.
Potremmo cominciare a chiederci se un drago dormisse in cantina, o nel bosco vicino la casa.

La vera battaglia si svolge nel petto di lei.
A forza di sognarlo, di ricordare il Poeta dai capelli fluenti e dalla voce fatata
si logora come la fiamma della candela.

Aspetteremo che la vita faccia il suo corso
chiudendo le palpebre, ascoltando la musica
facendoci portare con fiducia
dal vento del Nord che fa gonfiare le vele
e cadere i frutti dai rami più alti dell’albero.

 

 

 

 

 

Amore infinito, o nella vita reale?

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In una cava d’argilla, nel paesaggio surreale prima delle colline, un ragazzo dalla bellezza sovrumana le chiese:

-“chi sei?”.

Lei non lo dimenticò, durò per sempre quel momento. Dura ancora.

Molti anni dopo un altro ragazzo che la vita aveva massacrato fin dalla prima infanzia le accarezzò a lungo i capelli. Scintille tutto intorno.
Una lieve carezza fu tutto. Ancora lo perseguita, quel momento. Non finirà.

Poi, accadde un’altra volta. Un uomo alto e spaventato vide la sua femminilità nascosta dentro un gesto. Si apriva l’aria intorno.
Le disse: “è questo che nascondi”?

Picchi di comprensione dell’altrove, musica delle sfere.

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E, nella soffitta, in cambio, i ricordi sbiaditi degli anni di legame con il suo ragazzo Giacomo, quando ancora provava a legarsi con qualcuno dentro i giorni.
Uno per uno passano, infine: mangiare insieme, discutere: in ogni angolo della casa spuntavano velature di noia.

Senso di impotenza nell’impossibilità di usare le ali.

Lei è così: bisognosa di percorrere le strade del cielo, si appesantisce in una stanza con un solo essere umano.

Lasciàtela respirare.

Emana luce.

 

 

 

 

 

 

 

 

Lettera d’amore di John Lennon a Yoko Ono

file-14993-mediaNew York, 27 maggio 1979

“Negli ultimi dieci anni ci siamo accorti che ogni cosa che desideravamo si avverava a tempo debito, buona o cattiva, in un modo o nell’altro. Abbiamo continuato a dirci che uno di questi giorni avremmo dovuto organizzarci e desiderare solo cose buone. Poi è arrivato il nostro bambino! Eravamo felicissimi e allo stesso tempo ci sentivamo molto responsabili. Ora i nostri desideri avrebbero influenzato anche lui. Abbiamo sentito che era ora di finirla con le discussioni e metterci a rivedere i nostri meccanismi di desiderio: la Pulizia Primaverile delle nostre menti! E’ stato un lavoro grosso.

Ci capitava di trovare nei vecchi armadi della nostra mente cose che non sapevamo di possedere ancora, cose che avremmo sperato di non trovare più. Facendo le pulizie, abbiamo cominciato anche a notare molte cose che non andavano nella nostra casa: c’era una mensola che non avrebbe mai dovuto neanche stare là dove stava, un quadro che cominciava a non piacerci più, e c’erano due stanze tetre che sono diventate luminose e ariose quando abbiamo buttato giù il muro che le divideva. Abbiamo cominciato ad amare le piante: e pensare che all’inizio eravamo convinti che le piante ci rubassero l’aria! Abbiamo iniziato ad apprezzare il ritmo frenetico della città che di solito ci disturbava. Commettevamo molti errori e ancora ne facciamo.

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In passato abbiamo speso un mucchio di energia per cercare di ottenere qualcosa che pensavamo di volere, ci chiedevamo perché non riuscivamo a ottenerlo, per poi scoprire che uno dei due o tutt’e due non lo volevano veramente. Un giorno abbiamo ricevuto un’improvvisa pioggia di cioccolato da persone di tutto il mondo. “Ehi, che è ‘sta roba? Noi non mangiamo mica roba dolce! Chi è stato a desiderarla?” Ci siamo messi a ridere. Abbiamo scoperto che quando tutt’e due desideravamo una cosa all’unisono, succedeva più in fretta. Come dice la Bibbia, «là dove ci sono due riuniti nel mio nome». E’ vero. Due sono tanti. Un potentissimo seme di pulizia.

Stiamo iniziando sempre di più a desiderare e pregare. Le cose che abbiamo cercato di conquistare in passato facendo il segno della pace, adesso cerchiamo di ottenerle attraverso il desiderio. Non lo facciamo perché è più semplice. Desiderare è più efficace che sventolare bandiere. Funziona. E come una magia. La magia è semplice. La magia è reale. Il segreto è sapere che è semplice, e non ucciderla con rituali elaborati che sono segno di insicurezza. Quando qualcuno è arrabbiato con noi, gli disegniamo nella nostra mente un’aureola attorno alla testa. E lui smette di essere arrabbiato con noi? Be’, non si sa. Sappiamo però che da quando gli disegniamo attorno l’aureola, improvvisamente per noi inizia ad assomigliare a un angelo. Questo ci aiuta a sentire affetto verso le persone, a ricordarci che ognuno ha una sua bontà dentro, e che tutte le persone che vengono da noi sono angeli travestiti che ci portano doni e messag­gi dall’Universo. La magia è logica. Provateci qualche volta.

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Abbiamo ancora molta strada da fare. Sembra che più facciamo pulizia, più velocemente funzioni il processo di desiderare e ricevere. La casa adesso è diventata molto comoda. Sean è bellissimo. Le piante crescono. I gatti fanno le fusa. La città risplende, che ci sia il sole, la pioggia o la neve. Viviamo in un universo bellissimo. Siamo riconoscenti ogni giorno per la pienezza delle nostre vite. Non è un eufemismo. Sappiamo che la città, il paese, la terra stanno affrontando tempi molto duri e che si respira terrore. Però il sole splende ancora, noi siamo ancora insieme e fra di noi c’è amore, e anche nella nostra città, nel paese, sulla terra. Se due persone come noi stanno facendo delle loro vite quello che ne stiamo facendo noi, ogni miracolo è possibile! E vero, in questo momento ci farebbe comodo qualche grosso miracolo. Il punto è riconoscerli quando ti succedono ed esserne riconoscenti. Prima si manifestano in una forma ridotta, nella quotidianità, poi vengono a fiumi, a oceani.

Andrà tutto bene! Il futuro della terra è nelle mani di tutti noi.”

John

Anime gemelle

Marco pianta disastrata, verde fatica, boccia di vetro con i pesci morti.
Marco – che spiluccava erba dalla sua giacca e chiedeva chi fosse quella ragazza sul prato.

Delle due fate, una ti è cara, l’altra scavalca la roccia per mostrare i muscoli decisi.
Ma non riscuote successo perché latte bianco.
Caro, latte bianco si è infiltrato nel ramo
una rondine succhia quella gemma di soffione e
una canzone sbuccia la corteccia
quattro api in fila in corsa prendono la goccia di liquido
che ti ritorna infine nella bocca labbra – lucenti – di- lenzuolo.

Formidabile spazio vuoto dove entra livore
di non possedere la donna
donna senza le gambe per prendere la metro
e l’ascensore sulle ali supersoniche
che portano all’appartamento
della città degli impicci internazionali.

Marco ha fatto da perno ha fatto da sindone
nella tela rotta dello sfregio taciturno
il primo della fila di tutti quei re di denari
copie di copie di destino infrangibile
recinto, spezie e fortini per costruire quella pelle insondabile
il tamburo, batacchio di favore
spezza la pesca e mangiane – è il corpo
è l’ostia sottile che calca il palato.

Marco riposa nelle istantanee
degli ulivi beltà indecente
cascare nel burrone, casa rosa sull’argilla.
Contadini arricchiti scarpe grosse.
Chi è lui?
– Un angelo.

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Lazarus e Blackstar. I simboli esoterici e letterari nel testamento di David Bowie

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“Sono più vicino alla Golden Dawn
immerso nell’uniforme dell’immaginario di Crowley
Io non sono un profeta o un uomo stoneage
Solo un mortale con un potenziale di un superuomo ”
David Bowie, “Quicksand”, in“Hunky Dory”, 1971

 

La morte di David Bowie e il suo piano perfettamente riuscito, sublime e straziante di farci arrivare nitidamente la sua lettera d’addio tramite la sua opera ha portato molti, come me. al tentativo di decriptare i numerosi simboli presenti nei testi e nei video dei pezzi “Lazarus” e “Blackstar”, presenti nel suo ultimo cd uscito l’8 gennaio, il giorno del suo sessantanovesimo compleanno. Il video “Lazarus” è uscito insieme al cd, a pochi giorni dalla morte del cantante.

Sappiamo che l’enigmatica scrittura  di David Bowie, che usava la tecnica surrealista e burroughsiana del cut-up fa parte di quella grande famiglia di letterati imparentata ora e per sempre a Baudelaire, Mallarmé, Verlaine, Rimbaud, ai poeti decadentisti francesi, ai poeti simbolisti ed ermetici; l’ermetismo dei testi e nelle immagini di Bowie appare – a tratti – decifrabile; in molti casi infinite connessioni fanno disperdere le tracce di senso nel vento (immagino il seducente sorriso bowiano nel vederci affannare a comprenderle) perché una mente come la sua (basta ascoltare una sua intervista) pullulava di riferimenti simbolici provenienti da una moltitudine di libri, di opere d’arte contemporanea, di film visti (e fatti), di opere teatrali, e così via; se alcune sue passioni sono rimaste stabili e sono ricorrenti –  concetti già interiorizzati e presenti nei suoi dischi e nei videoclip decenni fa, Bowie era preda di  innamoramenti quotidiani continui per nuove opere d’arte, nuovi generi letterari e musicali, per i nuovi mezzi di comunicazione (si interessò persino ai videogames). La prima grossa chiave di lettura per decriptare “Lazarus” e “Blackstar” – è la scelta del regista dei due cortometraggi, un uomo colto, Johan Renck, come Bowie appassionato del mistico Crowley; e non è un legame da poco); che ha girato alcune puntate di  note serie tv di questo periodo; “Breaking Bad”, “The Walking Dead”, “Vikings”.

Allora, David è morto “vivo”! aperto e vigile intellettualmente; se pensiamo a quanti intellettuali oggi siano ancora legati irosamente al pensiero pesante e datato che la tv sia soltanto una “cattiva maestra”. David sapeva, come decenni prima aveva intuito l’importanza del fenomeno della rete, che i più geniali intellettuali operino e siano concentrati oggi a creare e produrre alcune serie tv, che sono autentici capolavori.

Infatti “Blackstar” è, nelle sue prime note, sentimentali, ispirate, solenni come una cattedrale, la sigla d’apertura, la musica dei titoli di testa della serie “The Last Panthers” creata da Jack Thorne e diretta da Johan Renck, partita a novembre, che tratta fra gli altri temi la corruzione politica ed economica dell’Europa.

È accertato che David Bowie abbia girato i suoi video e scritto le canzoni con una condanna a morte sulla testa. Come fece il suo compianto amico Freddie Mercury, non ha fatto trapelare oltre la cerchia di familiari e amici la notizia delle condizioni pessime della sua salute e ha composto pezzi e cantato finché ha avuto la forza di farlo; fino quasi al giorno della sua morte.

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Parto da “Lazarus”, che consente una decriptazione meno ardua rispetto l’alchemico, gnostico, fantascientifico, letterario “Black star”. Troviamo due personaggi nel videoclip; sono entrambi Bowie; uno, l’uomo dagli occhi di bottone che soffre nel letto d’ospedale, e l’altro, che rappresenta l’anima creativa immortale dell’artista; il secondo indossa un abito simile a quello che Bowie vestiva nelle foto scattate per l’album dai contenuti mistici“Station To Station” del 1976; nel celebre scatto il cantante tracciava con il gesso l’albero della vita della Kabbalah. Mentre l’uomo con gli occhi di bottone soffre per il distacco dall’anima del corpo, l’altro sé scrive fino all’ultimo, prima di ritirarsi in un armadio (metafora della bara); perché l’ispirazione della sua scrittura proveniva a Bowie dai suoi canali medianici aperti, da una leggera trance, e chi se ne intende di queste cose potrebbe dire che quando lui scriveva, si trovava su Yesod. Nel suo testamento artistico e spirituale David Bowie non nasconde di sentirsi sempre, coerentemente, colui per sua stessa dichiarazione amava la filosofia più di ogni cosa, che aveva studiato i vangeli gnostici e l’opera di Cromley; colui che aveva sperimentato il viaggio astrale. Lo stesso che, in un momento che lui definisce “il periodo in cui aveva usato la parte sbagliata del cervello”; si riferiva a una pratica ossessiva di magia nera, potenziata e deformata dall’uso di cocaina.

Perché l’uomo sofferente porta una benda con i bottoni al posto degli occhi? Bowie mandò al regista Johan Renck dei disegni che lo rappresentavano. Potrebbe essere un semplice riferimento al film “Coraline” di Neil Gaiman;  in ogni caso si tratta di un elemento perturbante. L’uomo con gli occhi di bottone è presente anche in “Blackstar”. Quando Bowie in “Blackstar” esprime il suo pensiero  o mostra il libro sacro, la benda sparisce e il cantante mostra il viso nudo. Piccola annotazione: nel video “Jump they say” del 1993 che si ispirava alla morte per suicidio del fratello maggiore, il personaggio Bowie, in preda alla follia e alla disperazione in un’inquadratura piuttosto lunga si mostra bendato di fronte ai giornalisti.

Per un’associazione- allucinazione spontanea mi viene anche in mente che si racconta che il fratello distogliesse all’ultimo momento la vista dal treno prima di farsi uccidere e rompere la testa (si bendasse simbolicamente, quindi).

La condizione della sofferenza fisica, la paura della morte secondo Bowie non consentono di vedere chiaramente il percorso spirituale che l’anima sta compiendo; ma l’artista dimostra di sapersi distaccare da tale stato e spogliarsi delle bende

“Guarda, rispondimi, Signore mio Dio,
conserva la luce ai miei occhi,
perché non mi sorprenda il sonno della morte,
perché il mio nemico non dica: ‘L’ho vinto!’
e non esultino i miei avversari quando vacillo»
(Salmo 13, vv 1-5)

 

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Dalle ultime foto scattate per l’uscita del musical “Lazarus” a New York e dall’atteggiamento del corpo dell’artista nei video si nota una vitalità  quasi forzata, nel desiderio di non essere compatito. L’inquadratura dell’uomo bendato, però, sul letto d’ospedale non risparmia le imperfezioni fisiche, le macchie delle mani, le rughe sul collo. Un intento puro e chiaro, stavolta non criptico: mostrarsi al pubblico e ai fan nella verità della sua situazione di malato terminale; ma comunque senza fare percepire eccessivi vittimismi. Anzi, l’artista arriva a mostrare, da vero inglese, un atteggiamento beffardo, di scherno verso la morte. In “Blackstar” le fa addirittura uno sberleffo; e in “Lazarus” entra con uno sguardo sardonico e attento, dentro una bara. Il solo comportarsi in modo creativo davanti alla propria fine è già beffarsi in modo netto della propria morte.

Per quanto riguarda il video di “Blackstar”, non si può ignorare il riferimento alla canzone di Elvis Presley che ha titolo proprio “Blackstar”. La canzone di un grande mito di Bowie (e di tutta la sua generazione), con un sound piuttosto allegro, recita così:

“Ogni uomo ha una stella nera
Una stella nera sopra la sua spalla
E quando un uomo vede la sua stella nera
Egli conosce il suo momento, il suo tempo è giunto”.

La stella nera è comunemente intesa come fortuna nera, la fortuna che si eclissa, la fortuna che non ti accompagna. Le ultime ricerche di fisica quantica discutono della teoria dei buchi neri, e Bowie da curioso di tutto se ne sarà interessato; parlano di stelle nere e non di buchi neri riferendosi al concetto di “orizzonte degli eventi”; comunque buco nero, o stella nera, sono probabilmente anche riferimenti al tumore maligno che risucchia l’energia del corpo, uccidendolo.

Evidente il riferimento in “Blackstar” alla costellazione di simboli legati al “Major Tom” di Space Oddity; qualsiasi fan bowiano riconosce subito  nelle immagini il richiamo all’astronauta che, ormai defunto, come in un sequel della canzone, è approdato in un pianeta sconosciuto; il suo cranio è diventato un oggetto di culto da parte di alcune adepte; sappiamo quanto l’artista si sentisse legato al suo personaggio del film “L’uomo che cadde sulla terra” tratto dal romanzo di Walter Tevis “The man who fell to Earth”.

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Un altro riferimento letterario del video è del romanzo “Ormen” di Stig Dagerman, una storia cupa e piena di terrore e di ansia, visto che in “Blackstar” troviamo i seguenti versi:

“Nella villa di Ormen si trova una candela solitaria
Ah ah ah ah
Al centro di tutto, i tuoi occhi”.

Abbiamo già sottolineato che Bowie e Renck fossero entrambi legati al culto di Crowley e della Golden Dawn. Il pentacolo nero, la torre di guardia sono simboli del mago britannico. Il sole nero, il sole di mezzanotte sono presenti in simbologie esoteriche antichissime; Apuleio, quando descrive la sua iniziazione dice: “A mezzanotte ho visto il sole che splende con una splendida luce “.

Il sole di mezzanotte fa parte anche delle simbologie dell’alchimia, e si riferiva allo spirito che nell’uomo splende attraverso l’oscurità dei suoi organismi umani. Le luci misteriose che illuminavano i templi dei Misteri egizi durante le ore notturne sono state descritte da alcuni come riflessi del sole spirituale raccolti dai poteri magici dei sacerdoti.. ” (Manly P. Hall, Gli insegnamenti segreti di tutte le ere).

Le donne che scuotono le loro membra (e prima nel video lo fanno anche due ragazzi) mi ricordano la transe che si ottiene in quel modo, per esempio con la meditazione kundalini; o una danza di “possessione”.La coda della ragazza che va verso il teschio dell’astronauta è un riferimento sessuale. Molte tracce portano a pensare che Bowie sia stato un tantrico.

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La soffitta in cui si muove il cantante ad esprimere concetti fondamentali è spoglia: la “Blackstar”, nel testo, chiede le scarpe e il passaporto, impone di lasciare l’attaccamento ai beni materiali.

E la simbologia degli spaventapasseri? In una foto di Crowley ci sono tre  croci che si innalzano in un campo di grano. Forse sono anche allusioni a un corpo diventato cadavere, i cui organi interni sono ormai segatura o paglia. I personaggi sono tre, come i personaggi alter ego di Bowie nel video; e come in “Lazarus”, coesistono nel video i principi “consapevolezza” e “sofferenza del corpo”; mentre un David Bowie vitale, con occhi aperti e chiari, guardando nella telecamera esprime con un linguaggio lucido cosa gli accadrà con il trapasso, l’inquadratura mostra contemporaneamente gli spaventapasseri che si muovono freneticamente – con occhi di bottone.

“Lo spirito è salito di un metro e si fece da parte
qualcun altro prese il suo posto, e coraggiosamente urlò
(Sono una Stella Nera, sono una Blackstar)
Quante volte cade un angelo?
Quante persone mentono invece di parlare di fatti scomodi?
Egli calpestò una terra consacrata, gridò rumorosamente in mezzo alla folla”

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David Bowie conosceva benissimo quello che accade all’anima quando lascia il corpo. Lo sapeva anche Lou Reed due anni fa, che per testimonianza della sua compagna moriva praticando esercizi di yoga per facilitare “l’uscita dell’anima dalla testa”, che come sanno i mistici tibetani è il luogo da cui migra.  Ecco cosa riferisce Laurie Anderson sul momento del trapasso di suo marito Lou:

“Eravamo a casa -lo avevo riportato dall’ospedale qualche giorno prima- e anche se era molto debole, ha insistito per uscire nella luce splendente della mattina.
Facendo meditazione, eravamo preparati a questo – come muovere l’energia dalla pancia verso il cuore e il cervello. Non ho mai visto un’espressione così piena di meraviglia come quella di Lou quando è morto. Le sue mani stavano eseguendo la posizione 21 del tai.chi, l’acqua che scorre. Gli occhi erano spalancati. Stavo stringendo tra le mie braccia la persona che amavo di più al mondo e parlavo con lui mentre moriva. Il suo cuore si è fermato, lui non aveva paura. Avevo avuto l’occasione di accompagnarlo verso la fine del mondo. La vita -così meravigliosa, dolorosa e luminosa- non può essere meglio di questo. E la morte? Credo che lo scopo della morte sia la liberazione dell’amore.”

Lo sapeva George Harrison nel 2001 quando per una testimonianza molto commovente di sua moglie lasciava il corpo e la stanza “riempiendola di luce”. Forse quel periodo così intenso in cui i rocker viaggiavano fra l’India, l’America e il Regno Unito per imparare le tecniche di meditazione non si trattò solo di una moda. Fra droghe ed esperienze mistiche o pseudo mistiche questi rocker- poeti straordinari hanno trovato delle pietre preziose, alla fine dei loro giorni, accompagnandosi tutti e tre con donne consapevoli e non con donne “di rappresentanza” come moglii; quello che è successo a Bowie con Iman e Alexandria, accadde all’amico John Lennon con Yoko Ono e Sean; Lennon si innamorò profondamente di Yoko, come mai aveva fatto prima, e visse il secondo matrimonio e la seconda paternità con grande dedizione e lucidità  cercando di rimediare alla prima esperienza di marito e padre vissuta con “troppa disinvoltura” e superficialità.

C’è una simbologia che in “Blackstar” è chiara come “un sole splendente”. Quando David Bowie mostra come un sacerdote o un mago il libro crowleyano con la stella nera, il libro sacro, la scena è invasa dalla luce estremamente forte che batte sul suo viso. Il cammino di Bowie, che negli anni settanta si fermò su rituali anche oscuri, è stato diretto senza dubbio verso la luce. Lo dicono le sue interviste e la sua vita dei suoi ultimi venticinque anni; Bowie si è dedicato quasi esclusivamente alla vita familiare, all’amore per una donna straordinaria e dalla bellezza davvero “aliena”, quasi un suo doppio fisico e spirituale.

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David, viaggiando da Keter a Malkut (“Station to Station”) ha concretizzato la sua fortuna, è riuscito a comunicare il suo pensiero, ha appreso ad amare; come un alieno che non comprendeva il linguaggio umano, ha dovuto apprenderlo con un processo complicato e lungo. Che qualcuno ci creda e altri no, adesso quest’uomo straordinario è tornato al suo pianeta, o ai suoi dei, alla luce divina da cui cadde sulla terra, circa sessantanove anni fa.

 

 

 

Penelope e lo specchio

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Ulisse. Penelope.
Lo spartitraffico di cemento in una grande strada grigia.
Gli dei sfrecciano a velocità cee-le-stiali.

In piedi sotto un lavoro di telaio immenso puoi vedere solo un quadratino di tessuto.
Il vento sfalda e riannoda fili colorati.

Penelope, non e’ che avesse fede in Ulisse: era una Veggente.

Sentiva il viaggio della sua controparte in tutte le fibre, di notte si girava settantasette volte nel letto partorito dall’albero.

Una mattina era stranamente gelosa, e congedava le serve.
Altre volte, invece, si copriva il viso con le mani, sentiva tempeste lontanissime.

Il giorno in cui torno’il suo uomo, Atena la rese piu’ bella e ancora piu’ regale del solito.

Penelope si fece portare il velo, la seduzione più alta che esista.
Una Salomè essenziale.

Per guadagnare quel compenso che non si nomina mai, si perde e si ritrova il tesoro molte volte.

Durante la Cerca, il tempo rallenta, la speranza è rapita dai corvi.
In una strada grigia passano principi e principesse dall’aria smarrita.

In una grande citta’ nessuno crede nel covo del drago, nel sospiro delle fate, nel fuoco greco.

La Regina dei Ghiacci sbadiglia. Una coppa di acciaio non è il Graal.

Poi finì che si annodarono come lacci di un bustino stretto, finché lui non riprese il mare.

Edgar Pangborn, Pianeti allo specchio. Diamanti della letteratura.

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“La conoscenza e’ vera solo se e’ conoscenza delle cose e non dei nomi che le indicano”
(Socrate nel Cratilo di Platone)

Pianeti allo specchio di Edgar Pangborn (1954) e’un libro di piccole dimensioni, che gli bastano a filtrare una saggezza densa, che si distilla anni e anni dopo che lo si è letto.

Si tratta della narrazione pacata di un marziano che rappresenta con altri suoi simili la parte luminosa di una protezione accordata da secoli agli esseri umani, in lotta quasi silenziosa con la parte oscura di altri marziani creatori e protettori di dittatori, di poteri neri, amanti della distruzione.

I marziani sembrano in tutto e per tutto esseri umani, ma il loro cuore batte in modo rallentato, e il loro sangue e’ arancione.

Il marziano bianco ha seicento anni, l’eta’ piu’ avanzata per uno di loro – e sta per morire, ne viene a conoscenza perché nello specchio dove può incrociare la visione del futuro, a un certo punto del romanzo, non vede piu’ il suo viso riflesso.

Non ne parla ai suoi giovani umani con cui sta passando una splendida giornata, su un prato della dolce terra, per non turbarli: tanto, ha gia’ fatto per loro tutto quello che era necessario fare.

Nel libro viene citato a più riprese il Cratilo di Platone, per ricordarci dell’importanza della verita’, del difficile collegamento esistente fra i segni e le cose.

Uno dei compiti più importanti del protagonista è quello di vegliare sulla crescita di giovani uomini e donne di talento. In questo modo e in molti altri può correggere certi avvenimenti e scongiurare l’imporsi dell’ombra.

E’ la metafora dell’esistenza di entità superiori raccontata senza risparmiare i dettagli dell’infiltrarsi della storia e dei suoi abusi nella vita degli uomini.

E’ un breviario sulla compassione; alla fine di scontri e di vicende tragiche il fiore per l’amore per l’umanità germina in modo inarrestabile nel protagonista, che riesce a compiere un salto oltre il bene e il male e a narrarcelo con semplicità estrema, confessando a se stesso di amare in modo straziante l’umanità, quelle brevi vite – di poco meno di cent’anni al massimo – di cui e’ stato mentore per secoli.

Marco Omissis, natale, cartavelina, la ragazza di stoppia

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Così cominciò. Credevo fosse natale. Lui sedeva accanto a Silvia – occhi – sbarrati. Silvia, dell’Odissea in tv notava solo i vestiti delle attrici. Portava una giacca di velluto nero. Capelli secchi al tatto. Bel portamento. Marco Morrison sedeva a tavola con un’estranea: me, gli amici fluttuavano intorno. Carta da parati.
I test di cartavelina. C’è un corridoio mi disse Marco con voce d’attore, molto prima che gli regalassi quell’angelo di terracotta non dipinta, tu devi dirmi cosa vedi . Prospettiva. Apro un sinistro ascensore, sbarre di metallo freddo con tutte e due le mani. La porta gialla. Un tubo a neon, dissi, stanza vuota, fredda, bianca. Assenza di voce animale, fiori bruciati prima di uscire dalla pelle. La porta rossa.

Una cantina calda, due stanze comunicanti, il fuoco acceso, gnomi divertiti che entrano ed escono da piccoli archi nella pietra sollevando vassoi. Delizie di pasti. Cuscini soffici votati al martirio degli abbracci. La porta verde. Una mongolfiera in lontananza, dal corpetto rosa. Uomini primordiali sullo sfondo. Lontananze, t’ho detto! La porta nera. Una cupola di vetro enorme in una stanza da letto. Un albero schiaffeggia l’aria come un fantasma. L’albero copre con rami fastosi il cielo. Non si riesce a vedere. Ma dall’incrinatura del vetro leggermente ferito è entrata una foglia secca.

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Da lì si comincia, dalla foglia, dalla mummia regale accartocciata, immensa sul pavimento vuoto, come dai sogni si cuoce per l’analisi un dettaglio, non lo specchietto d’allodole di un grande mito raccontato solo per sviarci (così ridono di noi gli dei).

Silvia, destinata da lì a poco a essere rimossa in foto dalla testata del letto del poeta, s’intromise acuta e sgambettò fra le parole a goniometro…che avevano inaugurato sentieri di siepe.

Ma non riusciva a far desistere i calici che si dettero schioccando un brindisi inaugurale.

Fu lui a spiegarmi per primo che vedo solo attraverso simboli. Fu lui l’assassino del rito del bagno nella vasca di marmo. Una sera mi chiese di raccontare. Metto delle candele. E poi. La musica, certo. E? L’acqua bollente. Ancora. Prima i polpacci, le gambe. Lentezza infinitesimale. Narrai tutto. Mi ascoltava sempre, viveva appollaiato sulla bocca, profondo come il pacifico. Mi mostrava a me stessa.

Estraeva il narciso come polpa, ferendomi quasi gli occhi.
Con orrore mi svegliai il giorno dopo: avevo ucciso il mio rito, parlandone. Ancora oggi, non posso più consumarlo come facevo prima del tempo di Marco –
versandogli il malto delle parole sfilacciai quel velluto teso fra me e la mia fronte.

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Oggi, per sempre, gli occhi invisibili disinnescano la mia solitudine.
Seguono il mio appressarmi all’acqua.
Respiro caldo di cenere.
E lui spegne ancora, diafano, tutte le candele.