E se lei fosse un angelo?

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Un’avventura, la sua vita. Per chi la sapesse interpretare – ma chi può farlo?
un territorio accecante di bianco, metafisico, dove agiscono gli incontri.

La terra è solo una scacchiera dove le anime possono incontrarsi, reincontrarsi; scambiarsi informazioni. Perdonarsi, amarsi.
Farsi la guerra.
Il resto è un palcoscenico, un fondale. Il resto sono trucchi da prestigiatore.

Li vedeva soprattutto prima di morire. O prima di un grande salto esistenziale.
Era stata inviata soprattutto per quello, come se non fosse una ragazza: ma un segnale.
Il suo sorriso era di stampo divino, non era soltanto pieno di calore.
Era un avvertimento.
Nel senso di “accetta il tuo destino”; o “preferisci la dignità”.

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Non sapeva mai prima che tipo di missione stava per svolgere.
Lo comprendeva sempre un attimo dopo.
A meno che le disposizioni fossero diverse, per una sopraggiunta eccezione.
Allora agiva con consapevolezza piena, e muoveva le sue carte con più forza.L’enigma della sua vita.

La bellezza della luce.
La pienezza dei sogni realizzati.
La violenza dei distacchi, il sapore amaro di troppi addii.

Gli umani le mancheranno, quando dovrà tornare da dove è venuta.

Il cielo sopra Berlino. Annotazioni

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Cassiel: Sulle colline, un vecchio leggeva l’Odissea a un bambino, e il piccolo uditore smise di socchiudere gli occhi. E tu cos’hai da raccontare?
Damiel: Una passante, che sotto la pioggia chiuse di colpo l’ombrello, lasciandosi bagnare tutta. Ah, ecco: uno scolaro, che descriveva al suo maestro come una felce nasce dalla terra. Ha fatto stupire il maestro. Una cieca, che quando si accorse di me si mise a tastare l’orologio. Sì, è magnifico vivere di solo spirito e giorno dopo giorno testimoniare alla gente, per l’eternità, soltanto ciò che è spirituale. Ma a volte la mia eterna esistenza spirituale mi pesa, e allora non vorrei più fluttuare così in eterno, vorrei sentire un peso dentro di me, che mi levi quest’infinitezza, legandomi in qualche modo alla terra. A ogni passo, a ogni colpo di vento, vorrei poter dire: “ora”, “ora” e “ora”. E non più: “da sempre”, “in eterno”. Per esempio, non so: sedersi al tavolo da gioco ed essere salutato, anche solo con un cenno. Ogni volta che noi abbiamo fatto qualcosa, era solo per finta.

Wim Wenders tornò a Berlino, doveva aspettare per girare “Fino alla fine del mondo”, non smetteva di pensare agli angeli. Sul suo taccuino annotava tutto, non sapeva ancora che film voleva costruire, girovagava.
Intanto, rifletteva sull’Angelo della storia di Benjamin. Mentre prendeva la colazione allo Schwarzes Cafè gli appariva, volteggiando fra calici e bottiglie,  l’ Angelo della morte” di Paul Klee. Non parliamo di Rilke: Rilke sembra intendersene di angeli più di ogni altro poeta, e Wenders ne conosceva quasi a memoria i versi.

 

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Come dovevano vestirsi, i suoi angeli? Prima cominciò a ipotizzare con gli altri della troupe armature e ali filosofiche, poi comprese che avrebbero dovuto  indossare soltanto cappotti di taglio classico. Nessun effetto speciale: lo escluse, avrebbero camminato fra gli attori che li avrebbero semplicemente ignorati.

Una mattina decise che avrebbero dovuto a tutti i costi girare una scena del film in biblioteca: riempirla di lettori, e di angeli vigilanti in stato di alta concentrazione, che ascoltavano lo srotolarsi delle parole dalle pagine. Nella Staatsbibliothek i libri sembravano cantare tutti insieme.
Ai pensieri degli umani che gli angeli sorvegliavano in ogni luogo della città, accostò le parole lavorate come colatura di oro fino di Peter Handke.

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Rilke, Wenders, Handke, Benjamin, Klee. E tanti altri.
Damiel, Cassiel, Marion, Homer.
Bruno Ganz, Otto Sander, Solveig Dommartin, Curt Bois.
Peter Falk recita se stesso. Nick Cave.
Marion, la compagna di Wenders, si lanciò per l’occasione nell’apprendimento del mestiere di acrobata. Volò alto anche lei.

Fu difficile ottenere il permesso di entrare in biblioteca. Ma girare vicino al muro era impossibile.
Wenders ricostruì un muro alternativo, e ai piedi di quel simbolo così denso, carico, girò la scena in cui l’angelo lascia la sua condizione di perfezione, e si trasforma in umano per sentire le sensazioni di freddo e beatitudine sulla pelle.

Rischiando di provare dolore.

Scegliendo ciò che molti chiamano amore.

Gli dei indaffarati quando forgiano umani

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Gli dei sono sempre al lavoro, a marchiare i destini sui polsi, le stelle sulla fronte.
Gran sferragliare di motori, pistoni.
Una fucina perpetua, Nettuno sbuffa, magnifico, sudato e irato.
Tutte le luci accese.

Mentre i lavoranti forgiano i corpi, tessono capelli in una nuvola di coloranti arcani, odore acuto di trementina, gli dei filosofi stazionano in grandi salotti, piano rialzato, chini sopra grandi plastici al profumo di vecchi sigari e di stuoia indiana.

Quelli di sopra sono dei assai sensibili ma anche sbrigativi.
La lente di ingrandimento è spianata, in azione perpetua fra i simulacri di uomini stesi nelle loro custodie, separate braccia da braccia, pronti al decollo.

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E’ tutto un gran sprimacciare di giacchette, di piccoli nasi.
Si lamentano fra loro i Superni da secoli, non hanno tempo di riflettere a fondo su ogni sorte registrata con timbro d’argento nella nuca dei manufatti preziosi.

E quelli che tornano indietro, a ciclo finito, son portati d’urgenza nella grande sala delle piccole sfere colorate.
Il sotterraneo.
Qualcuno soppesa ogni storia, ogni racconto è ripetuto per allargare le trame, gli elastici, i bottoni.
Le statuette di terracotta son diventate voci.

Ritorna indietro: replay.
Raccontami tutto con calma, c’è tempo.
Ogni voce si sente dentro un arazzo, come nelle tessere, nel disegno nei colori di un abbraccio infinito.

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Le amicizie disperse. Salvezze

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Le amicizie di Lily si erano slabbrate nel corso degli anni come ferite mal cucite.
I volti, le mani, le lunghe gambe, il cappello di paglia, un giorno al mare, tutte quelle scintille che erano scoppiate fra le mani. La letteratura, la musica.
Gli dei, a quel tempo, erano stati dalla loro parte.

Un telefono suona, l’altro avrebbe voluto, ma la mano si è alzata e ricaduta.
L’aspettò alla fermata della metro, e lei fece finta di non accorgersi del suo viso gonfio. Tutto quell’amore, Lily, non era stato sprecato, ora correva nei sotterranei psichici di tutti loro, che erano stati dispersi verso le quattro direzioni.
Aveva fruttificato, creato, formato le loro coscienze, irradiato calore nucleare.
Calore che dura per sempre.

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Lily aveva dato e ricevuto, ed era ancora gravida d’amore.
Si trovava sempre al posto esatto, dove la mandavano loro. Un uomo si fermò nel corridoio, e lei gli cambiò la smorfia in sorriso, ammonendolo: non portare rancore a tua figlia.
Una donna bussò ansiosa al vetro della porta della banca, chiedendo di entrare prima dell’apertura. Chiedeva in quel modo a chi le era vicino di interessarsi al suo lutto. Lei era là, per posarle la mano sulla spalla.
La donna ammalata di sclerosi multipla uscì di casa con la sedia a rotelle, e se non fosse passata lei – per caso – si sarebbe scoraggiata, avvilita, non conoscendo il luogo dell’incontro, che lei l’aiutò a rintracciare.

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Piccoli tasselli del disegno.
Per quello, io credo, restò da sola. Perchè dovette salvarne tanti.