Anime gemelle

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Marco pianta disastrata, verde fatica, boccia di vetro con i pesci morti.
Marco – che spiluccava erba dalla sua giacca e chiedeva chi fosse quella ragazza sul prato.

Delle due fate, una ti è cara, l’altra scavalca la roccia per mostrare i muscoli decisi.
Ma non riscuote successo perché latte bianco.
Caro, latte bianco si è infiltrato nel ramo
una rondine succhia quella gemma di soffione e
una canzone sbuccia la corteccia
quattro api in fila in corsa prendono la goccia di liquido
che ti ritorna infine nella bocca labbra – lucenti – di- lenzuolo.

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Formidabile spazio vuoto dove entra livore
di non possedere la donna
donna senza le gambe per prendere la metro
e l’ascensore sulle ali supersoniche
che portano all’appartamento
della città degli impicci internazionali.

Marco ha fatto da perno ha fatto da sindone
nella tela rotta dello sfregio taciturno
il primo della fila di tutti quei re di denari
copie di copie di destino infrangibile
recinto, spezie e fortini per costruire quella pelle insondabile
il tamburo, batacchio di favore
spezza la pesca e mangiane – è il corpo
è l’ostia sottile che calca il palato.

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Marco riposa nelle istantanee
degli ulivi beltà indecente
cascare nel burrone, casa rosa sull’argilla.
Contadini arricchiti scarpe grosse.
Chi è lui?
– Un angelo.

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Vietato ascoltare Chopin

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Lui l’aspettò fuori dalla metropolitana. Piovevano ricordi. La prima chiacchierata in un bar, però Marco usciva ogni dieci minuti per fumare. Troppi bicchieri di birra, notò Lia.
Lo aveva ritrovato con le guance gonfie, la bellezza da statua greca rovinata; e aveva superato soltanto da poco i quaranta. Ma la voce, restava sempre la stessa.

Lei ricostruì perfettamente il viso di un tempo dalla voce, e camminandogli accanto riuscì a rivederlo radioso, con la sciarpa buttata indietro sul trench da studente brillante di filosofia, ai tempi in cui le chiedeva: sei Apollo o Dioniso?

Scoppiò una chitarra acustica alla radio, in auto. Non erano stati mai, da vent’anni più felici che in quei momenti, un fine settimana a Roma senza smettere di parlarsi.
Una mostra di foto di Carmelo Bene, un’altra di Doisneau.
Marco era l’unico essere che la conosceva più di se stessa.
Lia si era illusa di averlo ritrovato, di avere sul palmo della mano la chiave dell’amicizia a cui teneva di più. Non fu così, che andò.

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Marco aveva trovato un lavoro ben pagato che odiava, invece lei non aveva mai smesso di avere fiducia nel proprio talento. Marco aveva rinunciato, e la sera, tornato dalla moglie, sul divano della casa ben arredata vedeva le partite di calcio.
Le disse: – ritenterò nella prossima vita.

Se lei era stata Dioniso, lui era Apollo, e  la sua esistenza era diventata una tragedia.
Meglio faticare per arrivare a fine mese, piuttosto che vendere tutti i propri sogni come se fossero merce qualsiasi.

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Un giorno Lia riuscirà a dare un significato a questo senso di impotenza, di tristezza senza confini; riuscirà a scrivere la loro storia.
Fino ad allora, le è proibito ascoltare un certo Notturno di Chopin.

Anime gemelle

Marco pianta disastrata, verde fatica, boccia di vetro con i pesci morti.
Marco – che spiluccava erba dalla sua giacca e chiedeva chi fosse quella ragazza sul prato.

Delle due fate, una ti è cara, l’altra scavalca la roccia per mostrare i muscoli decisi.
Ma non riscuote successo perché latte bianco.
Caro, latte bianco si è infiltrato nel ramo
una rondine succhia quella gemma di soffione e
una canzone sbuccia la corteccia
quattro api in fila in corsa prendono la goccia di liquido
che ti ritorna infine nella bocca labbra – lucenti – di- lenzuolo.

Formidabile spazio vuoto dove entra livore
di non possedere la donna
donna senza le gambe per prendere la metro
e l’ascensore sulle ali supersoniche
che portano all’appartamento
della città degli impicci internazionali.

Marco ha fatto da perno ha fatto da sindone
nella tela rotta dello sfregio taciturno
il primo della fila di tutti quei re di denari
copie di copie di destino infrangibile
recinto, spezie e fortini per costruire quella pelle insondabile
il tamburo, batacchio di favore
spezza la pesca e mangiane – è il corpo
è l’ostia sottile che calca il palato.

Marco riposa nelle istantanee
degli ulivi beltà indecente
cascare nel burrone, casa rosa sull’argilla.
Contadini arricchiti scarpe grosse.
Chi è lui?
– Un angelo.

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Leggere i simboli. Marco Minerva

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Un test. Quelle tragiche domandine leggere, venatura esistenzal-new age al glutammato di sodio, titolo carattere 18 – rivista platinata,- insulsa ma soccorrevole in fila dal parrucchiere, caffè e pasta, sorriso chiacchiera facile pistolettata indolore per lo specchio un pò appannato, forcine, schiuma. Fucsia.
Mantello blu, velatura che protegge l’abito e le spalle.

A chi penserai, prima di morire?

Mi ritorna in mente Jim (Morrison) Minerva e una terrazza del casolare abbandonato, pianura severa quasi africana di Torre Chianca, notte salentina, impaccio ed innocenza.

La disposizione del vento e dei capelli. Silenzi come aghi.

Stiamo cadendo in un burrone, mi avvertiva.
Invece, era vero.

Mi canticchiava Laura degli specchi: presunzione indicibile ed esatta dei poeti.

Trovò la chiave d’oro della porta che si trasformò con gli anni in stiletto che appunta per sempre la sua foto sulla mia nuca.

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Mi disse: tu leggi attraverso simboli. Dai tuoi occhi tu conosci altre forme, altri colori. Paillettes. Biglie lente, ellissi. Ombrello surrealista. Valigia retrò.

Lo sognai così: entrava in un anfiteatro e ad un segnale, si trasformava in toro sacro.

Mi uccideva.

La pelle di seta, e un cervello che partorisce mostri – disse, stupito del mio sogno.
Sorrideva con un angolo della bocca. Come Athena.

Sei immobile, sei una pietra, nei tendini conservi le pagine dei libri, negli occhi titoli di coda dei film.

Mi svelò l’ombra di Dioniso che scompare se per soprenderlo volto di scatto la mia schiena.
Mi spogliò della cataratta del narciso, fu iniziatore dell’androgina che mi sostiene.
Persi per Jim la corazza della tartaruga. Persi la protezione del mantello, la velatura blu.

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Mi donò, partendo, una perfetta mancanza, e la coscienza di essere un Decodificatore di simboli e ideogrammi che trovo spediti alla cassetta postale di un viaggio mancato e arreso.I simboli, a volte mi hanno ucciso, perché la curiosità sbrana sans doute ogni gatto.

A volte, ho bevuto a quella fontana di delizia.
Jim Minerva.

Marco Minerva, natale, cartavelina, la ragazza di stoppia

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Così cominciò. Credevo fosse natale. Lui sedeva accanto a Silvia – occhi – sbarrati. Silvia, dell’Odissea in tv notava solo i vestiti delle attrici. Portava una giacca di velluto nero. Capelli secchi al tatto. Bel portamento. Marco Morrison sedeva a tavola con un’estranea: me, gli amici fluttuavano intorno. Carta da parati.
I test di cartavelina. C’è un corridoio mi disse Marco con voce d’attore, molto prima che gli regalassi quell’angelo di terracotta non dipinta, tu devi dirmi cosa vedi . Prospettiva. Apro un sinistro ascensore, sbarre di metallo freddo con tutte e due le mani. La porta gialla. Un tubo a neon, dissi, stanza vuota, fredda, bianca. Assenza di voce animale, fiori bruciati prima di uscire dalla pelle. La porta rossa.

Una cantina calda, due stanze comunicanti, il fuoco acceso, gnomi divertiti che entrano ed escono da piccoli archi nella pietra sollevando vassoi. Delizie di pasti. Cuscini soffici votati al martirio degli abbracci. La porta verde. Una mongolfiera in lontananza, dal corpetto rosa. Uomini primordiali sullo sfondo. Lontananze, t’ho detto! La porta nera. Una cupola di vetro enorme in una stanza da letto. Un albero schiaffeggia l’aria come un fantasma. L’albero copre con rami fastosi il cielo. Non si riesce a vedere. Ma dall’incrinatura del vetro leggermente ferito è entrata una foglia secca.

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Da lì si comincia, dalla foglia, dalla mummia regale accartocciata, immensa sul pavimento vuoto, come dai sogni si cuoce per l’analisi un dettaglio, non lo specchietto d’allodole di un grande mito raccontato solo per sviarci (così ridono di noi gli dei).

Silvia, destinata da lì a poco a essere rimossa in foto dalla testata del letto del poeta, s’intromise acuta e sgambettò fra le parole a goniometro…che avevano inaugurato sentieri di siepe.

Ma non riusciva a far desistere i calici che si dettero schioccando un brindisi inaugurale.

Fu lui a spiegarmi per primo che vedo solo attraverso simboli. Fu lui l’assassino del rito del bagno nella vasca di marmo. Una sera mi chiese di raccontare. Metto delle candele. E poi. La musica, certo. E? L’acqua bollente. Ancora. Prima i polpacci, le gambe. Lentezza infinitesimale. Narrai tutto. Mi ascoltava sempre, viveva appollaiato sulla bocca, profondo come il pacifico. Mi mostrava a me stessa.

Estraeva il narciso come polpa, ferendomi quasi gli occhi.
Con orrore mi svegliai il giorno dopo: avevo ucciso il mio rito, parlandone. Ancora oggi, non posso più consumarlo come facevo prima del tempo di Marco –
versandogli il malto delle parole sfilacciai quel velluto teso fra me e la mia fronte.

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Oggi, per sempre, gli occhi invisibili disinnescano la mia solitudine.
Seguono il mio appressarmi all’acqua.
Respiro caldo di cenere.
E lui spegne ancora, diafano, tutte le candele.