Mi guardano dal bordo del pozzo

 

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Successe, quel giorno.

Ho visto il mondo fare una giravolta, qualcuno tagliare il mazzo di carte.

Tranciò la linea del palmo della mia mano.

Tutti potrebbero giurarlo: non smisi di camminare, portare le dita a sfiorarmi i capelli, aprire la bocca per emettere suoni. Ma non esistevo già più.

Di me era rimasta la figura di cartavelina, e un pallido lenzuolo attorcigliato a legarmi alle sorelle, alla madre.

Dieci anni dopo arrivò lei, come un sogno. Bella come una rosa d’aprile, luminosa, un angelo: la corda si attorcigliò, più spessa, a tenermi allacciata al pianeta.
Ma tutto di me partiva per andare lontano, e anche mia figlia era . in fondo – la foto di un vecchio album, che guardavo ogni istante con nostalgia. Se ci fossi stata. Se fossi stata là con tutti gli altri.

La realtà si sbriciolava ogni giorno come sabbia, oppure era come quando si tenta di abbracciare il mare.

Sono passati gli anni, il fatto era accaduto nel 1989, e intorno ai miei occhi di quindicenne il volto cambiava. Gli uomini che incontravo non capivano che non esistevo, racchiusi nel cerchio della mia risata scura, del gesto abile, seduttivo, mirato
a cercare di proposito. L’abbandono, prima di provarlo ancora.

Anche loro, non sono esistiti. Neppure uno, neppure il primo.

Mia sorella non si è data mai pace. La guerra l’aveva abbattuta, ma con meno forza, ferita, si è sempre rialzata.

Una signora è arrivata, mi guarda dal bordo del pozzo, con mia sorella vicina.

Non posso morire se non torno a esser viva. Mi tocca guarire.

Oltre il pozzo, ricordo che esistono la rete di istanti perfetti, la leggerezza, l’amore incondizionato. I raggi del sole.
La scatola di giochi è intatta nelle mie mani, mi manca la forza di aprirla.

 

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Possiedo già tutto. Ma non sento che accada.

Mi manca mio padre.