Mio padre

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Sei la matrice di ogni mio amore
il punto di ritorno
il fantasma senza mani
la cravatta a righe:
un paio di occhiali rimasti senza padrone.
Il crocifisso d’oro
sul torace troppo magro.
Una commemorazione senza fine
la bara vuota
la porta chiusa.
Sei la voce, l’unica che conta
la figura che univa i commensali
il natale felice, la luce accesa nelle stanze
sei anche l’autore del buio
che venne dopo la partenza
sei l’asso di coppe e il re di denari.
Eri lo sguardo che mi dava fierezza
restituzione del mio valore.
Mi incoronavi senza una parola.
Sei la matrice di ogni mio amore.

La strada non intrapresa. La morte del padre.

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Bivi, biforcazioni, strade lunghe con curve che nascondono un prato, o terra arsa:
la strada non intrapresa

se il padre non fosse morto per l’amianto di quel tribunale
se la sorella non si fosse ammalata per il dolore,
se la diaspora familiare non fosse avvenuta

nel ventre avrei sofferto di una mancanza di slancio
non mi sarei allenata all’attitudine di saltare fuori
dallo sfascio di ogni certezza
dagli effetti di una tempesta.

Copperman

Mio padre avrebbe, in silenzio,
mantenuto in casa il suo calmo regno
presieduto alla gradualità del compiersi
di ogni processo che ci riguardasse.

La sorella minore avrebbe terminato il corso di laurea, aperto lo studio da psicologa.
Avrebbe avuto due figli con un marito, in una casa ordinaria ma stabile.

L’altra sorella avrebbe insegnato. Forse, Francesco sarebbe nato ugualmente. O forse, no.

Mia madre non avrebbe navigato nella vedovanza precoce, né si sarebbe formata con le letture, confrontandosi per evolversi insieme alla figlia.

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La strada non intrapresa, mio padre con i capelli invecchiati, il viso segnato ma bello,
a tenere banco a capotavola, la famiglia riunita, i miei cugini vicini come due figli.

Il nostro destino partorito dalla mancanza più grande, dalla morte del re.
Non conosciamo la strada non intrapresa.

Alice non sarebbe mai nata. La fata in realtà si rivela
l’ombra rovesciata del nonno mancante.
Una luce accesa al posto di un’altra
che cadde.

Milioni di case senza un senso

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Tegami, piatti sporchi e lavandini, nell’acquitrino della vita di ripetizione di mille gesti e stupidità;

levarsi al mattino, accensione del riscaldamento autonomo

baci meccanici, vita meccanica,

asciugamani, lavatrice dove finiscono i giri di parole

consumati. Nessuna evoluzione della specie. Amen. Neppure un’ombra di sacro.

Fine. Non c’è ossigeno per l’intelligenza.

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La consapevolezza non abita qui, e se ne arrivassero scintille

sarebbero spazzate via dalla ramazza della presunzione

di star vivendo, magari bene,  sicuramente attivi e frenetici.

Un sonnellino sul divano per recuperare le forze e riprendere più svelta la corsa

verso l’ignoto, verso l’espletamento della morte in vita.

Nelle piccole case, gemendo, sprofonda qualsiasi luce.

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Chi non sta al patto è reietto.

 

Alice e i leoncini

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Alice Sophia, sette anni, ha preso due leoncini ovviamente di pelouche, li ha disposti sul bordo del tavolo.

Ha girato le sedie con alti schienali verso quel bordo di tavolo. Gli schienali sono due lapidi.

Ha disegnato due ritratti di leoni…i genitori dei leoncini.

Le foto dei defunti, presto incollate sulle lapidi.

Su ogni lapide ha appeso un ciondolo.

Poi ha spiegato alla sua mamma:

– I leoncini pregano davanti alle tombe.
I loro genitori sono morti, ma le loro carcasse non si trovano. La giungla le ha disfatte!

Ma non importano i corpi- e agita qui la manina, per sottolineare quanto poco conti un cadavere-

– Contano gli oggetti che per i due genitori di leoncini erano più importanti.

Contano gli oggetti che uno lascia, non i corpi.

Conta quello che uno lascia.

(2006)

La bambina e la maestra delle elementari

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La maestra ha dato un bel compitino da fare.
Lecce: terza elementare, edificio enorme dai soffitti alti, costruito ai tempi del fascismo.
Banchi verde chiaro in formica, che conservano ancora il posto a destra in alto per il calamaio.

I bambini frusciano con le maniche dei grembiulini, sussurri e risatine, in attesa di nuovi ordini.
Fra un mese e’ la festa del papà.

Il lavoretto da preparare e’ un quaderno da costruire con le proprie manine, che verrà poi rilegato come se fosse un libro.
All’ interno vi saranno poesie e immagini ritagliate e incollate con pazienza. Fiori, tanti fiori.

La maestra è una donna sui cinquanta anni, poco attraente, con il naso aquilino. Tutta la sua vita sono i bambini. Ma non li accarezza mai, e sorride poco.

– Non dovete portare a casa il lavoretto prima del giorno di festa. Mi raccomando!

Mi raccomando, ha detto la maestra.

Una bambina con le guance tonde e le trecce nere, pero’, non resiste. Porta a casa il lavoretto ancora da terminare e lo mostra alla mamma.

La mattina dopo lo dimentica nel cassetto, sotto il televisore, dove l’aveva nascosto con cura per timore che papà lo vedesse prima del tempo.

La bimba si avvicina alla cattedra dove si scusa timidamente con la maestra.

Ma l’ira della maestra e’ una lava che scende inesorabile. E’ fuori di sè. Alza la voce. Reitera e reitera le accuse. E’ giuria e giudice e pronuncia la condanna: la bambina non farà piu’ il lavoretto per la Festa del Papa’ .

Restera’ a guardare gli altri nella settimana che manca per finirlo, in punizione, senza far nulla.
La bambina resta in silenzio per tutti i giorni successivi. E’ una ragazzina molto fiera, non si lamenta mai, non dice mai nulla a sua madre che possa preoccuparla.

Ogni pomeriggio, tornata a casa, aggiunge con la colla un ritaglio di giornale al libretto per il papa’. Disegna delle figure, dei cuori. Scrive delle poesie nei margini.

Il penultimo giorno la maestra cambia idea. Forse, a farla decidere sarà stato lo sguardo della bambina che con le braccia conserte mostra un’ombra di tristezza troppo profonda, a tratti, mentre guarda i suoi compagni lavorare e fare chiasso.
Chiede con aria brusca alla bambina di portarle il libretto che ha lasciato a casa.

Il giorno dopo, osserva senza parlare le pagine riempite tutte dalla grafia incerta e da tanti disegni vivaci.
Stavolta non la redarguisce.
Comunque, e’ troppo tardi per mettere a posto il libretto.

Guance paffute occhi neri e’ profondamente cambiata, in quei giorni, anche se ancora non lo sa.

Ormai la bambina ha imparato a sopportare l’enorme dolore di non rientrare nelle file dei compagni e delle righe geometriche dei banchi.

E’ sopravvissuta alla prova.
Ha acquisito il potere di resistere, di potere compiere un lavoro da sola.

Sa che davanti a un ostacolo, si puo’ costruire una galleria con le proprie mani.

Non lo sa ancora, ma le servirà , nel suo futuro molto difficile, poco benevolo.
In più, ha acquisito ormai la consapevolezza che ci si può sentire esaminate e giudicate molto “cattive” e non morirne.

Però, se le capita di ricordare la storia del libretto per la Festa del Papa’ , ancora calde lacrime – strane – le rigano le guance.
Anche se accadde tanti, tanti anni fa.

Una poesia di Alice Sophia, otto anni e mezzo

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La mia vita

di Alice (ottobre 2007)

Ogni mattina,
mi sveglio presto,
faccio colazione,
vado a scuola,
torno a casa,
mangio,
scrivo,
piango,
mi sfogo,
questa è la mia vita,
che fra tanto finirà,
sarà un brutto giorno per me,
ma ritroverò casa mia,
lei è con Dio,

al suo fianco c’è l’amore,
che infatti è suo fratello,
al suo fianco c’è l’amicizia,
che infatti è sua figlia,
al suo fianco c’è la pace,
che infatti è sua madre,
….e
un bel giorno ci sarò anch’io,

una sua alleata
un suo angelo
come gli altri
che lo erano
e lo saranno
prima di me.

Buon compleanno mamma. Le battaglie di Luciana

la mamma

1980. Mia madre si trucca davanti allo specchio. Sulla guancia bianca un’onda lucida di capelli nero- inchiostro, un viso d’attrice; denti bianchissimi.

Usa per curvare le ciglia un attrezzo di metallo che sembra uno strumento di tortura.

La osservo. Incantata di avere una madre così bella, elegante;piena di luce.

Mia madre uscì dal ventre di sua madre in una mattina gelida del 1938, nella caserma dei carabinieri di Mola di Bari.

Suo padre era disteso in un lettino ai piedi del letto matrimoniale: ne avrebbe avuto solo per altri tredici giorni.

Pia, la sposa del maresciallo di Mola, minuta e bellissima, stava per perdere un marito e tutti i vantaggi della sua posizione; a trentadue anni, e con tre figli piccoli.

Mia madre Luciana iniziò la vita fra lacrime e valigie: sulle guance della neonata soffiava il vento di gennaio mentre in braccio alla vedova del maresciallo Aldo Migliardi aspettava il treno per Lecce.

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Da adolescente, Luciana si ammalò di tifo.
Mi racconta delle preghiere di sua madre in ginocchio davanti al letto; transitava la processione della madonnina del quartiere sotto i balconi del palazzo.
“e poi alla fine sono guarita, nessuno se lo aspettava”

Quando diventò una ragazza, bella e svelta come una gazzella, prese il diploma magistrale e andò ad insegnare in un paese dove un uomo che non le piaceva affatto la corteggiava; una volta le lanciò una pietra che schivò di poco.
Aveva paura, dormiva in una stanza enorme di una vecchia casa che le sembrava spettrale.

Tornò trasformata da quella prima prova da maestra elementare, era abituata a prendere tutto come una sfida, non si perdeva d’animo.

Luciana si sposò con l’uomo più intelligente e mite che conosceva, un uomo timido e serio.

madre e figlie

Voleva a tutti i costi dei figli. Tre parti: ad ogni parto ha rischiato la vita.

Felice aspettava nel corridoio ogni volta, terreo in viso, credendo di perderla, morendo di angoscia.

Mio padre, che nella vita ha amato solo mia madre.

Felice, lo sposo, le fu portato via una mattina d’agosto del 1989. L’armonia familiare fu distrutta come da un’esplosione. Finirono i tempi di una quotidiana felicità, cominciarono decenni difficili.

Arrivò per Luciana il momento di preoccuparsi per le sue figlie.
Prima era sembrato tutto così lieve, così naturale.

tre sorelle

Una era troppo triste, non superò mai la morte del padre. L’altra partì lontano dalla sua città; Luciana la comprendeva, ma non se ne faceva una ragione, le mancava troppo. La terza diventò il capofamiglia e dovette affrontare molte responsabilità e le sue paure più nere.

2015. Mia madre è bellissima. Ha gli occhi grandi e dolci, una postura aggraziata. Da anziana è vulnerabile, delicata: ispira a tutti un senso di protezione e un affetto impossibile.

Noi tre figlie seguiamo ogni suo respiro, ogni suo gesto, ogni battito; siamo innamorate della mamma.

Domani Luciana compie settantasette anni; combatte ogni giorno per non perdere l’uso delle gambe, delle braccia, per non arrendersi.
Vuole mantenere l’amore per la vita, non vuole permettere a niente di rubarglielo.
La sua fisioterapista è una valchiria, le dà coraggio.

Ora con lei c’è una badante molto dolce, si chiama Milly.

Mi dice al telefono: anche se non sto bene io non mollo.

contatto

Un giorno va meglio, un giorno si ferma e dorme troppo; la sua voce al telefono cambia a seconda della giornata, di come va; ma la sua grande energia non si spegne.

Ricordo che una volta chiesi a papà perché si era innamorato della mamma:

“Perché combatteva le sue battaglie”
mi disse.

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