La lettera

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Una sera, seduta fra la gente (“come a un cinema d’essai”) hai desiderato di scrivere la lettera.

Le frasi giravano dietro le pupille educate, rispettose, “occorre fingere solo per lavoro”.

Quando il computer è distante, i fogli di carta inaccessibili, le parole si levano sempre più indignate: fino all’ostilità.

Acquistano voce –  in questo caso avevano una voce da donna.

Una voce sensualissima.

Tra l’altro, proliferavano dietro lo scheletro di frasi le argomentazioni, nessi logici di diamante.

La lettera ti continuò a stare dietro la schiena come un’ombra, a cena.

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Sorridevi a lei, non a quelle quattro persone riunite lì –  carte da gioco scompagnate.

Era nei fiori rossi maltrattati. Dentro i vetri rotti di bicchieri e portacenere che caddero come per avvisarti di qualcosa.

O di qualcuno che sta ridendo in un luogo distante – di colpo resta zitto se decifri la sua presenza.

Non essere sempre troppo astuta: fa la parte di Ofelia e dormi, sull’acqua.

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Ti chiedi mentre conversi di qualcosa, se il giorno seguente la lettera ti avrà aspettato.

Quando accade così, quella dispettosa si dilegua dopo avere lanciato uno sguardo di serpe.

Uno sguardo giallo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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