Vincere l’ostacolo interiore

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Se dentro di lei forze opposte ingaggiano una lite
tale che di giorno o di notte non c’è quiete.

Delle due azioni principali, nè una nè l’altra viene assolta
si rimane a mezz’aria, ostili, come quando si tasta l’acqua dell’oceano con la punta del piede
ma non si trova il coraggio di tuffarsi nell’impresa.

Meglio abbandonarsi nell’inerzia del giorno?
Il riscaldamento sempre acceso, lo schermo abbagliante della tv
gli amati libri, la chiusura al mondo.

Meglio assopirsi, e planare come un cerchio nell’acqua del Sognare.

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Una nuova nascita, una breve luce ammiccante,
un piccolo gatto nero riluttante a farsi rinchiudere;
nuovi amici, forse saranno la tribù tanto cercata a cui appartenere.

E’ più vantaggioso alzarsi in piedi, stringere la mano a pugno, sprigionare energia nucleare,
aprire sentieri nell’aria.

 

Le amicizie disperse. Salvezze

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Le amicizie di Lily si erano slabbrate nel corso degli anni come ferite mal cucite.
I volti, le mani, le lunghe gambe, il cappello di paglia, un giorno al mare, tutte quelle scintille che erano scoppiate fra le mani. La letteratura, la musica.
Gli dei, a quel tempo, erano stati dalla loro parte.

Un telefono suona, l’altro avrebbe voluto, ma la mano si è alzata e ricaduta.
L’aspettò alla fermata della metro, e lei fece finta di non accorgersi del suo viso gonfio. Tutto quell’amore, Lily, non era stato sprecato, ora correva nei sotterranei psichici di tutti loro, che erano stati dispersi verso le quattro direzioni.
Aveva fruttificato, creato, formato le loro coscienze, irradiato calore nucleare.
Calore che dura per sempre.

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Lily aveva dato e ricevuto, ed era ancora gravida d’amore.
Si trovava sempre al posto esatto, dove la mandavano loro. Un uomo si fermò nel corridoio, e lei gli cambiò la smorfia in sorriso, ammonendolo: non portare rancore a tua figlia.
Una donna bussò ansiosa al vetro della porta della banca, chiedendo di entrare prima dell’apertura. Chiedeva in quel modo a chi le era vicino di interessarsi al suo lutto. Lei era là, per posarle la mano sulla spalla.
La donna ammalata di sclerosi multipla uscì di casa con la sedia a rotelle, e se non fosse passata lei – per caso – si sarebbe scoraggiata, avvilita, non conoscendo il luogo dell’incontro, che lei l’aiutò a rintracciare.

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Piccoli tasselli del disegno.
Per quello, io credo, restò da sola. Perchè dovette salvarne tanti.

I morti prima e le maschere

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Non ricordo quando fu la prima volta che appresi che la data effettiva di morte di parecchi è anteriore al decesso del corpo.
Atterrita e ancora lo sono- mi segnai al mignolo della mano sinistra un nastro rosso per non cessare di ricordare di respirare.

Quel giorno mi sarò guardata intorno, come se lo sparo dei pensieri si fosse sentito fuori dalle tempie.
Invece la gente continuava il suo corso come lancette di un orologio.

Su alcune lapidi andrebbe inciso: morto nel 1989, ma perito di soppiatto vent’anni prima. Trapassato nel 2000 già inavvertitamente spento.

Tolstoj a ottant’anni fuggì dalla moglie per addormentarsi stanco, alla fine del giorno, in una stazione oscura di provincia.

Dicono che conti solo l’ultimo istante, come ti trova..

Non ne parlano in molti, dei defunti sepolti sotto le giacche, sotto i tailleur, dentro la tuta da lavoro o sotto uno stantio sorriso provato molte volte in scena. Non varrebbe mai la pena. Le prove continuano ogni giorno per i teatranti , anche dopo che la pièce è finita, dimenticata,i vestiti impolverati o cementati in cellophane per un museo che aprirà fra cinquant’anni.

Chi è vivo pronuncia ogni parola ricordando cosa significa.

Mettere la pianta dei piedi sulla polvere, rischiando di restare da soli, però non-morti, come la donna in codice 46 che nessuno spettatore compiange, nella sua disperazione: sa che nel deserto, esiste qualcosa sottopelle.

Girotti lo intuisce, quando si strappa i vestiti e calpesta le dune aride di Pasolini.

Lui, nel momento di morire, morì ancora ben vivo.

E se scrosti il gesso dalla faccia, troverai un altro calco? E la pelle, se si scolla mostra il vuoto?
Sotto la voce del regista, la tua stessa voce camuffa un altro coro di voci.
Io non ci credo.
Da che punto di vista stai partendo? Quali le coordinate della mappa del punto del sentiero, nella foresta salgariana da dove scivolò via la luna dalla mascella, e non se ne accorse un tuo compagno di viaggio, o forse ancora prima tua madre?
Quando accadde?

Scivolando via da te l’essenza di vita ciak, azione, non fa il minimo rumore, però a metter la questione sul tavolo del laboratorio, saprai che fa perdere 30 grammi al tuo peso corporeo.
Come se fosse l’anima che se ne va.
O il peso di qualche lacrima.

Siamo fatti di fotogrammi

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Siamo fatti di fotogrammi. Nei cavi delle mani nascondi i monoliti neri di Kubrick.

Dentro la gola, il viso segreto e tagliente di Bakim Fehmiu che divora un piatto di riso davanti al padre di Nausicaa, per prendere un po’ di forza dopo il naufragio; vuole incantare come Circe il re per farsi riparare la nave.

Capitan Harlock, Lady Oscar. Appoggiate al muro hai la scimitarra di Sandokan e il cammello di Marco Polo.

Intorno alla caviglia il nastro tutto attorcigliato di Veronica alle prove di canto, ormai arresa al presentarsi di simboli: un’emorragia di epifanie.

Gli occhi lucidi della stessa attrice in un altro film, quando spiega all’uomo che l’ha seguita fino in chiesa che lui accenderebbe solo una candela in mezzo a un milione di fiammelle.

I polpacci sono quelli del Colosso di Rodi, o di Flash Gordon prima della grande battaglia.

Nella gonna a campana, c’è il prato di Francesco di Zeffirelli; nella scena in cui quel ragazzo sta tagliando la prima ciocca lieve della chioma di Chiara.

La ragazza caduta per terra in Before the rain indica la luna per sempre. Un manifesto strappato mostra una triade di attori sporchi di polvere e d’aglio; Bardem ancora molto giovane guarda Penelope.

I registi creano nelle notti – sigaretta e qualcosa da bere – i riquadri di una coperta naif, inventano la vita degli esseri umani: poi, loro, restituiscono il favore.

Penelope e lo specchio

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Ulisse. Penelope.
Lo spartitraffico di cemento in una grande strada grigia.
Gli dei sfrecciano a velocità cee-le-stiali.

In piedi sotto un lavoro di telaio immenso puoi vedere solo un quadratino di tessuto.
Il vento sfalda e riannoda fili colorati.

Penelope, non e’ che avesse fede in Ulisse: era una Veggente.

Sentiva il viaggio della sua controparte in tutte le fibre, di notte si girava settantasette volte nel letto partorito dall’albero.

Una mattina era stranamente gelosa, e congedava le serve.
Altre volte, invece, si copriva il viso con le mani, sentiva tempeste lontanissime.

Il giorno in cui torno’il suo uomo, Atena la rese piu’ bella e ancora piu’ regale del solito.

Penelope si fece portare il velo, la seduzione più alta che esista.
Una Salomè essenziale.

Per guadagnare quel compenso che non si nomina mai, si perde e si ritrova il tesoro molte volte.

Durante la Cerca, il tempo rallenta, la speranza è rapita dai corvi.
In una strada grigia passano principi e principesse dall’aria smarrita.

In una grande citta’ nessuno crede nel covo del drago, nel sospiro delle fate, nel fuoco greco.

La Regina dei Ghiacci sbadiglia. Una coppa di acciaio non è il Graal.

Poi finì che si annodarono come lacci di un bustino stretto, finché lui non riprese il mare.

Giancarlo Buonofiglio

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