Vietato ascoltare Chopin

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Lui l’aspettò fuori dalla metropolitana. Piovevano ricordi. La prima chiacchierata in un bar, però Marco usciva ogni dieci minuti per fumare. Troppi bicchieri di birra, notò Lia.
Lo aveva ritrovato con le guance gonfie, la bellezza da statua greca rovinata; e aveva superato soltanto da poco i quaranta. Ma la voce, restava sempre la stessa.

Lei ricostruì perfettamente il viso di un tempo dalla voce, e camminandogli accanto riuscì a rivederlo radioso, con la sciarpa buttata indietro sul trench da studente brillante di filosofia, ai tempi in cui le chiedeva: sei Apollo o Dioniso?

Scoppiò una chitarra acustica alla radio, in auto. Non erano stati mai, da vent’anni più felici che in quei momenti, un fine settimana a Roma senza smettere di parlarsi.
Una mostra di foto di Carmelo Bene, un’altra di Doisneau.
Marco era l’unico essere che la conosceva più di se stessa.
Lia si era illusa di averlo ritrovato, di avere sul palmo della mano la chiave dell’amicizia a cui teneva di più. Non fu così, che andò.

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Marco aveva trovato un lavoro ben pagato che odiava, invece lei non aveva mai smesso di avere fiducia nel proprio talento. Marco aveva rinunciato, e la sera, tornato dalla moglie, sul divano della casa ben arredata vedeva le partite di calcio.
Le disse: – ritenterò nella prossima vita.

Se lei era stata Dioniso, lui era Apollo, e  la sua esistenza era diventata una tragedia.
Meglio faticare per arrivare a fine mese, piuttosto che vendere tutti i propri sogni come se fossero merce qualsiasi.

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Un giorno Lia riuscirà a dare un significato a questo senso di impotenza, di tristezza senza confini; riuscirà a scrivere la loro storia.
Fino ad allora, le è proibito ascoltare un certo Notturno di Chopin.

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All’università di Lecce. Amori lontani

 

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Gli animali selvatici si fanno molte tane, muovono i fianchi nella corsa, si perdono per labirinti rossi come braci per tornare quando è il momento in vie che non vede nessuno oltre a loro. Chi non conosce l’erraticità la disprezza, lo so. La teme.

Me ne infischio, diceva Rhett. Forse.  Oppure si piange qualche ora sulle macerie per preparare la forza sufficiente per una seguente, sana alzata di spalle.

Se penso all’università dei primi anni, viene Roberto come un fauno, il fiasco di vino e la chitarra un po’ flamenca un po’ pizzicara. Era innamorato a quei tempi di un soprano bellissimo. In camera sua le rovine del tempio del Partenone, spezzava lo spazio con colonne di libri e di giornali.

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Le bottiglie di vino allineate sul tavolo durante le feste in casa con il pane rustuto e la rucola. La carne alla brace. Oppure da lu Franciscu, settemila lire un pasto completo buonissimo, le orecchiette nere nere fatte dalla vecchietta che abitava davanti all’osteria.

Carlo de Carlo categorizzava, mistico della filosofia, muovendo le mani adeguatamente, per pesare il pensiero.

I più carini stavano a filosofia.

Il più bello della città, forse del pianeta –ne ero quasi sicura- era Marco Minerva, quando ancora prometteva bene, non si era smarrito in Lombardia. Mi spiegò come erano tramontati tutti i paradigmi.

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All’uscita del cinema d’essai discussioni per ore e ore su un film come se fosse indispensabile, a casa di Giuseppe Giuranna, la cui barba eloquente e rossa stigmatizzava le sue  passioni: vino donne e politica. Non so mai – quando le vivo – che mi sto facendo le ossa su esperienze proficue.

Al ciak della nostalgia, è troppo tardi.

Incontrai Antonella a lezione di semiotica, quel professore – barba bianca e sensibilità- ora non esiste più.

Notai subito le sue risposte molto più argute della media e l’aria fra il leggero strafottente e la fata graziosa, che le è rimasta. A casa sua il pane sapeva di pane, lo faceva sua madre, i pomodori erano raccolti dall’orto. Cittadina, non avevo mai sentito il sapore profondo del cibo. Fu sorella maggiore e maestra, mi fece masticare Jung per prima e, come le ricordo spesso, mi insegnò a conservare in un angolo il mio persecutore esistenziale, a non farmi fermare da lui.

A dargli un nome.

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Cosimo. dialoghi come il gioco del ping pong. Anarchico, brillante: una fiamma. Quando si innamorò  perdutamente di Clementina, non me lo scordo. I cancelli della villa di suo zio, certe misteriose carte dei tarocchi, caffè letterari di un sud che studia, rumina, chino sui libri sconfinando il pensiero, rimandando ad oltranza il domani, fiutando l’essenza delle cose.

Anime gemelle

Marco pianta disastrata, verde fatica, boccia di vetro con i pesci morti.
Marco – che spiluccava erba dalla sua giacca e chiedeva chi fosse quella ragazza sul prato.

Delle due fate, una ti è cara, l’altra scavalca la roccia per mostrare i muscoli decisi.
Ma non riscuote successo perché latte bianco.
Caro, latte bianco si è infiltrato nel ramo
una rondine succhia quella gemma di soffione e
una canzone sbuccia la corteccia
quattro api in fila in corsa prendono la goccia di liquido
che ti ritorna infine nella bocca labbra – lucenti – di- lenzuolo.

Formidabile spazio vuoto dove entra livore
di non possedere la donna
donna senza le gambe per prendere la metro
e l’ascensore sulle ali supersoniche
che portano all’appartamento
della città degli impicci internazionali.

Marco ha fatto da perno ha fatto da sindone
nella tela rotta dello sfregio taciturno
il primo della fila di tutti quei re di denari
copie di copie di destino infrangibile
recinto, spezie e fortini per costruire quella pelle insondabile
il tamburo, batacchio di favore
spezza la pesca e mangiane – è il corpo
è l’ostia sottile che calca il palato.

Marco riposa nelle istantanee
degli ulivi beltà indecente
cascare nel burrone, casa rosa sull’argilla.
Contadini arricchiti scarpe grosse.
Chi è lui?
– Un angelo.

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