La strada non intrapresa. La morte del padre.

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Bivi, biforcazioni, strade lunghe con curve che nascondono un prato, o terra arsa:
la strada non intrapresa

se il padre non fosse morto per l’amianto di quel tribunale
se la sorella non si fosse ammalata per il dolore,
se la diaspora familiare non fosse avvenuta

nel ventre avrei sofferto di una mancanza di slancio
non mi sarei allenata all’attitudine di saltare fuori
dallo sfascio di ogni certezza
dagli effetti di una tempesta.

Copperman

Mio padre avrebbe, in silenzio,
mantenuto in casa il suo calmo regno
presieduto alla gradualità del compiersi
di ogni processo che ci riguardasse.

La sorella minore avrebbe terminato il corso di laurea, aperto lo studio da psicologa.
Avrebbe avuto due figli con un marito, in una casa ordinaria ma stabile.

L’altra sorella avrebbe insegnato. Forse, Francesco sarebbe nato ugualmente. O forse, no.

Mia madre non avrebbe navigato nella vedovanza precoce, né si sarebbe formata con le letture, confrontandosi per evolversi insieme alla figlia.

ana juan

La strada non intrapresa, mio padre con i capelli invecchiati, il viso segnato ma bello,
a tenere banco a capotavola, la famiglia riunita, i miei cugini vicini come due figli.

Il nostro destino partorito dalla mancanza più grande, dalla morte del re.
Non conosciamo la strada non intrapresa.

Alice non sarebbe mai nata. La fata in realtà si rivela
l’ombra rovesciata del nonno mancante.
Una luce accesa al posto di un’altra
che cadde.

Dopo la pioggia. Uno con l’altro.

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Da Località Perotti a Ferriere c’è un sentiero tutto piano di 3 chilometri, una via che guarda sul torrente Nure.
Ho promesso di portare un sasso a Maria, un’ anziana signora del mio paese, e dopo questa pioggia benedetta mi incamminerò verso Ferriere, fra cespugli e fango. per cercarlo. L’acqua del Nure sta salendo, mentre aspetto che il cielo si schiarisca. Maria dipinge i sassi, riempie di fiori innumerevoli vasi, fa crescere bene le piante del suo giardino. Quando vado a prendere il caffè da lei mi gira intorno per tutto il tempo della visita, ansiosa, cerca i biscotti, una raviola, gira con forza il cucchiaino dentro il bicchiere con lo zucchero e il primo caffè che viene su dalla moka per fare la cremina. Siediti Maria! Bevi il tuo caffè. Il mio paese è un giardino di storie, di persone che è bene ascoltare. Basta sedersi accanto a loro ed aprire un ventaglio di percezione. Il mio paese apre il cuore a chi usa troppo la testa.

È una stanza luminosa dove siamo legati uno all’altro a doppio filo, anche se crediamo di vivere separati.

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Mi hanno assegnato un filo doloroso, a fine luglio. Quella sera si faceva notte, mentre salutavo una ragazza che la mattina dopo si sarebbe schiantata su un camion, spezzando i fili che la legavano al mondo in un colpo solo.
Come un refrain che si ripete ricordo che era serena, e io gentile con lei più di ogni altra volta.
Ora, camminando sul sentiero di polvere e sterpaglie, respiro di nuovo. Quando la pioggia sarà finita, andrò a vedere il Nure correre con nuova energia.

Un ricordo di Vanna Camassa, diva del bel canto

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Vanna Massari con Gino Bechi

(post scritto nel marzo 2009)

Vanna Camassa, in arte Vanna Massari, si è spenta nella sua casa, a Lecce, sabato scorso, circondata da chi le voleva bene.
Sembra incredibile: una perdita immensa.

L’ho conosciuta nel 1992 e da allora questa signora dalla bellezza inalterabile mi ha onorato di un’amicizia profonda, da me ricambiata con devozione.

Chi l’ha conosciuta personalmente sa di cosa sto parlando: oltre che diva e maestra di canto lirico, del Bel Canto, il sapere ormai quasi perduto del ‘Canto all’Italiana’, e’ stata per tutti coloro che le sono stati accanto una maestra di Vita.

La Sig.ra Vanna non faceva pesare il suo passato prestigioso di diva del canto lirico, ha condotto la sua vita in una riservatezza d’altri tempi, che le stava a pennello, come uno dei bellissimi abiti da sera che sapeva indossare cosi’ bene.

Da giovanissima Tito Schipa la ascolto’ cantare, (‘Lei ha l’oro in gola, le disse’), e le consiglio’ di studiare dal maestro Piccoli che era stato il suo maestro, a Milano, dove l’accompagno’ di persona. Debutto’ dopo qualche tempo con il grande Gino Bechi al Teatro Duse di Bologna, con il Barbiere di Siviglia.

Da allora i direttori dei teatri piu’ importanti d’Italia se la contesero, quell’acino di pepe, cosi’ la chiamavano, perche’ aveva quattro qualita’ non comuni: la bellezza fisica; una voce splendida dal colore argentino di soprano lirico leggero (una cascatella d’acqua di sorgente, cosi’ la descrivevano le innumerevoli recensioni dell’epoca); era una musicista, diplomata in pianoforte;e sapeva recitare; ‘non stavo mai ferma’, mi diceva.

Una volta, mi racconto’ commossa- in tempo di guerra – due aviatori inglesi le si presentarono in camerino, fecero suonare i tacchi in un saluto militare solenne, dichiarandole che avrebbero portato con loro la sua voce il giorno dopo, in missione.

Un’altra esperienza che non dimentico’ mai fu quella di un concerto di beneficenza in un Istituto per non vedenti; le ragazzine che l’avevano ascoltata vollero alla fine del concerto toccarle il viso, le dissero: – Signora, lei e’ bella come la sua voce.

Poi, la giovane donna elegante, che viaggiava ogni giorno per le citta’ d’Italia, indipendente e gia’ al culmine della una carriera (canto’ poi con lo stesso Tito Schipa che l’aveva incoraggiata, in un famoso Werther, canto’ con molti grandi della sua epoca) si innamoro’, scelse di sposarsi rinunciando a un contratto da favola che le stava offrendo in quell’istante- destino!- il Teatro Reale dell’Opera di Roma e abbandono’ il palcoscenico quasi del tutto qualche tempo dopo.

Forse per questo motivo ho avuto la fortuna di conoscerla, perché si trasferì a Lecce presso il luogo dove abitava il marito, Carlo Camassa, e trasformò la sua passione in vocazione pedagogica: diventò una dolce, entusiasta e paziente maestra di canto.

Quando mi insegnava i rudimenti del metodo, accadeva che accennasse un’aria.
Allora, avveniva il miracolo: allargava solo di poco le braccia e vedevo la sua energia cambiare, affiorare la diva che era stata, qualcosa che imponeva rispetto, ammirazione infinita, che costringeva a un’attenzione assoluta.

La sua voce restò intatta contro ogni legge naturale.
Riusci’ a tenere il mi sopracuto fino all’eta’ di circa novant’anni.

Non posso credere di non poter più rivedere il suo salotto accogliente, il pianoforte sovrastato da un severo ritratto di Beethoven, lo scaffale che ospitava i suoi spartiti ‘di battaglia’, consumati dall’uso.

Mi è difficile convincermi di non potermi più voltare un’ultima volta presso il suo cancello e guardarla mentre mi faceva un ultimo cenno con la mano.
Una creatura dal talento straordinario, con un talento ancora più grande nell’amare le persone.

Abbiamo tutti ricevuto doni da lei, consapevolezza, esempi di dignità, di generosità.

La ricorderò sempre come una donna che non ha mai chinato il capo, se non per Amore.
Addio, Vanna.

I morti prima e le maschere

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Non ricordo quando fu la prima volta che appresi che la data effettiva di morte di parecchi è anteriore al decesso del corpo.
Atterrita e ancora lo sono- mi segnai al mignolo della mano sinistra un nastro rosso per non cessare di ricordare di respirare.

Quel giorno mi sarò guardata intorno, come se lo sparo dei pensieri si fosse sentito fuori dalle tempie.
Invece la gente continuava il suo corso come lancette di un orologio.

Su alcune lapidi andrebbe inciso: morto nel 1989, ma perito di soppiatto vent’anni prima. Trapassato nel 2000 già inavvertitamente spento.

Tolstoj a ottant’anni fuggì dalla moglie per addormentarsi stanco, alla fine del giorno, in una stazione oscura di provincia.

Dicono che conti solo l’ultimo istante, come ti trova..

Non ne parlano in molti, dei defunti sepolti sotto le giacche, sotto i tailleur, dentro la tuta da lavoro o sotto uno stantio sorriso provato molte volte in scena. Non varrebbe mai la pena. Le prove continuano ogni giorno per i teatranti , anche dopo che la pièce è finita, dimenticata,i vestiti impolverati o cementati in cellophane per un museo che aprirà fra cinquant’anni.

Chi è vivo pronuncia ogni parola ricordando cosa significa.

Mettere la pianta dei piedi sulla polvere, rischiando di restare da soli, però non-morti, come la donna in codice 46 che nessuno spettatore compiange, nella sua disperazione: sa che nel deserto, esiste qualcosa sottopelle.

Girotti lo intuisce, quando si strappa i vestiti e calpesta le dune aride di Pasolini.

Lui, nel momento di morire, morì ancora ben vivo.

E se scrosti il gesso dalla faccia, troverai un altro calco? E la pelle, se si scolla mostra il vuoto?
Sotto la voce del regista, la tua stessa voce camuffa un altro coro di voci.
Io non ci credo.
Da che punto di vista stai partendo? Quali le coordinate della mappa del punto del sentiero, nella foresta salgariana da dove scivolò via la luna dalla mascella, e non se ne accorse un tuo compagno di viaggio, o forse ancora prima tua madre?
Quando accadde?

Scivolando via da te l’essenza di vita ciak, azione, non fa il minimo rumore, però a metter la questione sul tavolo del laboratorio, saprai che fa perdere 30 grammi al tuo peso corporeo.
Come se fosse l’anima che se ne va.
O il peso di qualche lacrima.

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