Mio padre

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Sei la matrice di ogni mio amore
il punto di ritorno
il fantasma senza mani
la cravatta a righe:
un paio di occhiali rimasti senza padrone.
Il crocifisso d’oro
sul torace troppo magro.
Una commemorazione senza fine
la bara vuota
la porta chiusa.
Sei la voce, l’unica che conta
la figura che univa i commensali
il natale felice, la luce accesa nelle stanze
sei anche l’autore del buio
che venne dopo la partenza
sei l’asso di coppe e il re di denari.
Eri lo sguardo che mi dava fierezza
restituzione del mio valore.
Mi incoronavi senza una parola.
Sei la matrice di ogni mio amore.

La strada non intrapresa. La morte del padre.

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Bivi, biforcazioni, strade lunghe con curve che nascondono un prato, o terra arsa:
la strada non intrapresa

se il padre non fosse morto per l’amianto di quel tribunale
se la sorella non si fosse ammalata per il dolore,
se la diaspora familiare non fosse avvenuta

nel ventre avrei sofferto di una mancanza di slancio
non mi sarei allenata all’attitudine di saltare fuori
dallo sfascio di ogni certezza
dagli effetti di una tempesta.

Copperman

Mio padre avrebbe, in silenzio,
mantenuto in casa il suo calmo regno
presieduto alla gradualità del compiersi
di ogni processo che ci riguardasse.

La sorella minore avrebbe terminato il corso di laurea, aperto lo studio da psicologa.
Avrebbe avuto due figli con un marito, in una casa ordinaria ma stabile.

L’altra sorella avrebbe insegnato. Forse, Francesco sarebbe nato ugualmente. O forse, no.

Mia madre non avrebbe navigato nella vedovanza precoce, né si sarebbe formata con le letture, confrontandosi per evolversi insieme alla figlia.

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La strada non intrapresa, mio padre con i capelli invecchiati, il viso segnato ma bello,
a tenere banco a capotavola, la famiglia riunita, i miei cugini vicini come due figli.

Il nostro destino partorito dalla mancanza più grande, dalla morte del re.
Non conosciamo la strada non intrapresa.

Alice non sarebbe mai nata. La fata in realtà si rivela
l’ombra rovesciata del nonno mancante.
Una luce accesa al posto di un’altra
che cadde.

Il mio bagaglio ideale

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Preparo la valigia: sto per partire per il viaggio più importante della mia esistenza.
Si presenta bene: è di cuoio lucido e un po’ logoro – come la mia vita, del resto.

Vi infilo dentro una polaroid scattata nei giorni dell’abbandono.
Nella foto rivedo lo sguardo che aveva mio padre un pomeriggio di vent’anni fa, prima di morire. Aggiungo una busta bianca che contiene il suo addio.

Dal cassettone di ciliegio prendo una sciarpa di lana rossa: è quella che smarrì la mia anima gemella la sera in cui mi rivelò che lo spaventava un amore così grande.
La sua paura era immensa, pari soltanto a quella che provavo io per una storia assoluta, mortale.

Nell’armadio trovo una bambola di pezza; è un dono di mia nipote, che l’ha cucita a sette anni con le piccole dita, perché non rimanessi mai senza compagnia.
La poso delicatamente nella valigia.

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Metto per ultimi, nel bagaglio, un paio di scarpe, e un libro.
Le scarpe, le ho comprate al mercato delle pulci di Saint- Ouen di Parigi il giorno in cui ho scritto la mia prima poesia.
Il libro è un romanzo perfetto, opera del mio scrittore preferito – se non l’avessi letto non sarei quella che sono.

Al di là della strada, col motore acceso, mi aspetta un taxi bianco e lucente.
Mentre sollevo la valigia sento che è pesante come un masso che rotola da una montagna. Trascino a fatica il bagaglio fino agli argini del fiume che scorre davanti la mia casa, e scaravento il contenuto della valigia di sotto.

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Scompaiono in un lampo gli oggetti nel vortice cieco dell’acqua. Sorrido all’autista, lui mi sorride; affido la valigia nelle sue mani.

Adesso sì, vorrei partire; infine, posso prendere il volo.