“Vergogna” di Coetzee

J. M. Coetzee, Vergogna, Einaudi, 1999

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David si sente pervadere di nuovo dall’apatia e dall’indifferenza, ma anche da una singolare assenza di peso, come se qualcosa l’avesse roso dall’interno lasciando solo il guscio vuoto del suo cuore. Come puo’ un uomo in questo stato, si dice, trovare le parole e la musica per resuscitare i morti?

Forse per gli uomini odiare le donne rende la cosa piu’ eccitante. Tu sei un uomo, dovresti saperlo. Quando hai un rapporto sessuale con una persona che non conosci, quando la intrappoli, la tieni ferma, ti butti su di lei con tutto il tuo peso..non e’ un po’ come ucciderla? Come piantare un coltello?
Per poi andartene lasciandoti dietro un corpo sporco di sangue? Non e’ un po’ come un omicidio? Non ti da’ l’inebriante sensazione di averla passata liscia?”

 

Mi e’ stato difficile terminare Vergogna di J. M. Coetzee. Perche’ l’io narrante e’, con tutte le nostre buone intenzioni di perpetrare una obiettiva lettura,il suono della stessa nostra voce,mentre leggiamo…e come se ci disponessimo di buon grado a un rapporto di sesso occasionale, ci sovrapponiamo ad esso, ci compromettiamo,ci strofiniamo sulla sua pelle…e chi ha voglia di entrare nella sagoma un po’ pendente da una parte, frastornata e lucida di un David Lurie?

David Lurie non e’ un “buono” ne’ un “cattivo”, ne’ perverso, ne’ romantico sebbene in grado di intraprendere per un tratto queste diverse strade.Ha perso il contatto con il se’, lo ripete spesso:

Secca. E’ ormai secca la fonte di ogni cosa, fa dire a Teresa, che ama tanto Byron, personaggio da cui vuole ricavare un’opera lirica.
Ma Byron ha il buon gusto di morire, sulla soglia del disgusto di se’. Lurie, no.

 

Anche prima dell’effrazione alle regole di un sudafrica teso come una corda che Coetzee abbozza soltanto dietro il personaggio con due o tre segni abili, come lui sa fare, David si trovava nel letto di Procuste, brani di se’ sempre da amputare, fra autocompatimento, passione di media caratura, incapacita’ di essere raggiunto dall’esterno da una parola efficace, che gli serva: Lurie non entra in relazione profonda con nessuno dei personaggi che lo circondano e che incontra.

I dialoghi mancano sempre il bersaglio, si spezzettano in rivoli e fraintendimenti, o diventano petulante predica, o silenzi lacrimosi.

Lui e’ capace, si vede, se vuole, di raggiungere posti di rilievo accademico; di coniugarsi e di figliare; pero’ tentennante, inadeguato, sempre qualche cm fuori posto come la giuntura di un omero disarticolata ma che mai si frattura, come la bruciacchiatura da alcol denaturato a cui gli assalitori della figlia danno fuoco, che non lo ustiona completamente ma solo lo adombra.

Qua e la’ affiora il ricordo di una giovinezza piu’ netta, definita, dove i sensi forse parevano nitidi..con Rosalind aveva diviso il letto con una sensualita’ che sfiorava il dolore.

Lurie scrive di Byron e della sua stanchezza nel (non) provare passioni.
Cinismo e romanticismo. “Ama” Melanie come il professore amava Tadzio in Morte a Venezia, e come lui ne muore, ne viene dissolto.

La sua Losung, quella dei cani…

Pasolini si scrisse addosso che vagava come un cane senza padrone (i Motus ne hanno tratto un bellissimo spettacolo) quando attingeva piacere sessuale e ne restava poi dilavato come una “pila” per sbattere e lavare i panni.

Alcuni guaritori per mostrare la mappatura di un’anima che ha subito disastri afferrano una piuma. la sfrondano con le dita aprendone le ali, le squame..e poi tentano di riportarla allo stato iniziale: per dimostrare che non si puo’, non si allinea piu’ perfettamente sull’asse come prima.
Le piume restano scompagnate e in alcuni punti resta il vuoto fra aletta e aletta..
Un po’ quello che si dimostra nella pressante e ruvida narrazione de Il danno della Hart

(Quando si e’ sopravvissuti a un danno…)

Come cani i tre ragazzi stuprano Lucy, che resta cagna sottomessa anche dopo il fatto, fino ad estreme conseguenze..come cagna resta pregna e figliera’ presagendo che dovra’ amare quel bambino, per forza naturale…Lurie non potra’ vendicarla e costringerla a prendere posizione.

Sovrappone quindi “vergogna” e senso del fallimento di tutto un progetto esistenziale a “vergogna”.

Cosi’ arriva a precisarsi, come una manna dal cielo lo sfiatatoio: i cani sotto le mani dell’ex professore e dello psicopompo Bev sono inoltrati con molte carezze (diapason di ambiguita’, stanamento di latenti perversioni/emozioni poco definite, late) verso la morte.

Il caso, se ve fosse uno, resta irrisolto.

Entropie. Basta un ‘incrinatura a volte a fare cominciare la dissoluzione di qualcuno, figurarsi il brusco impatto di qualcosa di acuminato.

Se si smette di percepire il mondo con un suo sentire tutto, compatto. Se il processo e’ innescato, continuera’. Nessun giudizio morale, solo uno sguardo aperto e attento, per cogliere cosa succede.

Forse Lurie e’ fortunato, rispetto a tanti altri. Perche’ e’ riuscito ad allineare il suo mondo interno a quello esterno.

Meno compromessi a cui adempiere. Meno parole adulatorie da distrubuire per mantenere l’impalcatura dei sorrisi. La casa sventrata, pallottoline di carta riceve in testa, se siede in un teatro.

Coetzee sospende il giudizio, incrocia le braccia; c’e’ poca ironia. Lontano da ogni estremo a cui comunque ci si puo’ appigliare per venire su.

Solo lo sguardo aperto e nessuna speranza – per nessuno.
Temperatura narrativa prossima allo zero assoluto.

Ponyo sulla scogliera

(23 novembre 2009)

immagine-tratta-da-ponyo-sulla-scogliera-2008Non è la prima volta che Hayao Miyazaki incentra il suo racconto su un viaggio iniziatico di una bambina preziosa, leale, pura. E’ evidente che si riferisca a una qualità umana astratta, non a una categoria infantile precisa.

Avevamo seguito la storia della crescita interiore di una bambina ne La città incantata e ne Il castello errante di Howl la trasformazione di un ragazzo da narciso in persona capace di empatizzare con gli altri, di amare ed essere amato.

Come in tutte le fiabe (che Miyazaki cita in abbondanza, infatti) il percorso dell’eroe è lungo e frastagliato. I protagonisti hanno difficoltà a comunicare fra di loro, come accade per la madre di Sosuke con un marito sempre in mare. Anche i genitori mitologici di Ponyo sono distanti, se pur profondamente connessi. Questo film è dichiaratamente (emerge anche in un dialoghetto fra i genitori divini di Ponyo) un affascinante studio sulla fiaba della Sirenetta, ma si trovano anche concetti psicanalitici complessi che gli adulti in sala possono provare a decodificare.

Intanto, le trasformazioni della bambina in pesce, in semiumana, in umana. Il sonno accompagna queste metamorfosi, come nella migliore tradizione classica (Orlando della Potter si addormentò per molti giorni prima di trasformarsi in donna). E ancora, affiorano profonde tematiche dell’inconscio, rimandi a possibili rapporti della bambina con il paterno, evidenti nella scena in cui il mago padre fa regredire la figlia, le interrompe la crescita.

Anche il mare è rappresentato come splendido e sereno oppure come territorio oscuro e minaccioso delle forze dell’Es.

Se il mago del mare si è trasformato in uomo pesce per seguire la dea dei mari, la figlia dei due farà il percorso a ritroso. E’ esplicito un riferimento alla rottura del patto fra uomo e natura, infatti il mago desidererebbe eliminare la specie umana corruttrice del pianeta; l’intervento della grande dea è basato sulla compassione, e sull’idea di fare sposare l’umano con l’animale, di fare riconciliare questi elementi in opposizione. Occorrono per consentire questa unione umani dalla mentalità avanzata come la madre di Sosuke che accoglie e nutre un pesce magico senza rimanere chiusa nel recinto della razionalità, che accoglie la magia nell’ordito della propria giornata, che non ha paura della furia degli elementi.

Molto presente, come in altri film, l’elemento cibo. In particolare, la bimbapesce, durante una scena molto lunga, che sembra quasi non indispensabile alla trama incontra la maternità umana, nutre una donna che darà poi il latte al suo neonato.

Comprende così i cicli alimentari e affettivi che mai ha potuto conoscere, essendo nata da una dea e un semidio.

La cinica signora anziana dell’ospizio incarna la diffidenza, le paure delle masse, che rischiano di non fare ricompattare i mondi e di ostacolare una grande riconciliazione (che ricorda tratti dell’opera di Philip Pulmann).

Un’altra favola che balza evidente nella tramatura sottesa a questo bel film e’ quella detta della donna scheletro, in cui un uomo tira su le ossa di una donna, viene spaventato dal carico di dolore che portano ma con la compassione e l’accettazione le restituisce un corpo.

Anche se il regista giapponese ha scritto per questo film soprattutto di due bambini, si parla dell’Amore fra esseri umani di qualsiasi età. E’ l’Amore che può ricomporre il dissidio dei mondi diversi.