L’amore al tempo delle castagne

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Era stato un anno così:
emozioni grosse come anatre
cacciate a forza in un imbuto, rimaste sottopelle
l’idilliaco sempre presente, insieme al dolore, alle morti tragiche di qualcuno,

e verso la fine, in autunno, quando le castagne tempestano la terra di spine
un innamoramento scosse il suo cuore
chiuso da anni come la persiana di un casale abbandonato.

E come rovinò a terra la polvere quando il principe passò là sotto
come la tenda bianca fece la svenevole, nascondendosi alla vista della strada
mentre i vetri arrossivano.

Ella non volle ammetterlo neppure con se stessa
e continuò a cucire in fretta dentro la casa magica
ridotta da una strega a un appartamento artistico
sbarrato da cento porte chiuse da mille chiavistelli fatati.

 

Il Poeta passeggiava con una cavalla candida di nome Splendore
nulla faceva presagire i nuovi eventi
cambiati all’improvviso come panni puliti
al posto di lenzuola sporche
come le carte di un mazzo nuovo al posto di un altro diventato logoro;
la principessa ne fu grandemente afflitta.

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Lo amò subito per i capelli lucenti, le mani bianche dalle dita lunghe
per la voce bassa, tremante, e per l’anima chiara nascosta, ma a tratti visibile dietro l’armatura d’argento.

Lui l’amò all’istante per la sua tristezza, per la sua gaia risata, per la solitudine feroce, per la condanna della casa stregata.
L’amò per i grandi occhi neri.
Quando il principe si allontanò dietro le curve colline
dopo averle rivolto parole di una dolcezza inaudita
Principessa cominciò a soffrire di molti mali inventati:
tossiva spesso, come se fosse in mezzo al mare, senza soccorso
sospirava come una pentola d’acqua che bolle sotto un fuoco ardente.

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Desiderava rivedere subito il ragazzo flessibile e alto come un giunco
ma al tempo stesso la spaventava il pensiero che davvero tornasse da lei.

Chiunque, dopo millenni di pene, si affeziona alla propria prigione.

Le prigioni sono stabili, sicure, proteggono dalla pioggia,
tengono lontane gli animali selvatici, e danno riparo ai piccoli insetti vulnerabili.

La principessa non poteva uscire dalla casa,
non poteva guardarsi allo specchio
nè parlare mai con anima viva
dei profondi pensieri del suo cuore.

Ma dentro la casa non mancava il pane caldo la mattina, e la scodella del pranzo.
Mani invisibili preparavano la cena, e allestivano la tavola di legno della sala
per la colazione del giorno dopo.

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Nella casa vi erano molte stanze, arredate per darle piacere:
una biblioteca, dove i libri per non annoiarsi si scambiavano di posto senza aiuto
i dorsi luccicanti di colori accesi;
una grande cucina antica, con una stufa di ghisa;
la camera l’avvolgeva con un grande letto a baldacchino
e lampade di ogni dimensione abbellivano ogni angolo.

Vi era la stanza dell’arte, con cavalletti, pennelli e tele
e uno sgabello di legno intagliato da un Mago.

La casa era rassettata dalle mani invisibili,
che tenevano sempre acceso il fuoco, e confezionavano vestiti nuovi
quando ce n’era bisogno.

Tutto questo era divenuto una piacevole abitudine
prima che il Principe passeggiasse sotto le finestre polverose.

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Nessuno conosce la fine della storia,
nè quale maledizione avesse rinchiuso la principessa.
Potremmo cominciare a chiederci se un drago dormisse in cantina, o nel bosco vicino la casa.

La vera battaglia si svolge nel petto di lei.
A forza di sognarlo, di ricordare il Poeta dai capelli fluenti e dalla voce fatata
si logora come la fiamma della candela.

Aspetteremo che la vita faccia il suo corso
chiudendo le palpebre, ascoltando la musica
facendoci portare con fiducia
dal vento del Nord che fa gonfiare le vele
e cadere i frutti dai rami più alti dell’albero.

 

 

 

 

 

Emily, la stanza chiusa e le altre

 2336283_64aec78759_mChissà come accadde, Emily forse di slancio si alzò dal lettone, gettò gli abiti colorati in una grande cesta, li portò via dalla sua stanza in un pomeriggio domenicale, forse avvenne nell’inverno passato al rallentatore – quando chiudeva occhi e pugni trascorreva più lento –

oppure fu un processo graduale, e il colore si stinse dai vestiti di fattura semplice come se ne venne via pian piano dalle guance

quel movimento ondulatorio e ossessivo della spazzola nei capelli lunghi come per onorare un vecchio voto, la finestra silenziosa e schiva sotto la lastra sottile del sole, o no.

Come cominciarono i quarant’anni di Mirra Alfassa?

… via via lei si restituì ai piani alti, negati quasi a tutti, e si specchiò solo nei muri della stanzetta e negli occhi, nella penna di Satprem.
Sri Aurobindo aveva già lasciato il corpo, avvertendola un attimo prima. “Faremo meglio il lavoro, insieme”.

Qualcuna non si ritirò fra quattro brevi muri ma continuò a viaggiare, a passeggiare, ad accogliere ospiti, tanto nessuno si accorgeva di quanto erano già andate via tutte dietro lo schermo di una fronte ampia, convessa.

Il sorriso di un quadro d’epoca.

Solo lo sguardo, come un doppio fondo di scatola, le tradiva, incommensurabile dolcezza della riflessione versata in pupille antiche.

Il fiore di loto che nuota a braccia aperte, nel lago sacro, si muove appena.

Karen Blixen dietro lo stretto foulard si svelava: basta guardarle gli occhi, persino in fotografia.

Proust si chiuse dietro una scrivania, dietro le tende bianche. Meditazione sullo specchio di un armadio, nei vetri di una libreria.

Se si dà loro tempo sufficiente si restituisce agli oggetti tutta la loro forza.

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