Il nostro Erasmus a Saarbruecken

MCDLAES FE002Molti anni fa.
Progetto Erasmus a Saarbruecken, il campus tedesco costruito con mattoncini lego dentro a un bosco ai bordi di una piccola città mai stata bella rinata dopo la visita accurata di bombe ciniche, chirurgiche.
Ognuno di noi aveva la sua stanzetta, a celebrare l’individuo, a darci sollievo dall’obbligata promiscuità tutta italiana, ma la cucina era in comune, trenta ragazzi, differenti nazionalità.

Il linguaggio ibrido, scorretto, allegro composto da termini di ogni lingua, un pastiche goliardico.
Abdullah era il responsabile del Vonheim. Una volta mi svegliò di prepotenza, mi sedette di forza su una sedia in corridoio perché dovevo
guardarlo mentre Roxane gli tagliava i capelli.
Tirannico e affascinante, non mi rivolse per tre mesi la parola perché frequentavo altre compagnie di altri palazzi.

Lo riconquistai prima di tornare in Italia con un pranzo elaborato, lo feci come si dona un tributo, come si fa con i sovrani.

Quando Abdullah cucinava il riso nella pentola elettrica invitava solo i suoi, la cucina chiudeva, era un onore, e spezzavamo religiosamente la crosta del cumino insieme alla salsa e al pesce cotto al forno. Squisito: di certe persone porti impresso sul palmo della mano la fototessera sbiadita, il suono attutito della voce e per sempre il sapore dei cibi che preparò per te come una litania, una musica densa…

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Passavo molto tempo in una biblioteca interstellare, migliaia di volumi italiani, sala studio immensa e comoda. Imparai il tedesco parlato dagli arabi, figli di papà venuti a studiare ma senza troppa voglia di applicarsi, dopo qualche tempo sembravo anche nei lineamenti una persiana.

Ero arrivata anche con Loredana e Saulo, principi di benessere, intelligenza discreta e profonda. 

Il più bravo della classe però è stato sempre Saulo, sempre di corsa con la valigetta, sempre a cercarsi, a dare, a partire, andare; e ancora sta correndo.

Angelo non l’ho più visto, il più schivo del gruppo.

Marcella portava in giro la sua bellezza discreta sottolineata dai foulard di seta e scatenava tempeste senza saperlo. Per molti giorni tememmo attentati da innamorati traditi.

csm_pfister_max_dd56589d12La mattina presto mi svegliavo al rumore di tacchi a spillo di Valentina, che entrava come una folata di vento della primavera appena iniziata anche a Saarbruecken; mi raccontava del fidanzato giordano distratto.

Una notte nel mio lettino traducemmo in tedesco ridendo fino a soffocare i testi delle canzoni di Mina. “Auch ein mann…”.
Noi, la trasgressione portata fin nel cuore del dipartimento, a sfottere il grande linguista Pfister, a ridacchiare in luoghi non consoni.

Ma eravamo i più bravi di tutti – rigore italiano degli studi- filologia romanza; preparazione perfetta.

Valentina ci dominò a lungo inventando un linguaggio tutto suo che noi seguivamo come caprette.
Ancora adesso mi capita di usare le parole colorate di quel tornado, vestito “chanel” bordeaux, riccioli, impazienza, intelligenza ostica da imbrigliare accecata qualche volta da un riflesso rosso: la luce del suo grande cuore svelto.

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E troppo da dir avrei del nostro Professore; si tace, a volte, per non appannare il diamante dei ricordi.

Credo, fino a prova contraria, che conservi un certo nostro regalo (delle “sciagurate”) incorniciato dietro la sua scrivania.

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All’università di Lecce. Amori lontani

 

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Gli animali selvatici si fanno molte tane, muovono i fianchi nella corsa, si perdono per labirinti rossi come braci per tornare quando è il momento in vie che non vede nessuno oltre a loro. Chi non conosce l’erraticità la disprezza, lo so. La teme.

Me ne infischio, diceva Rhett. Forse.  Oppure si piange qualche ora sulle macerie per preparare la forza sufficiente per una seguente, sana alzata di spalle.

Se penso all’università dei primi anni, viene Roberto come un fauno, il fiasco di vino e la chitarra un po’ flamenca un po’ pizzicara. Era innamorato a quei tempi di un soprano bellissimo. In camera sua le rovine del tempio del Partenone, spezzava lo spazio con colonne di libri e di giornali.

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Le bottiglie di vino allineate sul tavolo durante le feste in casa con il pane rustuto e la rucola. La carne alla brace. Oppure da lu Franciscu, settemila lire un pasto completo buonissimo, le orecchiette nere nere fatte dalla vecchietta che abitava davanti all’osteria.

Carlo de Carlo categorizzava, mistico della filosofia, muovendo le mani adeguatamente, per pesare il pensiero.

I più carini stavano a filosofia.

Il più bello della città, forse del pianeta –ne ero quasi sicura- era Marco Minerva, quando ancora prometteva bene, non si era smarrito in Lombardia. Mi spiegò come erano tramontati tutti i paradigmi.

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All’uscita del cinema d’essai discussioni per ore e ore su un film come se fosse indispensabile, a casa di Giuseppe Giuranna, la cui barba eloquente e rossa stigmatizzava le sue  passioni: vino donne e politica. Non so mai – quando le vivo – che mi sto facendo le ossa su esperienze proficue.

Al ciak della nostalgia, è troppo tardi.

Incontrai Antonella a lezione di semiotica, quel professore – barba bianca e sensibilità- ora non esiste più.

Notai subito le sue risposte molto più argute della media e l’aria fra il leggero strafottente e la fata graziosa, che le è rimasta. A casa sua il pane sapeva di pane, lo faceva sua madre, i pomodori erano raccolti dall’orto. Cittadina, non avevo mai sentito il sapore profondo del cibo. Fu sorella maggiore e maestra, mi fece masticare Jung per prima e, come le ricordo spesso, mi insegnò a conservare in un angolo il mio persecutore esistenziale, a non farmi fermare da lui.

A dargli un nome.

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Cosimo. dialoghi come il gioco del ping pong. Anarchico, brillante: una fiamma. Quando si innamorò  perdutamente di Clementina, non me lo scordo. I cancelli della villa di suo zio, certe misteriose carte dei tarocchi, caffè letterari di un sud che studia, rumina, chino sui libri sconfinando il pensiero, rimandando ad oltranza il domani, fiutando l’essenza delle cose.