I libri divorati, gli autori incontrati

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Fino a dieci anni fa leggevo tutto quello che incontravo come se mi investisse la piena.
Provengo da un’infanzia e da un’adolescenza bulimica di libri.
Con transfert dolorosi: mi capitò a quattordici anni di rimanere impigliata ne Il nome della rosae a circa vent’anni nella trilogia La Fondazione di Asimov, da cui non riuscivo più a emergere.

Ci sono stati amori maturi, graduali, resistenti per la donne-opere Oriana Fallaci, Anais Nin, Karen Blixen; per la Zimmer Bradley; per fidanzati virtuali (loro non lo sanno, però): per Pasolini, il mio fattore; per Stephen King, per Henry James Paul Auster, Truman Capote.

Da adolescente per G. Garcia Marquez. Mi mozzò il fiato la trilogia di Pullman. Possessione della Byatt mi prese a tradimento, durante un giro innocente nella Feltrinelli di Piazza Ravegnana.

I sintomi che provo però, mentre leggevo e leggo, per fortuna, restano: tachicardia, euforia e pura, elementare, acquosa felicità, che a volte mi fa smettere di leggere e mi fa lasciare la pagina a metà per un po’, per riprendermi.

Adesso mi capita di rado di provare il forte istinto di predare l’intera opera di un nuovo autore appena incontrato.

Se questo succede, la casa cambia, e mi trasformo.
Spengo la radio o tv per leggerlo in silenzio.
Chiudo bene le tende e abbasso le serrande.
Mi metto comoda, tolgo le scarpe.
Un amore del genere è esclusivo.
Sta accadendo. Adesso.

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Siamo tutti nascosti. Cercasi tribù

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Siamo tutti nascosti. Siamo tutti dispersi. In quest’epoca alessandrina – Blade runner aveva un’ambientazione ottimista che premeva la vita – ci tocca diventare per forza dei cercatori d’oro, e occupare sulla scacchiera data la postazione fatale dei Ritrovati.

Stiamo imprigionati senza far rumore, senza risse, dietro un reticolato di maglie d’acciaio, che si apre soltanto dietro il comando di una parola amabile.

Oppure grazie a una frase bizzarra, inconsueta, inaspettata, gettata su un tavolo verde privo di qualunque aspettativa, aperto come un vaso sotto il cielo che promette pioggia.

Ma non è sicuro che la pioggia verrà.

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Lui si protende, lasciandosi sfiorare dal vento, da una pianura leggermente increspata.

A volte si incontra qualcuno che nelle sue mani protegge una storia che se fosse raccontata nel giusto momento e sotto la luce più adatta, la penombra azzurra del tardo pomeriggio, ad esempio, o durante una notte, quando per il caldo non si riesce a dormire, potrebbe incidersi sulla tua pelle aperta, e marchiarla a fuoco.

Un’increspatura delle guance. Uno sguardo abituato a nascondersi, a disperdersi, la bocca che si apre dietro una parola d’ordine e sei tu, siete voi, dritti sull’asfalto bruciato dal sole.

Diritti e fieri, fermi dentro una posizione di speranza senza speranza, dentro a una giungla umana che ti appoggia costantemente il coltello sotto la giugulare.

Permettersi di non difendersi.

“Basta guardarsi e poi /avvicinarsi un po’”.

Malgrado tutto, continua a fiorire

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Lei viveva negli anfratti nascosti degli esseri, natante accorta e vigile.
Le antenne ramificate in molte direzioni, centrale radio ventiquattr’ore su ventiquattro accesa.
Accovacciata fra le storie che le creature tenevano nascoste sotto il filo d’acqua delle labbra.
Pronta a raccoglierne ogni goccia.
Clandestina, votata al sorriso anche conto ogni previsione.

Era stata una roccia graffiata da milioni di voci, osteggiata nella corsa, premuta, soffocata sotto un cuscino, presa di piatto dal braccio, distesa per terra, nascosta sotto le pagine, dimenticata nelle stanze delle fotografie, cancellata.
E sempre, ogni volta, risorta.

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Una della nuova specie, una che teneva la sua energia per le grandi imprese.
Una che versava la polverina d’oro a manciate per la strada, ma se la ritrovava sempre aumentata in tasca.

La sua diversità, la portava in punta di coltello per attraversare la folla senza spezzarsi.
Diminuendola tutti, l’avevano creata più grande.
L’avevano forgiata, era diventata una spada, un pugnale d’argento,
la freccia che volerà alto.
C’era da ringraziare, soltanto.

 

Il cielo sopra Berlino. Annotazioni

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Cassiel: Sulle colline, un vecchio leggeva l’Odissea a un bambino, e il piccolo uditore smise di socchiudere gli occhi. E tu cos’hai da raccontare?
Damiel: Una passante, che sotto la pioggia chiuse di colpo l’ombrello, lasciandosi bagnare tutta. Ah, ecco: uno scolaro, che descriveva al suo maestro come una felce nasce dalla terra. Ha fatto stupire il maestro. Una cieca, che quando si accorse di me si mise a tastare l’orologio. Sì, è magnifico vivere di solo spirito e giorno dopo giorno testimoniare alla gente, per l’eternità, soltanto ciò che è spirituale. Ma a volte la mia eterna esistenza spirituale mi pesa, e allora non vorrei più fluttuare così in eterno, vorrei sentire un peso dentro di me, che mi levi quest’infinitezza, legandomi in qualche modo alla terra. A ogni passo, a ogni colpo di vento, vorrei poter dire: “ora”, “ora” e “ora”. E non più: “da sempre”, “in eterno”. Per esempio, non so: sedersi al tavolo da gioco ed essere salutato, anche solo con un cenno. Ogni volta che noi abbiamo fatto qualcosa, era solo per finta.

Wim Wenders tornò a Berlino, doveva aspettare per girare “Fino alla fine del mondo”, non smetteva di pensare agli angeli. Sul suo taccuino annotava tutto, non sapeva ancora che film voleva costruire, girovagava.
Intanto, rifletteva sull’Angelo della storia di Benjamin. Mentre prendeva la colazione allo Schwarzes Cafè gli appariva, volteggiando fra calici e bottiglie,  l’ Angelo della morte” di Paul Klee. Non parliamo di Rilke: Rilke sembra intendersene di angeli più di ogni altro poeta, e Wenders ne conosceva quasi a memoria i versi.

 

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Come dovevano vestirsi, i suoi angeli? Prima cominciò a ipotizzare con gli altri della troupe armature e ali filosofiche, poi comprese che avrebbero dovuto  indossare soltanto cappotti di taglio classico. Nessun effetto speciale: lo escluse, avrebbero camminato fra gli attori che li avrebbero semplicemente ignorati.

Una mattina decise che avrebbero dovuto a tutti i costi girare una scena del film in biblioteca: riempirla di lettori, e di angeli vigilanti in stato di alta concentrazione, che ascoltavano lo srotolarsi delle parole dalle pagine. Nella Staatsbibliothek i libri sembravano cantare tutti insieme.
Ai pensieri degli umani che gli angeli sorvegliavano in ogni luogo della città, accostò le parole lavorate come colatura di oro fino di Peter Handke.

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Rilke, Wenders, Handke, Benjamin, Klee. E tanti altri.
Damiel, Cassiel, Marion, Homer.
Bruno Ganz, Otto Sander, Solveig Dommartin, Curt Bois.
Peter Falk recita se stesso. Nick Cave.
Marion, la compagna di Wenders, si lanciò per l’occasione nell’apprendimento del mestiere di acrobata. Volò alto anche lei.

Fu difficile ottenere il permesso di entrare in biblioteca. Ma girare vicino al muro era impossibile.
Wenders ricostruì un muro alternativo, e ai piedi di quel simbolo così denso, carico, girò la scena in cui l’angelo lascia la sua condizione di perfezione, e si trasforma in umano per sentire le sensazioni di freddo e beatitudine sulla pelle.

Rischiando di provare dolore.

Scegliendo ciò che molti chiamano amore.

“Tra demonio e santità” di Alberto Fortis: un capolavoro neppure sfiorato dal tempo

Una mia recensione su un album straordinario di Alberto Fortis “Fra demonio e santità”,
Sulla rivista letteraria “Zona di disagio” di Nicola Vacca.

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Lecce, 1979. Frequentavo il Quinto Ennio, scuole medie, ambiente culturale poco stimolante per una ragazzina di 10 anni già desiderosa di formazione costante; ma bilanciato dalla fortuna di avere Ilaria Corsi come compagna di classe. Non so dove viva e cosa faccia adesso, ma la ringrazio ancora perché mi introdusse, nei pomeriggi invernali dopo la scuola, al primo album di Alberto Fortis facendomi ascoltare i suoi vinili dal giradischi di casa sua; si chiamava come lui, “Alberto Fortis”, ed era sardonico, irreverente, lirico al tempo stesso: La sedia di lillà, Milano e Vincenzo, Nuda e senzaseno, Vi odio a voi Romani

La mia passione per lui cominciò a bruciare; l’anno dopo, ecco l’epifania del secondo, il concept album Tra demonio e santità. Comprai due album, per il timore di rovinarne uno, perché ascoltavo i brani in continuazione.

Oltre ai testi e alla musica, persino il progetto grafico…

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Il golfo di Baratti a fine aprile. La magia e il silenzio

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Grazie alla generosità di Patrizia Di Campli, artista e sognatrice – che oltretutto è una incredibile Viaggiatrice, ho scoperto una terra immersa ancora nel suo passato etrusco, splendidamente selvaggia, che come diceva Giovanni, il gestore della Pensione Alba, chiede silenzio e rispetto.
Noi, silenzio e rispetto le abbiamo dedicato, e quindi abbiamo ricevuto i suoi doni.

Ogni persona incontrata, ritagliata come figurina nella bassa stagione, delineata dal paesaggio “barbarico”, vicino pochi ristoranti e chioschi ben curati, era come portatrice di un messaggio.

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Viaggiare dentro i propri sogni, nei sogni degli altri, non lo possono fare tutti.

Non bisogna illudersi che tutti possano avere la fortuna di ascoltare la ricetta data del polpo al vino con una lingua così musicale.
Patrizia ha ottenuto il codice numerico di un guru guardiano dentro un giardino di latta e oggetti raccolti da una vita per aprire un cancello segreto.
Un uomo si ferma accanto alla cappella del Vescovo di San Cerbone per parlare con noi.

Un pittore sulla spiaggia dipinge la sua Baratti.

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Il cibo toscano è semplice e buonissimo.
Una donna ricostruisce giardini di piante etrusche, e vive dentro una casa di terra pressata.
Vicine alla necropoli, sotto la magica acropoli di Populonia  che abbiamo visitato per ripararci dal vento di una primavera indecisa, abbiamo trascorso giorni preziosi.
Grazie ancora Patrizia Di Campli e grazie a Baratti.

 

La strada non intrapresa. La morte del padre.

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Bivi, biforcazioni, strade lunghe con curve che nascondono un prato, o terra arsa:
la strada non intrapresa

se il padre non fosse morto per l’amianto di quel tribunale
se la sorella non si fosse ammalata per il dolore,
se la diaspora familiare non fosse avvenuta

nel ventre avrei sofferto di una mancanza di slancio
non mi sarei allenata all’attitudine di saltare fuori
dallo sfascio di ogni certezza
dagli effetti di una tempesta.

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Mio padre avrebbe, in silenzio,
mantenuto in casa il suo calmo regno
presieduto alla gradualità del compiersi
di ogni processo che ci riguardasse.

La sorella minore avrebbe terminato il corso di laurea, aperto lo studio da psicologa.
Avrebbe avuto due figli con un marito, in una casa ordinaria ma stabile.

L’altra sorella avrebbe insegnato. Forse, Francesco sarebbe nato ugualmente. O forse, no.

Mia madre non avrebbe navigato nella vedovanza precoce, né si sarebbe formata con le letture, confrontandosi per evolversi insieme alla figlia.

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La strada non intrapresa, mio padre con i capelli invecchiati, il viso segnato ma bello,
a tenere banco a capotavola, la famiglia riunita, i miei cugini vicini come due figli.

Il nostro destino partorito dalla mancanza più grande, dalla morte del re.
Non conosciamo la strada non intrapresa.

Alice non sarebbe mai nata. La fata in realtà si rivela
l’ombra rovesciata del nonno mancante.
Una luce accesa al posto di un’altra
che cadde.

“La prima colazione”, di Marco Pappalardo, un cortometraggio ispirato a un racconto di Patrizia Caffiero

“La prima colazione”
un cortometraggio di Marco Pappalardo liberamente ispirato a un racconto di Patrizia Caffiero

Il racconto “Prima colazione”, di Patrizia Caffiero, pubblicato nella raccolta “Incredibili vite nascoste nei libri”, edita da Musicaos Editore, ha ispirato un cortometraggio, scritto e realizzato da Marco Pappalardo.

Il regista Marco Pappalardo vive e lavora a Bologna dal 2000, è laureato in scienze del servizio sociale e lavora come assistente sociale. Dal 2016 crea, in collaborazione con la Biblioteca di Minerbio, il progetto de “I Videatori”, dove offre la possibilità a ragazze e ragazzi di imparare e sperimentarsi con il video, ritenuto uno strumento utile per proporre tematiche sociali ai più giovani in modo divertente. Un booktrailer realizzato con “I Videatori” si è classificato quarto, al Festival Mare di Libri di Rimini. Sul canale Youtube de “I Videatori” si possono visionare i vari cortometraggi e video realizzati in questi anni.

Il cortometraggio ‘La prima colazione’ è frutto di una sinergia con l’autrice del racconto Patrizia Caffiero e gli altri componenti dello staff (con la collaborazione di Erica Cameran, Marco Borio, Barbara Lanzoni) conosciuti presso il laboratorio teatrale condotto da Francesco Simonetta dei Cantieri Meticci di Bologna.

Gli interpreti del corto sono la stessa autrice, Patrizia Caffiero, con Ma Rea, Elia Quimey Bonafè e Carlotta Borio. Il racconto “Prima colazione” è incentrato sulla storia familiare di un bambino di nome Vince. Il piccolo ama suo padre ed è innamorato della sua bellissima mamma. Come ogni bambino della terra, vorrebbe che lei fosse felice. L’autrice, che nel racconto riesce a descrivere momenti familiari, anche difficili, ha incontrato la sensibilità del regista, che ha riletto la scrittura di Patrizia Caffiero realizzando la sceneggiatura originale de “La prima colazione”.

“La prima colazione”,

sceneggiatura: Marco Pappalardo
regia: Marco Pappalardo
interpreti: Patrizia Caffiero, Ma Rea, Elia Quimey Bonafè, Carlotta Borio
musiche: Jamendo.com
Parkside, Lucid Dreamer
Get Jazz – Geoff Harvey, Dark Mater

si ringraziano per la collaborazione: Erica Cameran, Marco Borio, Barbara Lanzoni

I Teatri Rurali della Selvatica, la Metamorfosi, l’amicizia, l’arte-vita

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“Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo là dove abbiamo cominciato. E per la prima volta conosceremo il luogo.
Thomas Stearns Eliot

Al B&B La Selvatica, un crocevia di viaggiatori, un luogo speciale creato dall’energia e dal lavoro di Enrico Fontana, ieri è accaduto un altro miracolo.
L’antico casale ha vibrato delle emozioni di un intenso e partecipato spettacolo corale.
Il collettivo di artisti ha beneficiato dello sguardo e dell’imprinting del regista teatrale Luca Dal Pozzo, che ha saputo dare maggior rilievo e spessore alle forme narrative, visive e sonore, alle storie di ognuno dei partecipanti. Benvenuto ai Teatri Rurali, Luca!

L’evento di ieri, domenica 24 marzo, la festa dedicata all’Equinozio di Primavera, ha raccontato la METAMORFOSI, la TRASFORMAZIONE dell’ombra in luce che ad ognuno di noi tocca compiere.


Tutto è iniziato con l’accoglienza.
Renzo Sacchi dava il benvenuto, mostrava cosa significa il valore della lentezza, del TEMPO, tagliando senza fretta la focaccia che aveva impastato e cotto con le sue mani, affettando una fetta di salame; offrendo il vino ai viaggiatori appena arrivati e dicendo loro cosa sia l’orologio, di come sia stato inventato per sottomettere il tempo.
Prima di congedarsi, lasciava una monetina nelle loro mani, da  spendere nel viaggio.

La seconda scena era improntata alla METAMORFOSI FISICA, quella assoluta, quella che genera difficoltà. Come a dire che il mutamento non porta sempre a uno stato di benessere immediato, che richiede fatica.
Soprattutto quando è totale, rivoluzionario, come quello che richiede il cambiamento di sesso.
Angelo Spiga, il nostro CANTASTORIE con la chitarra, e Alessandra Lugli, la VOCE, cantavano, dopo averla destrutturata, “Princesa” di De André.

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Insomma, il viaggiatore, se sensibile, se avvertito, aveva già la sensazione di non dover semplicemente guardare uno spettacolo, ma di essere chiamato a interagire; a non negarsi, a dare qualcosa di sé al casale.

Incontrava Anna Rossi, che recitava un testo sul DOLORE, e lavava delle pietre con  gesto ripetitivo, fatto di pazienza infinita.  Insegnava che la METAMORFOSI esige dedizione, anche fatica fisica. Per trasformare la materia color carbone, e accedere alla Trasmutazione alchemica, non si può evitare un impegno che costa, a volte, alcune lacrime. E sudore.

Maria “Pelle d’acciaio” ha dato ai viaggiatori la sua esperienza di vita dura e tenace, vissuta all’ombra di un atteggiamento poetico costante. La sua vita è arte.
Nella sua stanza c’erano pere marcite, fotografie di quando erano ancora fresche, ricordi della sua esperienza in fabbrica a smistare frutta.
Lei affondava le mani e la voce nelle storie della TRASFORMAZIONE più radicale, che porta al disfacimento, alla MORTE.

Nel processo di METAMORFOSI deve trovar spazio, per riequilibrare, per sollevare chi si mette in gioco, la LEGGEREZZA.

La saggia Laura Riviello, nello spazio seguente, come i Mentori che appaiono nei miti, nelle fiabe a prestare soccorso all’EROE,  regalava al viaggiatore un talismano per aiutarlo a procedere nel suo percorso personale. Ogni visitatore poteva scegliere fra più ricette – la ricetta della FELICITA’, della RESILIENZA, e così via – e portava via con sé gli ingredienti del CORAGGIO, o dell’AMORE per poterla realizzare, in un magico sacchetto.

Poi veniva il turno di incontrare Antonella Laterza, che rappresentava la METAMORFOSI della materia fisica, dava istruzioni per comprendere i cambiamenti del corpo, citava l’ipotalamo, mostrava disegni; ma non dimenticava di citare le stelle.
Lei regalava a chi arrivava il dono prezioso dell’IRONIA.

Ed ecco la nostra CANTADORA Giovanna Simoni che, tramite le parole de “Le città invisibili”, ci ricordava che la strada che si sta seguendo per TRASFORMARSI, con SACRIFICIO, DOLORE, CONSAPEVOLEZZA, LEGGEREZZA, non risparmia biforcazioni, crocicchi. Questo porta continuamente al fiorire di dilemmi, di dubbi.
Infinite possibilità sono generate da ogni nostra piccola decisione.
Chi percorre la via del cambiamento deve sentire come far la propria SCELTA, scegliere la direzione.

E poi, si incontrava Karin Dolin, che, sporca di colori e di vita dipingeva un murale: le figure di due bambini. diventati grandi amici, le cui vite sono intrecciate in modo profondo alla storia del casale. Karin, che con la sua anima d’artista ha TRASFORMATO la Selvatica portando i suoi colori, i suoi messaggi.

Nella stanza seguente, il visitatore andava a trovare l’ABISSO. Una stanza magica e suggestiva, dove si doveva semplicemente “stare”. Sperimentare la parte di sé che desidera uno spazio più grande di quello che permette il rumore della vita quotidiana fatta di fretta e di muri. Giulia Sacchi ed Eleonora Busi erano le madrine di quel momento largo, e lo facevano vivere con parole sussurrate e brevi suoni che aprono la percezione.
Il rischio, però, è di stare in contatto con l’ombra; che tutti noi proviamo, a volte, a schivare, a non guardare. Non si deve avere paura di scavare a fondo.
La METAMORFOSI necessita di un contatto con l’ombra. La Qabbalah consiglia che non debba essere né troppo breve, né troppo lungo perché sortisca effetti benefici.

Si giungeva alla stanza del tè. La METAMORFOSI si accostava al RITUALE.
Un bellissimo allestimento fatto da Emanuela Vecchi con stoffe e arredi semplici rendeva lo spazio una sorta di mondo iperuranio. Emanuela ed io, offrendo il tè, mentre una voce registrata interpretava un brano di poesia di Peter Handke che poneva domande sul senso della vita, creavamo con poche parole e gesti misurati un luogo di presa di consapevolezza, o semplicemente di pace e di armonia, dove si alludeva per brevi cenni e annotazioni verbali alla cerimonia del tè giapponese, al wabi-sabi, la meditazione sulla bellezza delle piccole cose, o alla bassa entrata concepita nelle  antiche stanze del tè per costringere i partecipanti ad inginocchiarsi in segno di umiltà.

Il visitatore si preparava alle scene finali dello spettacolo: Maria Ramirez, nell’ultima stanza raccontava la sua storia personale, familiare, intensa e forte.
Sembrava dire a chi ascoltava, narrando in spagnolo e accompagnandosi con la musica: ho imparato a prendere posizione, a liberarmi dagli schemi e dai condizionamenti per agire.
Ho agito come agiscono i guerrieri.
Nella sua storia ognuno poteva riconoscersi o, da essa, trarre ispirazione.

Il finale è stato esplosivo, forse una catarsi, o un rivivere le fasi della METAMORFOSI.

Un bellissimo spettacolo di sonorità e performance, grande energia della Donna Serpente, che prendeva forza e coraggio dalla terra.
Gli stupendi suoni ipnotici di Cinzia Zaccaroni e il gesto teatrale di Giulia Galiera hanno chiuso il viaggio, che è continuato, per chi lo desiderava, a tavola, con il cibo preparato da Renzo con amore.

E” solo l’amore che, chi sa e chi può dare e ricevere, porta in luoghi speciali, preziosi.
La Selvatica è uno di questi luoghi, e io ho avuto ed ho la fortuna di conoscerlo.

Grazie, come sempre, per aver condiviso.
Grazie a Daniele Dencs per la sua partecipazione e le sue opere (Dirùpators)

“L’invenzione della solitudine” di Paul Auster: l’assenza del padre

Stamattina “Zona di disagio” ospita una mia recensione su Paul Auster e sul suo romanzo “L’ invenzione della solitudine”.
Scrivere recensioni mi piace QUASI come scrivere racconti. Soprattutto scriverle per la rivista “Zona di disagio” di Nicola Vacca, che ospita pensieri, riflessioni, collaborazioni “necessarie”. Chi scrive per queste pagine è appassionato di poesia, di Bellezza in modo disinteressato. Non è poco.
Oggi è uscita la mia recensione al libro di Paul Auster che preferisco: un pozzo nel deserto, una luce accesa nella penombra, la voce di un poeta che scrive per la prima volta un romanzo, e ci parla sommessamente di sé, della morte, dell’amore, del perdersi, del caso. Una summa dell’esistenza in poche pagine.

Leggete questo libro, e questa rivista

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Nessun romanzo scritto da Paul Auster dopo “L’invenzione della solitudine” mi ha fatto innamorare dello scrittore come questo libretto, cominciato in modo dirompente dopo la morte del padre (1979); la sua prima prova di prosa, che pubblica nell’82.

La partitura de “L’invenzione della solitudine” è unica: la prima parte, “Ritratto di un uomo invisibile”, è raccontata in prima persona; la seconda parte, il “Libro della memoria” è scritta in terza persona. Il libro viaggia fra generi diversi: interrompono il ritmo della narrazione citazioni letterarie, brani cronachistici tratti da giornali, frammenti di diario, saggi.

Nel periodo in cui lavora al testo, Auster si occupa, fra altri, di Blanchot, che aveva introdotto il concetto di “scomparsa” intesa come funzione essenziale nell’organizzazione e nella costruzione della scrittura; infatti, questo libro nasce dalla necessità di far fronte proprio ad un’assenza: quella del padre.

Il lutto improvviso è pretesto narrativo per tentare di ricostruire la…

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