La ricetta della buona solitudine


Per vivere la perfetta solitudine
comprati una casetta di mattoni
con un po’ di giardino.

Trovala con le finestre orientate ad est
e con un lucernario sul letto
per ricordare, la notte
da dove sei arrivata.

Fa’ che soffi nella cucina un fuoco piccolo; ma costante
che farà bollire l’acqua della pentola
delle occasioni.

Appendi sul camino della sala
la foto dei tuoi antenati.

Acquista al mercato di Nor
una gabbia elegante, verniciata d’azzurro
ma non riempirla di uccelli o di candele
lasciala vuota, per ricordarti
ciò di cui non avrai mai bisogno.

Avrai necessità, al contrario, di carta bianca, di pennelli, di libri.
di un separé giapponese per districarti dai ricordi amari.
Procurati un cuscino per dormire, un altro per lavorare.

Non ospitare nessun animale, mai, che non venga solo in visita per mangiare l’insalata
e ritorni presto nel bosco;
di modo che sarai sempre pronta a partire.

Se avrai rispettato le mie indicazioni
a questo punto, mancherà solo l’ultimo dettaglio:
fai in modo di possedere
dentro una sfera d’ambra costruita da un mago
il ricordo di un amore impossibile, che sarebbe potuto
essere meraviglioso
e che lo è; ma solo perché
non si realizzò.

La casa

La casa passò gli anni da sola
in fondo al viale delle querce.
L’intonaco della facciata
aprì crepe, mostrò le sue mappe geografiche.

La scalinata diventò il nido degli scorpioni.

Quando nevicava, sembrava tornare la dama superba
delle feste di inizio secolo.
Nei giorni di nebbia sentiva battere il vecchio cuore.
Le poltrone di damasco del salone
sembravano splendere nel crepuscolo.

A primavera le ombre tornavano a giocare nel giardino
delle more e degli spini.
Dalla finestra del terzo piano un profilo di donna
guardava il nido degli uccelli azzurri.

Le notti erano il dominio del vento.
Gli scoiattoli trovavano riparo nelle grondaie
gli spiriti smettevano di cantare.

Non temeva la tempesta, la casa era sicura di sé
le sue fondamenta sprofondavano
in sotterranei senza fine.

La luce della mattina era l’inizio, di nuovo
e tutto non smetteva di ricominciare.

Davanti al mare

Rivedrò le scogliere gemelle
sulla linea topazio
affilate come pugnali
o come due sogni uguali nella stessa notte.

Sorpresa da come si vola
con tutto il corpo
praticherò aggiustamenti da astronauta
nel cielo del minotauro.

Non smetterò di ridere, mai
per tutto il tempo
finché avrò lasciato le ossa sulla sabbia
accanto a una medusa.

Continuerò anche nel dopo, quando tutti credono
che la vita si plachi.
Ma non è un lago: è il mare.

Di nuovo ti racconto
del sole di stamattina
dell’ inebriante lotta con l’angelo
che ha smesso di fare il muso:
è sceso in campo, finalmente
lasciando orme sulle dune.

Angelo, ho imparato a usare le ali precarie
dal fondo so risalire alla montagna più alta.

Il ragazzo riccioli d’erba
principe degli opposti
risponde, e stavolta non scherza:

Giochiamo a chi arriva prima
alla vetta del cielo.

Radicamento

Fermati: questo momento
è perfetto
la madre respira
il pianeta non pianta in asso la sua corsa
l’aria non sembra tossica
sole e canto d’uccelli dalla finestra aperta.
Fra un’ora, domani, fra uno o trent’anni
le dea guardiana della soglia
avrà il potere di lanciare la sua scure
ma adesso l’istante è rotondo come il pane
è eterno, l’oggi.

I fiori

Nel giardino della signora di neve
Il tavolo piange le sedie perdute
il grande albero la sua altalena.

“Avevamo tutto, non ci mancava nulla”.
Serra le labbra per non farsi sfuggire la parola
a cui nessuno può dare una risposta:
“Perché?”

La signora, in piedi, austera,
di una bellezza che non muta
col dito indica un luogo:
“Tanto tempo fa.”

Un gatto selvatico protegge la signora di neve
quando il silenzio apre crepe nei muri.

“Non sopporto le primule.”
Dice.
“In primavera
pianterò solo garofani rossi
le primule durano troppo poco.”

La casa della luce

Quando il buio cala, ogni volta che vuoi
puoi ritornare nella dimora del tempo perduto.

Il pensile della cucina
ha sempre quel graffio vicino la maniglia
il cassetto delle posate non si chiude come dovrebbe
la tovaglia sbiadita da troppi lavaggi
è stampata con fragole
e tralci di vite.

Le care ombre
apparecchiano la tavola.

Puoi sederti
e desinare con loro
per riprendere fiato
dall’incuria del mondo.

Le estati a casa dei nonni

Torre dell’Orso. 1975


Zia Ina ha ddumato il fuoco sotto la quatara all’alba
le donne girano e votano i turcineddhi sulla brace senza scottarsi le dita.
Come api, sciamano per la casa.
Zia Tonina pigghia le paparine dall’orto
le ricovera nel cavo del grembiule alzato. Si ferma. Guarda lu sule schermandosi
gli occhi con la mano.
Il servizio comincia: dalla finestra ad arco della cucina nonna Tina passa i piatti
alle piccinne nel corridoio.
Vanno serviti prima gli uomini
con piatti ricolmi, perché mangiano doppio, li masculi.
Poi tocca alle femmine, e solo alla fine del giro
la nonna si siede accanto a nonno Ettore. Ma non si regetta.
Eccola ripartire per prendere un cestino di pane.
Un fiasco di mieru per maritusa.
Zio Aldo vuole il bis della ciceri e tria.
Dopo mangiato Felice, Aldo, Ettore, Gino, Ninni bevono il caffè Quarta
fatto con la moka, fuoco basso;
poi celebrano il rito dell’Amaro Cora
servito nei bicchierini sul vassoio da nonna.
Dopo, nella contr’ora, seguono sculacchiati davanti al televisore

– l’ultimo modello che ha comprato il nonno, quando è sciuto a Bari –
il Giro d’Italia.

Le donne, nel retro, lavano i piatti copputi e spasi nella pila
una insapona, l’altra sciacqua, l’ultima asciuga.

Il destino


Tu, ignaro, credi di controllare il giorno
ma mentre, pieno di te stesso, cammini per la strada
molto più in alto dell’azzurro il calderone del fato
prepara quello che molto presto ti accadrà.

Il destino è fatto di strisce di tessuto, guanti di pelle nera
un pugno di stelle di lamiera
e una ciotola di riso.

Le donne del destino ridono di te, illuso di contare nelle scelte
e impastano la torta dentro la stanza blu.

Quando ciò che deve accadere sta iniziando
non ti mettono nessun impedimento
anzi, accendono gli incensieri, pregano senza parlare.

Se stai sbagliando vicolo, ti intrattieni con qualcuno da poco
suonano la grancassa da lassù, ti mostrano il vero.

Quando hai fatto quell’incidente, erano loro a parlare.
Sei rimasto illeso, ma non mancava la traccia di un messaggio:
“Non imboccare più quella strada, se tieni alla tua vita.”

Un’altra volta prese fuoco la tua giacca
alla festa di qualcuno che sarebbe stato meglio evitare.

Quando scegli con saggezza, al contrario,
le tre donne ti toccano la spalla
con un’ala rosa, e agitano il ventaglio.
Si sparge per l’aria profumo di giglio e di violetta.
Ti esplode nel petto un senso di felicità, di pienezza.

Ridono sommesse, le tre donne
la più anziana e autorevole lo dice:
“Stavolta ha visto bene, nostro figlio
lasciamolo giocare. Lasciamolo sperimentare.
Lui ancora non lo sa
ma sarà dura la notte che verrà”.

Cosa porti con te

La cucina con armadietti giallo limone
Il televisore con il tubo catodico
l’appartamento al terzo piano in Piazza Mazzini
prima del trasloco nella nuova casa

lasciali andare

Il salotto dove hai visto, in piedi, Il corsaro nero
la camera da letto dove dipingevi
con i colori rubati a tua sorella.

Lasciali andare
il salotto pieno la domenica, la zia che aspetta ansiosa
dai nipoti distratti i complimenti
sui cannelloni ripieni che cucinò con amore.
Zia Elisa, che ti raccontò quanto era sola
“a volte vorrei abbracciare la bombola d’ossigeno”
solo cinque anni dopo.

Per non parlare degli amici e dei nemici incontrati.
Se li posassi su un quadrato di terra
comporrebbero il popolo di una città.

Gli oggetti, dal grande al piccolo. L’intera scuderia.
Le pettinature. Le grucce degli abiti
Gli specchi, quelli rotti e quelli che si sono conservati.

Tutti gli amori, anche gli insignificanti
I più pestiferi. Gli orgogliosi.
Fanno radici, crescono sottoterra.

Non fai sbiadire nulla:
i tradimenti, il sentimento dell’assurdo, le stanchezze, il tempo perso.

Ricordi ogni insegnante.
Le voci non riposano, continuano ad andare
come il disco di vinile rotto, e invece
lasciali andare, lasciali macinare come farina grossa
che diventa lieve, poi vapore
alla fine scompare.
Lasciali andare.

Vita di paese

Se vivi in un paese come il mio paese
prenditi del tempo, non puoi andare di corsa.
Via Giovanni Goldoni. La via Emilia. Piazza Berlinguer.
“Signora, come sta, il suo occhio è guarito?
“Mio marito mi manca”. “Mia figlia si sposa”.


Nel piccolo paese per acquistare qualcosa
puoi metterci anche un’ora e quaranta.
Quando esci, sorridendo e agitando la mano
“E passa ancora, se hai bisogno di altro
anche che non sia per acquistare qualcosa.”

Ombrello in pugno, avanti, per un sentiero inventato
linea retta, angolo, svolta. Semaforo rosso, poi verde.
Traffico lento. Rettangolo di parcheggio, marciapiede, negozi.
La vetrina accesa della farmacia ha un colore caldo, ti aspetta.

Nel paese in cui vivo ci vivono ancora quelli che andarono via
troppo presto: non hai fatto in tempo a dare l’addio.
Qualche volta potrai incontrarli per strada
un sosia, una figura che rimanda a quell’altra figura.

Adelmo esce a passo veloce dalla biblioteca,
a un passo così veloce che non riesci a raggiungerlo.
Marica attraversa la piazza con il suo grande sorriso
ormai bella per sempre
e leggera
come se fosse alleata del volo.