Vita precedente. I resistenti


Nell’altra vita prendemmo la montagna
con quattro o cinque amici senza giudizio, come noi.

In questa, si è smarrito ogni ricordo
di quando restavamo accovacciati fra le foglie
fermando il respiro, sopportando gli insetti, la fame, il gelo.

Noi Resistemmo. Eravamo in tanti.
Scorbutici, pieni di umorismo, gentili, irascibili, visionari: stretti l’uno all’altro dall’ideale.
Restammo uniti.

Oggi ci riconosci dal fremito di insofferenza negli occhi
dal sopracciglio alzato all’improvviso.

Sotto la nostra pelle restano accese le braci.

Nella vita precedente hai imbracciato il fucile, hai difeso il compagno
Ero uomo o donna, non ricordo.

Non siamo cambiati; solo, diventati del colore del fiume
mimetizzàti, forse in attesa, morti di nostalgia, desiderosi
di contare di nuovo fratelli e sorelle. Siamo in ascolto.

Non ci hanno mai avuto, neppure fermandoci con le pallottole, quando ci fecero scivolare
sul crinale coperto di neve e sassi per farci morire.
Te lo ricordi, adesso?

Chiamammo la madre, guardammo il cielo.
Non siamo cambiati, siamo tanti. Crediamo.

Oggi riconosciamo un compagno
dal suo odore, dal modo di indossare una camicia
e dagli occhi stellati.
(Patrizia Caffiero)


(L’immagine è tratta dal documentario “The Forgotten Front” di Paolo Soglia e Lorenzo K. Stanzani)

La casa della luce

Quando il buio cala, ogni volta che vuoi
puoi ritornare nella dimora del tempo perduto.

Il pensile della cucina
ha sempre quel graffio vicino la maniglia
il cassetto delle posate non si chiude come dovrebbe
la tovaglia sbiadita da troppi lavaggi
è stampata con fragole
e tralci di vite.

Le care ombre
apparecchiano la tavola.

Puoi sederti
e desinare con loro
per riprendere fiato
dall’incuria del mondo.

Le estati a casa dei nonni

Torre dell’Orso. 1975


Zia Ina ha ddumato il fuoco sotto la quatara all’alba
le donne girano e votano i turcineddhi sulla brace senza scottarsi le dita.
Come api, sciamano per la casa.
Zia Tonina pigghia le paparine dall’orto
le ricovera nel cavo del grembiule alzato. Si ferma. Guarda lu sule schermandosi
gli occhi con la mano.
Il servizio comincia: dalla finestra ad arco della cucina nonna Tina passa i piatti
alle piccinne nel corridoio.
Vanno serviti prima gli uomini
con piatti ricolmi, perché mangiano doppio, li masculi.
Poi tocca alle femmine, e solo alla fine del giro
la nonna si siede accanto a nonno Ettore. Ma non si regetta.
Eccola ripartire per prendere un cestino di pane.
Un fiasco di mieru per maritusa.
Zio Aldo vuole il bis della ciceri e tria.
Dopo mangiato Felice, Aldo, Ettore, Gino, Ninni bevono il caffè Quarta
fatto con la moka, fuoco basso;
poi celebrano il rito dell’Amaro Cora
servito nei bicchierini sul vassoio da nonna.
Dopo, nella contr’ora, seguono sculacchiati davanti al televisore

– l’ultimo modello che ha comprato il nonno, quando è sciuto a Bari –
il Giro d’Italia.

Le donne, nel retro, lavano i piatti copputi e spasi nella pila
una insapona, l’altra sciacqua, l’ultima asciuga.

Il destino


Tu, ignaro, credi di controllare il giorno
ma mentre, pieno di te stesso, cammini per la strada
molto più in alto dell’azzurro il calderone del fato
prepara quello che molto presto ti accadrà.

Il destino è fatto di strisce di tessuto, guanti di pelle nera
un pugno di stelle di lamiera
e una ciotola di riso.

Le donne del destino ridono di te, illuso di contare nelle scelte
e impastano la torta dentro la stanza blu.

Quando ciò che deve accadere sta iniziando
non ti mettono nessun impedimento
anzi, accendono gli incensieri, pregano senza parlare.

Se stai sbagliando vicolo, ti intrattieni con qualcuno da poco
suonano la grancassa da lassù, ti mostrano il vero.

Quando hai fatto quell’incidente, erano loro a parlare.
Sei rimasto illeso, ma non mancava la traccia di un messaggio:
“Non imboccare più quella strada, se tieni alla tua vita.”

Un’altra volta prese fuoco la tua giacca
alla festa di qualcuno che sarebbe stato meglio evitare.

Quando scegli con saggezza, al contrario,
le tre donne ti toccano la spalla
con un’ala rosa, e agitano il ventaglio.
Si sparge per l’aria profumo di giglio e di violetta.
Ti esplode nel petto un senso di felicità, di pienezza.

Ridono sommesse, le tre donne
la più anziana e autorevole lo dice:
“Stavolta ha visto bene, nostro figlio
lasciamolo giocare. Lasciamolo sperimentare.
Lui ancora non lo sa
ma sarà dura la notte che verrà”.

Cosa porti con te

La cucina con armadietti giallo limone
Il televisore con il tubo catodico
l’appartamento al terzo piano in Piazza Mazzini
prima del trasloco nella nuova casa

lasciali andare

Il salotto dove hai visto, in piedi, Il corsaro nero
la camera da letto dove dipingevi
con i colori rubati a tua sorella.

Lasciali andare
il salotto pieno la domenica, la zia che aspetta ansiosa
dai nipoti distratti i complimenti
sui cannelloni ripieni che cucinò con amore.
Zia Elisa, che ti raccontò quanto era sola
“a volte vorrei abbracciare la bombola d’ossigeno”
solo cinque anni dopo.

Per non parlare degli amici e dei nemici incontrati.
Se li posassi su un quadrato di terra
comporrebbero il popolo di una città.

Gli oggetti, dal grande al piccolo. L’intera scuderia.
Le pettinature. Le grucce degli abiti
Gli specchi, quelli rotti e quelli che si sono conservati.

Tutti gli amori, anche gli insignificanti
I più pestiferi. Gli orgogliosi.
Fanno radici, crescono sottoterra.

Non fai sbiadire nulla:
i tradimenti, il sentimento dell’assurdo, le stanchezze, il tempo perso.

Ricordi ogni insegnante.
Le voci non riposano, continuano ad andare
come il disco di vinile rotto, e invece
lasciali andare, lasciali macinare come farina grossa
che diventa lieve, poi vapore
alla fine scompare.
Lasciali andare.

Vita di paese

Se vivi in un paese come il mio paese
prenditi del tempo, non puoi andare di corsa.
Via Giovanni Goldoni. La via Emilia. Piazza Berlinguer.
“Signora, come sta, il suo occhio è guarito?
“Mio marito mi manca”. “Mia figlia si sposa”.


Nel piccolo paese per acquistare qualcosa
puoi metterci anche un’ora e quaranta.
Quando esci, sorridendo e agitando la mano
“E passa ancora, se hai bisogno di altro
anche che non sia per acquistare qualcosa.”

Ombrello in pugno, avanti, per un sentiero inventato
linea retta, angolo, svolta. Semaforo rosso, poi verde.
Traffico lento. Rettangolo di parcheggio, marciapiede, negozi.
La vetrina accesa della farmacia ha un colore caldo, ti aspetta.

Nel paese in cui vivo ci vivono ancora quelli che andarono via
troppo presto: non hai fatto in tempo a dare l’addio.
Qualche volta potrai incontrarli per strada
un sosia, una figura che rimanda a quell’altra figura.

Adelmo esce a passo veloce dalla biblioteca,
a un passo così veloce che non riesci a raggiungerlo.
Marica attraversa la piazza con il suo grande sorriso
ormai bella per sempre
e leggera
come se fosse alleata del volo.

Gli addii

In Italia pochi sanno
che la morte non esiste.
Chi lo sa ha trovato il tesoro
ma non è salvo dal dolore.

Siamo naufraghi aggrappati alle emozioni
appesi al relitto dei ricordi.
Divinità inflessibili
ci tramandarono la mappa degli addii
che segna il confine esatto del tempo.

I due mondi sono divisi
il velo di Maya è pesante.

Non vorrei dare il cuore in prestito
ma quel malnato
corre da solo sulle sue gambe.

Sono andata a vedere l’infinito;
si stava bene: non pensavo che al volo.
Eppure loro mi mancano, tutti.

Quando mio Padre dimagrì all’improvviso
portando controvoglia, nel viaggio
il diamante della sua presenza
non eravamo pronti.

Per questo ricordiamo ogni giorno
di onorare la Madre.
Non esiste qualcosa di non trasmesso.
Ci siamo detti tutto.
L’affetto è stato testimoniato
tutti i segreti sono stati esposti alla natura benevola
del sole.

Così si muore, o si saluta,
senza pesi
così si deve andare, senza ganci o pietre.

Era aprile, appena trascorso
quando lui mi chiese
notizie di un dolore invecchiato:
dopo sette anni è venuto il giorno
che ha dato pace.


(Patrizia Caffiero)

La luce e il buio

La bambina credeva a tutto
sapeva che il sole ritorna la mattina
ma nessuno le aveva insegnato
il buio.

Mamma e papà cambiavano il finale
della favola della sera:
la sirenetta sposava il suo principe
non diventava schiuma di mare.
L’ avevano protetta dentro il guscio
di un uovo cosmico.
La bambina conosceva persempre, ma non il maipiù.

Il giorno della rivelazione
non tardò ad arrivare.
Le tenebre sfolgorarono
con potenza raddoppiata.
Non trovarono ostacoli, né sapienza.

La bambina, che era una ragazza
a quel tempo
quasi perse la ragione.
Passò il resto della vita
ad apprendere da sola
come cercare
come conservare
le scintille di luce
scovate nell’abisso.

La bambina, che era una donna
a quel tempo
diventò una maestra
dell’arte del Ritorno.

La stanza grigia

Ad ogni buon conto
tu sei un appartamento
con molte stanze.

Nel soggiorno con scaffali pieni di libri
poltrone comode
mi hai invitato molte volte
per conversazioni amabili
sfide d’intelligenza.

Hai servito sul tavolo
spaghetti al pomodoro in piatti da osteria
per dividere con me l’amicizia
nella cucina abitabile.

Mi piaceva l’abbaino con i fiori
della tua mansarda:
potevo affacciarmi e guardare
con i gomiti appoggiati
un orizzonte ampio.

Un giorno ho aperto la porta
della stanza grigia.
Non c’erano le donne di barbablù
non ci avevi appeso trofei
o teste mozzate.

Ho visto un vaso di pandora
al centro del pavimento a mosaico.
L’ho scoperchiato, naturalmente:
è volato fuori un mare d’ insensibilità
la tua infanzia fatta a pezzi
e un vento freddo mi ha segnato il viso.

Sei un appartamento
con molte stanze, temperature diverse
verrò a trovarti ancora qualche volta.
Imparerò a difendermi dal vento.

Ballata

 

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Amos passava la vita a scappare,
mettendo un milione di passi
fra sé e la sua croce.
Nel giardino d’inverno fioriva la siepe.
A nessun animale negava riparo
né a chiunque avesse bisogno del fuoco
dell’accampamento, o del pane.
Ma l’amico sincero gli disse che l’ombra
non si può sotterrare, ha bisogno del sole
altrimenti ti viene a cercare
per portarti nel profondo del mare.
Ma Amos credeva di essere forte
e nel fiume non si volle specchiare.
L’ ombra venne: aveva il viso
del padre.
L’ ombra alla fine lo venne a cercare.