L’urlo

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Non pensi
che ignori la ruga della carta crespa.
Lo spazio fra una lettera e l’altra
diventa la finestra, e lei vede azzurro.
L’effetto della luce che dirige la donna
dritto verso una stanza che vola
illumina un fascio d’ombra.
Da secoli abituata a non chiudere gli occhi
con stupore si accorge di un ghigno atroce
legge la frase sardonica di chi getta le spugne,
batte le mani sul tavolo,
poi la fronte.
S’illude di mandare calore
preghiera può essere solo un pensiero.
Qualcosa si muove, del calice
ed è:
l’odio per la propria empatia
il livido che sale di giorno in giorno.
Il freddo si accumula nella discarica fragile
il volto del mondo si concentra in una questua
che chiede troppo, e ormai
si muore.

Perché ti amo, per le luci accese

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Sento un’amica dell’anima al telefono
un vocale è una lettera con la voce.
A lei si risponde con un’altra lettera.
Scaliamo le montagne analizzando l’essenza
entrando in profondità.

A fine estate ero ancora felice, completa come una moneta.
Vivevo dentro un castello, quasi come principessa.
Ma l’imprevisto mi ha riportato nel bosco
a riprendere la strada dell’eroe:
Il dovere è seguire le voci degli alberi.

Avrei voluto che fossi la controparte.
Ma ti hanno mandato a me solo come monito, così mi dici.
Non puoi rinascere. Saluto con la mano e con le lacrime
costretta a seguire le foglie, per chiedere dove portano.

Avevo perso la memoria, ora me ne ricordo.
Sei stato tu a schiacciare la pelle del serpente
facendomi svegliare
in un nuovo sogno, più reale.

Ti lascio, a malincuore, nell’indistinto
delle tue sacre ripetizioni
ma ricordati che, a dispetto delle ombre
e per le luci che si sono accese
io ti ho amato.

I diari di Anaïs Nin, l’incontro con Henry Miller: la scrittura, il corpo, l’erotismo

Per Anaïs immaginare un personaggio, inventare una linea di racconto è disturbante, significa imporre una struttura definita al principale oggetto d’osservazione – l’esistenza – che, invece, è un flusso in continuo movimento: vuol dire “imbalsamare” il vivente. La priorità assoluta della scrittrice è evolversi; scrivere di sè e delle persone incontrate in un diario dà la possibilità di registrare in pagine successive cambiamenti occorsi, prese di consapevolezza. Si può rimediare a qualcosa. Si può andare oltre.”

Le mie annotazioni sulla rivista di Nicola Vacca “Zona di disagio”

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“Una bella casa, un caminetto accanto al quale sedermi, un bel panorama persino quando li desidero sono pericolosi (dato che nascondono le sbarre di una gabbia). La mia interpretazione di ‘mettere radici’ è negativa; per me significa tagliarmi le vie di fuga, di comunicazione dal resto del mondo.”  Anaïs Nin, “Diario VI” (1955 – 1966)

 

“La stessa cosa che rende indistruttibile Henry è quella che rende indistruttibile me: è il fatto che il nucleo di entrambi sia uno scrittore, non un essere umano”. “Henry e June” (1931-1932)

I diari di Anaïs Nin, oggi, sono tradotti in molte lingue. I 150 volumi, le 35.000 pagine di questa grande opera sono custoditi nello Special Collection Department dell’UCLA, a Los Angeles. Il successo editoriale dei taccuini è enorme, e nessuno mette in dubbio la loro validità letteraria: ma non è stato sempre così.
Per raccontare la storia dei diari occorre tornare indietro…

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Si svelano gli enigmi difficili

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Quando si presenta sul cammino qualcosa di inaspettato
di aggrovigliato
‘na cosa che non chiede udienza e capovolge
le regole che erano state accantonate sul divano
accanto al gomitolo e al ferro da calza, al fazzoletto,
in un primo momento la tentazione è di tagliare
con la scimitarra quel nodo segreto, fastidioso
che rovina la perfetta tramatura della stoffa
e ti proibisce di esercitare l’arte del controllo.

La saggezza su ali nere arriva sempre
ti afferra per i capelli, ti ricorda sferzante
che l’insegnamento ti verrà impartito dopo l’esperienza,
non prima, ottusa donna, settanta sette volte sciocca.

Infatti questa storia bizzarra ti ha portato
un cesto di intuiti novelli, di idee fresche;
le finestre della casa sono state aperte
tolte le sbarre, visitano la stanza
l’aria, il sole, e soprattutto il vento.

E poi, in un punto impreciso
fra lo splendore di una supernova e l’entrata della galassia delle Torri d’argento
lui ti ha amato davvero, e ha posato le labbra sulle tue
con la delicatezza dell’ala di farfalla.

 

Tu che vivi già morto

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Abiti dentro un’accogliente bara sigillata
arredata dai soprammobili di vetro soffiato
acquistati a Venezia in visita guidata
lampade piccolo borghesi
cornici in peltro
poltrone reclinabili

hai il permesso di scrivere in angolo del tavolo
della camera da pranzo
ma solo se non è apparecchiato
perché lo studio serve a ricevere gli ospiti.

Venisse qualcuno a trovarci
deve restare pulito.

Tu che sei diventato due
che sei migrato nelle parole cigno
nelle frasi ad arco, a giro, a manovella.
Tutto di te è andato nei sintagmi
nel punto e virgola, nei capoversi.

Non resta niente. Niente da fare
Niente da dire.
Niente è rimasto fuori dalle tue parole
solo un corpo vestito in odor di composizione.

 

Illusione fra una luna e un’altra

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Dalle parole entra ed esce fuoco.
Sono chiodi che aprono ferite
se non si fa attenzione.
Maneggiare con cura.
Tenere lontano dai bambini.
Può danneggiare i cuori.

Ci sarà un motivo perché sei apparso tu
alla fine di una strada
appena prima dei fiori.

Intanto sei il motivo di una canzone
la salita e la discesa
un vento caldo
la scommessa dei baci.

Sei l’attesa
un enigma, l’illusione durata il tempo
che passa da luna a luna, quando è piena

Sei un racconto nuovo sulla mia tavola.

Ci sarà un motivo perché ti sono apparsa
alla fine di una strada.

Il dolore, presto, passerà.
Me lo prometti?

Non dare da bere a un assetato qualunque

JANE LONG
Immagine di Jane Long

Ho perso l’abitudine
di certi ambigui commerci con umani.

Avvolta da anni nel bozzolo bianco
della “presenza mentale”, diventai
poco accorta.

Un tempo nutrivo il talento di altri
per non raccogliere le gocce perse dal secchio bucato
del mio.

Poi mi ripresi, bla bla, e riparai
la modanatura delle ali, che crebbero
in un largo vaso, orgogliose.

E mi accorgo che certe regole
vanno ripassate, come quella, molto importante:
“non nutrire l’ego di un principe azzurro qualsiasi.”

La bambina di dieci anni
che convive in me
riprende il quadernetto, si siede al banco
e scrive in bella calligrafia:
quella creatura non ti vuole bene, prende la tua buona energia
per sé, incurante della tua vita.

La soluzione del problema di algebra
maestra,
è facilissima:
“SCAPPA”.

 

 

 

 

 

 

 

Il giorno, prendersi cura, le parole

una lunga domenica di passioni

E’ tempo di raccolta
dell’occasione
del fresco, della luce a pioggia
sulle dita che suonano la tastiera.

Le parole che colpiscono
i sensi. La lettura del giorno
la curva dei dialoghi
la foto sbiadita
quella che brilla di luce propria.

Questo è il nostro tempo, amico
anche se non siamo pronti a tutto.
Fuggiamo in direzioni opposte
acqua e schiuma di un’onda unica.

La scrittura detta legge alle ore.
L’amore, il prendersi cura restano.
Non muore il lavoro mai, non finisce il pensiero di te.

Una donna legge un libro in ospedale.
Un’altra aspetta di sognare con terrore.
Chi rinasce, chi spera, chi si ossessiona
con suoni lunghi di tristezza.
Non finisce il prendersi cura.

Il tuo sguardo

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Non alzi più lo sguardo al cielo
come un telescopio stanco
lo punti contro i miei occhi
mostrando l’impeto di una dolcezza selvaggia
rivoluzionaria.

Ma tante cose non sai.
Non cerco di naufragare con altri passeggeri.
Non sai che viaggio sola.

Con ogni sforzo possibile sigillo la mia tana,
non faccio entrare il vento, né i baci, né calici di vino.
Viaggio con una valigia leggera.
Io viaggio sola.

Ma non resto insensibile alle parole.
Sono viva. Sento da qui il tocco magistrale di dita
lingua, gambe che non vedo.
Sento la mancanza di ciò che non mi manca.

I pianeti seguono la traiettoria prevista.
Il vento va dove vuole.
Io non so cosa fare. Non posso esercitare il controllo.
Non aspetto istruzioni.
Mi limito ad osservare.

I fogli di poesia di Nicola Manicardi

Un poeta da leggere, da scoprire. Una mia recensione sui versi di Nicola Manicardi, sulla rivista letteraria “Zona di disagio”

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A dispetto di molti, non ho mai pensato che i social siano soltanto fatui, omologanti, generatori di “non essere”, come diceva qualcuno; perché da sempre mi è sembrato evidente che ogni tecnologia, usata con consapevolezza, apra ventagli di possibilità.

Vivo in un’ epoca in cui, con mia grande tristezza, non posso accedere a circoli letterari fisicamente esistenti: sono tramontati da decenni. Non posso incontrare Dino Campana al Caffè “Le giubbe rosse”, a Firenze, nè accettare dalle sue mani un foglio di versi. Ma facebook, però, mi dà l’opportunità di leggere un taccuino di poesia come quello di Nicola Manicardi. Gliene sono grata.

Manicardi scrive da vent’anni. E’ un poeta stimato da altri eccellenti poeti e critici. Una scelta di suoi componimenti, “Non so”, è stata pubblicata, fra l’altro, nella collana di poesia “Zeta” diretta da Nicola Vacca de “I quaderni del Bardo” (editore Stefano Donno). In questa recensione, però, vorrei…

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