“Incredibili vite nascoste nei libri”, Musicaos: prossime presentazioni

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Martedì 16 ottobre ore 17.30
Biblioteca San Matteo degli Armeni
via Monteripido, 2 – Perugia
dialogherò con la Dott.ssa Rosella De Leonibus
Psicologa e Psicoterapeuta
Leggerà Stelio Alvino, lettore progetto Leggi Per Me della Biblioteca San Matteo degli Armeni

 

Domenica 28 ottobre ore 18.30
Calderara di Reno (Bologna)
I libri nelle case. Cena e reading
A casa di Vania
Letture di Lorena Nanni

 

Sabato 10 novembre ore 15
Libreria Booklet Nonantola (Modena)
in dialogo con Giulia Sacchi  ed Emanuela Vecchi
Via Longarone 7/9
Reading con Angelo Spiga (chitarra) e Giulia Sacchi

 

Giovedì 15 novembre alle ore 18.00
Apertura straordinaria della Libreria Trame in via Goito 3/C a Bologna
in occasione del Festival “LA VIOLENZA ILLUSTRATA
A cura della Libreria Trame e della Casa delle Donne
Presentazione con Deborah Casale, Casa delle Donne per non subire violenza

 

Venerdì 23 novembre ore 20
Biblioteca comunale di Bastiglia
Presentazione del libro
nel mese contro la violenza sulle donne
Reading con Angelo Spiga (chitarra)
brani da “Le strade di Laura” e da “La sposa rubata”

 

Fine novembre – data in corso di definizione – ore 17.30
Associazione We4family – sede – Via F.lli Aldo e Bruno Zanetti, 1/A Anzola dell’Emilia
Incontro e dibattito sul tema: L’elaborazione del lutto nei bambini.
Presentazione del libro
Lettura da
“Tre pomeriggi e due sere”
L’autrice dialoga con la Dott.ssa Giovanna Bruzzi

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Ascolto le storie. La tela bianca del giorno

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Non so che accada perché quest’anno ha ben tredici lune, per via delle congiunture astrali, ma certe giornate sono tela bianca, ben distesa dentro cornici semplici e grezze. Mi metto al centro della scena, non decido nulla; il regista non si fa vedere, è andato a farsi un bicchierino al bar.
Mentre parcheggio davanti il parrucchiere, una sedia a rotelle schizza come una scheggia. Una bella donna con gli occhi azzurri e capelli grigi volteggia come un cigno nel mezzo della strada. Metto le quattro frecce, e scendo.

La riconosco: mi racconta della sua casa, non le piace cucinare ma creare oggetti.
La badante ha imparato a farsi i fatti suoi, voleva limitarla, si lamentava dello sporco che faceva quando lavorava alle sue cose.
Alcune vertebre sono collassate. Porta il busto. Non può fare tutto quello che faceva prima.
Alla fine viene fuori che non ha mai avuto il coraggio di trasformare il salotto borghese in studio d’arte. Usa il tavolo del salotto. Non è la stessa cosa, le dico.
Pochi riescono a disintegrare i condizionamenti pesanti che implorano: non dare acqua, ti prego, alla pianta del talento! Resta minuscola. Resta viva a metà.

Esco dal parrucchiere, piega, ore di tempo libero, altra acqua che nessuno possiede in quantità esatta. Beviamo le poche gocce di ossigeno, cercando di dimenticare le gabbie in cui stringiamo il corpo, ad altezza vita.

Mentre mi dirigo sbattendo i tacchi delle scarpe nuove in Piazza Enrico Berlinguer (quanto durerà l’intitolazione, mi chiedo, di questi tempi neri) vedo lei.

Settantacinque anni, la parrucca un po’ leziosa a causa della chemio.
Questa donna anticonvenzionale non ha molto tempo davanti a sé, da vivere.
Ma sorride. Sta facendo un pic-nic.
Io adoro i pic-nic, mi dice. Ti faccio compagnia, le dico.
Lei forse immagina che io sappia, io non lo do a vedere.
Lei non ha bisogno di commiserazione, perché è forte.
Ha bisogno solo di qualcuno che ascolti le sue storie, dei suoi campeggi, di quello che ha fatto due anni fa – l’ultimo, le scappa detto – in treno, portando la tenda e le attrezzature pesanti su un carrellino, da sola. Mia figlia mi ha rimproverato.  Infatti, dopo mi è toccato andare dall’ortopedico.
Però, le chiedo, ti è piaciuto? Prima, dico, di andare dall’ortopedico, al ritorno.
Sì, mi è piaciuto. Molto, mi è piaciuto.
Era a mio padre, che piaceva il campeggio, mia madre restava a casa.
Lei è selvatica, eccezionale, ha dovuto convivere per decenni con persone che a malapena la capivano.
Ora è gravemente ammalata, ma si gode, sorridendo un pic-nic.
E sorride.

La pentola, il fuoco, l’acqua


Ho lasciato il fuoco acceso
sopra la mia pentola di razza atavica
e sono andata a dormire.

Il rubinetto ha riempito la vasca
e gocce di sale hanno invaso il pianeta.

Qualcuno le raccoglierà in una boccetta
per riportarmele intere.

Non mi è dato di sapere
quando la salvezza sarà accordata
in quale strada, se sarà di montagna
di pianura, se passerà dal mare.

L’amore gettato dalla finestra
si sparge sui fili del bucato
scende sul selciato, si allontana da me.

Per la maggior parte del tempo, sogno.

Stempero le maledizioni
le trasformo in sassi
che appendo alla scrivania
sotto la foto di Maeve.

Lei sorride, prima della cura.
La giovinezza le sostiene la bocca.
Versò le parole addosso a un passante
prima di scomparire.

Ho dimenticato la luce accesa.
Lembi di sole hanno invaso le strade
aprendo porte e finestre
senza il mio permesso.

Ritorno a dormire
nei sogni corro più veloce.

Amore impossibile

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Si era data da fare per asportare chirurgicamente il proprio cuore.
Aveva dipinto il fondale della sua esistenza, controllato il movimento degli astri, scongiurato il diavolo.

Ogni cosa da secoli si muoveva con grazia, ordine, e bellezza:
un grande orologio meccanico sopra un campanile del milleduecento.

La bellezza dell’equilibrio, la visione chiara. Il fuoco sempre acceso, ma sotto controllo.

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Un ragazzo aveva aperto la porta, portato un vento commovente nelle stanze.
Un amore impossibile, ghiaccio sulle finestre, ceppi di legno pronti per la stufa.

Da allora una creatura invisibile abitava la tana del corpo, per sfamarsi della sua gioia.

Così è l’amore insensato, che pretende attenzione, che ruba la voce, fa tremare le mani.

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Una luna sopra un’automobile, la bellezza sublime di un viso

la tristezza lunga come un fiume che non arriverà mai al mare.

Un’opera postuma di Maeve Brennan: La visitatrice

Una mia recensione su “La visitatrice” di Maeve Brennan su “Zona di disagio”

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La visitatrice, romanzo breve di Maeve Brennan, è stato trovato nelle sue carte, negli archivi della Notre Dame University dell’Indiana, quattro anni dopo la sua morte.
La scrittrice è nata nel 1917 e si è spenta nel 1993; in vita ha pubblicato due raccolte di racconti. La visitatrice, sappiamo con certezza, è stata accantonata dalla sua autrice durante la metà degli anni Quaranta. Qualsiasi lettore che venga a sapere di un ritrovamento di un dattiloscritto postumo non può evitare di provare un brivido lungo la schiena, consapevole del fatto che l’opera ha corso il rischio di venire cestinata o seppellita in un archivio senza venire mai alla luce.

Maeve Brennan era una bellissima donna, molto elegante, irlandese di nascita e newyorchese d’adozione. Figlia di un ribelle, un militante irlandese che è in prigione quando lei è nata, approda con la famiglia in America quando il padre diventa il…

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Io avveleno i miei giorni

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Cara Clò, mi sono esaminata, condannata
ho emesso da sola la sentenza:
in fondo, non me ne volere così tanto
solo perché ho cercato compagnia.

Cercavo una mezza tavola da attaccare alla mia mezza tavola
per mangiare e bere acqua di mare
per contaminare i giorni
intossicare le stagioni

Perché vuoi aiutarmi, mela, raggio
perché mi tendi la mano?

Parli con eloquenza, ma di cose che non mi appartengono;
m’importa soltanto di un refrain che conosco.

Io non so che ci sarà la morte
non mi figuro che cadrò come un sasso;
e al mio funerale tutti diranno
in fondo, se la passava bene.

Ma non sapranno, loro, che avevo sprecato ogni giorno
a impastare di rancore l’appartamento
mio marito ed io siamo perennemente investiti
da una pioggia rancida di insoddisfazione.

Un’ora prima di chiudere gli occhi
me ne renderò conto, e sarà terribile.
Una specie di orrore mi paralizzerà le braccia e la bocca
prima della fine.

Vorrò tornare indietro, ma nessuno avrà il potere
di pagarmi un altro biglietto, per un’altra corsa.

Ecco il mio destino. Non ho altro da aggiungere.
Fattene una ragione, e viviti pure, se la ritieni soddisfacente
la tua stolta, incomprensibile, gioia di vivere.

A San Masseo con Padre Paul, Francesca e Sandra. I nostri vent’anni ad Assisi

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Mio padre era già morto, e transitavo dal misticismo cattolico dell’infanzia alla convinzione di essere atea. Sorrido.
Il principio degli anni novanta e due eretiche come me, incontrate all’Università di Lecce, Lettere e Filosofia. Francesca e Sandra. Francesca, una potenziale scrittrice, donna di teatro, selvatica e intensa “cercatrice”. Sandra era la filosofa, perché portata all’astrazione; magica: percettiva, sensibile. Ci raccontavamo i nostri sogni, afferravamo a manciate la poesia ogni giorno, insieme.

L’ateneo era terreno fecondo per incontri di questo genere, fucina di personalità pure, intelligenti, che pensavano, e pensano oggi come allora, fuori dagli schemi.

Un giorno, sulle scale dell’Ex GIL una ragazza, la leader dei CIELLE, mi prospettò una settimana ad Assisi…abilmente, tracciò il disegno affascinante di un monastero immerso nel verde.

depositphotos_89597518-stock-photo-beautiful-view-of-rolling-hillsConvinsi le mie amiche a partire, sembrava una situazione adatta al nostro temperamento; e costava poco.
Già in treno ci guardavamo perplesse e vagamente spaventate dalle canti di chiesa cantati schitarrando ad alta voce dal gruppo negli scompartimenti vintage.

Poi, inorridimmo, arrivando a Santa Maria degli Angeli, perché la nostra destinazione in realtà era una specie di carcere “motivazionale” dove avremmo dovuto seguire una specie di redenzione obbligatoria. Altrimenti, saremmo bruciate all’inferno.

Ci consultammo, disperate, dopo aver avuto un crollo emotivo. Ricordo Francesca accasciata su una panchina.
– “Dopo la gita collettiva ad Assisi di domattina, fuggiremo” – decidemmo come i tre moschettieri di Francia prima di un attacco al nemico, le tre mani una sopra l’altra.

La mattina, quindi, seguimmo svogliate il corteo dei giovani ipercredenti fino ad Assisi. Poi, non ricordo come accadde, io mi trovai da sola, come in un sogno, accanto a una suorina a cui parlai delle mie ellissi esistenziali.

Intanto un monaco francescano magro e affascinante, Padre Paul, stava finendo di parlare alla folla composta dai miei compagni di viaggio, e lei me lo presentò.

Lui ed io scendemmo giù da una collina estiva con un sole gigante che le stava correndo dietro. Lui era americano, un passato da alcolista, da uomo di teatro. Poi, la conversione. Vieni a San Masseo, disse, è il posto per te.

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Andai a prendere le mie due amiche, avvertimmo i secondini, e la mattina dopo ci trasferimmo in un posto dove si coltivava la terra, si mangiavano i suoi frutti, si viveva con persone di ogni religione, e la mattina si andava attraverso un sentiero polveroso ad ascoltare le Lodi Mattutine dentro una piccola cappella commovente del secolo mille, nella luce incerta e confortante di candele di cera d’api e misticismo.

Due settimane a rinvigorirci a San Masseo, a respirare aria di avventura, nuove atmosfere, che si intonavano perfettamente ai nostri  cappelli di paglia.
A ignorare le mosche, a mangiare minestrone da pentoloni enormi, e il pane impastato e infornato dalle nostre mani.

E Padre Paul mi consigliò di sconfiggere il mio cuore, diventato di pietra – citandomi il passo evangelico – schiacciato da un passato che me l’aveva pestato, amaro e oscuro.

Parigi per la prima volta. Montparnasse

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Il sole si è nascosto quando oggi ho raggiunto il cimitero di Montparnasse. Chi va a trovare Marguerite Yourcenar porta una penna, che bello. Chi va a salutare Sartre e la Beauvoir, sepolti insieme, lascia il biglietto della metro sotto un sassolino, e fiori che seccano senza fretta, nella canicola di luglio. Da Serge Gainsbourg c’è sempre qualcuno; passata da lui, ho continuato la promenade con la colonna sonora “Je t’aime, moi non plus” in testa almeno fino all’uscita. Di Montparnasse ho schivato la tour, questo alto mostro freddo; non mi affascina.

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Il Marché de la création d’estate, mi ha detto una signora, è sguarnito, quello che ho visto ieri mi è sembrato una vetrina artificiale, piena di croste e poche tele “d’autore”. Naturalmente ho cercato i caffè. Accanto alla Rotonde ho visto un ristorante dedicato ai Soprano; un accostamento davvero kitsch ! se non fosse però che gli scrittori dei Soprano sono i Proust di oggi, e le sperimentazioni artistiche forti negli anni 2000 si fanno proprio con le serie tv di livello. Ho spiegato ai camerieri i dettagli della morte di James Gandolfini, che morì nel 2012 a Roma per aver mangiato troppo.
Di Parigi ho appena scalfito la buccia, visitando i luoghi incountornables, i preferiti, i classici; ma ieri ho intravisto la vita profonda della città, quando sono andata in “pellegrinaggio” alla Ruche, passage de Daintzig. Nei primi decenni del novecento hanno lavorato e abitato qui, tra gli altri Soutine, Léger, Shapiro, Brancusi, Zadkine, Chagall, Gimond. La Ruche era chiusa, ma era aperta una mostra; ho conosciuto Caroline, che abita alla Ruche: è una pittrice. Mi ha raccontato che ogni mese espone uno dei sessanta artisti che vivono alla Ruche. Mi ha detto anche che via Montreux è piena di atelier, e mi ha invitato a tornare a ottobre: saranno tutti aperti.

Piccolo diario “Parigi per la prima volta”

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Parigi, 24 luglio 2018

Lo sapevo prima di farlo, sapevo che si trattava di un atto psicomagico, di andare a cercare i “café”. Ne sono stata felice, comunque. Lo sappiamo già che i due caffè in competizione soprattutto a partire dagli anni ’30, Le Flore e Les deux Magots, oggi sono solo simulacri superficiali di quello che sono stati, come è successo con tutti i caffè letterari di Parigi e d’Europa, Le giubbe rosse, il Florian, e tanti altri.

Locali tirati a lucido, generatori astuti di profitto, sfruttano bene un nome rimasto importante. Il Flore riuscì a catturare gradualmente la coppia Beauvoir e Sartre grazie  sopratutto a due elementi: potevano restare anche tutto il giorno senza consumare, a studiare e a scrivere; e godevano del calore di una stufa; a casa faceva freddo. I due grossi nomi riuscirono a convogliare molti intellettuali celebri, e Les deux Magots perse terreno.

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Ho pranzato al Café de Flore, cercando nel locale troppo ristrutturato – in modo solo vagamente retrò – tracce del passato: le ho trovate, alla fine, nella toilette, rimasta quasi intatta, pavimenti e muri d’epoca. Una specie di sorriso ammiccante del Flore, quasi a dire: non è proprio finita. E’ finita l’era dei caffè letterari, gli artisti sono dispersi, vivono in solitudine, ma ce ne sono ancora.
Le opere degli scrittori; ma anche dei pittori, ad esempio, si devono cercare in altri luoghi, in case, soffitte, città sparse in tutto il globo, non certo nelle decine di gallerie in Rue des Beax Arts e dintorni, vetrine del nulla. Anche a Parigi, ma non nei vecchi posti. Sapevo che il quartiere degli artisti non esiste più: ne restano a funebre ricordo targhe malinconiche. E il quartiere latino adiacente è un localificio grandissimo, pronto a sfamare bocche di turisti continuamente avidi di bere e assaggiare cibo.

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Turisti già sazi, non bisognosi; non certo di tonnellate di cibo disponibili in ogni angolo. Picasso, Picabia, Modigliani, Hemingway, loro sì che, ai loro tempi, avevano veramente fame.

Manuela, la maga delle spezie a San Giovanni

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Per raccogliere le erbe di San Giovanni
la bella donna si è svegliata all’alba

Si è raccolta i neri capelli in una treccia
e a piedi scalzi, sotto la lunga gonna
si è avviata verso il bosco.

Sua madre viveva nella stessa capanna
dove lei abita – sua nonna prima di lei.
Le antiche ricette le hanno tramandato, segreti per guarire
mal d’ossa, febbri, mal d’amore

gli spiriti delle sue antenate la guardano dal cielo:
di lei sono fieri.

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Nel bordo della gonna, piegata in due come un cesto
Manuela raccoglie l’iperico.
Seccato e appeso a testa in giù
sarà utile per scacciare le malattie

ma soprattutto sarà di grande sollievo
a chi soffre di insonnia, e di depressione

poi, seguendo lo sfarfallio di alcune lucciole
trova la pianta del tarassaco: è un’erba depurativa.

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Si dice che la rugiada della notte del Santo
doni alle erbe virtù ancora più alte
di quelle che già possiedono.

Manuela prima di rientrare a casa
si ferma a guardare il cielo
chiede alla Notte Magica di aiutarla e guidarla
nel suo processo di trasformazione

Il sole sta salendo in alto: è ora di andare.

 

24 giugno 2018, performance con Emanuela Vecchi,

una delle installazioni dei Teatri Rurali, Festa di San Giovanni alla Selvatica, la Raccolta, il Fuoco, le Erbe, la Musica, le Storie

foto di Massimo Fuligni