Anguillara Sabazia


Hanno messo radici da secoli
sulla collina le case del borgo
seguendo la linea dei pensieri
dei costruttori
guardando continuamente la loro immagine
riflessa sull’acqua
impararono a dimenticarla
le donne riprendevano le lenzuola
con gesti secchi esatti
dai fili stesi
aprendo e richiudendo le persiane
le botole
le porte delle soffitte
i coperchi delle pentole
il lago diventò l’abitante della casa
seduto al tavolo grezzo di legno
come gli altri
i suoi occhi trattenevano
la nostalgia dei boschi
le forme lontane dolci e oscure della capitale
tentacolare
un’allegria di umidità e di pietre annerite
dalla cenere dai ricordi foschi
nella vecchia osteria il lago
era uno degli avventori
il battello passava ogni giorno senza lasciare il segno
si compieva un torto alla storia
avveniva tutto in modo circolare
chiese notizie, le dissero
che le uova dei cigni non avevano dato frutto
l’inverno preparava lampi e tuoni sopra Bracciano
l’estate era una cesta piena, Anguillara Sabazia
cominciò a sbarrare le porte
e così
nessun forestiero poteva entrare
non esisteva un salvacondotto
la sorte secolare della solitudine
se il lago fosse il mare
il borgo sarebbe un’isola.

Luce

La bambina è mia madre
è mio padre.
Una fortezza verde.
La prima e l’ultima della specie.
Maschio e femmina
padrone e schiavo
animale e albero.
La sua lingua è un coltello
la sua voce un giardino mediorientale.
Benedetta sia la bambina
che cammina nel deserto a piedi scalzi
portando una lanterna
è antica come le cave di pietra messapiche
figlia eletta di una megalopoli.
Il suo spirito protegge i popoli della terra.
La sua luce d’astro non sfugge
ai torturatori della Bellezza.
La bambina beve la cicuta
mille volte.
Ogni volta perdona.

La madre allo specchio

Le tue mani erano sempre là
come una chiesa, come il dottore.
Mani da gigante buono
a tagliarmi la mela in piccoli pezzi
a pettinarmi i capelli iraniani, alleviare i nodi
della mia ribellione.

La sera se con il padre uscivi
sparivi dalla mia vista
diventavate come dio: toccava aver fede
nel vostro ritorno.

Ogni tanto morivi, un’ambulanza per te sotto il condominio
uno choc anafilattico dal dentista
strani sintomi da pesce stanco.

Ti bruciavi mentre cucinavi, ti fabbricavi sul polso
bolle d’acqua,
la tua anca era molto debole.

Mi preparavo come un eroe ad abbandoni futuri
mettevo provviste per sopravvivere nel cestino dell’asilo.

Rifiorivi sempre, invece.
Mentre assolvevi al rito del piegaciglia
eyeliner argento sulle palpebre
in abiti da regina
mi appoggiavo muta sullo stipite della porta
imparando solo per l’atto di guardarti
ad essere femmina.

Dove sei andato?

La tua assenza non racconta storie alle foglie
alla lavanda giovane
ai chicchi di grano
prima dell’alba hanno visto sparire
i tuoi lunghi capelli e la fronte da indiano
parla del tuo giudizio la tazzina del caffè
il taccuino lasciato aperto
il tabacco sparso fra le briciole di pane
lo specchio non riflette la tua fonte
ti chiama la frase spezzata in due
il finale del racconto da fabbricare
al fischio di partenza delle bugie
siamo rimasti soli, senza arte né padre
ma io cado senza farmi male
tuffandomi dal quinto piano
affido tutto al cielo, spariglio le carte dei tarocchi
affido alla luce piena il nécessaire
parto per l’avventura
come fece la mia musa negli anni sessanta
prima di cominciare sul binario d’acciaio
la vita vera.

La stanza grigia

Ad ogni buon conto
tu sei un appartamento
con molte stanze.


Nel soggiorno con scaffali pieni di libri
poltrone comode
mi hai invitato molte volte
per conversazioni amabili
sfide d’intelligenza.


Hai servito sul tavolo
spaghetti al pomodoro in piatti da osteria
per dividere con me l’amicizia
nella cucina abitabile.


Mi piaceva l’abbaino con i fiori
della tua mansarda:
potevo affacciarmi e guardare
con i gomiti appoggiati
un orizzonte ampio.


Un giorno ho aperto la porta
della stanza grigia.
Non c’erano le donne di barbablù
non ci avevi appeso trofei
o teste mozzate.


Ho visto un vaso di pandora
al centro del pavimento a mosaico.
L’ho scoperchiato, naturalmente:
è volato fuori un mare d’ insensibilità
la tua infanzia fatta a pezzi
e un vento freddo mi ha segnato il viso.


Sei un appartamento
con molte stanze, temperature diverse
verrò a trovarti ancora qualche volta.
Imparerò a difendermi dal vento.

Notizie dalla foschia azzurra

Ti hanno detto che sei una chiave d’argento?
Ti è stato annunciato che sei un corpo poetico
che danza indolente come un’alga nel mare
trasparente di Moeb, nel primo cerchio dei dannati
per amore?
Ti è giunta notizia
nella contrada di Desert Home
che un cuore si è aperto come un cassetto cigolante
di legno tarlato e polvere
ti è arrivata voce che le lettere non partono mai?
Che non siamo conchiglie né eroi
ti è parso, dolcezza, che il vento conosciuto, familiare
smettesse di soffiare
come quando si abita nel paese dei morti?
Hai saputo, forse, da qualcuno
che il terreno fertile si è aperto nelle sue crepe principali
ti ha soccorso l’inverno in piena estate, mai?
Cerchi il significato della parola non data
girando in tondo, ma sono tempi grigi;
il pozzo è arido
il secchio è rotto
la foresta non si risveglia
è una falsa partenza
ma ad ogni modo credimi
ti sarà rivelato il senso, dèmone, angelo mio
non appena smetterai di cercarlo.

La resa

Si allarga in cerchi concentrici

nello spirito vivo del tronco

la fascia muscolare del tempo.

Maria,

sono apparsi i presentimenti nei sogni

in fila come soldatini colpevoli.

Ti cercano le nere stelle

a scuoterti i brividi del sonno.

Ma tu non appartieni al muschio della pietra

alla crisalide, al ferro, alla conchiglia

il bosco non ti prende per conservare la tua forma

non ti attraversa il campo.

Hai piuttosto un legame con il fuoco

sei innamorata del custode del passaggio segreto

consumata, disarmata, in allarme

ti hanno cambiato in freccia

scagliata ogni momento verso l’alto

da una volontà che non nasce dalla natura

ma altrove

dalla sfera che ti genera un’altra volta ancora

da mille anni e più

e ti governa.

“Poesie della piana” di Patrizia Caffiero

Cinque mie poesie sulla rivista “CULTURAOLTRE”
ringrazio di cuore Maria Rosaria Teni

Cultura Oltre

Nuovo Documento di Microsoft Publisher (2)

Molto interessante la piccola raccolta  Poesie della piana di Patrizia Caffiero, che ho pubblicato interamente proprio per consentire una conoscenza completa e un approfondimento delle liriche in essa contenute. Un vago crepuscolarismo pervade quotidiani riti e oggetti di uso comune “il cassetto delle posate non si chiude come dovrebbe/ la tovaglia sbiadita da troppi lavaggi” e, nell’angolo riposto della memoria, si allineano le ombre di ricordi mai sopiti. Rivive un’atmosfera che ricorre a immagini dimesse e colloquiali, la fragilità della condizione umana, il ritorno alla dimora di un tempo perduto da rivivere nel proprio silenzio personale, intriso di significative venature di affetti. Un affresco di sentimenti semplici e puri che sono espressi da un verso che, pur mantenendo il ritmo poetico, si rivela efficace e stilisticamente elegante. [Maria Rosaria Teni]

La rivolta dell’acqua

Dalla montagna alla foce

la donna del giglio camminò

per molti anni, leggera

a dieci centimetri…

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Brevi note sullo spettacolo “L’appuntamento del Sig. Nessuno di Cuccurullo, Squassabia, Baroncini

Lo spettacolo “L’appuntamento del sig. Nessuno” nasce da una sinergia profonda fra tre persone che hanno affinato negli anni al massimo lo strumento del proprio talento principale e lo mettono a disposizione di altri media. La fusione fra artisti diversi può riuscire in modo così efficace per la forte identità di ciascuno di essi che, per questo, riesce a mettersi in gioco generosamente donando agli altri la sua arte, la sua sensibilità. Ciò, sebbene rappresenti un fattore importante del progetto, non basterebbe però a giustificare completamente l’intensa magia che comunica la performance. Questo spettacolo è fresco, originale, spiazzante e fuori dal coro. Comunica con i linguaggi dei cortometraggi d’autore, della musica di livello, dei graffiti, dei libri d’autore per bambini, dell’arte visiva contemporanea. Vito Baroncini e Federico Squassabia non sono semplici “accompagnatori” dell’interpretazione dell’attore in scena, ma sono – con i raffinatissimi suoni del pianoforte e segni della lavagna luminosa – altrettanti attori/autori principali dello spettacolo.
Alfonso Cuccurullo mette in scena molto altro oltre alla nota e riconosciuta sua capacità tecnica, all’uso sapiente e sperimentato della voce, alla gestualità espressiva. La sua conoscenza approfondita della letteratura per ragazzi e la pratica della lettura ad alta voce per bambini ed adulti fanno un salto di qualità legandosi a un intento che ha trovato la quadra con il contributo dei suoi compagni di viaggio e di scena. Il corpo dell’autore stesso diventa interamente poetico, il viso cancellato – come da un tratto di una matita gigante – lo fa contrarre, o compattare in un simbolo, nella sintesi di un essere umano che potrebbe essere qualsiasi essere umano o ciascuno di noi. Il suo linguaggio si frange e diventa a tratti un borbottio, quasi un grammelot. Mi ha ricordato fortemente la splendida “linea” di Osvaldo Cavandoli. Questo Sig. Nessuno, però, non ha molto di inquietante, quasi niente. Potrebbe farmi pensare immediatamente al tema dell’“omologazione”, del livellamento antropologico; invece l’urgenza della pièce mi sembra un’altra. La perdita della propria faccia si rivolge alla possibile perdita della propria direttrice esistenziale. È uno spettacolo sulla necessità di aprirsi alla forza dell’amore e dell’incontro con una controparte, sciogliendo le proprie paure, i nodi, i traumi irrisolti, al fine di scoperchiare il vaso di pandora delle proprie potenzialità. L’amore è visto come forza eversiva che capovolge le abitudini, fa piazza pulita di ciò che nella casa dell’interiorità impedisce di aprirsi all’altro. La spettacolare lavagna luminosa di Vito Baroncini infatti, nel finale, crea un femminile dalle fattezze di una numinosa sirena che sarebbe piaciuta a Barthes, a Baudrillard, a Bataille.
Il Sig. Nessuno e il suo viso inizialmente nascosto, dicevo, non è associabile al perturbante, non ha proprio nulla dell’orrifico.
Io credo sia un azzeramento, il punto zero, la soglia che rende possibile la partenza di ogni storia. Come a dire: mi rendo disponibile a non assumere su di me alcun ruolo. Sono un sig. Nessuno. Nessuna prosopopea, nessun narcisismo. Qualsiasi nominazione delimita, chiude. Io sono un sig. nessuno, desidero esserlo perché sia consentito alla mia storia personale/artistica di ripartire in continuazione.
Si scongiura, in questo modo, la sclerotizzazione di un ruolo, di un’adesione a cliché, persino a quelli più intriganti. Perché questo reclama, infine, la purezza degli intenti.
I tre artisti alla fine mi comunicano questo, con questo spettacolo: “Ci poniamo di fronte alla vita- e al pubblico – come davanti a una pagina bianca, su cui poter disegnare/scrivere/recitare/suonare/vivere infinite narrazioni.