Il mio migliore amico di Leconte

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Chi si aspetta un dramma o una ‘seria commedia’, resta deluso da Il mio miglior amico di Patrice Leconte.

Questo film infatti è soltanto una strana favola.
Dialoghetti irreali perché tirati, sfoltiti fino all’esasperazione, fino ad appiattirli.
Sketch improbabili nella loro liquida assurdità.
L’incontro comico e tragico- alla conferenza -con l’occhialuto.
La ricerca del manuale, il breve colloquio con la vedova del mercante d’arte, o l’incontro con il compagno di scuola.
Il tutto è poco realistico; danno l’impressione, testo e immagine, a tratti, d’essere montati come un fumetto.

Per esigenze di chiarezza di messaggio; perché la lezione morale passi limpida.

La favola.
Non è dettaglio da niente che Auteuil-Francois, mentre si interessa ai vecchi oggetti di Bruno conservati nella sua stanza da adolescente, incappi nella frase detta al principe dalla volpe per spiegargli cosa sia l’amicizia. Le petit prince in Francia, ma anche in Italia, ha una diffusione più che capillare, più che popolare.

Diffusione che ce l’ha reso, ammettiamo, un po’ stucchevole: ma funziona, la parabola-libretto inventata dall’aviatore che si schiantò a quarant’anni nella nebbia, non prima di vergare poche parole di saggezza.

Leggero nei suoi temi (come suo solito) pesanti come il marmo tombale e corrosivi del petto (il fiume di pietra schiumante che coprì la Parrucchiera nel ’90), Leconte ragiona sull’individualismo e sulla fragilità/necessarietà dei rapporti amicali.

La socia di Francois è una Fata Turchina con indice predicatorio.
Una delle balene- Leviatan è la trave nell’occhio che oscura la vista. Gli occhi di questa sorta di Scrooge sono incrostati completamente d’oggetti antichi.

Il film non affida all’amore il calor di fucina utile ad arroventare la corazza di Auteuil.
Affida il guanto della sfida alla naiveté arresa di Bruno, che saluta la gente per strada, logorroico e un po’ ottuso, al punto che Francois al primo incontro con “l’amico” lascia il taxi, esasperato(altro archetipo narrativo, la fuga iniziale nelle narrazioni dell’eroe dall’inaspettato, l’incapacità iniziale di integrarlo in un vissuto già strutturato, in equilibrio)

Le piccole cose che Leconte ama filmare, anche qui le ritrae cesellandole e accarezzandole.

La telecamera ha dei sussulti, e quando Auteuil apre- in qualche momento- la comprensione, gli si avvicina con piccoli balzi, irrigidendosi e inquadrandolo, quasi in fermo- immagine.

Piccole sentenze. Le verità nascoste in simboli così evidenti da esser quasi non credibili: un enorme fragilissimo lacrimatoio dove sono dipinti gli amici del mito, Achille e Patroclo, addirittura.
Come emularli? Il goffo Francois fatica nelle prove dell’amicizia, di cui non conosce l’alfabeto.

Il mago Auteuil (o sarà stata pregnante la guida lecontiana? Saperlo!) ci riserva qui scatti continui e stranianti sui piani del viso schizzato da un grande cubista.

Auteuil rifà qui Un cuore in inverno (uno degli sceneggiatori di questo film disegnò quel film sublime) ma anche l’Avversario, anche Caché in altro modo e altri ruoli in cui si è non banalmente ma poeticamente – diamine- specializzato con una diversa interpretazione gestuale.

Sorrisetti sbagliati. Mezzi gesti tagliati male. Occhi strabuzzati.
Il cuore d’inverno si assottiglia, diventa rivolo freddo, si presenta vicino, si rivela più familiare. Quasi possiamo sfiorare quelle dita lunghe e bianche di uomo restio a guardare altro da sé.
L’amante non mal trattata ma poco trattata era l’amica comoda e complice del protagonista di cuore d’inverno.

Ma non è l’amore che qui aumenta la temperatura, abbiamo detto, come siamo abituati a vedere nelle commedie francesi, americane tradizionali.

E’ l’epifania dell’amico, contrapposto, così diverso; Il piccolo principe non incontrò un altro principe, non si guardò languido nello stagno; inciampò, sbadato, in una piccola, ispida, volpe.

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